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“Riusciranno la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti a superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma nelle relazioni tra le grandi potenze? Riusciremo ad affrontare insieme le sfide globali e garantire maggiore stabilità al mondo? Riusciremo a costruire insieme un futuro radioso per le nostre relazioni bilaterali, nell’interesse del benessere dei due popoli e del futuro dell’umanità? Queste sono le domande cruciali per la storia, per il mondo e per i popoli”. È questa dichiarazione del presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ad aver suggellato il vertice bilaterale con il presidente statunitense Donald Trump degli scorsi 13-15 maggio, esprimendo in maniera compiuta, metaforica e sintetica allo stesso tempo, le vaste inquietudini che il panorama internazionale porta con sé e le grandi speranze che la promessa di una nuova architettura dei rapporti di forza mondiali e di una nuova configurazione delle relazioni internazionali può significare, nella direzione, sentitamente auspicata dai popoli del mondo, di una diversa governance del pianeta e della innovativa costruzione di una vera e propria «comunità umana dal futuro condiviso».
Quali sono gli interrogativi e le contraddizioni che quella affermazione, al di là del rimando metatestuale alla «trappola di Tucidide», porta con sé? In primo luogo, il rischio potenzialmente catastrofico di un’ulteriore escalation nella dinamica della Terza guerra mondiale, ormai diffusamente combattuta sui più diversi fronti e scacchieri del pianeta, con la minaccia incombente della possibile scorciatoia nucleare, che finirebbe, in tutta evidenza, con il precipitare in un baratro la sopravvivenza del pianeta e il destino stesso dell’umanità. In secondo luogo, la dinamica apparentemente inarrestabile, che ampiamente si profila nella filigrana della scommessa della guerra su cui i circuiti guerrafondai occidentali sembrano aver puntato, della crisi strutturale e organica del capitalismo statunitense, che trascina con sé, nella spirale della crisi a fattori multipli (crisi produttiva, commerciale, debitoria, sociale, e perfino di valori), l’Occidente capitalistico in una deriva di sistema a geometria variabile e il mondo intero nel precipizio di una guerra che il capitale ha scelto per risolvere la propria crisi e sanare le proprie contraddizioni. In terzo luogo, ma non certo ultimo per importanza, la definizione, sempre più urgente e necessaria, di un nuovo schema delle relazioni internazionali, di un nuovo equilibrio del mondo, «con tutti e per il bene di tutti», come la saggezza del socialismo cubano ci indica.
Tale nuovo equilibrio, di conseguenza, non potrà che basarsi su un insieme di norme e principi a partire dai tre cardini, il rifiuto della logica del confronto e della politica dei doppi standard, la ricerca della cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di mutuo beneficio sia nell’organizzazione delle relazioni diplomatiche, economiche e commerciali, sia nella definizione delle soluzioni condivise alle questioni globali, e il rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento (l’eguaglianza sovrana, la non ingerenza nelle questioni interne, il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, quale libertà di determinare autonomamente le modalità della propria configurazione economica e del proprio sviluppo sociale e le forme della propria articolazione istituzionale e della propria organizzazione politica). Si intravvedono dunque, in questa filigrana, le questioni globali del nostro tempo; e tra queste si afferma con straordinaria rilevanza la questione storica e politica di Taiwan.
Nel contesto del vertice bilaterale tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese, il presidente Xi Jinping ha sottolineato, in merito alla questione di Taiwan, che si tratta della questione più importante nelle relazioni bilaterali tra Cina e Stati Uniti. Se gestita correttamente, la relazione bilaterale godrà di stabilità complessiva; viceversa, i due Paesi potrebbero scontrarsi e persino entrare in conflitto, mettendo così a grave rischio l’intera relazione e, per il peso politico, economico e militare dei due attori, l’intero sistema delle relazioni internazionali. La salvaguardia della pace e della stabilità nello Stretto di Taiwan è il principale denominatore comune tra Cina e Stati Uniti e, in relazione a questo essenziale snodo politico, la cosiddetta indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto sono “inconciliabili come il fuoco e l’acqua”. Nel corso del vertice, il presidente statunitense Trump ha affermato, sebbene la sua politica verso Taiwan non sia cambiata, mantenendosi sul filo della cosiddetta “ambiguità strategica”, di essere contrario all’idea che l’isola dichiari la propria indipendenza, perplesso, peraltro, sulle motivazioni per le quali gli Stati Uniti dovrebbero inviare supporto militare in caso di innesco del conflitto o di escalation della tensione. “Non ho intenzione di vedere qualcuno dichiarare l’indipendenza, dovremmo percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra. Non è ciò che voglio”.
