Il “bloqueo” contro Cuba
Interventi/Interviste

Il “bloqueo” contro Cuba

A cura di: Redazione
Cavallo di Fuoco riceve dall’Ambasciata di Cuba, e pubblica, il testo integrale della conferenza stampa sul “Rapporto sugli effetti del blocco Usa” che il Ministro degli Affari Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez Parrilla, ha tenuto…
Cavallo di Fuoco riceve dall’Ambasciata di Cuba, e pubblica, il testo integrale della conferenza stampa sul “Rapporto sugli effetti del blocco Usa” che il Ministro degli Affari Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez Parrilla, ha tenuto a L’Avana lo scorso 7…
La “legge” imperialista. Dopo Milošević, Karadžić e Mladić: tribunali speciali e giustizia internazionale
Storia, Teoria e Cultura
La scomparsa di Ratko Mladić ha riportato in auge, finendo con il diventare anche un rilevante tema politico, il giudizio sulla sua figura e sul ruolo della Serbia nella lunga stagione delle guerre etnopolitiche e…
La scomparsa di Ratko Mladić ha riportato in auge, finendo con il diventare anche un rilevante tema politico, il giudizio sulla sua figura e sul ruolo della Serbia nella lunga stagione delle guerre etnopolitiche e di secessione nazionale che hanno…
Il pane o le rose?
Storia, Teoria e Cultura

Il pane o le rose?

Di: Alessandro Testa
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una…
La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez – e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) – ha subito varcato l’Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra.…
Le crescenti contraddizioni dopo i Vertici SCO e G20
Geopolitica e Relazioni Internazionali
La diplomazia internazionale tra guerra e nuovo multipolarismo La settimana appena trascorsa offre una fotografia particolarmente significativa della crisi dell’ordine internazionale. Due appuntamenti diplomatici, apparentemente appartenenti a sfere differenti, hanno contribuito a renderla evidente: il…
La diplomazia internazionale tra guerra e nuovo multipolarismo La settimana appena trascorsa offre una fotografia particolarmente significativa della crisi dell’ordine internazionale. Due appuntamenti diplomatici, apparentemente appartenenti a sfere differenti, hanno contribuito a renderla evidente: il vertice della Shanghai Cooperation Organisation…

CAVALLO DI FUOCO — L'Italia per un mondo multipolare

Incolmabile debito pubblico USA, crisi dell’UE e dell’Occidente Collettivo: dalla krisis l’orizzonte rivoluzionario

