BRICS. Scacco matto. Ultima scelta vivere o morire

Recensione del saggio di Margherita Furlan

BRICS. Scacco matto. Ultima scelta vivere o morire

A cura di: Sergio Leoni

Dottore in Lettere e Filologia; della redazione di “Futura Società” e di “Cavallo di Fuoco”

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“BRICS. Scacco Matto – Ultima scelta vivere o morire”, di Margherita Furlan (giornalista, scrittrice, direttore editoriale de La Casa del Sole TV, tv che tratta di geopolitica): dalla lettura di questo prezioso libro, agevole per quanto riguarda la lettura e insieme denso di “informazioni” di ogni genere rispetto ad una realtà credo sostanzialmente ignorata dall’opinione pubblica del cosiddetto e sedicente campo “occidentale”, quello che da subito emerge, frutto dell’esperienza concreta di ognuno di noi, è appunto la discrasia, o per dirla in termini più brutali, la pressoché totale ignoranza, da parte quantomeno di soggetti non abituati al linguaggio della politica internazionale, di quella che oggi è ormai una realtà consolidata e destinata ad un ruolo importante, e forse più che decisivo, nello scacchiere politico mondiale dei prossimi anni: i BRICS (acronimo che ha significato, nella sua fase iniziale, l’unione in un organismo internazionale antagonista al campo occidentale e segnatamente all’egemonia del dollaro di: Brasile, Russia, India, Cina e, in un secondo momento, Sudafrica).

È difficile, in quello che vuole essere sostanzialmente, piuttosto che una recensione, un più modesto invito alla lettura di un testo che guarda non solo al di là della situazione politica contingente, ma prefigura scenari complessi, sfide di portata straordinaria, riassumere in poche righe il nocciolo, il senso di un libro che unisce la descrizione e l’analisi di una realtà, quella mondiale, in questo scorcio di tempo estremamente complessa. E dunque sarebbe poco utile descrivere passo dopo passo, o sintetizzare (che è comunque peggio), le tesi qui esposte; piuttosto conviene “servirsi” di questo libro come di una sorta di vademecum, una mappa con cui orientarsi in una realtà che, nel marasma delle fake news e della disinformazione sistematica, appare sempre di più come qualcosa di inafferrabile.
Non è esagerato affermare che qui, in questa parte di mondo che sembra aver smarrito la stessa consapevolezza di sé stessa, pochi sanno cosa siano realmente i BRICS. Constatazione che certo non dimostra una qualche irrilevanza di questa realtà economica e politica “altra”, ma piuttosto la triste presa d’atto che l’informazione, il mainstream, che si pretende unico e veritiero interprete reale della realtà, sposa invece il silenzio, quando non apertamente la menzogna, con una sistematicità in fondo neanche sorprendente.
La nascita “ufficiale” di questo nuovo soggetto politico ed economico la si può datare al 2009 come BRIC e al 2011 (con l’adesione del Sudafrica) come BRICS. Dal 2024 si parla di BRICS+, con l’ingresso di altri Stati, tra cui Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti.
È noto che il termine sia stato usato (o più precisamente “coniato”) nel 2001 dall’economista americano Jim O’Neill di Goldman Sachs per indicare le quattro economie emergenti e più promettenti. Successive tappe, incontri tra ministri dell’economia o alti dirigenti in prima persona dei diversi Stati, un lavoro costante e in qualche modo sottotraccia, soprattutto per quella sorta di congiura del silenzio che ha unito nel corso degli anni i mezzi di informazione nostrani, hanno condotto all’assetto attuale.
Più precisamente, dal 22 al 24 ottobre 2024 nella città di Kazan, capitale della repubblica del Tatarstan “si sono riunite le delegazioni di trentasei paesi (…). Tredici paesi sono stai invitati a prender parte all’organizzazione in qualità di membri “partner”: Algeria, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Indonesia, Malesia, Nigeria, Thailandia, Turchia, Vietnam, Uganda e Uzbekistan. Il primo gennaio 2025 nove tra questi hanno fatto ufficialmente ingresso nella nuova categoria, accettando formalmente la proposta, ricevuta sotto la presidenza russa, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Indonesia, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda, Uzbekistan.”
L’Autrice, ha partecipato a quell’avvenimento in prima persona e ad esso è dedicato il primo capitolo del suo libro.

