“La memoria storica come arma antifascista”
Interventi/Interviste

“La memoria storica come arma antifascista”

Di: Charlotte Buimpe Diombelayi
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Permettetemi innanzitutto di ricordare una verità fondamentale: un popolo che dimentica la propria storia diventa vulnerabile a ogni forma di manipolazione. Per questo la memoria storica costituisce un’arma essenziale nella lotta contro il fascismo, l’oppressione e tutte le ideologie che…
Un’“ondata di destra” attraversa impetuosamente l’Europa e l’America Latina
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Gli eventi del 3 gennaio hanno marcato un “prima” e un “dopo” nella storia recente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e, per le modalità con le quali si sono svolti, un “prima” e un “dopo” nella vicenda politica complessiva, di…
La strategia statunitense per il controllo dei flussi energetici mondiali
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Il pianeta non è una merce:  l’inganno del green deal
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CAVALLO DI FUOCO — L'Italia per un mondo multipolare

Russia: elezioni, vittoria di Putin, ruolo del Partito Comunista (KPRF), fascismo ucraino e russofobia dell’Occidente

30 Settembre 2026 | Di: Marinella Mondaini

Mentre scrivo questo articolo, nella Federazione Russa si sono da poco concluse le elezioni per il rinnovo dei deputati della IX Legislatura della Duma di Stato, il Parlamento della Russia.  Dopo l’esame dei reclami e dei ricorsi da parte delle commissioni regionali e un’ulteriore verifica dei risultati, oggi, 25 settembre 2026, la presidente della Commissione Elettorale Centrale della Federazione Russa, Ella Pamfilova, ha annunciato i risultati definitivi. In termini percentuali, il Partito di governo “Russia Unita” (partito “contenitore”, di centro, guidato da Dmitrij Medvedev) è in testa avendo ottenuto il 58,21% dei voti. Il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF, guidato da Gennadij Zjuganov) si è classificato secondo con il 13,47%.  Il Partito “Liberal Democratico della Russia” (LDPR) ha completato il podio con l’8,88%.  Anche il Partito “Gente Nuova” ha superato la soglia necessaria con il 7,82% e il Partito «Russia Giusta» (i Socialisti) con il 5,34%. Il partito “Rodina” ha ricevuto lo 0,71% dei voti. Gli altri gruppi politici non sono riusciti a raccogliere voti a sufficienza. La questione principale, ovviamente, è quanti mandati abbiano ottenuto i partiti a seguito delle elezioni. Il quadro è cambiato un po' dai dati preliminari del 21 settembre. Ed è cambiato in modo significativo rispetto alle elezioni del 2021. Analizziamo la distribuzione finale dei mandati e confrontiamola con i risultati delle elezioni dell'VIII Duma di Stato: “Russia Unita” ha ottenuto 349 seggi (su 450): 140 nel distretto federale e 209 (su 225) nei collegi uninominali. Nell'ottava legislatura, Russia Unita aveva 324 seggi. Partito Comunista della Federazione Russa 37 seggi, 32 dalle liste di partito, 5 dai collegi elettorali. Si tratta di 20 seggi in meno rispetto all'ottava legislatura – nel 2021 aveva 57 seggi. Partito “Liberal Democratico” 23 seggi, 21 dal voto federale e 2 dai collegi elettorali. Si tratta di un leggero aumento: nella precedente Duma di Stato, i Liberal Democratici avevano 21 seggi. Partito “Gente Nuova” 19 seggi, tutti nella circoscrizione federale. Si tratta di un considerevole aumento: il gruppo parlamentare è quasi raddoppiato, dato che nell’ottava legislatura aveva solo 13 seggi. Partito “Russia Giusta” 17 seggi, 13 dalle liste e 4 in circoscrizioni uninominali. Il calo più significativo si registra qui: nell’ottava legislatura, il partito aveva 27 seggi. Il partito «Rodina» – 1 seggio nei collegi elettorali, risultato stabile: anche nell’ottava legislatura ne aveva uno. Candidati indipendenti – 4 seggi; nell’ottava legislatura erano 5. Tra i gruppi che non sono riusciti a ottenere seggi in parlamento, il “Partito dei Pensionati”, che ha registrato il miglior risultato, ottenendo l'1,96%. Il “Partito dei Verdi” ha ottenuto l'1,15%, mentre i Comunisti di Russia hanno raccolto lo 0,84%. Il Partito “Democrazia Diretta” lo 0,35%. L’affluenza complessiva è stata del 59,80% degli elettori, un record per le elezioni parlamentari, ossia 67,45 milioni di russi hanno votato per eleggere la composizione della Camera bassa del Parlamento. Nel voto elettronico a distanza l’affluenza si è attestata al 90,88%.  I cittadini russi all'estero hanno potuto esercitare il loro diritto costituzionale, grazie a 333 seggi elettorali aperti in 152 paesi stranieri. Ella Pamfilova ha reso noto che in 12 regioni, in 20 seggi, sono state dichiarate nulle 36.850 schede elettorali. Sono stati rilevati due casi di brogli elettorali. Non sono stati registrati casi di non riconoscimento dei risultati a livello di seggio. Secondo la Commissione Elettorale Centrale, la nuova Duma è più giovane della precedente: l'età media dei deputati è di 53 anni, mentre prima era di 57.  Quasi la metà di loro sono volti nuovi. Una significativa novità è che il 10% della Camera bassa del Parlamento lo compongono i veterani dell'Operazione Militare Speciale. Si tratta di 46 ex combattenti: 41 di Russia Unita, tre dei Liberaldemocratici, uno di Russia Giusta e uno indipendente. Tra loro molti “Eroi della Russia”, che si sono distinti sul campo di battaglia per particolari atti di coraggio e abnegazione.  Questo fatto è certamente molto importante in tempo di guerra, i giornalisti russi scrivono che “in politica è arrivato il tempo degli Eroi”. I veterani saranno la «nuova élite» politica russa, si dice in Russia, perché hanno dimostrato con il sangue la loro fedeltà alla Patria e sono rispettati dal popolo per onestà e pulizia morale. Un Paese in guerra ha bisogno di legislatori che capiscano cosa sta succedendo e la loro esperienza servirà alla Russia per superare le future crisi nel migliore dei modi. L’entrata dei veterani in politica ha colpito molto i detrattori occidentali della Russia, come dimostrano le reazioni avvelenate sulla stampa italiana, e anche quel pugno di traditori liberali che hanno abbandonato la Patria nel 2022 quando è stata decisa l’Operazione Militare per salvare le popolazioni del Donbass dal genocidio. Il voto a distanza si è svolto in 33 regioni, con la partecipazione di circa 7 milioni di persone. L'elettrice più anziana ad aver votato tramite computer è stata Anna Ivanovna Andrianova, di 107 anni. La Pamfilova ha definito questa campagna “una delle più difficili degli ultimi anni” e ha affermato che si è svolta “nel modo più corretto e sereno possibile”, nonostante le minacce e le difficoltà. La legalità delle elezioni è fuori discussione: le telecamere erano installate nel 93% dei seggi elettorali e nel 97% delle commissioni elettorali territoriali. Erano assenti solo nelle zone di prima linea più pericolose e durante le votazioni in prima linea. Inoltre, 336.702 osservatori e 8.050 giornalisti hanno monitorato la legittimità del voto, tra cui almeno 22 paesi occidentali che promuovono un'agenda anti-russa. L'OSCE ODIHR ora protesta per non esser stata invitata. Maria Zacharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, ha dichiarato che tale organizzazione “è già passata alla storia come un'organizzazione nota per i suoi doppi standard nella partecipazione all'osservazione elettorale internazionale. E abbiamo già detto che proprio per questi motivi non prenderà parte all'osservazione internazionale delle elezioni di settembre. La Russia, in conformità con il documento di Copenaghen del 1990, adempie ai propri obblighi invitando a partecipare all’osservazione una serie di organizzazioni e organismi internazionali, nonché rappresentanti di singoli paesi dell’OSCE. Vorrei sottolineare che continuiamo a sostenere l’elaborazione congiunta di standard universali per l’osservazione elettorale internazionale. Tuttavia, nell’attuale clima di sfrenata russofobia nei paesi occidentali, purtroppo non è possibile parlare di alcun dialogo con loro, nemmeno in ambito elettorale”. La prima seduta della Duma di Stato della nona legislatura si terrà il 30 settembre. Alle elezioni per la prima volta hanno preso parte i residenti delle regioni di Cherson e Zaporiž’e, e delle Repubbliche Popolari di Doneck e Lugansk. Per queste “nuove” regioni russe, o per meglio dire, vecchie regioni russe, ritornate quattro anni fa alla Madre Patria, queste elezioni sono state simboliche (l’adesione qui è stata quasi l’82%), poiché, di fatto, concludono il processo di reintegrazione nella Federazione Russa, inserendole a pieno titolo in tutte le istituzioni di potere, compresa la rappresentanza nella camera bassa del Parlamento. La campagna elettorale del 2026 si è svolta in un contesto caratterizzato dall'Operazione Militare Speciale, pressioni esterne, attacchi informatici, pressing giudiziario e provocazioni informative. La prima analisi dei risultati delle elezioni parlamentari consente di trarre alcune conclusioni fondamentali. La vittoria di Russia Unita era prevista, ma il risultato è stato nettamente superiore a quello delle elezioni precedenti. Qui un fattore da tenere in considerazione è che il partito al governo ha ottenuto proprio nelle regioni liberate e in prima linea sul fronte un sostegno colossale, perché strettamente legato alla personalità e al corso politico del capo dello Stato. Il secondo fattore è che le elezioni del 2021 si erano svolte in un contesto di instabilità causato dalla pandemia di Covid-19, quando una parte della società nutriva dubbi su chi sostenere. Oggi, nonostante gli attacchi ucraini alle raffinerie e la complessa situazione economica, la maggior parte dei russi ritiene che la linea del partito al potere sia quella giusta. Il Partito Comunista della Federazione Russa è il secondo Gruppo più forte alla Duma di Stato da oltre 20 anni, ma questa volta il partito ha perso circa il 35% della sua rappresentanza parlamentare, ovvero 20 seggi. Il risultato ottenuto dal KPRF, con il consolidamento del secondo posto, rappresenta un risultato inequivocabilmente positivo per il Partito. Ma si tratta di un successo ottenuto, per così dire, “in ritirata” — partendo da posizioni elettorali più elevate. Diverse sono le possibili spiegazioni. Prima di tutto svolgere il ruolo di partito di opposizione è molto più difficile sullo sfondo di un conflitto militare: le forze politiche del paese comprendono perfettamente che l'unità è essenziale per la vittoria. Di conseguenza, qui la posizione del KPRF non si è discostata in modo significativo da quella di Russia Unita, e parte del sostegno si è naturalmente spostato verso il partito al governo. Altro fatto è che il Partito Comunista ha rilevato di essersi dovuto scontrare con svariati ostacoli nella sua attività di comunicazione, o come si diceva nell’URSS “agit-prop”, agitazione e propaganda elettorale, come per esempio la partecipazione alle trasmissioni radio e tv, affissione di manifesti elettorali, ecc. Inoltre, un ruolo importante lo hanno giocato i dati pubblicati dai sondaggi sociologici, effettuati prima delle elezioni. E qui vorrei sottolineare che ai tempi di Stalin non a caso la sociologia e la politologia venivano definite «prostitute dell’imperialismo» e