6 Settembre 2026 | Di: Fosco Giannini

Un fantasma s’aggira negli USA e in tanta parte del mondo capitalista: il fantasma dell’immenso debito pubblico, interno ed estero, statunitense. Di ciò dobbiamo parlare, delle sue attuali dinamiche, delle sue basi materiali, delle sue somiglianze con altri debiti pubblici apparsi nella storia più lontana e vicina, dei pericoli che può recare a ciò che resta della “democrazia” USA, alla possibilità che esso porti in sé- come le nubi la pioggia- un default generale dell’economia ed il crollo degli States. O la definitiva scelta dell’imperialismo Usa, per lo stessa pericolo del default, della Terza guerra mondiale. Per affrontare questo tema vogliamo ricordare alcuni rudimenti di semplice cultura economica (che cos’è un debito pubblico, come uno Stato lo contrae, come tenta di venirne fuori); ricordare alcune esperienze storiche di Stati fortemente indebitati; mettere a fuoco le ultime (agosto 2026) manovre economiche USA per far fronte al debito; collocare il debito USA nel quadro internazionale attuale e, a partire da ciò, riflettere su come questa crisi da sovraindebitamento potrebbe accelerare -assommandosi ad altre crisi che vanno aprendosi all’interno dell’Occidente Collettivo - la krisis dell’intero quadro internazionale, assumendo, nella riflessione, esattamente la nozione di krisis in senso greco: cioè, la transizione verso orizzonti strategicamente rivoluzionari. Innanzitutto: quando siamo di fronte ad un debito pubblico? Ciò avviene, naturalmente, quando in uno Stato le uscite superano le entrate. Vi sono differenze notevoli tra debito pubblico interno ed esterno: nel primo caso  il capitale e gli interessi sul debito sono circoscritti nel circuito economico nazionale e ciò  riduce il rischio di fuga di capitali verso l'estero; nel secondo caso, il debito contratto con governi, sistemi creditizi ed investitori internazionali espone il Paese attanagliato dal debito a rischi molto maggiori, legati alle fluttuazioni  dei mercati globali, alle crisi valutarie o ai nuovi “posizionamenti politici/geopolitici” del governo o del soggetto economico/bancario con i quali uno Stato ha contratto il debito. Con quali strumenti uno Stato in debito affronta questa sua propria crisi? Gli strumenti sono numerosi e i più praticati sono: coprire il disavanzo del bilancio attraverso le emissioni di titoli di Stato (Bot o Btp), vendendo tali titoli a sottoscrittori interni allo Stato (i risparmiatori), o vendendo i titoli a governi o soggetti economici internazionali. Qual è il vantaggio per gli acquirenti dei titoli, siano essi nazionali che interni? Il fatto che lo Stato che vende titoli dovrà poi risarcire il capitale raccolto dagli acquirenti con gli interessi pattuiti, utilizzando, per tali risarcimenti, entrate statuali future, tra le quali, principalmente, nuove tassazioni. È del tutto evidente che solo uno Stato che crede di poter contare, senza correre grandi rischi, su di un’economia nazionale in ripresa potrà intraprendere questa difficile strada rappresenta dalla vendita di propri titoli -specie all’estero- col risarcimento di essi attraverso gli interessi. Se il quadro economico di un Paese indebitato potesse aspirare ad uno sviluppo economico in essere e, soprattutto, si accingesse a praticare una politica economica nazionale segnata da una fiscalità generale equa (non solo trarre ricchezza dai salari, ma anche e soprattutto, dai profitti), da politiche sociali volte alla difesa e al rilancio dei salari, dalla riaperture dei mercati interni  e da investimenti sociali positivi, solo in questo caso il rischio causato dalla vendita di titoli di Stato con interessi potrebbe essere arginato e controllato e lo stesso debito, se causato dalla spesa sociale, potrebbe essere strategicamente e positivamente reinvestito e arginato e politicamente e socialmente tenuto sotto controllo. Rispetto a tutto ciò, di quale entità e natura è il debito, sia nazionale che internazionale, statunitense? Complessivamente, il debito USA è di circa 40mila miliardi di dollari (circa 40 trilioni di dollari), ed esso è finanziato, per circa 3/4 del totale, dall’interno del Paese, ed un quarto dall’estero. La parte interna di questo straordinario debito è detenuta da investitori privati americani, da fondi comuni, dalle banche, dalla Federal Reserve e dai fondi di pensione. Il debito estero è di circa 10mila miliardi di dollari ed è costituito da governi e banche centrali estere e investitori privati. Quali sono i Paesi creditori principali? Il Giappone è il primo creditore, con 1.300 miliardi di dollari; Cina e Hong Kong ne detengono circa 1.000 miliardi; la Gran Bretagna circa 900; l’Unione europea e i Paesi dell’area Euro circa 2mila miliardi. Prima notazione rispetto al grande debito estero: per ora, gli Usa usufruiscono di una grande (e imperialista) salvaguardia, e cioè il fatto che il dollaro è ancora la moneta più usata al mondo, una valuta che essi stessi stampano e che permette a Washington di non rimanere senza valuta straniera per pagare i debiti. Tuttavia, mano a mano che cresce di potenza economica (e politica e militare) quel grande mondo BRICS che trova il proprio epicentro nella Repubblica Popolare Cinese, sempre più il dollaro perde fiducia, potenza e prestigio, sino al punto che il mondo BRICS sta già ponendo la questione del superamento del dollaro come  moneta internazionale e sta mettendo a fuoco diverse alternative al dollaro stesso: o una nuova moneta BRICS, o persino soluzioni d’avanguardia, mai ancora storicamente esperite, come la possibilità - ma in una pratica win-win dei rapporti economici attraverso la quale si superi quello “lo scambio diseguale” tra Nord e Sud del mondo così profondamente descritto da Samir Amin -di pagamento delle merci (tra Paesi BRICS) con altre merci. Per ciò che riguarda il debito interno USA: esso ha superato drammaticamente la soglia simbolica del 100% in relazione al Prodotto Interno Lordo; il debito detenuto dal pubblico ha raggiunto $31.300 miliardi, contro un PIL nominale degli ultimi dodici mesi pari a $31.216 miliardi e, quindi, salito al 104% circa, rispetto al 99,5% registrato alla fine del 2025. Con questi picchi, gli USA si stanno avvicinando al record storico del secondo dopoguerra, quando il rapporto debito/PIL giunse al 106%. La questione centrale è relativa al fatto che il deficit non mostra caratteristiche transitorie, ma strutturali: il governo spende circa $1,33 per ogni dollaro incassato e il deficit annuale è stimato intorno a $1.900 miliardi, pari a quasi il 6% del PIL, e a pesare sempre di più sono gli interessi. Secondo le stime del Congressional Budget Office statunitense, un dollaro su sette della spesa federale è ormi destinato agli interessi sul debito e in quadro così pesante anche piccoli aumenti dei tassi possono determinare effetti potenti: anche un piccolo rialzo di a 0,1 punti percentuali costerebbe circa $379 miliardi in dieci anni. Ancora il Congressional Budget Office prevede che, senza interventi, il rapporto debito/PIL possa arrivare al 120% nel 2036 e al 175% nel 2056. Se si fermasse al 100% avrebbe bisogno di una variegata natura di tagli alla spesa e aumenti fiscali per circa $10.000 miliardi nel prossimo decennio. Altre note: il pagamento degli interessi sul debito (abbiamo già visto: esso ha superato i 1.000 miliardi di dollari l’anno) ha superato per molti aspetti la spesa per la Difesa, trasformandosi spesso nella voce più pesante del bilancio federale; il deficit strutturale continua a registrare un elevatissimo picco (oltre il 6% del PIL). In tutto ciò diviene grave anche la questione legata al Rendimento dei Treasury e all’inflazione: l'aumento offerto di titoli di Stato (i Treasury) spinge gli investitori a chiedere rendimenti più alti e ciò innesca una spirale volta ad aumentare ulteriormente il costo del rifinanziamento in un quadro di tassi ancora elevati. Quali sono le basi materiali del debito Usa? La totale inclinazione alla guerra è uno dei motivi più importanti, a cominciare dalla Guerra Fredda contro l’URSS, quando la Difesa assorbiva una percentuale molto più alta del PIL; la guerra di Corea costò circa 341 miliardi di dollari dell'epoca, mentre la guerra contro il Vietnam arrivò a 738 miliardi di dollari, sempre nel valore di allora. Le operazioni in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e le campagne militari globali hanno richiesto costi immensi: circa 15mila miliardi di dollari. Nel 2026, la spesa militare Usa ha toccato la cifra record di 1.100 miliardi di dollari, con 50 miliardi di dollari solo per l’attuale guerra (già perduta) contro l’Iran. Altra base materiale del debito Usa è sicuramente rintracciabile nell’ascesa titanica della Cina. Tale ascesa ha colpito l’economia statunitense, costringendo l’establishment generale USA a ripensare la stessa fase della cosiddetta “globalizzazione” (sostantivo totalmente incapace di descrivere la fase storica, che è invece molto più precisamente definibile come contraddizione globale interimperialistica matura o, come nel caso degli USA e della Cina, scontro alto tra poli contrapposti, capitalista e socialista). Resta il fatto che gli USA, di fronte al successo economico straripante del “socialismo dai caratteri cinesi”, ha dovuto cambiare il terreno di gioco, uscendo dagli ambiti della globalizzazione e preparando una nuova partita: una guerra economica contro il resto del mondo, ma soprattutto contro la Cina, fatta di dazi, blocchi tecnologici e ritorno agli antichi, ma ora sempre incompiuti, nevrotici, contraddittori e caotici, protezionismi e isolazionismi. Il caos “protezionista” “trumpiano”, imponendo tasse doganali molto alte sulle merci di tanta parte dei paesi capitalisti, dell’UE e della Cina, non ha in nessun modo raggiunto lo scopo dichiarato, che era quello di “chiudere col mondo” e rilanciare l’industria interna. Il grave processo di deindustrializzazione statunitense, già da tempo in atto,  al cospetto del neo protezionismo “trumpiano” ha subito altri colpi, dati,  innanzitutto,  dallo straordinario aumento di molte merci mancanti all’industria americana e provenienti dall’estero, tra le quali le merci “sofisticate” asiatiche e, prioritariamente, cinesi, (tra esse i semiconduttori, i chip elettronici, e le terre rare), ed un peggioramento della crisi dell’industria americana data anche dall’aumento, sempre in virtù dei dazi alti dell’importazione, di tanti prodotti di largo consumo e, dunque, della restrizione del mercato interno. Come ha tentato, in quest’ultimissima fase, Washington per uscire dalla stretta mortale del proprio debito pubblico? Nell’ultima parte dell’agosto 2026, il Segretario al Tesoro USA, Scott Besent, annuncia che, in tempi brevi, sarebbe raddoppiato, a circa 8 miliardi di dollari, il riacquisto dei titoli di Stato, un annuncio tendente a far scendere i rendimenti del debito USA sulle lunghe scadenze. Una settimana prima di questo annuncio un’asta di bond federali a dieci anni aveva fatto registrare per l’Amministrazione i costi, in interessi, più alti dal 2007 e una vendita di bond a trent’anni ai costi più alti da 25 anni a questa parte. I rendimenti dei bond decennali erano al 4,7% nel momento in cui vi è l’annuncio di Scott Besent, ma pochi giorni dopo tornano ben sopra il 4,7%. In altri termini: la manovra di Besent fallisce poiché è l’intera struttura economica statunitense a non promettere nulla di buono e la fiducia degli stessi acquirenti americani verso il debito USA crolla. Tant’è che sarà lo stesso Trump a prendere, vigorosamente, a fine agosto, le distanze dal suo Segretario al Tesoro, Besent. A quali debiti pubblici, interni ed esteri, somiglia l’odierno debito statunitense? Innanzitutto esso rievoca il debito pubblico francese alla vigilia della Rivoluzione (1789) che ammontava a circa 4,5 - 5 miliardi di lire francesi (o lire tornesi), una cifra incolmabile, come quella dell’attuale debito statunitense, che portò lo Stato sul baratro della bancarotta. Un debito che, inutilmente, i famosi (resi tali dalla luce della Rivoluzione) ministri controrivoluzionari delle finanze Necker e Turgot tentarono di ripianare. Quali furono le cause principali del debito francese? Prioritariamente, le guerre e tra queste i conflitti con l’Inghilterra (la Guerra di Setti anni) e il massiccio aiuto alla Rivoluzione Americana, conflitti che svuotarono le casse dello Stato; le spese di Corte, e cioè il mantenimento di tutto, enorme, apparato regale e della nobiltà a Versailles; il sistema fiscale fortemente diseguale, in quanto sostenuto in grandissima parte dalla neoborghesia e dai contadini, e al quale erano quasi esentati la nobiltà e il clero; gli interessi sul debito: nel 1788, su 630 milioni di lire tornesi di uscite statali, ben 310 milioni servivano unicamente a pagare gli interessi sul debito (occhio