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Il libro mastro della guerra
Cominciamo da un fatto, datato e quotato in Borsa. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno aperto le ostilità contro l’Iran; cento giorni più tardi, il 15 giugno, hanno apposto una firma digitale su un memorandum che le cancellerie occidentali hanno chiamato «pace» e che è soltanto una tregua di sessanta giorni. In mezzo, mentre le riserve strategiche si svuotavano e il cittadino pagava di più alla pompa, un registro si è riempito fino all’ultima riga: il libro mastro dei profitti. E ha beneficiari precisi, nominabili.
Palantir, l’azienda di sorveglianza algoritmica di Peter Thiel e Alexander Karp, ha chiuso il quarto trimestre del 2025 con ricavi in crescita del 70 per cento, a 1,4 miliardi di dollari, un valore contrattuale complessivo mai visto, 4,26 miliardi, in aumento del 138 per cento; l’Esercito statunitense le ha riconosciuto un’intesa-quadro dal tetto di dieci miliardi in dieci anni. Anduril, la fabbrica di armi autonome di Palmer Luckey, ha raddoppiato il proprio valore in nove mesi di guerra, da 30,5 a 61 miliardi di dollari, la valutazione più alta mai raggiunta da un produttore privato di difesa americano. BlackRock, il più grande gestore di capitali della storia, ha chiuso il 2025 con quattordicimila miliardi di dollari in gestione ed è già in posizione per intercettare i trecento miliardi di ricostruzione iscritti nel memorandum. Elbit Systems, a Tel Aviv, è diventata a marzo la società più capitalizzata della Borsa israeliana, circa quaranta miliardi, con l’utile netto raddoppiato.1
Ma un solo dato, su tutti, fotografa il meccanismo. Del contratto da 4,76 miliardi di dollari assegnato a metà aprile per ricostituire gli intercettori Patriot consumati sull’Iran, appena il sei per cento grava sul bilancio dell’Esercito americano: il restante novantaquattro per cento è coperto attraverso i conti delle vendite militari all’estero, cioè dai contribuenti dei governi alleati. L’arsenale che si svuota combattendo viene riempito a spese pubbliche, mentre l’utile resta privato. L’Italia, importatrice di energia e azionista obbligata del riarmo europeo, sta dalla parte sbagliata di quel meccanismo, e paga due volte: alla pompa e in sovranità perduta.
Non è caos: il disegno
C’è la tentazione, davanti a tutto questo, di parlare di caos. Guerra in Iran, crisi di Hormuz, conflitto tra Europa e Russia, riarmo, rischio nucleare, inavvitamento dell’Occidente: la cronaca ci consegna ogni giorno scene che paiono slegate, episodi di una barbarie senza filo. È un inganno ottico. Quelle scene non sono frammenti dispersi: si tengono. La guerra mediorientale che svuota gli arsenali, la finanza che attende a valle la ricostruzione, l’algoritmo che individua i bersagli, il debito pubblico che costringe gli Stati a cedere pezzi di sé sono i capitoli di un solo libro. Il caos non è il disordine in cui precipita il sistema: è la materia prima che il sistema lavora. La guerra è il prodotto. E quindi ha una catena di montaggio, un bilancio, un padrone.
Inseguire le singole notizie, una alla volta, non basta più: lascia esausti, frammentati, incapaci di vedere il disegno complessivo. La cronaca, quando non è ricondotta a una visione d’insieme, inghiotte la storia. Ricucire quel disegno è il primo atto di resistenza, perché solo chi vede l’insieme può nominarlo. E ciò che va nominato, oggi, è qualcosa di più di una congiuntura: è una nuova era. Per capirla servono ancora gli strumenti che il movimento operaio si è dato in un secolo e mezzo di lotta. Ma da soli non bastano più.
Marx e la fabbrica invisibile del sapere
Il manifesto che la compagnia di Karp ha pubblicato il 18 aprile 2026, ventidue punti che teorizzano apertamente il diritto del capitale tecnologico a farsi Stato, è la confessione di tutto questo. Ciò che Karp presenta come avanguardia è una vecchia conoscenza: il capitale che espropria, si concentra e pretende di comandare. La materia espropriata però non è la terra dei contadini inglesi, né il lavoro vivo dell’operaio di fabbrica. È il pensiero. È il sapere accumulato dall’umanità intera.
