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Se si può parlare apertamente di “conflitto” tra “Occidente” (poi tenteremo di capire cosa si può ancora intendere entro questa cornice sempre più problematica e indefinita), e i paesi che costituiscono i Brics+ ( li ricordiamo: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica + molti altri paesi associati), è perché negli ultimi decenni, e a livello mondiale, si sta verificando un fenomeno geo-politico impensabile nel 1989, anno comunemente riconosciuto non tanto come quello della “caduta” del muro di Berlino (che è un fatto storico incontrovertibile), quanto come l’inizio, in termini ancora nascosti e da leggere solo tra le righe dei più avvertiti analisti internazionali, come il punto di partenza progressivo ma ineluttabile del declino dell’unica potenza mondiale, “teoricamente” vincitrice della “guerra fredda”. Vincitrice, si intende (non vogliamo piegare la storia ad un’idea travisando i termini più evidenti in cui essa si è dispiegata) di un conflitto pluridecennale il cui esito avrebbe dovuto essere il costituirsi di un nuovo ordine mondiale, e i cui esiti, al contrario, si sono espressi in tutt’altra direzione (o in più direzioni differenti), nel volgere di, tutto sommato, pochi anni.
È indiscutibile, e va riconosciuto per quello che è, che gli Stati Uniti d’America siano usciti in qualche modo vincenti dal confronto con l’altro grande blocco, quello comunista a guida sovietica. Altrettanto indiscutibile, e non già dicendolo oggi, a “cose fatte”, per così dire, o con il senno di poi, ma già al tempo in cui Fukuyama proclamava nientemeno che la fine della storia, è il fatto che queste ed altre tesi altrettanto infondate e contrarie a millenni di esercizio e analisi storica, sono state, in sostanza, un “momento” di una narrazione (come si dice oggi nei confronti di qualunque questione) che intendeva, e intende ancora oggi, spacciare come verità quelli che sono invece semplici e arbitrari assunti di una parte ben definita del mondo politico. Occorrerebbe aggiungere, en passant e riguardo ancora a Fukujama, una presa d’atto generale di un vero e proprio fallimento teorico da parte di un “analista” che sarebbe problematico definire come “storico”. Ma anche mettere nel piatto per così dire, nello stesso tempo, qualcosa di altrettanto deplorevole: il fatto cioè che una buona parte dei pensatori opposti al turbo-capitalismo, si siano presi la briga di confutare un tale coacervo di sciocchezze, in qualche modo cadendo nella trappola di far apparire “grande” una nullità, che tuttavia viene tutt’ora e a sproposito ancora citata.
Quello che appare oggi non tanto evidente, perché lo streaming e l’informazione remano in direzione opposta, è che almeno una parte del sedicente Occidente non appare più tanto coesa e vincente ma, al contrario e con buona evidenza, si muove in maniera disordinata, senza reali linee guida, attenta in definitiva solo a perpetuare un potere (peraltro ristretto all’ambito della singola nazione di appartenenza e ben lungi dallo sciogliersi in una fantasmatica Unione Europea) che, dati alla mano, sta perdendo quando non lo ha già da tempo perso, un peso politico di qualche rilievo in ambito mondiale. È un’analisi che oggi appare condivisa entro un ampio spettro di posizioni politiche. E va rilevato come i più severi critici di questa “assenza”, di questa “mancanza dell’Occidente rispetto, tutto sommato, a sé stesso, siano proprio quegli analisti, quei politologi che avevano tentato incautamente di suonare il de profundis della parte politica che ancora si riconosce in scenari progressivi e tutt’altro che destinati alla sconfitta.
La geografia, intesa come disciplina che si serve e a sua volta contamina altri ordini di studio (dall’economia alla demografia, per non citare che quelli più noti), è un’ottima cartina di tornasole per comprendere lo status quo della realtà. Di cui, inevitabilmente, ha la forza di proporre una fotografia che non può essere sottoposta a trucchi o manipolazioni. E non per caso, sia detto a margine, è materia di secondo piano nelle scuole dove è ridotta a povera cosa quando non del tutto ignorata.