agli USA attuali…). Senza operare forzature antistoriche, dobbiamo tuttavia constatare quanto la crisi prodotta dal debito francese, che per tanta parte favorì sia il collasso della Monarchia che la Rivoluzione, somigli all’attuale debito statunitense, nella sua incolmabilità, nelle sue basi materiali (guerre, ingiustizia fiscale, ingiustizia sociale, interessi sul debito come una dea divoratrice, come una letale Ammit. Nella fase che precedette la Rivoluzione giacobina si verificarono tre fenomeni tipici delle crisi da debito pubblico critico: l’avanzo primario negativo, che si ha quando lo Stato spende più di quando incassi con le tasse e il tasso di interesse sul debito è superiore al tasso di crescita economica del paese; una spesa per interessi elevata, fenomeno che si determina quando i tassi di interesse salgono ed una parte enorme del bilancio pubblico serve solo a pagare i debiti ancora irrisolti, impedendo nuovi investimenti; l’effetto valanga (snowball effect), che si avvera quando il tasso di interesse sul debito è superiore al tasso di crescita economica del Paese. In questo caso il debito cresce da solo, in autonomia, sfuggendo ad ogni controllo e portando lo Stato al collasso. E’ del tutto evidente come i fenomeni economici che, tra gli altri, portarono alla Rivoluzione Francese, oggi si vadano ripetendo nell’economia USA, e ciò in un quadro generale statunitense segnato dalla perdita progressiva di egemonia mondiale, di fronte alla crescita mastodontica della Cina, dell’Oriente e dei BRICS nel loro complesso; un quadro segnato da una povertà interna americana in espansione (38 milioni di poveri assoluti e ufficiali e 60 milioni di cittadini in povertà relativa), da tensioni razziali in crescita in relazione al crescere della povertà, dalle diseguaglianze, dalle discriminazioni e dall’assenza ormai pressoché totale di uno stato sociale popolare; da tensioni sociali legate ad una sempre più dura e spesso disumana repressione sociale; da un regno politico (Partito Democratico e Partito Repubblicano) che si autoperpetua e si rinnova sulla base delle immense fortune economiche che le multinazionali (specie militari) USA investono, indifferentemente, per l’uno o per l’altro partito, cancellando a monte ogni altra alternativa e di fronte ad un “bad mood” (cattivo umore) di massa che non riesce ancora ad organizzarsi politicamene ma che potrebbe potenzialmente minare l’ordine imperialista interno degli USA. Nella sua disperata e per molti versi inane lotta “intestinale” contro il proprio debito pubblico, gli USA già sviluppano sul campo una politica che, pur consapevole dei rischi (degenerazione del conflitto in guerra nucleare, perdita del senso di superiorità militare e tecnologica, nuove e pesanti incertezze relative alla possibilità che le attuali, più deboli di un tempo, forze produttive militari USA possano trasformare in grande e vantaggioso profitto una guerra di grandi proporzioni, un intero “sentiment” che sta alla base delle amletiche oscillazioni di Trump) non esclude la Terza guerra mondiale. In quali Paesi, negli ultimi decenni, hanno preso corpo crisi potenti in relazione al debito pubblico? In Argentina: negli anni ’90 questo Paese legò il peso al dollaro, con un rapporto di 1.1 al fine di fermare l’inflazione, ma per sostenere questo cambio rigido e coprire la spesa pubblica, lo Stato giunse ad altissimi livelli di debito pubblico misurato in valuta estera, cioè in dollari. Ma con l’arrivo della recessione e col rafforzamento ulteriore del dollaro, entrò in crisi profonda tutta l’esportazione argentina e senza più poter svalutare il peso ed esaurite le riserve valutarie, il Paese fu di fronte ad una massiccia fuga di capitali; il blocco forzato dei conti bancari al fine di evitare un gigantesco default sfociò in una inevitabile svalutazione della moneta nazionale e, conseguentemente, ad una perdita secca e drammatica, nella  popolazione, del valore d’acquisto, ad una disoccupazione del 25% e ad una, quasi improvvisa, povertà di massa. I default seriali si susseguirono dal 2001 al 2020, toccando l’apice della crisi proprio nel 2001, di 132 miliardi di dollari. In Grecia, la crisi che va dal 2009 circa in avanti, (crisi che va studiata ai fini della lettura oggettiva delle contraddizioni capitalistiche e ai fini rivoluzionari) è stata drammatica e persino epocale. Atene aveva beneficiato, per il suo ingresso nell’Eurozona, di bassi tassi d’interesse; ma “i prestiti” europei furono anche propedeutici all’accumulazione di un gigantesco debito pubblico volto al finanziamento della spesa pubblica e del deficit commerciale. Segno inquietante della crisi fu il fatto che, per non spaventare l’opinione pubblica, nel 2009 i dati forniti dal governo sul bilancio statale erano stati falsificati. In seguito al debito pubblico straripante i mercati persero fiducia e i tassi sui titoli si innalzarono a punte proibitive. Non si poteva stampare moneta nazionale in virtù della sudditanza alla Banca Centrale Europea, né svalutare per rilanciare la competitività: in questo quadro la Grecia giunse sull’orlo del default, della crisi sistemica. Di fronte a ciò la Troika (UE, BCE, FMI) elargì grandi ed ulteriori “prestiti” alla Grecia, ma a condizione di una violenta austerità economica e fiscale, dalle conseguenti sociali tragiche. Il PIL greco crollò di circa il 25%, la disoccupazione giovanile superò quasi d’improvviso il 50% e fu la fase dei tanti suicidi tra i lavoratori e i piccoli imprenditori. Le Lezioni sono chiare: primo, l’UE “germanizzata” fu la causa primaria del crollo greco e può essere la causa di ogni altra simile crisi; secondo, le economie capitalistiche dell’Occidente Complessivo dominato dagli USA e dall’UE possono portare, già in questa fase e anche attraverso debiti pubblici insolvibili, a situazioni rivoluzionare, per le quali non dovrebbe essere assente il soggetto rivoluzionario. In Islanda e in Irlanda: in questi due Paesi, nel primo decennio del 2000, avvennero due fatti analoghi: le banche commerciali avevano avuto uno sviluppo improvviso e “irrazionalmente” grande e ciò attraverso la spregiudicata rottura di ogni regolamentazione economico-finanziaria (una forma inscritta nella stessa trasformazione del capitale industriale nella sua forma suprema di finanziarizzazione imperialista) e attraverso speculazione immobiliari somiglianti alla bolla statunitense che scoppiò, tra il 2006 e il 2007, dando origine alla terribile crisi dei mutui subprime e alla conseguente Grande Recessione Globale. Sia in Islanda che in Irlanda la bolla scoppiò e i due sistemi bancari privati cedettero fragorosamente, trascinando nel loro crollo le interi economie dei due Paesi. I due governi, nel tentativo di mettere al riparo gli interessi dei depositanti nazionalizzando gli istituti bancari privati collassati (il sistema capitalista socializza solo i fallimenti e le perdite del capitale e non i suoi profitti) accumularono d’improvviso debiti pubblici ben superiori al PIL dell’Islanda e dell’Irlanda, e si aprirono crisi classiche di doom loop (spirali negative) vicinissime ai deafault, poi evitati attraverso misure fortemente antipopolari. Per rimanere in quest’ultimissima fase, altri Stati (Zambia 2020, Sri Lanka e Ghana 2022) sono tracollati nel default per aver accumulato enormi debiti pubblici causati dall’aumento dei costi per le materie prime, dallo  scambio diseguale praticato su larga scala dall’imperialismo odierno (lo stesso rievocato dal colonnello Kurtz, di Conrad,  in “Cuore di Tenebra” e da Marlon Brando in “Apocalypse Now”) e dall’impossibilità oggettiva, per questi Paesi citati, di ripagare i creditori internazionali che hanno agito (come l’UE con la Grecia) nella forma spregevole di vero e proprio strozzinaggio internazionale. In Italia, non sappiamo ancora quando e come l’enorme credito rilasciato al governo Meloni dall’UE per il PNRR potrà essere ripagato, attraverso quali politiche sociali di lacrime e sangue e attraverso quale indebitamento pubblico. Alla questione del debito pubblico nei Paesi capitalisti (dagli USA ai Paesi dell’UE e dell’Africa) quale determinante contraddizione contemporanea (ma che trova radici antiche sino alla Rivoluzione Francese) e portatrice di “moti” potenzialmente rivoluzionari, a tale questione, per ciò che riguarda “lo stato delle cose” nell’Occidente Collettivo, si aggiunge la crisi profonda dell’UE. I popoli dell’Ue non sentono minimamente propria l’Ue e l’astensionismo di massa, nelle elezioni europee e nei referendum sull’UE, è sempre stato il segno tangibile di tanto disinteresse; ciò perché l’UE non è affatto il prodotto di un lungo e storicamente necessitato processo unitario tra Stati e popoli, ma la costruzione artificiale di un potere sovranazionale (la Commissione europea, innanzitutto) avente il compito di cancellare, sul piano continentale, gli ultimi residui delle conquiste socialiste e operaie continentali, aprendo la fase, storica, dell’abbattimento iperliberista dei salari, dei diritti e dello stato sociale, condizione primaria per una nuova accumulazione del grande capitale transnazionale europeo, per l’abbattimento del costo delle merci europee e per il conseguente pieno ritorno al ruolo di primario “agonista”, nella lotta interimperialista per la conquista dei mercati mondiali, del capitale transnazionale dell’UE. Il potere dittatoriale della Commissione europea – espressione diretta del potere capitalista dell’UE - assieme alla totale mancanza di ruolo e di senso del parlamento europeo, dicono in modo chiaro più come i popoli europei siano totalmente estromessi dai poteri dell’UE e come essa sia un’assoluta proiezione degli interessi del grande capitale transnazionale. La struttura “elicoidale” dell’UE, dove i singoli monomeri del potere, la Commissione, il Consiglio, il falso Parlamento, i Trattati, l’esercito europeo, presentato ai popoli dell’UE così come Edmondo De Amicis presentava al popolo italiano l’esercito nel libro “Cuore”: uno strumento di guerra imperialista- sia per l’Italia di De Amicis che per l’UE) e di costruzione ideologica e sentimentale della nuova patria; l’ideologia liberista stessa dell’UE, totalmente dispiegata, come nelle 11 manipolazioni tattiche di Goebbels, attraverso l’utilizzo bieco di un’infinita, plurima, campagna mediatica, istituzionale, ideologica, che arriva alla totale trasfigurazione del mondo e dei suoi conflitti, alla strumentalizzazione dei libri di scuola e diretta a costruire, attraverso il rilancio dell’eterno positivismo italiano, l’enfasi sull’UE, sulla sua “necessità” e “inevitabilità” storica: tutto ciò ci dice dell’impossibilità oggettiva di un cambiamento dall’interno dell’UE, ma solo della necessità di una sua totale rottura e superamento. Occorre, peraltro, chiarire la natura totalmente fraudolenta e artificiosa dell’UE, completamente “innaturale” anche rispetto agli Stati Uniti d’America, che invece trovarono le basi oggettive per il processo di unificazione dei loro primi 13 stati attraverso la lotta antimperialista contro il dominio britannico e, in relazione a ciò, dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 1776, si dotarono immediatamente, come supremo segno unitario, di un sistema fiscale unico, atto che mai ha sfiorato l’UE “germanizzata”, poiché mai Berlino vorrebbe redistribuire la propria ricchezza alla Grecia o al Meridione d’Italia. Abbiamo visto sopra, come l’UE (Grecia innanzitutto, ed ora aspettiamo gli esiti dell’enorme credito che Bruxelles ha rilasciato al governo Meloni) utilizzi anche il credito “mafioso” (da strozzini oggettivi), e il possibile debito pubblico che ne consegue, per strozzare i Paesi UE e poi, in quelle condizioni, schiavizzarli. E dalla crisi debitoria statunitense (incolmabile e foriera di orizzonti, anche a medio termine, potenzialmente straordinari rispetto alla tenuta storica dell’ imperialismo USA); dall’espansione del contagioso “morbo” del debito pubblico quale forma stessa della krisis capitalistica attuale; dalla profonda crisi di identità dell’UE (crisi che si tende a risolvere attraverso la guerra strategica contro la Russia, attraverso un riarmo di immense proporzioni -i mille miliardi di euro richiesti dalla von der Leyen- e attraverso una costruzione in vitro di un certificato di nascita guerriero dell’UE che, inventato e sorretto dalle forze liberali dell’UE, non può che favorire, col beneplacito del grande capitale, la crescita delle forze di destra e di estrema destre dell’Ue), da tutto ciò le forze comuniste, antimperialiste e rivoluzionarie dell’Occidente Collettivo non possono che trarre, al di là di ogni apparenza e mettendo a fuoco sia la realtà che già appare che i suoi movimenti carsici, che il tempo della Rivoluzione, nell’Occidente Collettivo, non è per nulla tramontato, ma è più vivo, presente e necessitato che mai.  