tali discipline scientifiche in Unione Sovietica non esistevano. Che la sociologia sia una serva della borghesia è stato dimostrato da tempo, perfino da studiosi occidentali, soprattutto europei. I cosiddetti fondi e gruppi sociologici sono stati creati proprio per plasmare l’opinione pubblica pre-elettorale della gente comune, affinché sappia per chi votare. La parte attiva della società, che compie consapevolmente la propria scelta, è abbastanza esigua, e quindi incide parecchio il lavoro di agitazione e propaganda nell’orientare, cambiare umori e opinioni della gente. Il conflitto tra la Russia e l’Occidente ha prodotto una svolta patriottica, che ha già influito nel processo politico interno ed esterno. Vladimir Putin propone modelli di sviluppo culturale ed economico autonomo e sovrano del Paese e queste idee godono del massimo sostegno tra la popolazione. Si colgono persino certi timidi aneliti di risovietizzazione. Tuttavia i liberali, o “quinta colonna” al potere, che indubbiamente sono presenti, si adoperano per contrastare le idee socialiste e fanno di tutto per limitare l’influenza del Partito Comunista russo nel Paese. Come ha osservato il dottore in Scienze Politiche Sergej Obuchov, del Centro Studi sulla Cultura Politica russa, il risultato politico principale di questa consultazione elettorale non sta nei dati sull’affluenza, né nelle percentuali di «Russia Unita». Sta nel fatto che le elezioni non sono diventate un “referendum” in senso stretto, nonostante l’enfasi posta sulla tesi del “referendum” a sostegno del partito del presidente. Sì, questo fattore è rilevante. Tuttavia, le elezioni della Duma del 2026 si sono trasformate in un fenomeno ibrido tra il consolidamento della società russa in condizioni dell’Operazione Militare Speciale e della contrapposizione all’Occidente, e la protesta contro «Russia Unita» e la sua linea liberale. Obuchov sottolinea che “difficilmente qualcuno oserebbe negare che le elezioni abbiano messo in luce anche una forma di protesta contro il Partito “Russia Unita” con la sua politica socio-economica.  Inoltre, in questa alternativa era evidente uno slancio costruttivo, che in larga misura si è rivelato legato al Partito Comunista della Federazione Russa. L’impulso creativo del Partito di Zjuganov, che ha formulato un’alternativa e narrazioni chiave entrate a far parte dell’agenda elettorale di tutti i partiti, ha esercitato un’influenza significativa”. Nel corso di una conferenza stampa, tenutasi dopo le elezioni, Gennadij Zjuganov ha valutato le attuali politiche russe: «Se non si cambia rotta e questa guerra estenuante continuerà, tutti ne usciranno perdenti» e ha anche criticato la lenta crescita dell’economia russa, il ritardo tecnologico e l’aumento del numero degli oligarchi. Il filo conduttore del discorso del leader, che guida il Partito Comunista della Federazione Russa dal 1993, è senz’altro la richiesta di cambiare il modello economico-finanziario di gestione del Paese. Richiesta, tra l’altro, raccolta anche da altre forze politiche e della società russa. Zjuganov ha preso di mira la Banca Centrale e il «partito al potere», che mantengono alto il tasso di riferimento. A suo avviso, tale politica sta letteralmente dissanguando il settore reale e sta facendo crollare i ritmi di crescita dell’economia. «Il mondo avanza a un ritmo del 3-4%, mentre noi da 15 anni siamo all’1%. È inaccettabile. Senza una svolta verso il centro-sinistra, senza una svolta verso la giustizia, l’amicizia e il socialismo, non c’è modo di consolidare questa vittoria», ha ammonito il capo del Partito Comunista russo, citando l’esperienza positiva del governo di Evgenij Primakov, in carica dal 1998 al 1999, l’unico nella storia della Federazione Russa a includere membri del Partito Comunista. Il KPRF propone un programma concreto per rimpinguare il bilancio statale attraverso misure base, che sono: la nazionalizzazione delle risorse naturali del Paese, la nazionalizzazione dei settori strategici e la nazionalizzazione dell’industria dei liquori, tabacco e zucchero. Si calcola che solo queste tre misure apporterebbero al bilancio decine di trilioni di rubli, il che significa che offrono realmente la possibilità di aumentare di parecchie volte gli stipendi, le pensioni e così via. È necessario cambiare con urgenza e in modo radicale il corso economico, perché in questo settore il nemico è incomparabilmente più forte. Ora il Partito Comunista non ha intenzione di adagiarsi e compiacersi del risultato positivo, né di disperarsi, ma condurrà un’attenta analisi dei cambiamenti, dei nuovi fenomeni politici e delle nuove tendenze di questa nuova era e di riflessione sui compiti che l’aspettano. In Italia, la stampa di regime, non potendo negare che le elezioni sono state sostenute con viva partecipazione dal popolo russo, cavalcano il tema dell’opposizione interna, aggrappandosi all’esclusione del Partito “Jabloko”. Un Partito liberale, fondato nel 1993, durante la presidenza di El’cin. Il Partito era già stato registrato dalla Commissione Elettorale, poi però, la Corte Suprema lo ha escluso dalle elezioni alla Duma di Stato a seguito di un ricorso presentato dal partito Rodina, perché “dispone di fonti di finanziamento dall’estero”. Rodina ha presentato in tribunale documenti provenienti da Rosfinmonitoring relativi ai finanziamenti esteri. Secondo i dati, il Partito riceveva finanziamenti tramite terzi dagli Stati Uniti e dalla Germania. Oltre a ciò, ha commesso una serie di gravi violazione di legge durante il processo di nomina e registrazione. Tuttavia, il Partito “Jabloko” è stato ammesso alle elezioni locali ed è riuscito a passare solo nella regione di Novgorod, con 1 seggio nella Duma regionale con il 5,67% dei voti, riuscendo a malapena a superare la barriera del 5%. Dal punto di vista elettorale da tempo non è più rilevante nel Paese. I giornali hanno scritto che “la dittatura russa ha escluso l’unico Partito che era per la pace”. Ma questo non è vero. La propaganda antirussa occidentale non dice che il “Partito Jabloko” non si è mai dichiarato per la pace durante gli otto anni di guerra civile nel Donbass, causata dall’aggressione del governo ucraino ai propri cittadini. Il regime nazista di Kiev, come aveva già fatto durante i referendum nel Donbass nel 2014, anche adesso ha fatto di tutto per impedire, ai loro ormai ex concittadini, di andare a votare, attraverso atti di terrorismo con droni sulle strade che collegano le repubbliche e le regioni. Attraverso la diffusione di notizie false sui social media, intimidendo gli elettori. Attraverso l’eliminazione fisica diretta degli organizzatori del processo elettorale. Terrore e morte, questa è la tattica consolidata e usata dal governo ucraino per vendicarsi degli abitanti di queste regioni che sono considerati “traditori” dell’Ucraina. È semplicemente impossibile definire casuali questi attacchi così intensi prima e durante il processo elettorale. Il Cremlino li ha classificati come un “tentativo diretto di interrompere e sabotare le operazioni di voto”. Per citarne solo alcuni, il 15 settembre, nel villaggio Oktjabrskoe, distretto municipale di Tokmak, nella regione di Zaporiž’e, un drone ha colpito miratamente la casa dove abitava la presidente della commissione elettorale di seggio n. 394, Elena Astanina. Purtroppo la donna è morta. La Astanina lavorava nel sistema elettorale dal 2022, aveva partecipato all’organizzazione dei referendum delle nuove regioni russe e stava preparando queste elezioni per la Duma di Stato. Nella notte tra il 16 e il 17 settembre, un drone ha colpito un’abitazione nel villaggio Ljubimovka, distretto municipale di Michajlovsk, nella regione di Zaporiž’e. Lo scopo era uccidere anche qui la presidente della commissione elettorale n. 595, Viktoria Maksimova. Fortunatamente la donna è rimasta ferita e insieme a lei, anche il marito e il figlio di 9 anni. Sono stati trasportati in ospedale. L’unica colpa di Viktoria è quella di aver lavorato presso l’amministrazione militare-civile, dove erogava i primi sussidi agli abitanti del villaggio. Nella regione di Brjansk, durante un attacco di un drone ucraino contro un’auto civile, Elena Djatlova, membro della commissione elettorale n. 882 del distretto di Starodub, è rimasta gravemente ferita da una scheggia. A Doneck è stato sventato un atto terroristico durante le votazioni: è stato arrestato un uomo che, su incarico dei Servizi segreti ucraini, stava preparando l’esplosione di un’auto accanto a un seggio elettorale. L’SBU, con l’ausilio di un drone, gli ha consegnato un ordigno esplosivo artigianale che comprendeva 2 kg di esplosivo, detonatori elettronici e una scheda per l’innesco a distanza della bomba. Una strage è stata evitata per puro caso il 20 settembre, in una scuola, dentro la quale era stato aperto il seggio a Prišib, nella regione di Zaporiž’e.  I nazisti ucraini per fare vittime durante le votazioni hanno distrutto la scuola, alle 10 della mattina, ma le votazioni erano state anticipate, perciò al momento dell’attacco il seggio elettorale non era più operativo, poiché la procedura di voto era terminata in anticipo. A Gorlovka è stato bombardato un autobus civile, 11 feriti, tra cui due bambini. Alla conferenza stampa conclusiva del 25 settembre la presidente della Commissione Elettorale, Ella Pamfilova ha dichiarato che “durante il periodo della campagna elettorale, sei membri delle commissioni elettorali di seggio hanno perso la vita a causa degli attacchi mirati dei mostri banderisti di Zelenskij”. Inoltre, in 11 regioni della Russia, soprattutto in quelle “nuove” e a Belgorod, sono stati danneggiati e distrutti 75 edifici che ospitavano le commissioni elettorali territoriali e di seggio. I danni agli edifici sono stati causati da bombardamenti missilistici, attacchi con droni e altri incidenti straordinari. In totale, nelle regioni russe vicine al fronte e nelle zone retrostanti, durante la settimana delle elezioni (dal 14 al 20 settembre), le Forze Armate dell’Ucraina hanno lanciato almeno 8.889 munizioni e droni. Secondo i resoconti ufficiali del Ministero degli Esteri e le dichiarazioni della Commissione Elettorale Centrale, durante la settimana delle elezioni, a seguito dei bombardamenti e degli attacchi nelle regioni di confine e in prima linea, sono morti 41 civili, (tra cui 4 bambini), oltre ai 6 membri delle Commissioni elettorali, mentre altre 338 persone sono rimaste ferite. Nella notte del 20 settembre si è verificato uno degli attacchi con droni UAV più massicci. Il Ministero della Difesa Russo ha accusato il regime ucraino di aver sferrato il più grande attacco dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale contro le regioni russe per sabotare le elezioni. Nell’arco di 24 ore, le Forze russe di Difesa Aerea, le Unità missilistiche antiaeree, i gruppi di fuoco mobili e l’aviazione hanno abbattuto 1.951 droni ucraini e 8 missili da crociera a lungo raggio «Flamingo» mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca. Anche il sistema di voto online è stato bersaglio da pesanti attacchi informatici allo scopo di bloccare l’affluenza digitale. Ella Pamfilova, ha dichiarato che gli attacchi al sistema di voto elettronico a distanza provenivano principalmente dall'estero: Regno Unito, Ucraina, Brasile, Indonesia e India. La loro quantità è spaventosa: 28 milioni di attacchi alle risorse digitali della Commissione Elettorale Centrale russa. Oltre 14 milioni di questi si sono verificati proprio nei giorni delle votazioni e dello spoglio dei voti. Sono state inoltre registrate 13 ondate di attacchi DDoS mirati. Di questi crimini nessuno in Occidente fa menzione. Anzi, la classe dirigente dell’Unione Europea ha dichiarato, tramite il capo della diplomazia Ue, Kaja Kallas, ex primo ministro dell’Estonia, che “non riconosce e non riconoscerà mai né lo svolgimento di queste cosiddette elezioni nei territori temporaneamente occupati dell'Ucraina né i loro risultati. Saranno imposte sanzioni nei confronti di coloro che sono coinvolti nell'organizzazione di tali elezioni farsa o che si candidano nei territori temporaneamente occupati dell'Ucraina, nonché coloro che sono responsabili di aver compromesso la possibilità di tenere elezioni libere ed eque all'interno della Russia”. Bisogna ricordare ai burocrati dell’Ue, che prima di giudicare e accusare la Russia di essere una “autocrazia”, un paese “non democratico”, dovrebbero guardare se stessi: nei tre Paesi baltici per le minoranze russe vige la legge del “non cittadino”, questi residenti sono definiti “apolidi”, a loro viene concesso solo un passaporto “grigio” e dunque, sono privati del diritto di voto!  