Banalizzata in molte osservazioni superficiali come mera questione territoriale locale, ridotta in buona parte dell’informazione dominante a questioni di pretese nazionali contro aspirazioni indipendentiste, la questione di Taiwan è viceversa, sotto il profilo storico e sotto il versante politico, una delle grandi questioni del nostro tempo. La questione è talmente significativa da meritare una menzione speciale perfino nel testo della Costituzione del Partito Comunista Cinese, aggiornata e adottata durante i lavori del fondamentale XIX Congresso del Partito, il 24 ottobre 2017: “Il Partito Comunista Cinese esorterà tutti i lavoratori, i contadini, gli intellettuali e gli altri partiti politici, le persone senza affiliazione partitica e le forze patriottiche di tutti i gruppi etnici in Cina a sviluppare ed espandere ulteriormente il più ampio possibile fronte unito patriottico, che abbracci tutti i lavoratori socialisti, tutti coloro che lavorano per la causa socialista, tutti i patrioti che sostengono il socialismo, che sostengono la riunificazione della madrepatria e che si dedicano al rinnovamento della nazione cinese. Il Partito si impegnerà costantemente a rafforzare l’unità di tutto il popolo cinese, compresi i compatrioti delle regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao e di Taiwan, nonché i cinesi d’oltremare. Promuoverà la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong e Macao e realizzerà la riunificazione della madrepatria in conformità con il principio «un Paese, due sistemi»”.
Si tratta di un passaggio cruciale perché delinea, al tempo stesso, i tre caratteri strategici dell’iniziativa storica intrapresa dalla direzione del Partito e dello Stato nella prospettiva della costruzione e della maturazione del «socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era»: la stabilità e la prosperità a lungo termine, il rinnovamento della nazione cinese, l’unificazione generale della madrepatria all’insegna di «un Paese, due sistemi». È in questa prospettiva che, rilevantissima dal punto di vista storico, la questione di Taiwan è non di meno cruciale sotto il versante politico. L’origine storica della questione di Taiwan, nella politica cinese contemporanea, risale alla vittoria delle forze comuniste, guidate dal leader storico Mao Zedong, e alla sconfitta delle forze nazionaliste, culminata con il trionfo della Rivoluzione socialista del 1949. L’ondata finale vittoriosa del processo rivoluzionario portò le forze di Mao alla liberazione di Nanchino il 23 aprile e alla successiva sconfitta dei nazionalisti nella Cina continentale e quindi alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre 1949. All’indomani della sconfitta, Chiang Kai-shek, il 7 dicembre 1949, evacuò il governo nazionalista a Taiwan e fece di Taipei la capitale provvisoria della cosiddetta Repubblica di Cina. Circa due milioni di persone, principalmente soldati, membri del partito nazionalista Kuomintang ed esponenti dell’élite nazionalista intellettuale e imprenditoriale, furono evacuate, aggiungendosi alla popolazione preesistente.
La Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, recante il “Ripristino dei diritti legittimi della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite”, adottata il 25 ottobre 1971, pose fine alla controversia sul piano del diritto e della giustizia internazionale, riconoscendo a tutti gli effetti la Repubblica Popolare Cinese come unico rappresentante legittimo della Cina presso le Nazioni Unite ed espellendo “i rappresentanti di Chiang Kai-shek” (il regime del Kuomintang) dalle Nazioni Unite. La questione è poi ulteriormente definita dal quadro regolatorio sancito dal cosiddetto “Consenso” del 1992, in base al quale, al termine di uno storico incontro a Hong Kong, le parti si accordarono sull’esistenza di «una sola Cina», comprendente il continente e le isole, fornendo così anche una base politica per le relazioni con Taiwan.
Su questo sfondo, sostanzialmente nitido e incontrovertibile (Taiwan è storicamente parte della Cina, al di là delle questioni di natura formale sin qui sommariamente ricapitolate), si stagliano i continui tentativi di destabilizzazione portati avanti, in primis dagli Stati Uniti, in chiave anticinese. Il principio storico del «divide et impera» è ampiamente fatto proprio, infatti, dalle potenze dell’imperialismo, che, attivando l’intera tensione delle discordie nazionali, delle interferenze indebite, delle pressioni diplomatiche, commerciali e militari, delle minacce di destabilizzazione e di guerra, dei tentativi di «rivoluzione colorata» (il cosiddetto “Movimento dei Girasoli”, 2014, a Taiwan, e la cosiddetta “Rivoluzione degli Ombrelli”, 2014 e 2019, a Hong Kong) e di «regime change», cercano di incrementare la pressione e innescare continue spine nel fianco dei competitori strategici e delle potenze emergenti, in primo luogo la Cina popolare, già oggi prima potenza economica mondiale in termini di volumi assoluti. È appunto questo lo scenario, evocato all’inizio, della “trappola di Tucidide”.