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Le crescenti contraddizioni dopo i Vertici SCO e G20

7 Settembre 2026 | Di: Alessandro Pascale

La diplomazia internazionale tra guerra e nuovo multipolarismo La settimana appena trascorsa offre una fotografia particolarmente significativa della crisi dell’ordine internazionale. Due appuntamenti diplomatici, apparentemente appartenenti a sfere differenti, hanno contribuito a renderla evidente: il vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) tenutosi a Bishkek, in Kirghizistan, e la riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 ad Asheville, negli Stati Uniti. A Bishkek si sono riuniti i principali protagonisti della crescente integrazione eurasiatica: Cina, Russia, India, Iran, Pakistan e gli Stati dell’Asia centrale, insieme a numerosi Paesi partner e osservatori. La SCO comprende oggi dieci…

Geopolitica e Relazioni Internazionali

Genocidio di Gaza ed orrori in Cisgiordania: Israele come nuova “Sparta” e teocrazia imperialista nel bacino del Mediterraneo

6 Settembre 2026 | Di: Stefano Zecchinelli

Il genocidio dei palestinesi di Gaza e la violenza dei coloni in Cisgiordania spingono storici e giornalisti ad interrogarsi sul futuro di Israele: alleata strategica dell’imperialismo USA (in realtà Washington sembrerebbe subordinata alle diverse lobby sioniste), Israele, secondo grandi analisti come Chris Hedges, è già diventata una teocrazia distopica. Il regime israeliano, anche per gli osservatori d’orientamento socialdemocratico (storicamente vicini al laburismo sionista), dall’ottobre 2023 ha gettato la maschera, disvelando al mondo la propria natura: uno Stato fascista, raccogliendo la definizione socio-criminologica che gli storici danno dello Stato razzialista costruito da Mussolini. Le notizie che la stampa non allineata

Multipolarismo e Socialismo

RECENSIONE
Multipolarismo e Socialismo

“Da Putin a Putin. Eurasia e il mondo Multipolare”