In Estonia il 18% della popolazione non ha diritto di voto, in Lettonia l’11% non può votare e anche in Lituania vige più o meno la stessa discriminazione. E per quanto concerne la lingua russa in questi Paesi, essa verrà abolita nelle scuole entro il 2030. Questa è la “democrazia” UE, questi sono i suoi “valori”? Da notare che poi nessuno in Occidente si chiede perché nella “dittatura” della Russia si tengono le elezioni, mentre nella “democratica” Ucraina no: Zelenskij si oppone alle elezioni ormai da diversi anni. In violazione della Costituzione del Paese, non si tengono le elezioni, né presidenziali, né parlamentari, ma la Ue nemmeno questo “vede”. Tace vergognosamente anche qui. Gli ucraini avrebbero dovuto eleggere un nuovo capo di Stato alla fine di marzo del 2024. Tuttavia, le elezioni sono state annullate a causa dello stato di guerra in vigore nel Paese dal febbraio del 2022. La legge ucraina sullo stato di guerra esclude, durante questo periodo, la possibilità di modificare la Costituzione, eleggere il presidente, il parlamento e gli organi di autogoverno locale. Zelenskij proroga lo stato di guerra ogni tre mesi; l’ultima proroga è scaduta il 4 maggio 2026. Ma la verità è che il “presidente” scaduto, il dittatore usurpatore del potere, non intende fare le elezioni perché sa perfettamente che le perderebbe. Secondo un sondaggio del Centro di Ricerca sociale Socis, di agosto, come riporta la Pravda ucraina, in cima alla classifica di fiducia nei confronti dei leader politici si trova l'ex capo delle Forze armate ucraine Valerij Zalužnij, seguito dall'ex ministro della Difesa Michail Fëdorov e dal comandante delle Forze dei sistemi senza pilota Robert “Madyar” Brovdi.  Zelenskij occupa il sesto posto in questa classifica. È superato persino dal comandante in capo delle Forze armate ucraine Michail Drapatij (al quarto posto) e dal capo dell'Ufficio del presidente Kirill Budanov, al quinto. Le possibilità di essere rieletto sono pari a zero, in Russia lo definiscono “un cadavere politico” che sta aggrappato alla poltrona per continuare ad arricchirsi e procrastinare la sua fine, compreso quella fisica, sacrificando per questi bassi scopi il proprio popolo, che manda a morire al fronte. Gli agenti del Centro di Reclutamento militare si sono trasformati letteralmente in procacciatori di carne umana: gli uomini li rapiscono per strada, li prelevano dalle sale sportive, li estraggono da casa o dalle loro automobili mentre viaggiano, impiegando la forza e le percosse, con conseguenze spesso letali per i malcapitati. Questo orrore è impresso in centinaia di video che circolano sul web e i social. Ma la UE e i rappresentanti politici italiani non “vedono” neppure questa intollerabile violazione dei diritti umani. I dirigenti dell’UE la tollerano, alla faccia dei loro “valori”, così come tollera tante altre cose, dal nazismo imperante alla corruzione dilagante. Non potendo sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, l’Ucraina e i suoi sponsor occidentali hanno visto la campagna elettorale del 2026 come un'opportunità per stimolare il movimento di protesta in Russia per destabilizzarla da dentro. E il loro piano guarda lontano: sfruttare ulteriormente queste forze durante le elezioni presidenziali russe del 2030. Ma non vi è dubbio che tali aspirazioni sono destinate a rimanere tali, poiché queste elezioni hanno mostrato due dati di fondamentale importanza: la grande affluenza alle urne nonostante la pioggia dei droni e bombe ucraine, e l’approvazione del corso politico della classe dirigente russa. Le azioni dell’Occidente hanno prodotto l’effetto contrario, non hanno fatto cadere l’ordinamento statale russo, non hanno provocato nessuna protesta popolare nelle piazze, anzi hanno compattato ancora di più il popolo russo.  Puntare sulla destabilizzazione interna per sconfiggere la Russia era proprio “la teoria della vittoria” dell’Occidente, che si è rivelata assolutamente illusoria. Il 23 settembre, il presidente russo Vladimir Putin durante un incontro con i membri del governo, ha ringraziato il popolo russo per l’attiva partecipazione alle elezioni della Duma di Stato. Ha sottolineato che “bisogna fare tutto il possibile per ripagare la fiducia che ci hanno accordato. È ben noto che hanno cercato di interferire e di sabotare queste elezioni, sono stati fatti anche tentativi di violare il sistema di difesa aerea di Mosca e di altre regioni. Ma l’affluenza record, le file ai seggi elettorali dimostrano che è impossibile intimidire la Russia e che i cittadini sostengono gli sforzi del governo per rafforzare il Paese”, ha affermato il presidente. I cittadini russi durante questi quattro anni di Operazione Speciale Militare, hanno potuto constatare di persona, e ultimamente anche coloro che vivono nelle città lontano dal fronte, compreso Mosca e San Pietroburgo, come il regime di Kiev si sia trasformato in un regime terroristico, oltre che nazista, un regime dittatoriale dove sono soppressi tutti i partiti d’opposizione, non si possono esprimere opinioni che siano contrarie a quelle del governo. Un regime che ha come scopo uccidere non meno di 50.000 russi al mese, come ha dichiarato recentemente Fëdorov, il ministro della Difesa recentemente cacciato da Zelenskij e che ora ha trovato un nuovo lavoro, offertogli dal ministro italiano della Difesa, Crosetto, in qualità di “consigliere”.  Un regime che combatte contro donne, vecchi e bambini, che uccide i civili e i capi militari e politici russi, sostenuto in questo dai suoi sponsor occidentali. Sono proprio i militari dei paesi occidentali e della NATO che pianificano gli atti terroristici in Russia, i “tecno fascisti” del “Palantir Technologies”, che lavorano per gli interessi del Pentagono, che danno le coordinate agli ucraini di dove colpire. I 21 ragazzi di Starobelsk uccisi nel sonno è un loro crimine, per citarne uno, gravissimo, su cui tutti i politici occidentali hanno taciuto. Nemmeno Giorgia Meloni, che si definisce “madre e cristiana” lo ha condannato. In compenso hanno condannato tutti in coro la risposta di punizione della Russia. Sono gli occidentali che dirigono questa attività criminale insieme al regime di Kiev contro ogni principio umano e Diritto Internazionale, questo va detto e sottolineato. “Nel conflitto in Ucraina stanno di fatto combattendo 56 paesi del mondo contro di noi”, ha affermato il segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa Sergej Šojgu. E ha aggiunto che l’utilizzo da parte delle Forze Armate ucraine di droni a lungo raggio non sarebbe possibile senza i sistemi di controllo, di trasmissione dati e l’infrastruttura satellitare di altri paesi. «E molti Paesi hanno partecipato a questo», ha sottolineato Šoigu. Passi decisivi in questa direzione sono stati il trasferimento di una parte significativa della produzione militare ucraina in Europa e l’apertura dello spazio aereo europeo alle Forze Armate dell’Ucraina. In sostanza l’Europa, e dei tre Paesi baltici soprattutto l’Estonia, sono diventati la retrovia della guerra. Quest’ultima è uno dei principali centri logistici con i droni: fornisce all’Ucraina torri robotizzate di intercettazione e programma i sistemi di controllo dei droni. Le aziende locali sono di proprietà di società degli Emirati Arabi Uniti, tedesche e offshore, nonché di generali in pensione del Ministero della Difesa estone. Dal 2022, sette di queste aziende hanno incassato circa 450 milioni di euro, mentre l’importo totale investito dall’Unione Europea nello sviluppo del cluster IT militare ammonta a 1,5 miliardi di euro. Si tratta di un business di guerra, strettamente legato allo Stato, in cui gli investitori ottengono esperienza sul campo e dividendi, mentre l’Ucraina si ritrova dipendente da tecnologie straniere, affermano gli esperti. È chiaro come i burocrati dell’Ue facciano di tutto per continuare questa dura contrapposizione a Mosca e la guerra in Ucraina.  Per mascherare la loro brama di arricchimento e procrastinare la propria sconfitta, instillano, con l’aiuto dei mass media di regime, nelle menti dei cittadini europei l’idea che la guerra in Ucraina non sia un conflitto isolato, bensì la prima fase della lotta di Mosca per ridisegnare l’Europa. Che interrompere il sostegno all’Ucraina non porterà la pace, ma non farà altro che avvicinare l’attacco della Russia alla NATO. Gli strateghi britannici sostengono che l’Europa deve preparare fin da ora risposte militari alla «minaccia russa» — o meglio ancora, ricorrere a attacchi preventivi. Ad alimentare la paura della “aggressione russa” concorrono i droni che ogni tanto, qua e là “tentano di colpire l’Europa” e, ça va sans dire, sono “russi”. Le prove non servono. Il 26 maggio il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov ha dichiarato che le azioni dei membri europei della NATO nei confronti dell’Ucraina aumentano il rischio di uno scontro frontale tra l’alleanza e la Russia. Il vicepresidente della commissione per gli affari internazionali del Consiglio della Federazione, Vladimir Džabarov ha dichiarato che “gli europei sono entrati in una nuova fase di follia. Si sono cacciati da soli in un vicolo cieco: non hanno risorse per l’inverno, ma stanno dedicando tutte le loro forze ad aiutare l’Ucraina. Ma questo non salva né gli uni né gli altri”. A nulla vale la diplomazia russa e il buon senso delle autorità russe. Secondo il senatore, le autorità di Germania, Francia e Gran Bretagna stanno già perdendo il sostegno all’interno dei propri paesi, mentre «il nazista Zelenskij li sta trascinando tutti a fondo». In conclusione vorrei sottolineare che l’Operazione Militare Speciale in Ucraina ha messo in luce la distanza incolmabile tra le élite europee e i russi. L’Europa è incapace di comprendere la Russia e pur di ottenere gli scopi prefissi, le élite occidentali coscientemente sacrificano il popolo ucraino. Questa è la disumanità dei nostri tempi.