Il potere, ogni potere, sa benissimo del resto che la geografia, se giustamente interpellata, potrebbe avere un impatto enorme quanto alla comprensione dei movimenti politici. La geografia è insomma materia politica per eccellenza. La cartografia, che ne è solo una parte, la migliore esposizione dei rapporti di forza a tutti i livelli. E qui conviene riferirsi alle argomentazioni di un libro, (“L’invenzione dell’Occidente”, di Alessandro Vanoli) in cui un intero capitolo è sapientemente dedicato all’“Era delle mappe: la forma dell’Occidente”. Libro che capiterà qui peraltro di mettere in corto circuito con il testo che vogliamo provare ad analizzare e le cui tesi sono, anche se molto marginalmente e soprattutto nella parte finale che riguarda la contemporaneità, in qualche modo speculari e almeno integrabili al discorso centrale di Nicotera, con tuttavia un limite che vedremo in conclusione di questa riflessione.
Come si dice comunemente, i numeri (e, aggiungerei, dal secolo… le mappe) hanno la testa dura.
Ma di numeri, statistiche, tabelle più o meno consultate, o forse più o meni ignorate dal lettore non specialistico, il libro di Alessandro Nicotera è praticamente privo.
Si tratta, evidentemente, di una scelta che privilegia un approccio discorsivo, legato ai vari momenti in cui le crisi storiche si sono dispiegate, raccontandone la portata politica, economica e culturale, indicando i percorsi in cui l’economia globale si è mossa.
Ma le questioni essenziali, quelle che determinano le svolte decisive, non sono certo trascurate né tanto meno rimosse. Si tratta di un approccio, sembra di capire, che privilegia un’analisi “globale”, e che quindi si muove su più piani discorsivi piuttosto che strutturarsi entro categorie economiche o sociologiche la cui validità, del resto, viene data troppo spesso per scontata.
Un semplice esempio di tale approccio diventa utile, a partire da una disanima del sistema bancario internazionale denominato Switf: “la rete di messaggistica interbancaria che facilitava i pagamenti internazionali – scrive Nicotera – divenne un altro strumento di influenza geopolitica.” In quanto “L’esclusione da Swift equivaleva ad una sentenza di morte economica per qualsiasi paese o istituzione finanziaria.”
L’autore evidenzia apertamente come questo processo di “americanizzazione” creava “dipendenze strutturali difficili da spezzare”. E come, detta in un altro modo, gli Usa hanno inteso il mercato mondiale come una questione da gestire in prima persona e al di sopra di ogni altro parametro.
Termini inequivocabili, comunque, da qualunque lato li si voglia affrontare.
Dati di fatto in luogo di opinioni o di interpretazioni. Dati di fatto in luogo di tabelle e numeri.
È opinione diffusa presso gli storici e gli analisti più avveduti, coloro cioè che non sono allineati e coperti ai dettati delle grandi corporation che controllano quasi per intero il sistema mediatico globale, che l’alternativa proposta dai Brics+ è nata e sostanzialmente si fonda ancora su di un approccio sostanzialmente gradualistico, su tempi non brevi in quanto una sfida diretta verso l’Occidente sarebbe (e sarebbe già stato) controproducente.
E tuttavia, all’indomani della crisi mondiale databile intorno al 2018, (innescata per l’ennesima volta dagli Stati Uniti d’America), quando la Federal Reserve ha iniziato a stampare dollari su scala massiccia per sostenere l’economia americana, (sto liberamente citando dal testo di Nicotera), i paesi emergenti hanno percepito questa strategia come un trasferimento nascosto della crisi verso le loro economie.
E inoltre la “capacità” degli Stati Uniti e dell’Unione europea di escludere unilateralmente paesi e individui dal sistema bancario internazionale ha suonato come un campanello d’allarme per tutte le economie emergenti.
“Il congelamento degli asset russi ha creato un precedente inquietante per tutti quei paesi che mantengono riserve significative nel sistema finanziario occidentale”.
La percezione che “le riserve depositate in Occidente non sono più al sicuro da confische politicamente motivate, spingono molti paesi a riconsiderare radicalmente le proprie strategie di diversificazione valutarie”.
Si tratta di valutazioni la cui gravità è difficile minimizzare, come cerca di fare, al contrario il mainstream che riempie i notiziari in radio, televisione e in ogni altra forma sia possibile
Ma, naturalmente, l’impatto, l’importanza e la riuscita di un fenomeno come quello dei Brics+ non si può confinare entro un ambito ristretto, entro una crisi (una delle tante) che il sistema capitalistico genera con una tempistica di cui ormai forse si potrebbe (e occorrerebbe) conoscere le coordinate. Il fenomeno dei Brics+ in qualche modo travalica l’ambito delle crisi politiche mondiali (non passa giorno che non se ne aprano di nuove) e si muove, o almeno è stato così finora, su piani di lungo termine.