25 Agosto 2026 | A cura di: Sergio Leoni

Rispetto a quello che è ormai da più di quattro anni (cioè da quel che appare già un lontano febbraio del 2022, inizio dell’Operazione Speciale della Russia in Donbass) uno streaming consolidato e che nei fatti non ammette deroghe o voci dissenzienti, questo libro si pone in maniera netta, e radicale (nel senso che va costantemente alle radici dei problemi sul campo), come una specie di “controcanto”, come un’alternativa logicamente fondata, come uno dei, purtroppo, pochi punti di vista (nel senso di una visione dei fatti quantomeno alternativa) che testardamente resistono a un ormai indigeribile senso comune. Certo, l’autore non è una voce del tutto isolata. Diversi storici, analisti e intellettuali di qualche peso, hanno spesso cercato di far valere le ragioni di un’analisi politica alternativa nel corso degli ultimi anni. Ma occorrere ammettere che per lo più si è trattato di voci minoritarie e per di più definite con un epiteto che intende già essere una condanna preventiva (“putiniano”), la cui nulla consistenza appare peraltro in maniera evidente, non fosse altro perché applicata indiscriminatamente a personaggi che spesso non hanno in comune che una intelligenza libera e indipendente. Scrive Vetusto:” Il racconto che offro al lettore non è qualcosa di astratto ma rappresenta l’esperienza diretta di chi è stato veramente dall’altra parte, avendo visto con i propri occhi come si sono svolte le tornate referendarie di adesione alla Federazione Russa delle quattro Repubbliche di Lugansk, Donetsk, Kherson e Zaporozhye (che si erano già dichiarate indipendenti con precedenti consultazioni)”. Referendum, come ci si poteva facilmente attendere, considerati come fasulli dal mondo occidentale sedicente democratico, privi di ogni legittimità e palesemente truccati, alla luce di una non meglio identificata “legalità internazionale” negli ultimi anni, in maniera iperbolica, palesemente e sistematicamente violata. E valgano per tutti, in questo senso, un paio di esempi, uno più vicino nel tempo, l’altro risalente a diversi anni or sono. Il rapimento di Maduro e consorte, di pochi mesi fa, in un blitz promosso da quello che si crede ancora lo sceriffo del mondo, un Trump che a giorni alterni proclama il raggiungimento di accordi con l’Iran, regolarmente smentiti dalla controparte, e poi, senza alcuna logica, la vittoria sullo stesso paese  in una guerra, a sua volta illegale, che evidentemente appare sempre di più come una riedizione, certo in contesti e modi necessariamente diversi, della debacle vietnamita patita dagli Usa nel secolo scorso. Più lontano nel tempo l’episodio, derubricato appunto come mero “episodio” trascurabile, e comunque sostanzialmente dimenticato, con cui la Danimarca, nel 2000, bocciava con un referendum (con una partecipazione di quasi il 90% dell’elettorato e una vittoria del “no” intorno al 53%) l’ingresso del paese nell’Unione Europa. Referendum evidentemente sgradito all’establishment europeo (leggi: alle élite economiche) e, attraverso espedienti che non vale neanche la pena di analizzare, fatto ripetere. Un obbrobrio indigeribile, parlandone sia su di un piano etico e comunque sotto qualunque profilo lo si voglia interpretare.   Difficile perciò accettare, e tantomeno dare credito, alla luce di un’analisi obiettiva che tenga anche conto di un numero consistente di “varianti”, ad una concezione basata sulla divisione del mondo in campi contrapposti di cui uno continua, arbitrariamente, a considerarsi come quello “positivo”, mentre relega l’altro (ma oggi ormai maggioranza del mondo) alla zona oscura dove tutto il male prospera e si annida. Non occorre andare troppo indietro nel tempo. È sufficiente ricordare come nei primi anni del nuovo secolo la definizione di “stati canaglia” fossero dispensati a piene mani da un Occidente ancora sostanzialmente a guida statunitense. Poi, e a partire dalla liquidazione della vecchia Unione Sovietica, e passando per l’espansione continua e inesorabile a Est della Nato, questo stesso occidente ha pensato non tanto di aver vinto la partita, quanto di avere acquisito il diritto di dominare e governare il mondo nel suo insieme. Illusione presto smentita, come al solito, da una diversa realtà i cui numeri che, come si dice normalmente, hanno la testa dura. Senza divagare dai temi posti da questo libro e en passant, vale la pena di ricordare la nascita e lo sviluppo in tempi rapidi, dei Brics+ (che del resto anche l’autore cita, senza tuttavia, sembrerebbe, dargli quell’importanza che viceversa stanno acquisendo ogni giorno di più) fino a prospettarsi come probabilmente l’unico scenario alternativo allo sgretolarsi sempre più veloce di un ordine mondiale che fin da ora appare già superato.   Una parte cospicua di questo libro è dedicata, inevitabilmente, alla figura di Vladimir Putin. Che viene in queste pagine ampiamente raccontata dai suoi esordi e attraverso quei passaggi che gli hanno permesso di raggiungere la posizione apicale che riveste ormai da anni. Ignoro se il libro di Vetusto sia mai stato recensito e, nel caso, da chi lo sia stato. Ma non è difficile immaginare il trattamento che deve essere stato riservato ad un testo che si propone, essenzialmente, di far uscire la figura di Vladimir Putin da quella specie di “cordone sanitario” di stampo politico che lo ha relegato al ruolo di capo e ispiratore di ogni male del mondo. Perché la figura che in effetti emerge non solo dai media nel loro insieme, ma anche, e forse soprattutto da una larga schiera di “opinionisti” (quelli che sgomitano nei talk show), è quella di un tiranno che tira le fila di una guerra nata dal nulla e come per un capriccio non meglio definito. Personaggio, in effetti, e non persona reale, inserita in un contesto (quello di una potenza economica e militare di livello mondiale, quale che sia il posto che si intenda attribuirle in una scala di valori) in cui le scelte non dovrebbero tuttavia, (come invece avviene) pena lo scadere nel ridicolo, essere paragonate a quelle di un signorotto medievale, o, più prosaicamente ad un autocrate che decide in perfetta solitudine. Una analisi, se è possibile definirla tale, senza il minimo costrutto, e al di fuori di ogni logica. I successi oggettivi delle politiche di Putin, nota l’autore, sono oggi sistematicamente ignorati, sottovalutati e più spesso travisati esattamente da coloro che fino a pochi anni fa vedevano nella Russia un partner affidabile, una risorsa (gas russo a buon mercato) e sostanzialmente e semplicemente il capo di una nazione con cui intraprendere affari vantaggiosi. Inutile fare nomi: l’elenco sarebbe lungo e rischieremmo di tralasciare importanti soggetti che oggi gridano allo scandalo di una Russia tornata nuovamente, per una sorta di coazione a ripetere, il nemico di sempre. E che hanno fatto presto ad allinearsi ad un idem sentire che trabocca da quasi ogni “media” e che, del resto, come acutamente rileva qualche osservatore davvero indipendente, costituisce la misura reale dell’asservimento dei media stessi alle ragioni di una politica (quella uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale, e che su questo paradigma ha potuto costruire un consenso via via sempre più ingiustificato) in realtà molto indebolita (per tacere d’altro), ma ancora invasiva e determinata a imporre la sua “visione” dell’ordine mondiale. La stampa italiana, e il mainstream italiano in generale, si sono allineati da subito a quelle che non possiamo se non definire oggettivamente le “direttive” di poteri diversi ma “unificati” da un unico intento: creare una “narrazione” (termine invero non tanto infelice quanto inadeguato che andrebbe usato con parsimonia), entro cui collocare una analisi, falsa nei presupposti e inevitabilmente inutile: quella secondo cui la questione Ucraina nasce il 22 febbraio 2019. Dal momento che gran parte del dibattito politico (quantomeno in Italia) invece di svolgersi nelle sedi che ne sarebbero il luogo preposto e previsto (il Parlamento) si consuma (il termine è quanto mai appropriato) nei talk show e comunque nei sedicenti dibattiti che infestano i palinsesti televisivi, diventa interessante, e in qualche modo istruttiva l’esperienza (raccontata in questo libro) di Gianfranco Vetusto nel contesto di quelle trasmissioni televisive, programmi tutti simili tra loro, in cui, gradualmente ma inesorabilmente egli veniva invitato a rappresentare la parte del “putiniano”. Con le sue parole: “Con il passare del tempo, le ospitate sono diventate un contraddittorio alquanto fittizio, trasformandosi in un ring “uno contro tutti” a cui partecipavano persone dello spettacolo, che nulla avevano a che vedere col dibattito politico. Ad affiancarli c’erano pseudo esperti militari, analisti di discutibile estrazione. Davano soluzioni non supportate dalla conoscenza del paese, delle istituzioni di cui stavano parlando e della storia.”   Un capitolo importante, argomenta ancora il libro di Vetusto, nella vicenda Russo-Ucraina, è rappresentato dal ruolo che la Nato ha esercitato, sottotraccia ma anche in maniera palese. Oggi, a distanza di quattro anni dall’inizio del conflitto, è ormai palese il modo in cui l’Alleanza Atlantica, tramite i suoi componenti, è intervenuta massicciamente a sostenere una altrimenti già sconfitta Ucraina. E ugualmente è evidente il ruolo giocato dall’Italia in questo contesto. “...l’Italia ha avuto indubbiamente un ruolo particolare, come membro della Nato e amico storico della Russia dal punto di vista commerciale”, argomenta l’Autore, concludendo: “Le buone relazioni sarebbero potute andare avanti senza problemi, se il governo di Roma non si fosse inginocchiato al volere dell’America (e oggi al volere dei “volenterosi”, Inghilterra in testa. n.d.r.), pregiudicando qualsiasi ipotesi di soluzione negoziale e pacifica del conflitto in Donbass”   Naturalmente questo libro tocca e analizza molti altri temi. I più importanti che occorre segnalare riguardano l’uso e il sostegno (e probabilmente il finanziamento) spregiudicato a forze eversive (battaglione Azov in Ucraina, solo per citare il più tristemente famoso), dunque un uso esplicito del terrorismo; la questione energetica con il sabotaggio del North Stream a cui è seguita una crisi energetica che ha messo in gravissima difficoltà (di cui non si intravede peraltro un esito in tempi brevi) le economie europee, incapaci, a quanto pare, di assumere iniziative autonome e alternative a quello che sembra sempre di più un suicidio, neanche assistito, dell’Occidente nel suo insieme. Non essendoci una data che ci dica “quando” è stato scritto questo libro, o almeno quando è stato concepito, non resta che fare due conti attraverso alcune frasi o affermazioni in esse contenute. Che lo collocano, se non sbaglio, ancora sotto la presidenza Biden. Mancherebbe, a questo punto, tutto il “capitolo” che riguarda la scellerata gestione trumpiana non solo delle questioni più scottanti (Ucraina, Gaza, Stretto di Hormuz), ma che concerne una visione del mondo (quella statunitense) improvvisamente invecchiata, o quantomeno drasticamente ridimensionata.   Il capitolo finale di questo libro si premura in effetti di indicare, di descrivere un mondo multipolare che è già nato, che sta crescendo politicamente e che sembra essere la prospettiva più ragionevole e soprattutto condivisa da una sempre più larga fetta di umanità (i già citati BRICS+). Il concetto di Eurasia, che viene ampiamente analizzato in questo libro, non può essere considerato, in quest’ottica, una divagazione filosofica, e tanto meno un esercizio puramente dottrinale. Al contrario, sembra di poter dire, nella sua complessità che qui è impossibile esporre e spiegare nella sua interezza, che esso appare come un momento di un effettivo e convincente multilateralismo che è la prospettiva e insieme la scommessa dei prossimi anni. In particolare, ma ancora alla superficie della questione: “L’Eurasia -scrive Vetusto -non è solo una realtà geografica ma un dato di fatto storico. Spirituale e culturale che esprime l’essenza della Russia e dei popoli che le sono vicini”.   Più controversi, sembra di poter dire, i capitoli dedicati ad una questione che sembra in qualche modo assente nel dibattito politico degli ultimi anni, ma che in realtà è parte decisiva di un dibattito sempre acceso e, occorre dire, quasi mai spento: quello dell’autodeterminazione dei popoli. I cui termini, come è evidente, si possono declinare in molti modi, a partire da una analisi di tipo geografico (che implica molteplici problemi connessi, ma che è anche foriera di grandi dibattiti aperti anche a soluzioni inaspettate), a una di carattere, per così dire, “politica”, nel senso di una “riduzione” (in sé per sé non negativa) al contingente di una discussione legata al “qui e ora”. Sembra di poter dire che a questo riguardo Vetusto non intenda suggerire un qualche soluzione o un “esito” quale che sia. La questione rimane in qualche modo aperta. E lo è tanto più in un contesto confuso come quello che ci vede tutti per lo più consapevoli di una storia (quella che qualcuno scrive con la maiuscola) che è già tra noi.