In un passo celebre dei Grundrisse, Marx immagina il momento in cui il sapere sociale, l’intelletto dell’umanità, il general intellect, diventa forza produttiva immediata e si incorpora nel sistema delle macchine.2 È esattamente ciò che accade oggi. Le piattaforme della compagnia di Thiel, Gotham per la difesa e Foundry per le amministrazioni civili, non si limitano a immagazzinare dati: li fanno parlare insieme, li mettono in relazione, costruiscono profili predittivi che anticipano il comportamento d’interi popoli. Quei dati non nascono dal nulla. Ogni cartella clinica, ogni transazione, ogni spostamento è il sedimento del lavoro e della vita associata di milioni di persone. È sapere sociale, prodotto collettivo. Palantir non lo crea: lo chiude. È la grande frontiera del nostro secolo, l’equivalente digitale di quelle enclosures con cui, agli albori del capitalismo, i terreni comuni vennero strappati ai contadini e trasformati in proprietà privata.3 Allora si recintava la terra; oggi il pensiero. E come nella merce di Marx il prodotto del lavoro si erge a potenza estranea e domina chi l’ha prodotto, così l’algoritmo diventa un feticcio e il cittadino si scopre governato da un sapere che è suo, ma che non gli appartiene più.
Lenin e la fase suprema: gli azionisti dell’Apocalisse
Palantir è il pilastro tecnologico dell’ecosistema che salda BlackRock alla finanza della guerra, SpaceX alle comunicazioni militari, la compagnia di Karp all’elaborazione del dato bellico, Anduril ai sistemi d’arma autonomi. Sono gli Azionisti dell’Apocalisse. I cento giorni d’Iran ne hanno mostrato la natura meglio di qualsiasi teoria: sono i beneficiari strutturali del caos, i soggetti per i quali ogni conflitto è un trimestre in attivo e le crisi mercati che si allargano. Per comprenderli non serve un vocabolario nuovo: ne basta uno vecchio di oltre un secolo. Nel 1916 Lenin definiva l’imperialismo come la fase suprema del capitalismo, quella in cui il capitale bancario e quello industriale si fondono nel capitale finanziario, esportano sé stessi e si spartiscono il mondo.4 Gli Azionisti dell’Apocalisse sono il capitale finanziario del nostro tempo, arricchito di un terzo termine: la potenza militare e l’infrastruttura del dato. La compagnia nasce, non a caso, con il marchio dell’apparato di sicurezza: il suo primo capitale, nel 2005, viene dal fondo d’investimento della CIA.
«Tecnofeudalesimo»5 è stato detto, e la formula coglie qualcosa di vero: il ritorno, sotto vesti digitali, a una signoria che estrae rendita, esercita giurisdizione e dispensa protezione, mentre lo Stato nato dalla pace di Vestfalia viene svuotato. La sostanza resta leniniana: capitale concentrato che cerca lo Stato e, non trovandolo abbastanza docile, pretende di sostituirlo. La regola nuova del potere è enunciabile in una riga: chi detiene le infrastrutture militari digitali controlla il pianeta. Non gli eserciti, non gli Stati, non le istituzioni internazionali: le infrastrutture, gli algoritmi, i dati. Karp lo scrive senza pudore: la tecnologia avrebbe un dovere «affermativo» di partecipare alla difesa nazionale. Tradotto: l’impresa privata non collabora con lo Stato, è lo Stato in altra veste, più rapido e meno gravato dalla lentezza delle deliberazioni democratiche. La sovranità cessa di essere atto politico e diventa esito di calcolo. E chi scrive il codice, scrive la legge. La guerra dei cento giorni è la prova del prodotto: Palantir esibisce il proprio software sul campo iraniano e ogni alleato che osserva diventa un acquirente; il fatturato cresce non malgrado il conflitto, ma grazie a esso. La distruzione è una vetrina.
«L’uomo non serve più»: la mutazione antropologica
Siamo entrati in una nuova era, e la sua cifra si può enunciare in quattro parole: l’uomo non serve più. Non è una frase da romanzo distopico. È il punto in cui siamo arrivati, ed è scritto nei fatti.
