Dalla cazzuola a quality homes

Perché il futuro dell'edilizia si costruisce prima dell'apertura del cantiere. Il Cantierista riluttante

Nuova gestione del cantiere Brera

Autore: Giorgio Brera

Esperto di sistemi energetici e politiche della transizione ecologica

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Sono entrato in un cantiere per la prima volta più di quarant’anni fa. Da allora ho visto cambiare quasi tutto: i materiali, gli strumenti di progettazione, i software di calcolo, il BIM, i droni, il rilievo laser, fino all’intelligenza artificiale. Eppure, osservando un cantiere di oggi, continuo a riconoscere un’organizzazione del lavoro che, nella sua essenza, è rimasta sorprendentemente simile a quella del secolo scorso.

È un paradosso solo apparente. L’edilizia utilizza tecnologie sempre più avanzate per progettare gli edifici, ma continua a costruirli quasi interamente nel luogo in cui sorgeranno. In pochi altri settori produttivi accade ancora qualcosa di simile.

Da tempo mi chiedo se questa impostazione rappresenti davvero il punto di arrivo della nostra evoluzione tecnica oppure se stiamo assistendo all’inizio di un cambiamento più profondo. Un cambiamento che non riguarda soltanto nuovi materiali o macchine più sofisticate, ma il modo stesso di concepire il processo costruttivo.

Questa riflessione ha trovato nuovi spunti nella lettura del Rapporto ESG 2025 della China State Construction Engineering Corporation (CSCEC) e, in particolare, del programma Quality Homes. Non perché rappresenti un modello da trasferire automaticamente nel contesto italiano, ma perché mostra come la progettazione digitale, la produzione industriale e l’organizzazione del cantiere possano essere integrate in un unico sistema.

L’articolo che segue non è una recensione di quel rapporto né un’analisi dell’edilizia cinese. È la riflessione di un Direttore dei Lavori che, dopo molti anni trascorsi tra cantieri, progetti e coordinamento della sicurezza, si interroga su una domanda semplice: e se il futuro dell’edilizia non consistesse nel costruire meglio il cantiere, ma nel fare in modo che una parte sempre maggiore della qualità nasca prima ancora che il cantiere apra?

 

  1. L’ultima industria artigianale

Quando si parla di innovazione in edilizia il pensiero corre subito al BIM, ai droni, al rilievo laser, all’intelligenza artificiale. Sono strumenti straordinari che hanno cambiato il modo di progettare. Eppure, ogni volta che entro in un cantiere, ho la sensazione che la trasformazione più importante debba ancora arrivare.

L’edificio che stiamo realizzando può essere stato progettato con modelli digitali sofisticati, simulato sotto il profilo energetico e strutturale, coordinato in ambiente BIM. Ma quando iniziano i lavori, il processo costruttivo resta sorprendentemente simile a quello di mezzo secolo fa.

Le armature vengono montate in opera, il calcestruzzo è gettato nelle casseforme, gli impianti vengono installati progressivamente mentre imprese diverse lavorano nello stesso spazio cercando di risolvere interferenze che nessun modello digitale è riuscito a prevedere completamente.

Non è una critica al cantiere. Il cantiere resta un luogo straordinario, dove competenze diverse si trasformano in un’opera reale. Ma è anche l’ultimo grande settore produttivo nel quale il prodotto nasce direttamente nel luogo in cui sarà utilizzato.

Un’automobile viene costruita in fabbrica. Una nave viene assemblata in cantiere navale partendo da grandi blocchi industriali. Perfino gli impianti più complessi arrivano in opera sotto forma di moduli già collaudati. L’edificio, invece, continua a essere costruito quasi interamente sul posto.

È questa la vera anomalia dell’edilizia contemporanea.

Costruire nel luogo definitivo significa lavorare in un ambiente che cambia continuamente. Cambiano le condizioni atmosferiche, gli spazi disponibili, le interferenze tra lavorazioni, l’organizzazione del cantiere. Ogni giorno è diverso dal precedente.

Chi svolge il ruolo di Direttore dei Lavori o di Coordinatore della Sicurezza conosce bene questa realtà. Una modifica apparentemente marginale può ripercuotersi sull’organizzazione delle lavorazioni, sui tempi, sulla sicurezza e, in alcuni casi, sulla qualità finale dell’opera.

Non è un limite delle imprese né delle maestranze. È il limite di un sistema produttivo che affida ancora una parte rilevante della qualità alle condizioni, inevitabilmente variabili, del cantiere.

Negli ultimi anni mi sono convinto che la vera rivoluzione dell’edilizia non consisterà nel progettare edifici sempre più sofisticati, ma nel trasferire una parte crescente della loro costruzione in un ambiente controllato, dove qualità, tempi e sicurezza possano essere governati con maggiore precisione.

È questa la prospettiva che rende particolarmente interessanti le esperienze più avanzate di edilizia industrializzata. Non per copiarle, ma per capire quali insegnamenti possano offrire anche al nostro modo di costruire.

 

  1. Perché il Novecento non era ancora pronto

Ogni volta che si parla di edilizia industrializzata riaffiora il ricordo delle grandi periferie prefabbricate del secondo dopoguerra. Per molti la prefabbricazione continua a evocare edifici ripetitivi, quartieri anonimi e una qualità abitativa che il tempo ha spesso messo in discussione.

È un’immagine che contiene una parte di verità, ma non racconta tutta la storia.