Storia, teoria e cultura

Storia, Teoria e Cultura

Il pane o le rose?

9 Settembre 2026 | Di: Alessandro Testa

La recente querelle esplosa attorno alle dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez - e alla sua battuta sbrigativa sul “woke 1.0” decontestualizzata dai media (https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/08/15/ocasio-cortez-woke-sinistra-riposizionamento-notizie/8479705/) - ha subito varcato l'Atlantico, diventando in Italia il pretesto per una resa dei conti a sinistra. Com'è ormai d'abitudine, la cassa di risonanza mediatica ha trasformato una riflessione sull'opportunità di certi slogan slegati dalla realtà materiale nell'ennesima contrapposizione frontale tra diritti sociali e diritti civili. Va citata l’interessante riflessione in merito di Marco Pondrelli su Marx 21 (https://www.marx21.it/editoriali/il-woke-e-la-sinistra-che-ha-dimenticato-la-questione-sociale-editoriale/), che vogliamo brevemente riassumere qui sotto e da cui prenderemo le mosse per qualche breve riflessione e puntualizzazione. Nella sua approfondita analisi, il compagno Pondrelli sviscera con acutezza alcuni punti: L’origine popolare e di lotta del termine: il termine woke (ed ovviamente la cultura ed il movimento che ne derivano) nasce all'interno delle lotte della comunità afroamericana negli anni '60 (citato da Martin Luther King nel 1967 per indicare la necessità di rimanere "svegli" di fronte alle ingiustizie sociali e razziali) e ripreso dal movimento Black Lives Matter nel 2012. La sua degenerazione in "politicamente corretto": Il concetto originale si è progressivamente trasformato in una forma di ipersensibilità formale e linguistica (definita "follemente corretta"), slegata dai reali contesti materiali di sfruttamento o ingiustizia. Torneremo su questo più avanti. La cooptazione neoliberista della cultura woke: citando autori come Carl Rhodes, l'articolo evidenzia come le grandi aziende e multinazionali abbiano fatto proprio il discorso woke per assumere un ruolo etico-politico, sostituendosi allo Stato e alla politica democratica. La frammentazione e atomizzazione della società: La focalizzazione ossessiva sulla moltiplicazione delle identità individuali e di genere frammenta la società. L'individuo viene isolato nella sua specificità categoriale, annullando la dimensione collettiva e il senso di appartenenza a una classe sociale. La privatizzazione dei diritti: La solidarietà sociale si sposta dalle garanzie pubbliche al volontariato individuale o alla beneficenza aziendale (spesso usata per ottenere sgravi fiscali), trasformando i diritti collettivi in concessioni commerciali. La sostituzione delle priorità: Una parte della sinistra (inclusa quella comunista o d'alternativa) ha progressivamente abbandonato la centralità del lavoro, dei salari e dei diritti sociali per dedicarsi quasi esclusivamente ai diritti civili e all'identitarismo. La mutazione della base sociale: Richiamando l'analisi di Luca Ricolfi, l'autore osserva che la sinistra non rappresenta più le classi lavoratrici né i settori più deboli, ma si è trasformata nella "sinistra delle ZTL", caratterizzata da elitismo culturale nei confronti dei ceti popolari. L’inversione della posizione sulla censura: Storicamente favorevole alla libertà d'espressione, la sinistra contemporanea si trova spesso in prima fila nel promuovere forme di censura e ostracismo verso chi scosta dal canone politicamente corretto. Tirando le somme, questo articolo ha il grande merito di offrire interessanti stimoli per l'approfondimento teorico: Pondrelli individua con precisione un processo reale, ovvero l'emergere del capitalismo woke, ovvero il tentativo delle grandi corporation neoliberiste di cooptare il discorso emancipatorio per fare operazione d'immagine, privatizzare il welfare ed esercitare un'egemonia etica sulle macerie della democrazia sociale. Condividendo pienamente la sua spietata diagnosi sul ruolo delle multinazionali, si avverte tuttavia la necessità di approfondire l’analisi attraverso ulteriori riflessioni sul piano del metodo. Il rischio, infatti, è quello di cadere in un'involontaria sovrapposizione concettuale: scambiare la cooptazione capitalistica di una tutela con la natura stessa della tutela, finendo per gettare via il bambino dell'autodeterminazione personale con l'acqua sporca del neoliberismo. Approfondiamo dunque alcuni dei concetti cardine necessari ad impostare la questione in quell ache per noi è la  giusta prospettiva: se è vero, come è vero, che le parole sono la casa dell’essere (M. Heidegger) e che i limiti del nostro linguaggio significano i limiti del nostro mondo (L. Wittgenstein), occorre innanzitutto chiarire il concetto che si cela dietro all’uso del termine “diritti civili” come parola portamanteau, tracciando una demarcazione netta tra diritti civili e l'autodeterminazione della persona - garanzie materiali e storiche conquistate contro l'arbitrio del potere - ed altri concetti che hanno poco o nulla a che vedere con questi, quali i fenomeni del woke, della cancel culture o quel fenomeno coercitivo rappresentato dal compelled speech (il “discorso obbligato”). In merito a quest’ultimo, a nostro avviso si tratta di un vero e proprio “salto di qualità” rispetto alla censura tradizionale che si limitava a proibire ciò che non si doveva dire: il compelled speech agisce come dispositivo di disciplinamento ideologico, imponendo ciò che si deve dire. Esso esige l'adozione forzata di un vocabolario rituale e una conformità linguistica prescrittiva, nate in certi contesti accademici anglosassoni e adottate dal capitale come barriere di classe d'accesso, inverando in maniera pressocché letterale il concetto di neolingua orwelliana. La sinistra avrebbe dovuto respingere con fermezza questo moralismo formale, conscia che la vera liberazione non impone giuramenti semantici, ma garantisce agibilità reale e materiale. Altro punto fondamentale: il capitalismo woke agisce precisamente attraverso la sostituzione dei bisogni materiali con i desideri indotti. Il mercato neoliberista non difende i diritti, li converte in merci e nicchie di consumo (rainbow capitalism). Atomizzando la società in un'infinita serie di identità isolate e prive di legame di classe, il capitale spinge l'individuo a cercare la propria liberazione nell'acquisto di un prodotto o nell'adesione a un simbolo formale, lasciando intatti i rapporti di produzione e lo sfruttamento. Se l’analisi si fermasse qui, avrebbe forse ragione chi definisce i diritti civili - erroneamente intesi come insieme di cultura, semantica e sovrastruttura - come secondari o comunque subordinati a quelli sociali? Cominciamo dunque ad intravedere una questione di metodo fondamentale, ovvero quella di capire quale strumento utilizzare per stabilire l’eventuale preminenza di un set di diritti sull’altro. Per uscire da questa impasse, il metodo marxista ci impone di rifiutare la falsa contrapposizione tra “questione sociale” e “questione civile” attraverso il seguente movimento dialettico: Tesi (Astratto positivo): la priorità sostanzialmente esclusiva della struttura economica, che sottolinea lo sfruttamento dell'essere umano come pura forza lavoro, sminuendo le specifiche forme di oppressione di genere o personali. Antitesi (Negativo razionale): la focalizzazione prioritaria - se non esclusiva - sui diritti identitari, in cui si incastra la cooptazione neoliberista, che trascura però le basi materiali della disuguaglianza. Sintesi (Positivo razionale): l’Uomo Intero, ovvero la comprensione che il lavoratore - o meglio l’essere umano - non è un'astrazione contabile, ma un soggetto concreto, integrato nella fitta rete dei rapporti sociali, nella sua classe e nella sua complessa corporeità ed esistenza personale.    Va sottolineato che questa sintesi è possibile solo superando il determinismo economicista rozzo. Come insegnava Engels, il rapporto tra struttura economica e sovrastruttura culturale non è una linea retta unidirezionale, ma una relazione genuinamente dialettica. Se l'economia determina l'impianto in ultima istanza, le conquiste giuridiche e culturali esercitano un'azione di ritorno (una retroazione) sulla materia sociale. Le tutele personali e la protezione dalle discriminazioni non sono vezzi sovrastrutturali: modificano i rapporti di forza concreti e determinano il grado di agibilità politica del lavoratore. Scrive Engels F. Engels nella sua Lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890: Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me. Se ora qualcuno travisa le cose, affermando che il fattore economico sarebbe l’unico fattore determinante, egli trasforma quella proposizione in una frase vuota, astratta, assurda. La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i suoi risultati, le costituzioni promulgate dalla classe vittoriosa dopo aver vinto la battaglia, ecc., le forme giuridiche, e persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi partecipano, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le concezioni religiose e la loro evoluzione ulteriore sino a costituire un sistema di dogmi – esercitano pure la loro influenza sul corso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano la forma in modo preponderante. Vi è azione e reazione reciproca di tutti questi fattori, ed è attraverso di essi che il movimento economico finisce per affermarsi come elemento necessario in mezzo alla massa infinita di cose accidentali (cioè di cose e di avvenimenti il cui legame intimo reciproco è cosí lontano e cosí difficile a dimostrarsi, che possiamo considerarlo come non esistente, che possiamo trascurarlo). Se non fosse cosí, l’applicazione della teoria a un periodo qualsiasi della storia sarebbe piú facile che la soluzione d’una semplice equazione di primo grado. Un altro punto da tener sempre ben presente è la visione profondamente umanista di Marx, per cui la fredda analisi scientifica dei modi di produzione e dei rapporti sociali che ne derivano è sostanzialmente uno strumento volto a conseguire quello che per lui è il vero scopo del comunismo, ovvero la liberazione completa dell’essere umano in quanto essere sociale. Richiamando la lezione dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, il vero obiettivo del materialismo storico non è il semplice adeguamento salariale all'interno dello status quo e neppure l’abolizione delle classi e del lavoro salariato in quanto tali, ma attraverso questi mezzi il conseguimento della liberazione dell’essere umano da tutte le condizioni alienanti che lo opprimono. L'oppressione economica dunque si intreccia con l'alienazione sociale e personale. Separare la lotta allo sfruttamento dalla difesa della dignità umana significherebbe mutilare l'idea stessa di emancipazione, riducendo la teoria rivoluzionaria a grigio e gretto economicismo. Concludendo, riteniamo che la mutazione della base sociale della sinistra e il suo allontanamento dalle periferie-come giustamente ricordato da Pondrelli-non sono l'effetto collaterale della difesa dell'autodeterminazione, ma il risultato di decenni di subalternità alle politiche economiche liberiste. Le classi popolari non chiedono meno tutele personali o meno rispetto per la persona, ma più protezione sociale ed economica. La risposta alla questione diritti sociali/diritti civili non è dunque, a nostro avviso, il rifugio in un conservatorismo etico di ritorno e neppure la “messa tra parentesi” dei diritti civili in attesa di vincere la lotta per i diritti sociali, ma piuttosto la ricomposizione dell'unità indissolubile tra il pane e le rose: restituire ai diritti la loro sostanza materiale e ricongiungere la lotta di classe con la liberazione integrale dell'Uomo Intero.