Scrive Margherita Furlan, in un capitolo del libro intitolato, significativamente, “L’Idra, questa sconosciuta”: “Nel cosiddetto Occidente collettivo, in cui divampano insieme crisi economica, finanziaria, sociale, culturale, politica, militare, umana, il neoliberalismo non è soltanto una tecnica di governo dell’economia, ma anche un complesso sistema di pensiero che incorpora una visione di cos’è e cosa deve essere anzitutto la società e di come e da chi deve essere gestito il potere”.
E aggiunge qualche riga più sotto: “La teoria neoliberista ritiene infatti che per conseguire un potere realmente efficace è necessario “imporre” (il corsivo è mio) un apparato concettuale che venga percepito dalla maggioranza della popolazione come ovvio, naturale, indiscutibile”.
Una fotografia, verrebbe da dire, non sfocata della realtà in cui, pervasivamente, siamo immersi in questa parte di mondo che peraltro, passo dopo passo e inesorabilmente sta perdendo quella centralità che ne aveva caratterizzato, in tempi calcolabili in secoli, la percezione della realtà.
È appena il caso di ricordare come, dell’estremo oriente, e della Cina in particolare, l’Europa, che si sentiva il centro del mondo, ha ignorato la profondità, la forza, la cultura di una civiltà millenaria che l’ha preceduta di secoli in molti campi del sapere e in genere della tecnica, salvo “scoprirla” attraverso la lettura di un diario di viaggio di un incredulo mercante, Marco Polo, e dal più sorvegliato viaggiatore e missionario, il gesuita Matteo Ricci da Macerata cui oggi si intitola un palazzo della Regione Marche, per giunta con il nome con cui veniva chiamato in Cina.
Del resto, scrive nella prefazione al libro Roberto Quaglia, ai tempi dell’Impero romano fu tra gli altro Velleio Patercolo, storiografo romano, ad illudersi che l’epopea di Roma rappresentasse il culmine della storia, confine ultimo di ogni possibile evoluzione. Oggi ad illudersi sono Francis Fukuyama ed i suoi epigoni. L’Impero romano impiegò secoli a crollare. L’impero statunitense impiegherà decenni. Viviamo in tempi esponenziali e la velocità della storia non fa eccezione”.
Per l’Autrice una domanda è allora inevitabile: “Come ha fatto il neoliberalismo a costruire il proprio potere in Occidente se ha di fatto impoverito e deumanizzato milioni di persone?”.
La risposta che si dà Margherita Furlan, risulta in qualche modo sorprendente: “Potrà forse risultare curioso paragonare una struttura socio-economica collettiva a una patologia della personalità.”
E più avanti: “La personalità narcisistica esiste da tempi ed è caratterizzata da alcuni elementi di fondo che si definiscono come universali: il sé grandioso, l’invidia degli altri nelle relazioni sociali, la manipolazione e il bisogno di approvazione”.
Analisi corretta, viene da dire rispetto ad un Occidente ripiegato su sé stesso, sui propri riti, sulle proprie convinzioni prive di riscontro, insomma su un’auto-referenzialità spinta a livelli tali da dover per forza di cose misconoscere, o ignorare del tutto, tutto ciò che non rientra nei suoi parametri.
Tuttavia, e non vuole essere una critica quanto piuttosto un dubbio costruttivo, è possibile che applicare categorie appartenenti ad un campo della conoscenza, che della conoscenza non riconosce le regole e quei metodi cui le altre scienze si adeguano, potrebbe essere un esercizio rischioso e richiede la dovuta prudenza, non fosse altro che per non correre rischio, da un lato di sminuire fenomeni complessi, dall’altro per non “adeguarsi” ad una lettura della realtà e della politica come riproduzione di pulsioni tutte giocate su un piano emotivo (che comunque non manca)

I BRICS non sono “Antioccidentali”. I BRICS sono NON occidentali. Nel senso, con ogni evidenza, che intanto non sposano la vulgata (durata fin troppo tempo) secondo cui l’Occidente è il regno delle democrazie e il resto è qualcosa a metà tra dittature e imposizione.
I BRICS costruiscono, pacificamente (e la cosa va sottolineata) un sistema alternativo al dominio del dollaro e più in generale all’egemonia politica ed economica dei paesi del campo occidentale usciti vittoriosi dalla Seconda guerra mondiale, o da quella che taluni storici, forse in maniera più appropriata, hanno definito la Seconda Guerra dei Trentanni.
Peraltro è significativo, e non del tutto marginale, che nel cosiddetto Consiglio di Sicurezza dell’Onu (con potere di veto rispetto a qualunque decisione venga presa dall’Assemblea) siedano Francia e Gran Bretagna le quali, palesemente, senza l’aiuto degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, oggi probabilmente sarebbe province del Terzo Reich. Situazione che nel romanzo ucronico di Philip Dick (“La svastica sul sole”) viene raccontata in scenari (poi ripresi anche da una ottimamente realizzata serie: “L’uomo dell’alto castello”) scaturiti da una stravagante specie di gioco di ruolo, ma che ha anche un termine con cui si definisce: ucronia (cosa sarebbe accaduto se…?).