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Un’“ondata di destra” attraversa impetuosamente l’Europa e l’America Latina

13 Ottobre 2026 | Di: Gianmarco Pisa

Gli eventi del 3 gennaio hanno marcato un “prima” e un “dopo” nella storia recente della Repubblica Bolivariana del Venezuela e, per le modalità con le quali si sono svolti, un “prima” e un “dopo” nella vicenda politica complessiva, di questa fase storica, del continente latinoamericano. Questa fase - sia, in termini militanti, in relazione alla prosecuzione delle mobilitazioni e delle lotte, che pure, in contesti sempre più complessi e problematici e sotto la sferza del neo-autoritarismo e della repressione, vengono organizzate e vanno avanti, sia, in termini analitici, in relazione alla riedizione, in forme nuove e diverse, del Plan…

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Bloqueo, blocco energetico, asfissia economica. Stati Uniti e genocidio a Cuba

3 Ottobre 2026 | Di: Gianmarco Pisa

È stato presentato dal ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, il «Rapporto di Cuba sulle ripercussioni del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti». Si tratta della relazione periodica, di carattere analitico, con cui, anno dopo anno, sono aggiornati cifre e dati circa la portata e l’impatto del bloqueo criminale ai danni dell’Isola ed è fornita una panoramica complessiva di cosa significhi e cosa comporti l’aggressione multidimensionale, criminale e brutale, posta in essere dagli Stati Uniti contro la libertà, l’autodeterminazione e i diritti del popolo di Cuba. Tale strategia criminale Usa non è una misura degli…

Terra Comune Aps

progetto UNIBLU: cura e natura, collaborazione con Università di agraria (DISAFA) di Grugliasco. I nostri giovani hanno il compito di ripulire e sistemare e piantumare alcune aiuole e zone verdi all’interno del Campus universitario e prossimamente di gestire un orto insieme agli studenti.

