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Come aveva ben visto Domenico Losurdo1, il marxismo ha conosciuto, nel corso del Novecento, un duplice sviluppo. Nel mondo capitalista occidentale il marxismo è stato soprattutto, anche se non solo, una filosofia politica critica nei confronti dell’economia e della società capitalista, consumista, neoliberista. Nei Paesi socialisti il marxismo ha sviluppato strumenti volti alla costruzione di un’economia e di una società nuova, percorrendo vie originali poco recepite in Occidente. È ciò che è accaduto in Cina, dove la formazione marxista ha conosciuto un nuovo impulso almeno a partire dalla segreteria di Xi Jinping: “avere ideali e convinzioni salde è il primo criterio per un buon quadro (…) Se gli ideali e le convinzioni non sono salde, se non crede nel marxismo e nel socialismo con caratteristiche cinesi, o se non ha le qualifiche per far politica, non saprà superare le tempeste2”.
Non si deve pensare al marxismo cinese come a un credo dogmatico; è piuttosto un paradigma di ricerche vitale e prolifico. Esiste ad esempio un China Forum on Innovation of Marxism. Il suo direttore, Cheng Enfu è un grande intellettuale marxista cinese del nostro tempo, dal curriculum accademico impressionante. Tra gli aspetti più recenti e attuali del suo pensiero vi è una riflessione sui caratteri dell’imperialismo contemporaneo, o neoimperialismo3. Cheng Enfu ne elenca cinque: (1) un rinnovato monopolio della produzione e della circolazione che ha fatto seguito alla globalizzazione dell’economia. Nel mondo operano gigantesche multinazionali monopolistiche la cui ricchezza è spesso pari a quella di interi paesi; (2) un rinnovato monopolio del capitale finanziario; (3) il monopolio del dollaro statunitense e della proprietà intellettuale. Questo porta alla polarizzazione dell’economia globale: a diseguaglianze crescenti nella divisione internazionale del lavoro e nella distribuzione della ricchezza; (4) ascesa di una nuova alleanza internazionale a difesa del capitalismo oligarchico, caratterizzata da un leader egemonico (gli USA) e da numerose altre grandi potenze. Questa alleanza, incarnata dal G7, fornisce le basi economiche per le politiche monetarie, la cultura popolare e le minacce militari, a scopo di oppressione e sfruttamento; (5) il quinto punto è forse il più interessante, dato che è stato formulato originariamente alla fine degli anni 2010: si tratta della tendenza verso cui il sistema evolve. Con l’intensificarsi delle contraddizioni del sistema internazionale, la nuova forma monopolistica diviene predatoria, egemonica e fraudolenta, ma anche parassitaria e decadente, transitoria e moribonda. Questa caratteristica strutturale spiega l’alta conflittualità globale che ha caratterizzato la nostra contemporaneità a partire dagli anni 2020, dall’Ucraina al Medio Oriente, dal Centrafrica all’America latina. Ritornerò su questo punto, cioè sugli scenari futuri, nella conclusione dell’articolo.