Economia e Scienza

30 Agosto 2026|Di: Giorgio Brera

Leggere in successione i quattro volumi dedicati alla Noonomia , pubblicati in Italia da Sandro Teti Editore, significa seguire da vicino la costruzione, passo dopo passo, di un vero e proprio programma di ricerca — e va detto subito, con gratitudine: è un merito non piccolo di questa casa editrice aver reso disponibile al pubblico italiano un'opera così ambiziosa, curandone la pubblicazione con continuità e attenzione nell'arco di più volumi. Non siamo di fronte a…

Leggi >>

26 Agosto 2026|Di: Alessandro Volpi

Intesa San Paolo ha realizzato utili nel 2023 per 7,7 miliardi, nel 2024 per 8,5, nel 2025 per 8,6 e nei primi sei mesi del 2026 per 5,6, record assoluto nella sua storia. In pratica più di 30 miliardi di euro in tre anni e mezzo. Simil risultati sono stati realizzati principalmente in 2 modi: con le commissioni fatte pagare ai clienti, con la vendita di prodotti finanziari-assicurativi e con la differenza tra interessi pagati…

Leggi >>

Interventi/Interviste

Il “bloqueo” contro Cuba

10 Settembre 2026 | A cura di: Redazione

Cavallo di Fuoco riceve dall’Ambasciata di Cuba, e pubblica, il testo integrale della conferenza stampa sul “Rapporto sugli effetti del blocco Usa” che il Ministro degli Affari Esteri di Cuba, Bruno Rodriguez Parrilla, ha tenuto a L’Avana lo scorso 7 settembre 2026. Moderatrice: Un saluto a tutti i colleghi della stampa nazionale e della stampa estera accreditata nel Paese. Oggi si tiene la conferenza stampa del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, per presentare il rapporto sull’impatto del blocco degli Stati Uniti contro il nostro Paese. Ministro, in sala sono presenti 47 corrispondenti di 25 organi di stampa di 12 Paesi. Un saluto anche ai telespettatori e agli utenti di Internet. La conferenza viene trasmessa in diretta dalla televisione cubana, dalla radio cubana e sulle piattaforme digitali del Ministero degli Affari Esteri e della Presidenza. A Lei la parola. Ministro: Sì, molte grazie. Vi saluto e apprezzo profondamente il fatto che condividiate questo momento con noi. Il rapporto che tradizionalmente la Repubblica di Cuba presenta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, su sua richiesta, fornisce informazioni rigorose sui danni economici, commerciali e finanziari causati dal blocco del governo degli Stati Uniti contro Cuba. In questa occasione desidero porre l’accento sul suo enorme impatto sulle persone, sulle famiglie cubane e, in definitiva, su tutto il nostro popolo, perché il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo in ogni suo ambito. È un atto di punizione collettiva. Lo si vede nei lunghi mesi trascorsi con appena due o tre ore di elettricità al giorno, o anche meno; negli alimenti che vanno a male; nel caldo che non lascia dormire; nei genitori che fanno aria ai propri neonati; nei bambini che svolgono i compiti scolastici nella penombra; nei giovani senza connessione a Internet o senza possibilità di svago; negli anziani senza televisione e, a volte, persino senza radio. Tutta la vita familiare ne risulta danneggiata. L’Ordine Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti del 29 gennaio ha decretato il blocco dei combustibili, impedendone le forniture persino quando sono già state pagate, attraverso la minaccia di sanzioni; intimidisce e perseguita le compagnie proprietarie delle petroliere, minaccia le compagnie di navigazione e vieta loro di trasportare perfino parti e componenti destinati alle centrali termoelettriche o agli impianti fotovoltaici. Una petroliera con 100.000 tonnellate di greggio consentirebbe di ridurre drasticamente i blackout per circa due settimane. Se potessimo importare olio combustibile e diesel per i gruppi elettrogeni, per i motori e i generatori della cosiddetta generazione distribuita, i blackout potrebbero essere ridotti al minimo, ma il blocco dei combustibili ne impedisce l’importazione. Abbiamo accelerato la trasformazione del mix energetico puntando sull’energia solare. Ora si minacciano le compagnie di navigazione affinché non trasportino neppure pannelli solari e batterie destinati ai nuovi parchi fotovoltaici, che abbiamo imparato a installare in appena 45 giorni. La punizione si manifesta anche nelle settimane senza approvvigionamento idrico. Una fonte di approvvigionamento d’acqua funziona grazie a sistemi di motori elettrici che, ovviamente, si fermano durante un blackout. Anche una breve interruzione dell’elettricità li disconnette e sono poi necessarie diverse ore per ripristinare la pressione dell’acqua nelle condutture. Lo stesso accade con gli impianti di pompaggio, le stazioni di rilancio e i sistemi di rilancio della pressione nelle condotte. Questi sistemi sono protetti da gruppi elettrogeni, che però funzionano anch’essi con fuel oil o diesel che non ci viene consentito importare. Il blocco ci priva di risorse. Non ci consente neppure di importare parti e componenti per questi gruppi elettrogeni. Ciononostante, lavoriamo intensamente per mobilitare i gruppi elettrogeni ancora in grado di funzionare e per garantire energia fotovoltaica ai sistemi di approvvigionamento idrico. Il blocco energetico colpisce i neonati la cui sopravvivenza dipende dal funzionamento stabile di un’apparecchiatura medica, come per esempio un’incubatrice. E durante un blackout, quando il gruppo elettrogeno dell’ospedale smette di funzionare, i medici devono salvarli ricorrendo a tecniche manuali, ad esempio per sostituire la ventilazione assistita. Lo stesso vale per le persone in attesa di un intervento chirurgico, tra cui anche bambini. E sanno che il gruppo elettrogeno che garantisce il funzionamento della sala operatoria dipende anch’esso da un generatore che può avere problemi o trovarsi senza combustibile, o che dispone appena del combustibile necessario per continuare a funzionare. Si sono verificati episodi drammatici in cui è stato necessario portare a termine interventi chirurgici importanti con l’illuminazione di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei telefoni cellulari del personale medico. Le persone in attesa di un intervento chirurgico sanno che questo servizio è limitato proprio dalla mancanza di elettricità, dovuta soprattutto alla carenza di combustibile. È stato compiuto un grande sforzo, con risultati incoraggianti, per dotare di sistemi fotovoltaici gli ospedali, i policlinici e altri centri sanitari. Il blocco colpisce chi ha un malato in casa e incontra difficoltà a trasportarlo in ospedale, oppure chi ha un familiare che necessita di emodialisi e conosce le limitazioni, dovute alla mancanza di combustibile, del servizio di ambulanze e di altri servizi analogamente colpiti. Nonostante tutto, sono state acquistate ambulanze, viene garantito per esse un minimo di combustibile e viene assicurato il trasporto dei pazienti che necessitano di emodialisi. Soffrono i genitori o i familiari che cercano con angoscia un farmaco indispensabile che potrebbe trovarsi in uno degli oltre 7.000 container ai quali le minacce del governo degli Stati Uniti contro le compagnie di navigazione impediscono di arrivare sull’isola, oppure che viene prodotto a Cuba ma le cui materie prime o forniture si trovano in uno di quei container. I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da 4 ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. Sono bambini, non numeri. Sono morti che non avrebbero dovuto verificarsi e che sono avvenute perché Cuba e il suo solido ed efficace sistema sanitario pubblico sono stati privati di risorse che spettano loro legittimamente. Parliamo, per esempio, del sistema che deve assistere una donna incinta, curare un bambino malato e prestare assistenza a chi arriva al pronto soccorso. La sanità ha bisogno di risorse; i pazienti hanno bisogno di ricevere tempestivamente le cure che l’assedio energetico e le misure contro le compagnie di navigazione impediscono di far arrivare a Cuba. La crudeltà della punizione collettiva si manifesta nelle migliaia e migliaia di cubane e cubani che ogni giorno devono affrontare enormi difficoltà per raggiungere il posto di lavoro a causa della mancanza di trasporto pubblico, perché il parco veicoli è praticamente paralizzato per mancanza di combustibile. Bambini, adolescenti e insegnanti devono spesso percorrere a piedi lunghe distanze per raggiungere le scuole, ma abbiamo acquistato e stiamo assemblando motocicli, tricicli e veicoli elettrici. Nonostante tutti questi danni, Cuba è riuscita nell’impresa di avviare l’attuale anno scolastico per i propri bambini con maggiori garanzie e migliori condizioni, in termini di universalità, equità e qualità, rispetto a quelle assicurate da Paesi latinoamericani o dagli stessi Stati Uniti nelle comunità a basso reddito. Anche nelle condizioni estreme che la nostra economia sta affrontando, viene garantito ogni anno il finanziamento indispensabile per l’istruzione speciale dei bambini e dei giovani con disabilità uditive, psicomotorie o intellettive. Per una famiglia, quel finanziamento significa opportunità affinché il proprio figlio possa imparare, comunicare e partecipare. Il suo futuro vale più di una cifra in un bilancio statistico. La riduzione dei redditi reali e l’aumento del costo della vita per le famiglie cubane, conseguenza dell’inasprimento ancora più estremo del blocco con l’Ordine Esecutivo del 1º maggio, provocano enormi sofferenze e angosce. Il blocco dei combustibili e le minacce contro le compagnie di navigazione provocano blackout, impediscono l’approvvigionamento idrico e colpiscono tutti i servizi alla popolazione. L’ostilità e l’aggressione investono ogni ambito della vita. Non si tratta di “danni collaterali”, espressione anch’essa inaccettabile, della guerra criminale degli Stati Uniti contro Cuba. Sono le vittime di un disegno aggressivo, di un piano freddamente calcolato. Questo è l’obiettivo delle misure che vengono applicate. È una punizione collettiva contro i cubani per perseguire obiettivi politici. Il blocco punisce. Noi vogliamo vivere in pace. Punisce tutte le famiglie. Vogliamo che ci lascino in pace. Il Presidente Donald Trump, l’8 gennaio 2026, rispondendo a una domanda sulla politica del suo governo nei confronti di Cuba, dichiarò, e cito: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto». Il Segretario di Stato, che mentiva sistematicamente sostenendo che il blocco dei combustibili non esistesse, il 7 agosto dichiarò, e cito: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all’assedio, noi semplicemente lo blocchiamo». È lo stesso sentimento spietato e lo stesso spirito distruttivo che stanno dietro al genocidio perpetrato a Gaza. A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch’esso. Ormai il governo degli Stati Uniti non riesce più a confondere né a disorientare. All’interno di quel Paese cresce la consapevolezza dell’abuso e aumentano le voci che ne chiedono l’immediata cessazione. Il 27 e 28 ottobre prossimi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a esaminare il punto all’ordine del giorno intitolato «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Nonostante le straordinarie pressioni e intimidazioni esercitate dal governo degli Stati Uniti, dal suo Dipartimento di Stato, dalle sue ambasciate e missioni diplomatiche sugli Stati membri, il nostro popolo confida nel sostegno schiacciante della comunità internazionale alla richiesta di porre fine al blocco nella votazione che si terrà mercoledì 28 ottobre, intorno a mezzogiorno. Il rapporto che presentiamo oggi, e che avete a disposizione nella sua versione integrale, comprende i danni causati dalla guerra economica contro Cuba tra marzo 2025 e febbraio 2026. Raccoglie esempi eloquenti, testimonianze strazianti e dati inconfutabili sui suoi effetti sulla nostra economia, sui diritti umani e sulla vita quotidiana delle persone. Dietro ogni cifra c’è un volto umano; dietro ogni misura del blocco c’è una tragedia o un dramma familiare. I danni causati dal blocco tra il 1º marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 sono stimati in 8 miliardi e 83 milioni di dollari. È una cifra record, superiore al record dello scorso anno. In questo periodo, i danni causati dal blocco sono aumentati del 7% rispetto al livello record registrato un anno fa. I danni accumulati in questi decenni di applicazione del blocco ammontano a 178,700 milioni di dollari a prezzi correnti. È un altro record, superiore del 4,7% rispetto a quanto precedentemente comunicato. Il rapporto stima che, in assenza del blocco, nel 2025 il PIL di Cuba a prezzi correnti sarebbe cresciuto in misura significativa. Questa stima riflette le opportunità perdute di rilancio del settore produttivo, delle nostre capacità di esportazione, di ripresa della nostra economia e delle possibilità di sviluppo sociale, proprio per effetto diretto della punizione collettiva. Essa provoca inoltre una riduzione della capacità del nostro governo di continuare a sviluppare e perfezionare le politiche sociali che fanno parte del nostro modello economico e sociale. Il rapporto illustra, con dati e ampie spiegazioni, l’impatto esteso, complessivo, trasversale e profondo del blocco energetico in tutti gli ambiti della vita nazionale. Questa è una realtà che nessuno, se minimamente informato o semplicemente onesto, può affermare di ignorare. Bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe in qualsiasi altro Paese che avesse dovuto affrontare per oltre otto mesi un assedio energetico assoluto, equivalente a un blocco navale, che secondo il diritto internazionale costituisce un atto di guerra. Quale Paese, in simili condizioni, sarebbe in grado di mantenere la pace, il consenso sociale, la stabilità, la partecipazione dei cittadini alla soluzione delle difficoltà e la sicurezza pubblica? Di fronte a questa crudele sfida, Cuba lavora instancabilmente. Non si lascerà mai sconfiggere. Oggi affronta con enormi sforzi le necessità più urgenti della popolazione. Mantiene e intende migliorare le politiche sociali come massima priorità, senza lasciare nessuno privo di protezione. Procederemo rapidamente e con determinazione nell’applicazione dei cambiamenti economici e sociali recentemente approvati dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che auspichiamo producano primi risultati nel breve periodo e consentano di migliorare le condizioni di benessere della nostra popolazione. È necessario ricordare il disegno originale della politica dei governi degli Stati Uniti contro Cuba, contenuto in quell’infame memorandum interno del 1960 del Sottosegretario di Stato Lester Mallory, che afferma, e cito: «Impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, privarla di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». L’attuale politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba configura e integra gli estremi di un atto di genocidio secondo le convenzioni internazionali; riproduce