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Multipolarismo e Socialismo

RECENSIONE
Multipolarismo e Socialismo

I Brics per un nuovo ordine mondiale, contro l’unipolarismo statunitense e il dominio del capitale finanziario: per una discussione teorica e politica

10 Ottobre 2026 | Di: Sandro Valentini

Sul concetto di libertà In questo contesto (vedi la prima parte del saggio già pubblicata su Cavallo di Fuoco, n.d.r.) occorre uscire dagli equivoci su alcuni paesi, come la Turchia o l’Iran, nei confronti dei quali è in corso una durissima campagna in Europa, anche da parte di importanti settori di sinistra. È chiaro che sono paesi con limiti politici che vanno evidenziati e non devono perciò essere rimossi. Ma la criticità di questi paesi non è di certo minore di quella dell’Ue e dei suoi paesi fondatori, come il nostro o la Germania o la Francia. È opportuno un confronto su che cosa s’intende per concetto di libertà evitando il mito dell’assolutezza e della verità data una volta per tutte. Non vi è un concetto di libertà che possa considerarsi un valore umano universale in ogni luogo e in ogni tempo, che sia interpretato oggi come ieri e come lo sarà domani. E non è sufficiente sostenere che maggiore libertà comporti regimi politici più civili. Si dovrebbe valutare quale dovrebbe essere il grado di libertà concesso e il parametro di riferimento. Il concetto di libertà deve essere quindi contestualizzato storicamente. Per esempio, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, uno degli atti fondamentali nella storia dei sistemi liberali, non abrogava la schiavitù. Si deve giungere dunque alla conclusione che gli Stati Uniti erano un sistema illiberale e autoritario? Il concetto di libertà va storicizzato anche per il presente. Moltissimi in Occidente sono convinti che le nostre istituzioni e regole, i nostri costumi e tradizioni, siano il meglio possibile in assoluto, che rappresentino il grado più alto di libertà. Ma per valutare il grado di libertà di un individuo è necessaria un’analisi «dello stato di cose esistente» e solo attraverso quest’analisi si possono interpretare le differenti iniziative che un individuo può intraprendere per affermare una volontà basata su diverse scelte, poiché queste sue scelte sono dentro a un quadro delle libertà date in quel preciso contesto storico. Pertanto, la situazione odierna, pur profondamente diversa da quelle in cui operavano politici e filosofi del passato, è determinata dalla connessione che questi diedero ai problemi che si presentavano nella loro epoca. La libertà attuale è perciò l’insieme delle azioni e delle linee di condotta realizzate nel passato e trasmesse al presente, e ciascuna di queste azioni e linee di condotta è dentro l’attuale «stato di cose esistente». Ma questo quadro odierno non è fissato una volta per tutte, come non lo erano i quadri di riferimento che si sono succeduti nel passato. C’è chi tenta di superarlo, dunque è rivoluzionario o riformista, mentre c’è chi tenta di difendere lo status quo o di tornare al passato ed è così un conservatore o un regressivo. Ma tutto dipende dagli obiettivi sociali (quindi dalle libertà sostanziali) che ci si prefigge. Ma il pensiero liberale nega sdegnato questa processualità in sviluppo. Si appella ai principi, anche se poi in molte circostanze, per ragioni di opportunità, ha giustificato regimi come quelli fascisti che soppressero la libertà data, in quanto il “pericolo totalitario o autoritario” del socialismo è per il pensiero liberale decisamente maggiore rispetto al pericolo fascista. In nome di questo ragionamento ha favorito e sostenuto regimi fascisti o dispotici contro la minaccia del “pericolo rosso”. E oggi in qualche modo la storia si ripete in Ucraina o per il non sostegno all’Iran o per i crimini di genocidio del governo israeliano. Non è vero che l’uomo nasce libero. È vero piuttosto che poiché l’uomo aspira alla libertà, diventa libero con la lotta che conduce in base appunto al suo concetto di libertà del suo tempo. E nel conflitto valuta se la sua iniziativa è compatibile con «lo stato di cose esistente» o se deve andare oltre all’esistente, in quanto sono oggettivamente maturate contraddizioni che lo spingono a farlo. Quando si manifesta questa consapevolezza, che nel frattempo è divenuta consapevolezza collettiva, si determina una spinta rivoluzionaria per affermare un nuovo concetto di libertà. La lotta per la libertà, o meglio di un diverso modo di intenderla, è un dato oggettivo prodotto dal processo storico. Quindi sono del tutto infondate le tesi che riducono la libertà individuale a un procedimento esclusivamente soggettivo o quelle che addirittura ritengono che sia innata nell’uomo dal momento della sua nascita. Allora non ha senso fare della libertà un mito, se tale concetto non è situato in un contesto storico dove sono stati stabiliti comportamenti, regole e doveri morali, da sostenere o da contrastare. Non si ha perciò nessuna certezza che il futuro dell’umanità sia circoscritto al binomio libertà-democrazia. Non è possibile porre in relazione i due termini, cioè la libertà, che per affermarsi ha bisogno dell’azione e della lotta, cioè di un costante sviluppo storico, e la democrazia, ideologia manifestatasi come aggiustamento del pensiero liberale, che domina in Occidente dalla metà del Novecento. Si utilizza la locuzione ideologia in quanto la democrazia, a differenza della libertà, è enunciata ma mai realizzata e addirittura concettualmente oggi trapassata nella forma a-democratica, con la quale tra l’altro si nega il conflitto di classe. Dunque, la relazione dialettica tra i due termini, libertà e democrazia, è insostenibile, in quanto è un rapporto tra due eterogeneità profondamente diverse, la prima storica la seconda ideologica. Si discute di democrazia come se fosse un’entità storica in sviluppo rispetto alla sua messa in discussione oggi da parte del pensiero neoliberale. E non si tiene conto che il pensiero neoliberale mette in discussione una ideologia mai realizzata se non in diversi aspetti formali. E lo fa senza mai dichiaralo apertamente. Il confronto tra Occidente e il resto del mondo, sia con la Cina che con gli altri paesi a orientamento socialista, sia con i paesi che presentano forme di capitalismo monopolistico di Stato, sia con i paesi di nuova industrializzazione o che vogliono emanciparsi dal giogo dell’imperialismo, non è solo di carattere geopolitico, come molti commentatori e analisti tendono ad affermare, ma investe il futuro del pianeta. Però si vuole mettere in relazione dialettica il concetto di libertà con la democrazia così come si è determinata nella forma estremamente limitata e imperfetta, radicalmente distante dal principio enunciato, tale da non corrispondere ai bisogni di libertà civili e sociali. Per dirla in altri termini il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e godere del tempo libero non sono diritti garantiti dalla ideologia della democrazia, e ancor meno oggi che è trapassata in concreto in regime a-democratico. La libertà si rileva in tutta la sua intrinseca potenza nella lotta per superare gli impedimenti posti dall’ideologia della democrazia che sbarra la strada al pieno sviluppo di una società più giusta. La lotta per la libertà, perciò, trova piena espressione nel rimuovere tali impedimenti, ma questa aspirazione non va assolutizzata o confusa con l’idea di libertà che si aveva in altri periodi storici. La libertà è lotta per superare gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo delle iniziative sorte a partire dalla situazione concreta. La libertà non è un’astratta petizione di principio. Non è un disquisire filosofico su una nozione piuttosto che su un’altra che sollecita le anime belle a svolgere dibattiti appassionati e coinvolgenti. La libertà per la quale un marxista deve battersi è la realizzazione di un diverso sistema sociale nel quale sia garantita la fine della sottomissione della sfera della libertà a quella della necessità. È stato Hegel che ha colto in positivo il rapporto tra libertà e necessità rispetto alla filosofia precedente che per poter definire la libertà doveva definire ciò che non fosse libero. Il legame tra libertà e non libertà era quindi sempre visto in senso negativo. Si opponeva la libertà alla necessità e si ricercavano le condizioni attraverso le quali la prima potesse emanciparsi dalla seconda. Evidenzia Engels nell’ “Anti-Dühring”: «Hegel fu il primo a rappresentare in modo giusto il rapporto di libertà e necessità. Per lui la libertà è il riconoscimento della necessità. Cieca è la necessità solo nella misura in cui non viene compresa (…) La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza di farle agire secondo un piano per un fine determinato (…). Libertà del volere non significa altro, perciò, che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contradditorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondata sulla conoscenza delle necessità naturali; essa, perciò, è necessariamente un prodotto dello sviluppo storico». Per il marxismo, dunque, la libertà è basata sul principio dell’autodeterminazione, non è innata e attribuita individualmente all’uomo, bensì alla totalità a cui l’uomo appartiene, all’ordine sociale e storico vigente. Paesi come Ungheria, di Orban, Turchia e Pakistan sono considerati illiberali poiché non praticano la “nostra democrazia”. In realtà sono paesi in bilico, tra lo schierarsi nel campo di un nuovo ordine mondiale e la possibilità di essere totalmente riassorbiti nel campo dominato dal capitale finanziario, dagli Usa e dalla visione unipolare che difendono strenuamente. Una forza politica rivoluzionaria, pur denunciando i limiti di libertà di questi paesi – cosa che certa sinistra non fa col mondo occidentale – deve invece sostenerli nella difesa della loro sovranità e nella ricerca di una collocazione internazionale autonoma dall’Occidente collettivo. Per realizzare una visione multipolare sarà necessaria una fase lunga in cui alcune nazioni importanti resteranno in bilico. Sarebbe semplicistico ridurre il problema a questione tattica e a una estenuante discussione sul considerarli o no “alleati” delle forze politiche e dei paesi impegnati in questa battaglia epocale. I processi storici si valutano in altro modo, nel cogliere gli aspetti fondamentali della politica che le forze in campo in ogni paese perseguono.   