Il capitalismo del dato sovrano non si limita a estrarre valore dal lavoro, come il capitalismo industriale, né soltanto a recintare il sapere. Divora la sovranità degli Stati e, nel farlo, ridefinisce ciò che l’essere umano è. Nel libro mastro attuale gli uomini compaiono come dati collaterali; i popoli non decidono più, sono diventati una voce contabile, un «rischio di credito» da prezzare. Quando lo Stretto di Hormuz si blocca e il prezzo dell’energia esplode, il debito dei Paesi più esposti diventa insostenibile, e il gestore della liquidità globale annota, nelle proprie lettere agli investitori, che i governi indebitati dovranno cedere pezzi di sé a chi ha i capitali per comprarli. Il cittadino, conquista di secoli di lotte, si fa profilo; la sovranità popolare, licenza d’uso rinnovabile; il popolo, categoria finanziaria. È una mutazione antropologica, prima ancora che politica.
Lo aveva visto, con mezzo secolo di anticipo, un filosofo che il marxismo ortodosso ha frequentato troppo poco. Günther Anders, nel suo L’uomo è antiquato, descriveva il «dislivello prometeico»: il giorno in cui l’uomo si scopre inferiore alle macchine che ha costruito, incapace di stare al passo dei propri prodotti e finisce per provare vergogna di essere nato anziché fabbricato.[1] Anders parlava di radar e di bombe; ma la sua diagnosi vale alla lettera per l’algoritmo che decide più in fretta di qualsiasi catena di comando umana e davanti al quale l’uomo appare lento, fallibile, in fondo superfluo. La macchina non ha più bisogno di lui. È il senso letterale dell’era in cui siamo entrati.
C’è una seconda voce, e viene dal cuore del Novecento. Hannah Arendt, indagando le radici del totalitarismo, individuò il suo orrore ultimo non nella crudeltà ma nel rendere gli esseri umani «superflui», eliminabili senza che nulla nel sistema ne risentisse.[2] Il dato sovrano ripropone quella superfluità in forma fredda e contabile: non più il campo di sterminio, ma il calcolo che classifica chi è produttivo e chi è scoria, chi è risorsa e chi è costo, chi va servito e chi può essere ignorato. Nessun filo spinato, lo stesso esito antropologico: l’uomo che non serve. E fu un genio italiano, Pier Paolo Pasolini, a dare a questo processo il nome che ancora lo descrive meglio. Negli Scritti corsari parlava di «mutazione antropologica» e di uno «sviluppo senza progresso»: un sistema che cresce, produce ricchezza, accumula potenza, e nello stesso movimento degrada l’umano, lo omologa, lo svuota.[3] Lo sviluppo, oggi, c’è stato eccome: per gli Azionisti dell’Apocalisse, in forma di contratti pluriennali e valutazioni raddoppiate. Il progresso è andato nella direzione opposta.
La domanda che il dato sovrano pone è dunque ampia, attraversa credenti e laici, operai e intellettuali, sovranisti e internazionalisti: se l’uomo, in quanto persona, conservi un valore o se sia ridotto a residuo di un calcolo. Nessuna tessera di partito esaurisce questa domanda. È la domanda della civiltà ed è per questo che chiede una visione alta, d’insieme, capace di tenere insieme l’analisi economica e la difesa dell’umano.
La posta in gioco: chi controlla le forze produttive
Spogliato della retorica, il manifesto di Karp pone allora una domanda che è insieme di classe e di civiltà: a chi appartengono le forze produttive e a quale idea di uomo esse servono? Le risposte possibili sono due e si escludono a vicenda. La prima è quella del tecnofeudalesimo: i dati e gli algoritmi restano signoria privata di pochi padroni dell’infrastruttura, sottratti a ogni controllo collettivo e rivolti contro la società che li ha generati, con l’uomo ridotto a dato collaterale. La seconda è quella del socialismo: le forze produttive come funzione di un progetto comune, poste sotto il controllo della collettività organizzata e al servizio della persona. Non è astrazione da manuale. È esperienza storica in atto. Il socialismo dai caratteri cinesi ha posto al centro proprio questo, il controllo del Partito Comunista sulle forze produttive ridotte a funzione del progetto socialista, secondo quella stessa logica del «controllo dalle alture strategiche» che Lenin aveva indicato negli anni della Nuova Politica Economica.[4] È il rovescio esatto di Palantir: là il sapere sociale viene catturato dal capitale privato e armato contro il popolo, qui le forze produttive vengono organizzate al servizio del popolo. In mezzo, lo spazio dei BRICS plus: non un blocco a cui aderire per fede, ma la prima condizione strutturale, dalla fine del bipolarismo, perché torni pensabile una cooperazione tecnologica non subalterna e una sovranità sul dato non concessa in licenza da Washington.