Vi si sommano, evidentemente, chiare ragioni di ordine storico. Colonizzata dagli olandesi nel XVII secolo, dopo la vittoria Qing nel 1683, Taiwan entrò stabilmente a fare parte, per secoli, della Cina, fino alla Prima guerra sino-giapponese, dopo la quale, nel 1895, fu ceduta al Giappone, fino alla sconfitta giapponese, con le Forze dell’Asse, alla fine della Seconda guerra mondiale, nel 1945. Anche sotto il profilo storico, dunque, Taiwan è parte della Cina e la propensione a dividerla dalla madrepatria è stato sempre interesse, storicamente, delle potenze coloniali (in primo luogo, olandesi e spagnoli, e, in generale, le potenze colonialiste occidentali) e la questione della riunificazione e del rinnovamento della nazione cinese esprime quindi, di conseguenza, anche una forte tensione di carattere emancipatorio, antimperialista e anticoloniale.
All’aggressività impulsiva dell’imperialismo, esacerbata dalle dissonanze cognitive, dalla guerra psicologica, dall’ipertrofia comunicativa, dalla dittatura dell’attenzione e dell’algoritmo che caratterizzano l’amministrazione Trump, risponde la pazienza strategica del socialismo cinese, perfettamente rappresentata dalle indicazioni politiche formulate a suo tempo da Deng Xiaoping, che, già nel 1979, aveva chiarito che la riunificazione della Cina è una missione storica della nazione cinese, condivisa da tutti i suoi figli, chiedendo di liberarsi al tempo stesso della retorica della liberazione di forza. La soluzione sarebbe maturata cioè nel tempo e nelle circostanze favorevoli, nel contesto di un processo inarrestabile proprio perché di carattere storico. La compiuta riunificazione della Cina allude quindi a entrambi gli snodi: la soluzione della questione dell’unificazione e lo sviluppo di una ulteriore tappa di evoluzione del socialismo con caratteristiche cinesi (proprio per questa sua connotazione propriamente cinese, come manifestazione di una potente e originale «via nazionale al socialismo»). Si tratta, appunto, dei tre caratteri strategici sopra delineati.
In primo luogo, la stabilità e la prosperità di lungo termine. Il XIX (2017) e il XX (2022) congresso del Partito Comunista Cinese hanno ulteriormente accentuato i pilastri della sicurezza strategica nazionale, della vittoria definitiva contro ogni forma di povertà e della trasformazione ecologica, tecnologica e culturale, in funzione non solo della modernizzazione interna, ma anche della capacità a tutto tondo di influenza globale e centralità internazionale. Si tratta di uno dei più grandi processi di emancipazione che la storia umana abbia mai conosciuto: il socialismo cinese ha liberato oltre 850 milioni di persone dalla povertà estrema nel corso degli ultimi cinquant’anni, pari a oltre il 70% della riduzione della povertà a livello planetario; la povertà assoluta a livello nazionale è stata sradicata; nuove sfide si concentrano oggi sull’avanzamento del benessere e il miglioramento della distribuzione del reddito. Tale prospettiva strategica ha già fissato due tappe storiche, nel 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, per la realizzazione di una «società moderatamente prospera sotto tutti gli aspetti», e nel 2049, centenario della proclamazione della Repubblica Popolare, per la realizzazione di un «Paese socialista moderno, forte, prospero, democratico, civilizzato e armonioso».
In secondo luogo, il processo, anch’esso storico, del rinnovamento della nazione cinese, sul quale si innestano le questioni dell’unificazione generale della madrepatria all’insegna di «un Paese, due sistemi», la fortunata formula di Deng Xiaoping del 1979 secondo la quale, da un lato, si conferma l’unicità della Cina come soggetto storico, politico e istituzionale, e, dall’altro, si articola, all’interno della sovranità unica, l’esistenza di configurazioni territoriali con diverso ordinamento amministrativo e diverso sistema economico. Nel quadro storico e strategico definito dagli obiettivi dei due centenari (2021 e 2049), il rinnovamento della nazione cinese corrisponde al traguardo complessivo, in termini di stabilità, progresso e leadership internazionale (si pensi alla “Iniziativa cinese per una governance globale”, lanciata nel 2025), che la Cina popolare si è data, e che intende declinare anche nei termini di un avanzamento complessivo in tutti i settori della vita pubblica, nazionale: istruzione, ricerca, salute, lavoro, reddito, previdenza, protezione sociale, condizioni abitative, innovazione tecnologica, tutela ambientale.
Esso va cioè declinato in cinque grandi ambiti: nazionale (unità, prosperità e progresso della nazione cinese), personale (benessere delle persone), storico, dialettico e globale (il nuovo panorama internazionale e l’emergente affermazione del mondo multipolare). Torna cioè il grande tema del socialismo cinese di una «comunità umana dal futuro condiviso»: pace, cooperazione, sviluppo, beneficio reciproco e comune per il popolo cinese e per tutti i popoli del pianeta.
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