quegli obiettivi e mira a provocare una catastrofe come quella dell’olocausto subito dal popolo cubano nell’ultimo decennio del XIX secolo. Ogni giorno vengono rilasciate dichiarazioni terribili, non soltanto da funzionari governativi, ma anche da parlamentari ferocemente anticubani, da esponenti neofascisti ed estremamente conservatori della politica statunitense, dagli eredi degli aguzzini e dei ladri che si arricchirono durante la dittatura di Fulgencio Batista, da coloro che ritengono che la soluzione per Cuba sia la tutela degli Stati Uniti o da quanti pretendono di consegnare Cuba alle peggiori forze di Miami, che hanno sempre vissuto dell’industria anticubana. Sono i politici che invocano la violenza, che proteggono azioni terroristiche, che istigano alla destabilizzazione di Cuba e che sollecitano continuamente il Presidente degli Stati Uniti a compiere un’aggressione militare diretta contro il nostro popolo. Chiudere tutte le vie d’uscita economiche di un Paese significa soffocare un’intera popolazione e tentare, attraverso questo obiettivo, di provocare una crisi umanitaria mediante la punizione collettiva. Non ci sarà una crisi umanitaria a Cuba perché il nostro popolo è profondamente solidale, comprende e possiede un’elevata consapevolezza delle cause dei problemi e delle sofferenze che affrontiamo, si mobilita collettivamente in stretta unità ed è protagonista dei cambiamenti che stiamo introducendo per rispondere ai problemi del passato e alla durissima congiuntura attuale, attraverso un aggiornamento e cambiamenti del nostro modello economico, sempre anche sociale, orientato alla giustizia sociale, all’uguaglianza delle opportunità e alla dignità delle cubane e dei cubani. Non si tratta di un attacco contro un governo con il quale il vicino del Nord ha divergenze politiche; non è in alcun modo un atto di legittima difesa della principale potenza militare, nucleare, tecnologica ed economica del pianeta; non tutela alcun interesse nazionale né dei cittadini né degli imprenditori statunitensi; non rappresenta né risponde alla volontà, ai sentimenti o agli interessi dei contribuenti e degli elettori di quel Paese. Non risponde neppure, in alcun modo, ai sentimenti e agli interessi dell’immensa maggioranza dei cubani residenti all’estero, in particolare di quelli che vivono negli Stati Uniti, né dei loro discendenti, che desiderano il meglio per le loro famiglie, per la loro nazione, per la loro patria. Con queste politiche genocidarie, il governo degli Stati Uniti non reagisce ad alcuna minaccia insolita e straordinaria; eppure entrambi gli Ordini Esecutivi del 29 gennaio e del 1º maggio si fondano su questa incredibile calunnia. Non reagisce in alcun modo ad alcuna minaccia reale. Cuba non è una minaccia, il blocco sì. Cuba non è in alcun modo una minaccia. Siamo un Paese di pace, vogliamo e meritiamo la pace. In sintonia con la posizione largamente maggioritaria della comunità internazionale, lo ribadisco ora e lo ribadiremo alle Nazioni Unite: ponete fine una volta per tutte al blocco. Lasciateci vivere in pace. Moderatrice: Sì, Ministro, abbiamo ricevuto richieste di intervento da parte di tre organi di stampa presenti in sala. La televisione cubana, il Canale Cubano di Notizie. Per favore, si presenti. Giornalista: Roxana Arián, del Canale Cubano di Notizie. Il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato in diverse occasioni che il suo governo ha stanziato 100 milioni di dollari in aiuti umanitari per il nostro Paese e che Cuba li avrebbe rifiutati. Può dirci quale sia la realtà riguardo a questi fondi e quale somma di denaro sia effettivamente arrivata nel nostro Paese? Ministro: Mentono continuamente. L’offerta dei presunti 100 milioni di dollari in aiuti umanitari a Cuba fu resa pubblica, in maniera insolita, presso la Santa Sede, quando non ne erano a conoscenza né le Chiese cubane né il nostro governo. Va ricordato che, dopo che il nostro governo aveva accettato e agevolato un aiuto umanitario di 3 milioni di dollari, la cui attuazione si è protratta molto nel tempo, in risposta ai danni causati dall’uragano Melissa, era stata formulata un’offerta di ulteriori 9 milioni di dollari. Una qualche oscura aritmetica del Dipartimento di Stato ridusse immediatamente questa cifra a 6 milioni di dollari, accettati da istituzioni religiose internazionali altamente riconosciute dalle Chiese a Cuba e dal nostro governo. Di quei 9 milioni, diventati poi 6, è stato effettivamente erogato poco più di un milione. Posso dire che, per quanto riguarda quell’offerta di 100 milioni di dollari, rispetto alla quale in un determinato momento fonti credibili avevano affermato che sarebbero stati esclusi medicinali e alimenti, mentre altre avevano riferito che l’attuazione sarebbe stata rinviata fino alla fine dell’anno, posso informare che è stato effettuato l’invio di un pacco di generi alimentari e prodotti per l’igiene destinato a 700 famiglie cubane. Probabilmente hanno calcolato i prezzi secondo altri tassi, immagino, perché è difficile pensare che 700 pacchi destinati ad altrettante famiglie costino i 91.000 dollari che sostengono siano stati spesi. Invito ancora una volta il governo degli Stati Uniti, e in particolare il Dipartimento di Stato, a dire quando inizierà concretamente l’erogazione di questi aiuti umanitari, se comprenderanno medicinali e alimenti, che costituiscono una vera priorità per il nostro popolo, e perché la loro attuazione richieda tanti mesi. Quando inizierà e, soprattutto, quando terminerà? Naturalmente Cuba accetta sempre qualsiasi aiuto umanitario offerto da qualunque parte del pianeta, nel rispetto delle prassi internazionali e delle norme di cooperazione e assistenza umanitaria riconosciute dalle Nazioni Unite, che escludono sempre e completamente qualsiasi condizionamento o manipolazione politica, perché nessuno deve trarre profitto politico dal bisogno o dalla sofferenza, e che escludono naturalmente anche qualsiasi formula lesiva della sovranità nazionale. Posso dire che il governo cubano è in stretto contatto con le Chiese cubane che parteciperanno alla distribuzione di questi aiuti e fornirà loro tutto il sostegno necessario affinché tale distribuzione sia rapida ed efficace. Spero che il Dipartimento di Stato faccia qualcosa. Moderatrice: Abbiamo anche una domanda dell’agenzia AP. Giornalista: Buongiorno, o buonasera, Ministro. Andrea Rodríguez, dell’agenzia di stampa AP. Signor Ministro, nelle ultime settimane abbiamo sentito parlare moltissimo di colloqui, dialoghi: sì, no, ci siamo incontrati, non ci siamo incontrati. Potrebbe dirci ufficialmente ed esattamente a che punto si trovano questi colloqui con gli Stati Uniti, ammesso che siano reali? Esiste un’agenda o quale sarebbe la tabella di marcia per sbloccare questa situazione che dura ormai da molti mesi? A questo proposito, vorrei anche sapere se le autorità statunitensi vi abbiano fatto pervenire qualche tipo di commento sulle 176 misure, sull’approvazione delle 176 misure, alcune delle quali prevedono aperture nella stessa direzione — al di là delle motivazioni che Cuba possa avere — delle richieste statunitensi di una maggiore apertura. E una precisazione, mi scusi. Lei ha appena parlato di circa 8 miliardi di dollari di perdite in un anno, ma il periodo considerato arriva fino a febbraio. Vale a dire che comprende soltanto un mese dell’attuale assedio energetico. Quanti milioni di dollari aggiungerebbe e quale sarebbe la proporzione corrispondente a questi sei mesi, che sono stati i più drammatici e quelli in cui si è maggiormente intensificato l’assedio energetico e finanziario che Cuba sta vivendo? Grazie. Ministro: Come è stato detto, vi sono stati colloqui con il Dipartimento di Stato. Le comunicazioni in questo senso proseguono. Tali colloqui non mostrano avanzamenti né progressi, a causa della mancanza di volontà del governo degli Stati Uniti. Cuba ribadisce di essere disposta a proseguire tali colloqui sulla base del diritto internazionale, senza precondizioni, nel rispetto dell’uguaglianza sovrana e in condizioni di assoluta parità, sulla base del rispetto reciproco e del beneficio reciproco per i nostri popoli, senza ingerenze nei nostri affari interni. Non vi sono state e non vi sono in questo momento negoziazioni, né esistono agende o tabelle di marcia. Posso dire che manteniamo la disponibilità a proseguire questi contatti, nonostante la mancanza di progressi. Non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale del governo degli Stati Uniti sui cambiamenti economici e sociali recentemente decisi dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Non vi sono state dichiarazioni di questo tipo e, a dire il vero, non ve n’è alcun bisogno, perché tali cambiamenti riguardano l’esercizio delle prerogative sovrane della Repubblica di Cuba, che risiedono in maniera inalienabile ed esclusiva nel popolo cubano. Riceviamo invece costantemente segnali e domande da ampi settori della società statunitense, da singole persone, da cubani residenti in quel Paese, da imprenditori e aziende, uomini e donne d’affari, persone di buona volontà, membri del Congresso degli Stati Uniti e politici di diversi Stati, profondamente interessati a conoscere meglio e a capire come poter cogliere le opportunità che si aprono per ampliare i rapporti commerciali, di cooperazione e di investimento. E soprattutto mettono a confronto l’ampiezza di queste trasformazioni con l’inasprimento dell’assedio energetico e della persecuzione contro le compagnie di navigazione che trasportano forniture a Cuba. E ci chiedono come potrebbero farlo in simili circostanze. Ci colpisce che ci chiedano sistematicamente che cosa contengano gli oltre 7.000 container, se tali container siano già stati pagati, se siano oggetto di rapporti contrattuali e di contratti firmati con compagnie di navigazione internazionali e quali siano gli enti cubani che hanno commissionato quelle merci. E rimangono sorpresi quando diciamo loro che la maggior parte di questi carichi è stata commissionata da piccole e medie imprese private cubane; che la maggior parte delle merci consiste in alimenti, medicinali e dispositivi medici; e che, ovviamente, si tratta di merci precedentemente ordinate e pagate secondo le regole universalmente accettate del commercio internazionale. Ed è questa politica di strangolamento energetico, impropria di una situazione di pace perché costituisce un atto di guerra, a colpire la libertà di commercio e la libertà di navigazione. E il terzo elemento? Il calcolo che ho presentato qui è un calcolo rigoroso, basato su una metodologia conforme agli standard internazionali, che diversi anni fa fu sottoposta a verifica da una commissione del Congresso degli Stati Uniti, la quale la dichiarò conforme alle pratiche contabili internazionali e metodologicamente rigorosa. Questa cifra non comprende i danni causati dall’assedio energetico né quelli derivanti dalle sanzioni secondarie, poiché gli effetti dell’Ordine del 29 gennaio cominciarono a manifestarsi già dalla settimana successiva. Pertanto, cercheremo di chiudere quanto prima le statistiche relative a quest’anno, ma ci atteniamo alla rigorosa metodologia stabilita dagli organismi cubani competenti in materia di statistica economica e alla metodologia prevista dalla risoluzione dell’Assemblea Generale, che chiede al Segretario Generale di riferire sullo stato di attuazione della risoluzione — o, potremmo dire, sul suo mancato rispetto — e gli richiede informazioni su questi aspetti. Non abbiamo voluto modificare tale metodologia, ma posso anticipare che i danni di questi mesi sono molte volte superiori a quelli registrati nel periodo precedente. Moderatrice: Ministro, un’ultima domanda da Alma Plus. Giornalista: Grazie. Nora Becerril di Alma Plus TV. I recenti Ordini Esecutivi emanati da Washington definiscono Cuba una minaccia alla sicurezza nazionale e, inoltre, inaspriscono l’assedio energetico, come si è detto nel rapporto. Come risponde Cuba a questa definizione? Come risponde a tutto ciò? E quanto considerate reale la minaccia di un’azione militare diretta? Ministro: Mentono, mentono continuamente. Per questo la politica di aggressione e di blocco contro Cuba provoca un isolamento e un discredito internazionali così profondi per il governo degli Stati Uniti. Se non fosse una minaccia reale, se non fosse una minaccia all’esistenza di Cuba — cosa che noi prendiamo sempre molto sul serio —, se non fosse una minaccia che non si basa soltanto sulla retorica, ma anche sulle testimonianze di numerose fonti autorevoli, analisti ed enti non governativi statunitensi che presentano prove del fatto che il governo degli Stati Uniti sta compiendo reali preparativi militari; quando si ascoltano il Presidente, il Segretario di Stato o, molto recentemente, il Segretario alla Guerra affermare che un’aggressione militare diretta contro Cuba rientra tra le opzioni sul tavolo del Presidente degli Stati Uniti, è evidente che tale minaccia debba essere presa sul serio. E ciò alla luce dell’esperienza di Cuba in materia e dell’esperienza di tutti coloro che, nel pianeta, hanno subito e continuano oggi a subire non soltanto la distruzione dell’ordine internazionale, ma anche la proliferazione di aggressioni che vanno oltre le misure coercitive unilaterali, nonché il moltiplicarsi dei conflitti e delle guerre che il governo degli Stati Uniti ha combattuto o combatte ancora oggi. Pertanto, il nostro popolo e il nostro Stato prendono molto seriamente queste minacce e si preparano a difendere con determinazione, fino in fondo, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale. Ma anche se non si trattasse di una minaccia di tale portata, e benché speriamo che essa non si concretizzi mai, perché provocherebbe un vero bagno di sangue, perché causerebbe perdite di vite non soltanto tra le cubane e i cubani, ma anche tra giovani statunitensi che verrebbero mandati a combattere una guerra che non vogliono, che non appartiene loro e che non risponde al benché minimo interesse nazionale né dei cittadini né del popolo statunitense. Ed è chiaro che difenderemo, con la stessa determinazione dimostrata in passato, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale. Allo stesso tempo, però, il nostro Stato e il nostro governo lavorano attivamente nell’ambito delle nostre politiche economiche e sociali per rispondere ai problemi strutturali della nostra economia, ai problemi accumulati negli ultimi decenni e all’effetto di strangolamento provocato oggi dall’assedio energetico che, lo ripeto, equivale a un blocco navale e costituisce un atto di guerra. Il nostro popolo è quindi oggi impegnato con il massimo sforzo ad affrontare le difficoltà e a risolverle attraverso la partecipazione e il contributo di tutti. Moderatrice: Molte grazie. Grazie davvero. Con questo si conclude la conferenza stampa. (Traduzione non ufficiale a cura di ANAIC e EmbaCuba-Italia)

MULTIMEDIA