E qui occorre dire una verità che disturba: la risposta non verrà da Bruxelles. L’Unione europea, nei suoi trattati e nella sua prassi, è costruita sul medesimo principio che Palantir teorizza apertamente: sovranità delegata, decisione esternalizzata, vincolo esterno al posto della volontà popolare. Non è l’antidoto al tecnofeudalesimo: ne è l’anticamera amministrativa. Affidare a questa Bruxelles la difesa della democrazia dal capitalismo del dato armato significa chiedere soccorso a chi ha firmato la resa.
Un contro-manifesto: dieci punti
A un manifesto si risponde con un manifesto. Ma ai ventidue punti totalitari di Karp non si replica con altri ventidue più eleganti: si propone una direzione di civiltà. Dieci punti, dunque.
- Nominare il capitale. Gli Azionisti dell’Apocalisse non sono innovazione: sono capitale finanziario nella sua forma matura, fuso con l’apparato militare. I cento giorni d’Iran lo dimostrano contabilmente. Ma dietro il capitale c’è una posta più grande: una nuova era in cui l’uomo è dichiarato superfluo. Chi denuncia Palantir senza nominare entrambe le cose non resiste: contratta la propria subalternità.
- Riconoscere il dato come forza produttiva sociale espropriata. I dati sanitari, fiscali, biometrici di un popolo sono prodotto del lavoro e della vita associata. Restituirli alla collettività è una questione di proprietà, non di tecnica.
- Porre al servizio della collettività le forze produttive. È la lezione che viene dall’esperienza del socialismo dai caratteri cinesi: le forze produttive come funzione di un progetto collettivo, non come signoria privata. Il tecnofeudalesimo è una fase, non un destino.
- Assumere la geometria variabile come metodo antimperialista. Nessuna fedeltà ideologica al campo atlantico, nessuna sudditanza camuffata da alleanza. Su ogni fronte critico, energia, dato, difesa, infrastrutture, ricerca, s’individua il soggetto internazionale i cui interessi convergono con quelli del popolo italiano e con quello si apre un canale operativo. Sul gas con Mosca e Doha; sulle infrastrutture con Pechino; sull’intelligenza artificiale non sorvegliante con i centri di ricerca indiani e sudafricani. Il criterio non è la fede di bandiera: è l’interesse nazionale e popolare.
- Trattare i BRICS plus come possibilità strutturale. Non un campo avversario in cui arruolarsi, ma il primo spazio internazionale che rende nuovamente pensabile uno sviluppo non subalterno. Va studiato, frequentato, compreso nelle sue contraddizioni interne. È la condizione di possibilità di una politica estera italiana degna del nome e l’unico orizzonte in cui la sovranità sul dato cessa di essere una formula vuota.
- Formare una nuova intelligencija del mondo multipolare. Il Paese deve tornare a produrre sinologi, russisti, arabisti, iranisti, indianisti, africanisti di altissimo livello, capaci di dialogare alla pari con le controparti di quei mondi. Vanno ricostruiti i canali culturali che le istituzioni hanno lasciato cadere: cattedre, istituti di ricerca, case editrici, testate indipendenti, scuole di lingua e di pensiero. Senza traduttori del mondo che nasce ogni geometria variabile resta lettera morta.