Come chiarisce Cheng Enfu, la nozione di Neoimperialismo non contraddice l’analisi classica di Lenin; costruisce su questa per descrivere quel che è accaduto nel mondo contemporaneo in seguito alla globalizzazione e al nuovo predominio dell’economia finanziaria. Questa fase si è aperta grazie alle nuove tecnologie dell’informazione, che hanno reso possibile al capitalismo la ricerca di nuovi mercati e la creazione di nuovi monopoli per uscire dalla lunga fase di stagflazione e di stagnazione secolare apertasi con gli anni ’70 del Novecento. Contestualmente, la fine di un lungo periodo di keynesismo e di politiche protezioniste in favore del nuovo paradigma neoliberista ha eliminato ogni freno residuo alle politiche imperialiste. Per questa ragione, l’analisi leninista dell’imperialismo suona molto più attuale oggi di quanto non fosse, ad esempio, al termine della Seconda guerra mondiale. Nel 2023 le multinazionali sono giunte a controllare l’80% del commercio internazionale di beni e servizi; quanto al lato finanziario dell’economia, un piccolo nucleo di banche controlla tuttora l’80% della produzione globale. Il dato è preoccupante se associato al fenomeno della deindustrializzazione: a partire dal 1987, il tasso di crescita del debito nel mercato del credito internazionale è di gran lunga superiore a quello dell’economia mondiale nel suo complesso, per non parlare di quello dei salari, il cui rallentamento assicura tutt’ora in massima parte il tasso di profitto delle multinazionali. Sfruttando la propria egemonia finanziaria, culturale e militare, i paesi neoimperialisti trasformano una parte del plusvalore creato dai paesi sottosviluppati nella propria ricchezza nazionale. Di conseguenza, l’accumulo di capitale monopolistico da parte del neoimperialismo intensifica la polarizzazione tra ricchi e poveri: nel 2013, la ricchezza delle 85 persone più ricche del mondo era equivalente al patrimonio totale dei 3,5 miliardi più poveri del pianeta. Contestualmente, i profitti del monopolio servono a impedire (temporaneamente) lo sviluppo della lotta di classe: ciò avviene comprando il sostegno degli individui e favorendo le forze opportunistiche e neoliberiste all’interno del movimento operaio e di vari altri movimenti di massa. Per questo motivo, nel recente passato abbiamo assistito al declino delle dimensioni e dell’attività dei sindacati e di altri movimenti progressisti nel mondo.
Tuttavia, il sistema è in decadenza: come ricorda Cheng Enfu, già a partire dalla prima amministrazione Trump gli USA si sono trovati a dover esercitare, attraverso i dazi, politiche di contenimento rivolte non solo ai propri competitor, cioè in primo luogo alla Cina, ma anche nei confronti dei propri alleati – UE, Corea del Sud, Giappone. La decadenza del sistema si deve a tre motivi. Il primo motivo è il suo stesso parassitismo. Poiché il dollaro è la moneta in uso negli scambi internazionali, gli USA possono comprare beni e servizi prodotti altrove semplicemente stampando dollari, vivendo di rendita. Il secondo motivo è che le dimensioni raggiunte dall’apparato militare-industriale spingono gli USA a intraprendere la via del conflitto armato, destabilizzando il sistema internazionale. In terzo luogo, anche il carattere monopolistico del sistema è un freno all’innovazione: Cheng Enfu ricorda il caso delle aziende di telefonia, che si accordarono per rallentare l’immissione di nuove funzioni sul mercato, distribuendole negli anni in modo da sostenere artificialmente la domanda di nuovi apparecchi.
A partire da questo scenario, ulteriori evoluzioni del sistema internazionale possono essere immaginate, secondo Cheng Enfu, a patto che esso non degeneri in barbarie. Secondo Deng, il neoimperialismo, nel suo promuovere uno sviluppo ineguale, incontra due limiti: la pace e la disuguaglianza tra nord e sud del mondo4. Per risolverli, diverse società sviluppate hanno intrapreso importanti riforme tecnologiche e istituzionali, che hanno gettato le basi per un ulteriore sviluppo del capitalismo e ne hanno ritardato il declino. Ad esempio, in risposta alle crisi interne, Trump ha promosso una “globalizzazione inversa”, finalizzata esclusivamente a mantenere la propria posizione egemonica.
Non vi è contraddizione nel fatto che il neoimperialismo continui a sopravvivere ancora per un periodo, mentre il sistema globale è in transizione verso una formazione sociale superiore. Cheng Enfu, in linea con i classici del pensiero marxista, considera praticamente inevitabile la transizione al socialismo, così come in passato, nel Novecento, l’imperialismo classico ha favorito le rivoluzioni socialiste. Il sistema socialista, che in Cina è divenuto ricco e forte attraverso la competizione pacifica, è superiore al sistema capitalista ed è perciò il principale obiettivo dell’aggressione neompierialista statunitense. Cheng Enfu conclude che il ventunesimo secolo è “una nuova era in cui la classe operaia e le masse di tutto il mondo possono realizzare grandi rivoluzioni e salvaguardare la pace mondiale; in cui i paesi socialisti possono compiere grandi imprese costruttive e promuovere la civiltà ecologica; e in cui le nazioni progressiste possono collaborare per costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità, un mondo in cui il neoimperialismo e il capitalismo internazionale cedono gradualmente il passo al socialismo globale”.
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