La questione dell’Occidente, che avevamo proposto come tema iniziale, vale a dire della sua consistenza politica, sociologica, economica, è il tema sotteso a qualunque tipo di analisi che voglia “leggere” la realtà del mondo globalizzato in cui viviamo, ma anche di quel mondo finora escluso dai vantaggi dell’Occidente, che si affaccia “senza” prepotenza alla storia.
Ci serviamo ancora una volta per “leggere” Nicotera di alcune analisi postate nella Prefazione del libro di Alessandro Vanoli. E intanto, doverosa premessa, “L’invenzione dell’Occidente” non ha assolutamente nel concetto di “invenzione” un significato negativo. È piuttosto un semplice rimarcare il fatto che questo stesso concetto, l’Occidente, non esiste “ab aeternum” come pretenderebbero taluni “storici” e molti propagandisti, ma si è consolidato, con fatica, soltanto nel 18° secolo (fatte salve le solite “eccezioni”), e forse, non tanto paradossalmente, nello spazio temporale che ha visto la dissoluzione degli imperi coloniali “europei” – ovviamente mai definiti come tali.
Scrive Nicotera affrontando “uno dei temi cruciali nel dispiegarsi delle forze economiche in campo, quello della “logistica”, o più prosaicamente quello di portare merci da paesi non solo remoti ma di cultura e abitudini lontani da tutti gli altri, comunque si voglia intendere il globalismo, come i “Brics” abbiano sviluppato una visione alternativa delle infrastrutture logistiche globali, concretizzata in ambiziosi progetti infrastrutturali che stanno ridisegnando la geografia del commercio internazionale”.
E tuttavia niente di tutto questo, diplomazia, accordi economici, per citare solo i punti di rilievo più significativi, sono diventati punti saldi nel senso comune, nello streaming, in quello che è veramente un fiume di notizie la cui fonte sembra inesauribile.
Il testo di Alessandro Nicotera offre molti spunti per avviare una discussione che già si intuisce né banale né eterodiretta. Ma che purtroppo, non decolla, almeno non nel senso comune. E non per caso.
Scrive Vanoli: “Esiste un tempo in cui l’Occidente non esisteva. E questa “inesistenza” è durata secoli. Soltanto, timidamente, qualcuno nell’Ottocento ha azzardato un discorso sull’Occidente, inteso come area omogenea di cui si poteva azzardare o esprimere un parere oggettivo”.
Troppo poco per un senso comune che ritiene di vivere non tanto nel migliore dei mondi possibili, ma quantomeno in un contesto privilegiato dalle radici profonde. Troppo per chi da questa illusione collettiva è stato comunque espulso.
Il libro di Alessandro Nicotera si chiude su un ultimo capitolo che può essere considerato come un riassunto finale delle tesi proposte dall’Autore stesso, procedimento letterario non solo legittimo ma anche utile a fare il “punto”, quando esso non pretenda di costituirsi come l’ultima e definitiva tesi. Ma quando l’Autore proclama l’importanza del suo libro, la sua valenza inequivocabile, qualche dubbio non può che sorgere. È inusuale che un autore celebri la sua stessa opera senza attendere l’eventuale giudizio del lettore che prenderà in mani il suo testo. Inusuale (e quanto a questo sospendo ogni giudizio) ma efficace.
Siamo di fronte ad un testo importante. Soprattutto perché contribuisce, quanto alle questioni che propone, ad una lettura direi completamente alternativa a quello che oggi appare, ad ogni livello di comunicazione, ad un idem sentire da cui sembra impossibile tirarsi fuori e da cui ci si aspetta, conseguentemente, un’alternativa credibile.
Ma un capitolo particolare ci dà la misura del pensiero profondo dell’Autore. Leggiamo: “Le trasformazioni che stiamo osservando oggi rappresentano solo l’inizio di una rivoluzione di un ordine internazionale che raggiungerà la sua piena maturità nel 2035.”
Siamo di fronte ad una vera e propria profezia, rispetto alla quale attendiamo gli eventi.
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