In Occidente un regime a-democratico Il dominio del capitale finanziario ha costruito in Occidente un regime a-democratico, mettendo in discussione anche il pensiero liberale. Abbiamo impotenti assistito alla mutazione della democrazia formale in una forma appunto a-democratica. Con il dominio del capitale finanziario, infatti, la democrazia formale è andata modificandosi adottando strutture ed enti sovranazionali a-democratici non vincolati da nessuna forma di sovranità popolare, neppure formale. Di questo aspetto l’Europa è uno degli esempi più lampanti attraverso il ridimensionamento del ruolo legislativo dei parlamenti nazionali e l’elezione di un Parlamento europeo che non conta assolutamente nulla. Le decisioni più importanti sono prese da istituzioni, come la Bce o la Commissione, che non rispondono a nessun potere politico elettivo. Il potere è nelle mani di ristrette oligarchie finanziarie che decidono per milioni e milioni di cittadini europei e che hanno plasmato gli Stati nazionali e le istituzioni europee a tutela dei loro interessi, salvaguardando in primo luogo proprio il mercato finanziario. Indubbiamente le società socialiste presentano dei limiti rispetto allo sviluppo pieno della democrazia formale. Ma in Occidente avviene lo stesso processo in modo peggiore, in quanto non sono garantiti quei diritti sociali che nei paesi a orientamento socialista sono invece tutelati pienamente. Questo processo a-democratico della società occidentale presenta dei tratti di totalitarismo o di semi-totalitarismo. Occorre però non commettere lo stesso errore di Hannah Arendt nel suo giudizio sul socialismo. Allora è meglio adottare la definizione di regimi a-democratici. Il totalitarismo è una politica di forte restringimento degli spazi di libertà che già si era affermata e diffusa in Europa molto prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario, tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Oggi, con la guerra in Ucraina, sta riaffiorando in termini drammatici.   L’ideologia della democrazia Proporre la democrazia come ideologia sottintende che una società democratica, così come astrattamente definita, non è mai esistita. È impossibile, infatti, definire storicamente il concetto di democrazia. Non funzionava neppure nell’antica polis ateniese e comunque era qualcosa di profondamente diverso da come la si intende oggi. Il mito della democrazia greca è un grande imbroglio retorico diffuso dal pensiero liberale per dimostrare l’indubbia superiorità del sistema democratico su qualsiasi altra forma di governo. La storia dell’Occidente “democratico” è caratterizzata da un lato dall’affermazione, graduale o per salti, della democrazia formale, cioè dell’aggiustamento dei sistemi liberali, e dall’altro lato da rapporti di schiavizzazione dei neri (ma anche degli asiatici), dalla loro deportazione dall’Africa alle Americhe e dallo sterminio di massa degli indios, degli indiani e degli aborigeni australiani. Il più grande genocidio della storia dell’umanità in epoca moderna è stato quello degli indigeni americani, uno sterminio per alcuni versi più grave delle infamie di Hitler. La storia dell’Occidente è quindi lastricata di genocidi: “genocidi di razza”, “genocidi di classe, “genocidi di popolazioni inermi”. Ora il genocidio di palestinesi a Gaza. I genocidi di razza in particolare sono stati attuati attraverso guerre di conquista e legittimati da teorie che sostenevano la superiorità di sangue della “razza” conquistatrice e quindi la necessità di proteggerne la purezza da incroci con popoli considerati inferiori. Ma anche in materia di leggi sociali non si scherzava. Negli Usa, tra il 1907 e il 1915, sulla base della dottrina dell’“eugenetica”, ben tredici Stati emanarono leggi per la sterilizzazione di delinquenti abituali, violentatori, vagabondi e disabili mentali al fine di impedire la riproduzione di individui inclini al delitto e al parassitismo. Prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario la democrazia contemporanea si basava in Occidente teoricamente sul principio per cui ogni uomo è titolare di diritti inalienabili; dunque, poneva concettualmente il problema del superamento di tre grandi discriminazioni: razziale, censitaria e sessuale. L’aspirazione a superare queste tre discriminazioni fa parte ormai del patrimonio etico dell’intera umanità poiché vi sono state due rivoluzioni, quella francese e quella russa del 1917, che hanno radicalmente mutato il corso della storia ponendo con forza il problema. Ma in questi ultimi quarant’anni, dopo il 1989, le discriminazioni non sono state superate, anzi sono aumentate. Si è allargato il divario tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Infine, è evidente che la crisi della democrazia formale sia dovuta alle contraddizioni del capitale. Sono constatazioni che scaturiscono da una lettura oggettiva della storia che dovrebbero portare a delle precise conclusioni. Ma non è così per i fautori del pensiero unico, i quali hanno il recondito desiderio di imporre una indefinita agiografia per assicurare il trionfo del revisionismo storico. Si veda oggi come la russofobia neghi l’altissimo contributo di sangue nella lotta contro il nazifascismo della Russia sovietica. Il Novecento in Occidente è stato caratterizzato, dopo la parentesi tragica della Seconda guerra mondiale, dall’acquisizione in linea di principio dei diritti economici come parte integrante dei diritti individuali: lo Stato sociale e il suffragio universale. Ma l’affermazione di questi principi la si deve al movimento comunista. Con il crollo dell’Urss e l’avvento del capitale finanziario si è decisamente tornati indietro anche sul terreno della democrazia formale, ridotta oggi a un simulacro. Il neoliberalismo ha via via depennato dalla vita politica e civile l’insieme dei diritti inalienabili dell’uomo sanciti dai processi rivoluzionari. Ha trasformato la democrazia formale in un regime a-democratico. Si fa un gran rumore, un bel parlare sul fatto che il comunismo è morto, ma lo spettro dei suoi ideali si aggira su tutto l’Occidente, preoccupato dall’influenza che la Rivoluzione d’Ottobre ancora esercita tra le popolazioni e che si ripropone in forme nuove, basta saperle marxisticamente interpretare. È bene chiarire che il comunismo è una ideologia, tra l’altro mai realizzata, ma anche la democrazia è una ideologia mai realizzata. Non vi è un solo esempio di paese dove è stata attuata la democrazia sostanziale. Non vi è un caso in cui tale forma è stata realmente un regime di governo di una comunità. Se la democrazia è prima di tutto uguaglianza tra gli uomini sotto ogni aspetto, con diritti civili, politici e sociali uguali per tutti, allora la democrazia in Occidente non ha fatto molta strada. In questo senso le società a orientamento socialista sono decisamente più avanti, nonostante i limiti che ancora le contraddistinguono. Se mai comunismo e democrazia dovessero essere realizzati sarebbero la stessa cosa! Il Pci di Togliatti, nell’elaborare la strategia di avanzata al socialismo, pose come questione imprescindibile il nesso tra democrazia e socialismo attraverso il concetto di democrazia progressiva. Non a caso l’accento era posto sulla parola “progressiva” in quanto il Pci era consapevole che per ottenere la democrazia sostanziale non era sufficiente adottare una Costituzione avanzata (anche se la sua approvazione fu giustamente considerata una grande vittoria), ma partendo appunto dai principi contenuti nella Carta occorreva svolgere un’azione politica costante affinché il Paese reale non rimanesse indietro rispetto appunto ai principi sanciti dalla Costituzione. Nel corso degli anni molto si è discusso sul colmare il divario tra il Paese reale e i dettati della Costituzione, ma oggi questo divario è drammaticamente aumentato. Un regime democratico non si valuta solo dalla legge costituzionale che si è dato, ma soprattutto dalla fedeltà della politica ai principi in essa contenuti e alla loro applicazione. Si potrebbe polemicamente pertanto affermare, proprio perché la nostra Costituzione è stata disattesa e violata costantemente e per diversi aspetti tradita, che il nostro regime è semi-autoritario (o semi-totalitario). E questa caratteristica oggi con la guerra è ancora più accentuata. Si pone a questo punto un grande interrogativo. È possibile tornare alla Costituzione? Certo la battaglia per la difesa e la piena attuazione della Costituzione va fatta con forza e determinazione. Ma è illusorio che si possa riavvolgere la storia tornando ai primi anni del dopo guerra. Il contesto storico è mutato radicalmente. Oggi nel mondo si sta determinando un nuovo concetto di libertà, risultato di processi storici in atto che hanno messo in crisi lo stesso concetto di democrazia come lo conosciamo e le forme e le regole statutali con la quale almeno formalmente si applicata. Allora occorre inventarsi, come fece Lenin, altre forme per recepire le istanze della libertà, come erano i Soviet. O come successivamente fece Stalin una teoria dello Stato. Una riflessione teorica e pratica ripresa in Occidente soprattutto da Togliatti con una visione dello Stato adeguata alla storia e alle tradizioni culturali dell’Europa occidentale. È questa una grande discussione teorica per la quale il dibattito in Italia, anche nelle avanguardie, è molto arretrato.    