- Organizzare l’uscita dalla NATO. L’Alleanza è già svuotata dall’interno: il presidente del Paese che la guida l’ha definita pubblicamente «inutile» e «tigre di carta», riducendo l’articolo 5 alla discrezionalità del proprio umore. Non è più un patto di sicurezza reciproca, ma uno strumento di estrazione, il cinque per cento del prodotto interno lordo preteso dagli alleati, una gabbia che lega l’Italia a guerre che non decide. La risposta non è la finzione di una «difesa europea» a guida atlantica, gli ottocento miliardi di ReArm Europe, che è la stessa logica con un’altra bandiera; è una transizione controllata, non improvvisata, verso un’architettura di sicurezza mediterranea e multipolare, coerente con la geometria variabile dei punti precedenti. Restare dentro una finzione, mentre Washington prepara la valigia, è la sola scelta davvero pericolosa.
- Rivendicare la sovranità popolare sul dato, e costruire un’industria pubblica dei programmi strategici. Non una «nuvola sovrana europea», formula che maschera l’ennesima integrazione atlantica, ma custodia pubblica e nazionale del dato, pianificazione democratica del suo impiego, e un comparto pubblico del software sottratto alla rendita privata, aperto a cooperazioni selettive con i Paesi BRICS su progetti determinati. Il sapere informatico è bene comune, non feudo.
- Rifiutare le armi autonome e la guerra algoritmica. L’individuazione automatica dei bersagli sottrae la decisione di vita e di morte a ogni catena di comando controllabile. Un Paese può, da solo, rifiutare di ospitarle, testarle, acquistarle. Qui passa la linea di pace che il fronte antimperialista deve difendere: la stessa pace che, non per caso, fa arretrare in Borsa i titoli della difesa.
- Restituire all’uomo il suo posto. Il lavoro è più di un profilo, il cittadino è più di un dato, la cultura è più di un algoritmo, il popolo è più di un elettorato amministrato e più di un rischio di credito. Al blocco storico tecno-finanziario, con i suoi intellettuali organici, va opposto un blocco storico insieme antimperialista e umanista: ricercatori, giornalisti indipendenti, docenti, tecnici, lavoratori della conoscenza, e accanto a loro chiunque, credente o no, rifiuti di considerare superfluo un essere umano. Non si difende oggi soltanto una classe: si difende la persona. Ed è per questo che alzare lo sguardo, ricucire il disegno, tornare al passo dell’uomo, è già un atto politico.
Conclusione: tornare al passo dell’uomo
Per anni chi sosteneva che Palantir fosse un soggetto politico, e non un semplice fornitore, veniva guardato con sufficienza. Oggi quella stessa analisi è pubblicata in ventidue punti, firmata dal vertice della compagnia, e contabilizzata in un libro mastro che si legge nome per nome. Il velo non l’ha strappato un giornalista né un informatore pentito: l’hanno lacerato i numeri stessi della guerra. È una confessione e per chi ha occhi è un’occasione storica: da questo momento nessuno potrà più dire di non sapere che cosa sia, e che cosa voglia diventare, il capitalismo del dato armato.
Resta una scelta, e non è soltanto tra due assetti di proprietà. È tra due idee di uomo. Da una parte, la provincia rassegnata del tecnofeudalesimo, dove l’essere umano è dato collaterale e il popolo è rischio di credito, e si attende la salvezza dalle stesse istituzioni che hanno organizzato la resa. Dall’altra, la fatica di ricucire il disegno: una visione alta, d’insieme, che tenga insieme la sovranità popolare sulle forze produttive e la difesa della persona, dentro la transizione multipolare. Serve il coraggio di non inseguire il rumore quotidiano, ma di nominare l’era in cui siamo entrati. È l’unico modo per non farci travolgere, e per non consegnare le prossime generazioni a un mondo di cui nessuno ha spiegato loro le regole. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la dottrina, ora, è scritta: l’hanno scritta loro. Sta a noi scrivere la replica, non con parole più belle, ma con l’organizzazione e con una visione che riparta dall’uomo.
Gramsci annotava, dal carcere, che la crisi consiste precisamente in questo: il vecchio mondo muore e il nuovo non può ancora nascere, e in quell’interregno compaiono i mostri.[5] Palantir è uno di quei mostri dell’interregno. Ma nessun interregno è eterno. Il Cavallo di Fuoco corre perché il nuovo, finalmente, possa nascere: e perché, quando nascerà, l’uomo torni a servire, non come ingranaggio del dato, ma come misura di tutto il resto.
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