Nel numero 2/2026 di Limes, intitolato senza mezzi termini e inequivocabilmente “L’America ingolfa il mondo”, gli articoli che compongono la rivista mi pare abbiano un minino comune multiplo: l’idea, espressa in un paio di righe tratte dall’editoriale, che normalmente apre la lettura della rivista: “La guerra (“si intende la guerra contro l’Iran”) è una conseguenza della crisi interna all’America. Il profondo dissesto della repubblica, figlio della degenerazione imperiale, produce la schizofrenia (“ancora una volta, non senza significato, un termine psichiatrico”) che rovescia all’esterno rabbia rivoluzionaria (“sic”). La società si frantuma, le istituzioni si consumano, i poteri pubblici e privati collidono tra loro. Senza scavare nel corpo ferito di Columbia non capiamo nulla del mondo di oggi” (i corsivi tra parentesi sono miei).
Qualcosa più di un sentore, ma una sensazione che si trasforma ogni momento di più in certezza è la constatazione, da parte del mondo occidentale nel suo complesso (e dunque parliamo di classi dirigenti ma anche delle persone comuni che vivono la semplice vita di tutti i giorni), che il ruolo, l’importanza, il prestigio di cui godeva l’Europa (per limitarci a questa piccola parte di mondo) sono in qualche inesorabile modo, se non terminati, almeno avviati verso un binario morto.
Le discussioni sulla Nato, sulla Ue, sui loro rispettivi ruoli, o sulla loro eventuale necessità di essere rivisti, anche alla luce di una presidenza americana quantomeno “instabile”, sembrano essere altrettanti segnali di un cambiamento globale, che cioè riguarda tutto il mondo perché tutto il mondo è collegato, idest connesso.

Il quadro generale, a questo punto, si delinea nella sua interezza e in qualche modo mostra uno scenario, di cui vanno prendendo coscienza malvolentieri, ma inevitabilmente, non tanto la gran parte della classe dirigente europea, quanto piuttosto gli operatori economici, i dirigenti dei grandi gruppi industriali, secondo cui il ruolo degli Stati Uniti sta perdendo, in maniera prevedibile ma piena di incognite quanto agli effetti che questo produce, il ruolo di “governatore” del mondo; perdendo, in altri termini quel senso di superiorità cresciuto nel tempo all’indomani della vittoria contro il nazismo ma dissipato in maniera scellerata (così la giudicano i più avvertiti, e non sono pochi) nel momento che questo grande Stato, entrato di fatto nella “storia” mondiale soltanto nella prima guerra mondiale, si è “avventurato” in guerre (Corea, Baia dei Porci, Afghanistan…..) che non ha più saputo gestire e “vincere”.

I BRICS+ hanno dimostrato, nella loro riunione del 2024 a Kazan, che un’altra dimensione della politica è possibile.
E l’Autrice, conviene sottolinearlo, indica apertamente questa data come una vera svolta nei rapporti internazionali.
In realtà questo passaggio è un ulteriore dimostrazione della possibilità di un ulteriore “step” verso un mondo multipolare. I BRICS+ sono il primo passo di un mondo multipolare.
Scrive Margherita Furlan: “Molto probabilmente i BRICS hanno intrapreso, per ora, un percorso di crescita quantitativa che non implica automaticamente una crescita qualitativa”.
Ma: “Nel frattempo, i BRICS sono diventati realtà politica. Il primo incontro informale tra i quattro paesi, promosso dal ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov, si tenne a livello di ministri degli esteri, nel settembre 2006, a New York, a margine dell’assemblea generale dell’Onu. Successivamente i capi delle diplomazie dei paesi Brics, a parte la riunione tenuta nel maggio 2008 in Russia, s’incontrano periodicamente sempre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu.”
E, per converso, come scrive Vincenzo Maddaloni nella introduzione al libro: “Siccome l’espansione del BRICS è da tutti considerato un decisivo passo verso la nascita di un mondo multipolare e la fine del sistema unipolare americano; si capisce perché gli USA che reggono la globalizzazione economica e finanziaria negli ultimi trent’anni, lo considerano il vero nemico da combattere. Infatti è attraverso i BRICS, che Cina e Russia aspirano a porre fine al lungo dominio geopolitico ed economico dell’Occidente”
BRICS+ come nemico da combattere “con ogni mezzo” dunque. In questo senso va letto allora il sottotitolo del libro di Margherita Furlan: “Ultima scelta. Vivere o morire”
La cui perentorietà rimanda a scenari che, paradossalmente, in piena guerra fredda sembravano impercorribili, e che invece oggi vengono sconsideratamente ripresi da un’Unione Europea del tutto irrilevante a livello mondiale che non ha compreso, fino alle sue ultime conseguenze, la perdita definitiva di un ruolo in qualche modo rilevante nel concerto politico del mondo.
Dalla Prefazione di Roberto Quaglia: “In questo saggio Margherita Furlan ci racconta quei giorni (Kazan 2024), ricchi non di sole parole, ma di atmosfere difficili da immaginare da chi, volente o nolente, sia del tutto preso dal danzare sul Titanic. Dobbiamo ascoltarla, perché è da quei lidi che spira il vento che sta cambiando il mondo e prima ne acquisiremo consapevolezza, meglio sarà”.

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