Storia, teoria e cultura

Storia, Teoria e Cultura

Il pianeta non è una merce: l’inganno del green deal

10 Ottobre 2026 | Di: Alessandro Testa

La crisi ecologica contemporanea — da tempo manifesta nei fenomeni del riscaldamento globale, della perdita irreversibile di biodiversità, della desertificazione e del degrado del suolo — viene frequentemente rappresentata dal discorso pubblico dominante come un incidente di percorso della modernità, una conseguenza imprevista dello sviluppo tecnologico o una deviazione temporanea…

Storia, Teoria e Cultura

“Naza”

6 Ottobre 2026 | Di: Laura Baldelli

Il film del momento è Naza, il documentario che ha vinto il Leone d’oro premio speciale della giuria e come miglior regia alla 83°Mostra Internazionale del cinema di Venezia; appena uscito nelle sale, in 2 giorni ha sfiorato un milione di euro e a furor di popolo è stata prolungata la proiezione nelle sale, che continuano ad affollarsi, nonostante l’annuncio che il film sarà fruibile gratuitamente sul web e su Rai Storia. Ha portato nelle sale persone di tutte le età, sicuramente moltissimi di quelli che hanno animato le nostre piazze contro il genocidio a Gaza, anche senza una coscienza politica strutturata, sono persone indignate dal punto di vista umano e non è poco. I due giovani registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, sono anche giornalisti e già premio oscar 2025 con No other land, in co-regia con i palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Trovo riduttivo definire Naza un documentario, perché è un’inchiesta giornalistica di grande valore e non a caso è stato prodotto da The Guardian, il quotidiano britannico, che ha avuto un ruolo importante anche nella realizzazione del documentario, per le numerose inchieste pubblicate insieme al lavoro di +972 Magazine e Local Call. Infatti le informazioni mostrate nel documentario erano in parte conosciute,         ma il cinema ha un ruolo decisivo nel dare una nuova forma al lavoro giornalistico, perché, attraverso un film nelle sale cinematografiche, le persone sono insieme, si generano riflessioni e confronti, che possono stimolare nuovi approfondimenti: è il cinema d’impegno civile. Abbiamo anche imparato cosa significa naza: un acronimo militare creato dall’intelligence israeliana, che deriva dalle parole in ebraico Nezek Agavi che significa “danno collaterale”, cioè le vittime civili consentite, tollerabili in un singolo attacco. Dal punto di vista stilistico, tra cui la fotografia ed il montaggio, è un lavoro esteticamente molto interessante con una narrazione filmica sobria, asciutta, priva di retorica, ambientato di notte sopra i tetti dei grattacieli di Tel Aviv, dove scivola la vita tranquilla dei suoi abitanti che immaginiamo dalle finestre illuminate e dal flusso ininterrotto di auto lungo le strade, anche se in sottofondo sentiamo elicotteri in ricognizione, droni, suoni di sirene o direttamente di missili; ma subito il pensiero va a Gaza distrutta, il confronto è stridente, anche se le immagini non lo mostrano. Il luogo e l’atmosfera notturna sottolineano la segretezza dell’impresa: raccogliere le testimonianze, a volte vere confessioni della pianificazione dell’uccisione di presunti sospetti terroristi, con tecnologie di sorveglianza di massa, che permettono di spiare con l’Homeland, il sistema che dà accesso agli smatphone per intercettare le telefonate e le chat dei proprietari, sostenuto dalla procedura Where’s Daddy, ideata per tracciare i sospettati attraverso le comunicazioni tra i familiari più prossimi, che funziona grazie a Lavender, un software di IA che monitora ogni singolo dispositivo telefonico per stabilire, in base a triangolazioni e interazioni, i potenziali membri di Hamas. Le operazioni di eliminazione/uccisione avvenivano di notte quando a casa è presente tutta la famiglia, per cui i naza, sono stati tantissimi, oltre il limite tollerabile di 20: migliaia di civili, soprattutto donne, bambini e popolazione anziana; ma non sono stati e non sono un problema per il governo israeliano, il cui obiettivo era ed è radere al suono la Striscia di Gaza e tutti i suoi abitanti, cancellandone le tracce alla luce del sole, con il tacito assenzo della colpevole comunità internazionale, che ne ha approfittato per fare profitti vendendo armi e fornendo tecnologia, come ha fatto e continua a fare l’Italia. Le testimonianze dei soldati dell’intelligence israeliana e dell’IDF sono 24, raccolte in modo da nascondere i volti ed alterare le voci, rivelano i dettagli agghiaccianti sia tecnici che umani dei massacri compiuti dopo il 7 ottobre 2023, di cui sono stati assolutamente consapevoli, dato che tutto era programmato, conteggiato e registrato in ogni operazione. Il sistema Lavender viene descritto nelle interviste con un margine di errore superiore al 15% e spesso l’obiettivo militare del militante di Hamas non è raggiunto, ma i civili muoiono lo stesso. Inoltre esistevano anche “le zone di annientamento”, in cui anche i bambini erano bersagli legittimi; ma non solo: molti cecchini venivano usati contro civili che cercavano cibo. Il governo e l’esercito israeliano hanno sempre dichiarato di operare esclusivamente contro infrastrutture militari e contro i combattenti di Hamas, accusandoli di utilizzare scudi umani. E quello che ci hanno vergognosamente raccontato molti mezzi d’informazione di massa in Italia, trattati quasi come i cittadini israeliani tenuti all’oscuro dei massacri, oltre che essere da sempre ossessionati dalla sicurezza. Il documentario racconta anche come è stato facile controllare il sistema deIle telecomunicazioni dal 1967, perché sotto il diretto controllo dell’esercito israeliano, dopo la Guerra dei 6 giorni, in cui Israele occupò la Striscia di Gaza e la Cisgiordania;  poi nell’84 passò alla compagnia statale Bezeq, che ebbe anche il controllo sulle infrastrutture; anche dopo gli accordi di Oslo che prevedevano la gestione palestinese delle comunicazioni con la compagnia palestinese Paltel ed in seguito anche con altri operatori mobili internazionali, ma tutto è rimasto sotto il controllo tecnologico d’Israele in quanto le infrastrutture appartenevano a loro. Gli intervistati sono giovani ragazzi della classe medio alta d’Israele, istruiti, esperti in tecnologie e ben addestrati, non siamo quindi di fronte ad un uomo cattivo che ha commesso atrocità, ma davanti ad ingranaggi interscambiabili di un meccanismo gigantesco, costruito in anni e anni di propaganda e soprattutto deresponsabilizzazione sui crimini. Infatti alcuni intervistati hanno ammesso di avere l’impressione di trovarsi davanti ad un videogioco, e le immagini ci mostrano mentre disegnano con sorprendente naturalezza su fogli di carta, per spiegare meglio tutti gli strumenti e le procedure descritte, mostrando che non si tratta di danni collaterali imprevisti, bensì di danni calcolati, se non addirittura auspicabili: “la banalità del male”, come disse Hannah Arendt, esiste davvero. Un’organizzazione efficiente che ricorda l’immensa operazione della soluzione finale progettata, decisa e pensata tra il 1941/2 nella conferenza di Wannsee: lo sterminio sistematico degli ebrei d’Europa, le cui prime esecuzioni di massa iniziarono durante l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’Urss. Un’operazione logistica supportata dal metodo burocratico e contabile, pensata per un totale di 11 milioni di ebrei europei da rastrellare e condurre nei campi di concentramento per le uccisioni di massa rapide e lontane da occhi indiscreti, ma tutto andava registrato e documentato. Ma è ancora più efficace ricordare il volume Modernità e Olocausto del grande Zygmunt Bauman, in cui ha affermato che è stato riduttivo definire l’olocausto come un episodio dell’antisemitismo ed un incidente di percorso di ritorno alla barbarie, bensì è strettamente connesso alla logica della modernità occidentale: il prodotto conseguente di una società moderna, basata sull’efficienza nel raggiungere un fine senza porsi domande etiche da parte di un elite, grazie alla macchina burocratica che suddivide il lavoro in tappe e passaggi, in modo da non capire cosa si generi ed oggi la tecnologia ha compiuto il resto, creando distanza fisica che produce distanza emotica, anientando l’empatia, la compassione, la coscienza personale. Le nostre società neoliberali non sono forse diventate questo in ogni settore della società ed anche nelle relazioni umane? È dunque il linguaggio tipico della modernità, nascosto dietro la razionalità, l’efficienza della previsione numerica dell’economia tecno-finanziaria che distrugge l’economia reale di interi paesi e la vita delle persone, con l’obiettivo di riordinare e ripulire; ma tutto questo processo velenoso di ingegneria sociale genera angoscia ed insicurezza: è lo sterminio dell’umanità. Con Naza abbiamo verificato, toccato con mano che questo è un processo produttivo perfetto per assicurarsi il genocidio di un popolo. Questo documentario è importantissimo ed i registi sono stati coraggiosi, oltre che bravi, nel girarlo e diffonderlo nel mondo, soprattutto hanno fornito le prove ai racconti dei tanti compagni palestinesi in Italia e nel mondo: le testimonianze degli intervistati potranno essere utili nei processi che ci auguriamo possano essere fatti contro i crimini perpetrati da Israele. Però occorre sottolineare che il documentario non si libera dalla logica sionista, perché si sofferma “sulle vittime non colpevoli” che sono state uccise, imprigionato nella logica della colpevolezza ed illegittimità della Resistenza Palestinese.   Però come afferma il bravo Alberto Fazolo, non è indirizzato ad un pubblico di militanti, come siamo noi, bensì ad un vasto pubblico ed ha il pregio di suscitare molte riflessioni, tra cui quella dei seri rischi e pericoli che corre l’Italia, affidando i sistemi di cyber sicurezza ad aziende israeliane, nonché la perpetrata violazione dei diritti umani e del diritto internazionale. Persino Giulio Andreotti riconosceva al popolo palestinese il diritto della Resistenza. Non siamo un paese democratico solo perché andiamo a votare con leggi fraudolente, mentre perdiamo sovranità ogni giorno nell’indifferenza generale; per questo noi comunisti e comuniste dobbiamo lottare e cercare alleanze e l’unità, soprattutto su questi temi!

Economia e Scienza

13 Ottobre 2026|Di: Francesco Cappello

Le radici storiche. La sovranità energetica come interesse vitale e la militarizzazione dei flussi La strategia degli Stati Uniti volta al controllo dell’architettura energetica globale trova le sue fondamenta in oltre sette decenni di dottrine militari e accordi geopolitici. Già nel febbraio del 1945, lo storico incontro sull’incrociatore Quincy tra la presidenza statunitense e la casa reale saudita pose le basi per un’alleanza strategica basata sullo scambio strutturale tra fornitura di petrolio e protezione militare…

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10 Ottobre 2026|Di: Alan Freeman

Il problema che qui si pone è come vengano finanziati gli investimenti. È il sesto episodio della serie “L’economia è in crisi” su questo canale. La questione mette in luce il fallimento economico dell’occidente capitalistico, in confronto al successo economico della Cina. Ma tocca anche il cuore del fallimento teorico dell’economia moderna, cioè l’assunto che il risparmio dei consumatori paghi gli investimenti. Questo falso presupposto è la ragione principale per cui gli economisti occidentali fraintendono…

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Interventi/Interviste

“La memoria storica come arma antifascista”

13 Ottobre 2026 | Di: Charlotte Buimpe Diombelayi

Permettetemi innanzitutto di ricordare una verità fondamentale: un popolo che dimentica la propria storia diventa vulnerabile a ogni forma di manipolazione. Per questo la memoria storica costituisce un'arma essenziale nella lotta contro il fascismo, l'oppressione e tutte le ideologie che cercano di distorcere la realtà per dominare i popoli. Il nostro tema, “La memoria storica come arma antifascista”, ci invita a riflettere sull'importanza della conoscenza del passato nelle lotte del presente e nella costruzione del futuro. Il fascismo spesso prospera in un ambiente dominato dall'ignoranza. Cerca di cancellare le lezioni della storia, falsificare i fatti e riscrivere gli eventi per i propri interessi. Quando le persone perdono la memoria delle proprie lotte, dei propri sacrifici e delle proprie vittorie, diventano più facili da manipolare. La memoria storica non è semplicemente un ricordo del passato. È una coscienza viva. Ci permette di comprendere da dove veniamo, cosa hanno affrontato i nostri predecessori e perché certe conquiste sociali, democratiche e umane abbiano richiesto sacrifici così immensi. La storia umana è segnata da lotte contro lo sfruttamento, il colonialismo, la schiavitù, il razzismo, il sessismo e ogni forma di dominio. Milioni di donne e uomini hanno dato la loro energia, la loro libertà e talvolta la loro vita per difendere la dignità umana. Dimenticare queste lotte significherebbe abbandonare l'eredità che ci hanno lasciato. Il fascismo spesso cerca di banalizzare i crimini del passato. Minimizza la violenza, giustifica la discriminazione e a volte presenta persino gli oppressori come eroi. Di fronte a ciò, il nostro dovere è preservare la verità storica. Pertanto, dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni una comprensione veritiera e rigorosa degli eventi, affinché possano riconoscere i segnali premonitori dell'autoritarismo e dell'odio. La memoria storica ci insegna che i diritti di cui godiamo oggi non sono mai stati concessi gratuitamente. Sono il frutto di lunghe lotte e di continue mobilitazioni popolari. Il diritto all'istruzione, il diritto di voto, i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne e le lotte per l'indipendenza nazionale e l'uguaglianza sono stati conquistati attraverso la resistenza collettiva. Per i popoli africani, la memoria storica riveste un'importanza particolare. Il nostro continente porta i segni della schiavitù, della colonizzazione e di numerose forme di dominazione esterna. Ma porta anche l'eredità di un'eroica resistenza. I nostri antenati non hanno mai smesso di lottare per la loro dignità e la loro libertà. Conoscere questa storia rafforza la nostra fiducia nelle nostre capacità collettive. Ci ricorda che i popoli africani non sono mai stati semplici vittime della storia; sono stati anche protagonisti coraggiosi e determinati. La memoria storica svolge inoltre un ruolo fondamentale nella lotta contro la disinformazione. Oggi, i social media e alcuni organi di informazione consentono la rapida diffusione di narrazioni false. Quando comprendiamo la nostra storia, siamo meglio attrezzati per distinguere i fatti dalla manipolazione. La storia diventa quindi uno strumento di vigilanza civica. L'antifascismo non è solo una reazione a una minaccia immediata. È anche un processo continuo di trasmissione. Ogni generazione ha la responsabilità di tramandare alla successiva gli insegnamenti delle lotte passate. Libri, testimonianze, archivi, commemorazioni e divulgazione scientifica svolgono un ruolo fondamentale in questa missione. Anche le donne occupano un posto centrale in quest'opera di memoria. Troppo spesso, il loro contributo è stato reso invisibile dalle narrazioni ufficiali. Eppure, hanno partecipato a lotte di liberazione, movimenti sociali, lotte per l'uguaglianza e lotte di resistenza contro varie forme di oppressione. Preservare la memoria delle donne combattenti è una questione di giustizia storica. La memoria storica è anche una forza unificante. Ci ricorda che le nostre vittorie sono state spesso conseguite attraverso la solidarietà. Quando impariamo a conoscere le esperienze di altri popoli, scopriamo aspirazioni condivise di libertà, giustizia e dignità. Questa consapevolezza favorisce la cooperazione tra i movimenti progressisti di tutto il mondo. Tuttavia, la memoria non deve essere una mera celebrazione del passato. Deve guidare l'azione nel presente. Ricordare ha senso solo se ci aiuta a comprendere meglio le sfide attuali e a costruire un futuro migliore. La memoria storica ci insegna che il fascismo non nasce mai dal nulla. Si sviluppa in contesti caratterizzati da disuguaglianza, crisi sociali, paura e disinformazione. Avanza quando i cittadini abbandonano il pensiero critico e quando la solidarietà viene meno. Per questo la conoscenza della storia è un vero strumento di prevenzione. Essere antifascisti significa difendere la verità dalle menzogne. Significa proteggere la memoria dall'oblio. Significa tramandare le esperienze di resistenza affinché gli errori del passato non si ripetano. Dobbiamo incoraggiare i giovani a interessarsi alla storia, a leggere, a interrogarsi e ad analizzare. Un giovane consapevole del proprio patrimonio storico è meglio preparato a difendere i valori democratici, la giustizia sociale e i diritti umani. Dobbiamo inoltre preservare i luoghi della memoria, raccogliere le testimonianze degli anziani e celebrare le storie dei combattenti per la libertà. Ogni storia salvata dall'oblio è una vittoria contro coloro che cercano di cancellare le tracce delle lotte popolari. La memoria storica è molto più di un semplice sguardo al passato. È una bussola per il presente e una luce per il futuro. Ci ricorda le sofferenze che l'umanità ha patito, ma anche la sua straordinaria capacità di resistere e di risorgere. Di fronte al fascismo, opponiamo la memoria. Di fronte alla falsificazione, opponiamo la verità. Di fronte all'oblio, opponiamo il tramandare. Di fronte all'odio, opponiamo la solidarietà. Perché un popolo che conosce la propria storia è un popolo che protegge la propria libertà. Un popolo che preserva la propria memoria è un popolo che resiste alla manipolazione. E un popolo che tramanda le proprie lotte prepara le vittorie di domani.  

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