Quei sistemi nacquero per rispondere a un problema enorme: costruire rapidamente milioni di abitazioni, scuole e servizi in Paesi attraversati da una profonda trasformazione urbana. L’idea era semplice e, a mio giudizio, corretta: spostare una parte del lavoro dal cantiere alla fabbrica per rendere il processo più rapido, organizzato e controllabile.

L’Italia non rimase estranea a quella stagione. Già negli anni Cinquanta e Sessanta il tema dell’industrializzazione edilizia era al centro del dibattito tecnico. La X Triennale di Milano dedicò ampio spazio alla prefabbricazione, mentre studiosi come Giorgio Ceragioli e progettisti come Luigi Mattioni contribuirono a sviluppare una riflessione sulla standardizzazione dei componenti e sulla razionalizzazione del processo costruttivo.

Anche importanti gruppi industriali italiani sperimentarono sistemi prefabbricati, soprattutto nell’edilizia residenziale e industriale. I risultati, però, rimasero inferiori alle aspettative. Non tanto perché l’idea fosse sbagliata, quanto perché mancavano gli strumenti per gestirne tutta la complessità.

La progettazione era ancora bidimensionale. Il coordinamento tra strutture e impianti era affidato quasi esclusivamente all’esperienza dei progettisti. La produzione industriale non disponeva dell’automazione e del controllo digitale che oggi consideriamo normali.

In altre parole, l’industrializzazione dell’edilizia era arrivata prima delle tecnologie necessarie a sostenerla.

Per questo motivo credo sia riduttivo giudicare quelle esperienze osservandone soltanto i limiti.

Molti di quei quartieri offrirono per la prima volta abitazioni dotate di servizi moderni, riscaldamento centralizzato, scuole, spazi pubblici e infrastrutture che migliorarono concretamente la qualità della vita di milioni di persone.

Naturalmente emersero anche criticità: ripetitività architettonica, manutenzione complessa, prestazioni energetiche modeste e qualità esecutiva non sempre all’altezza delle aspettative.

Per molti anni questi problemi hanno finito per identificare la prefabbricazione stessa, quasi che fosse il metodo costruttivo, e non il livello tecnologico dell’epoca, ad averne determinato i risultati. Non ne sono convinto.

Mi domando spesso quale giudizio daremmo oggi se quei progettisti avessero avuto a disposizione gli strumenti digitali, i materiali e le capacità produttive di cui disponiamo oggi.

Forse la domanda non è se la prefabbricazione abbia funzionato nel Novecento. La vera domanda è un’altra: l’industrializzazione dell’edilizia era un’idea in anticipo sui tempi?

Credo che le esperienze più recenti dimostrino che quella domanda meriti una risposta nuova. Non perché il passato debba essere dimenticato, ma perché oggi disponiamo finalmente degli strumenti che allora mancavano.

È da questa prospettiva che vale la pena osservare le esperienze internazionali più avanzate. Non come modelli da imitare, ma come laboratori dai quali trarre indicazioni utili anche per il futuro dell’edilizia italiana.

 

  1. Quando il cantiere entra in fabbrica

È a questo punto della riflessione che l’esperienza della China State Construction Engineering Corporation (CSCEC) diventa particolarmente interessante. Non perché rappresenti un modello da esportare automaticamente in Europa. Ogni Paese possiede una propria tradizione costruttiva, un diverso patrimonio edilizio e un quadro normativo che merita rispetto. Sarebbe un errore immaginare soluzioni valide ovunque.

L’interesse dell’esperienza cinese sta altrove.

Per molti anni abbiamo considerato la prefabbricazione come una tecnica costruttiva: pannelli, travi, pilastri o altri elementi realizzati fuori opera per ridurre tempi e costi di cantiere. Nel modello sviluppato da CSCEC il punto di partenza è diverso. Non si tratta semplicemente di prefabbricare componenti, ma di ripensare l’intero processo edilizio secondo una logica industriale.

È un cambiamento di prospettiva.

Il progetto non viene più sviluppato chiedendosi come costruire l’edificio in cantiere, ma come organizzare l’intero ciclo produttivo affinché il maggior numero possibile di lavorazioni venga svolto in condizioni controllate, verificabili e ripetibili.

In questo contesto si inserisce la tecnologia MiC (Modular Integrated Construction). Gli edifici vengono suddivisi in moduli tridimensionali che arrivano in cantiere già completi di strutture, impianti e finiture. Il cantiere non scompare, ma cambia funzione: da luogo nel quale si realizza ogni singolo elemento diventa il luogo nel quale elementi già collaudati vengono assemblati con precisione.

L’aspetto che mi ha colpito non è tanto la rapidità del montaggio, quanto il diverso ruolo assunto dalla progettazione.

Ogni dettaglio deve essere definito prima che il modulo entri in produzione. Le interferenze tra strutture e impianti non possono essere risolte improvvisando una modifica in cantiere. Devono essere eliminate nel modello digitale, quando correggere un errore costa poco e non rallenta i lavori.

Chi dirige un cantiere conosce bene il valore di questo principio. Molti problemi che affrontiamo quotidianamente non nascono durante l’esecuzione delle opere, ma molto prima: in un dettaglio poco studiato, in una sequenza costruttiva non verificata, in un’interferenza che emerge solo quando le lavorazioni sono già iniziate.

L’impressione che ricavo osservando questa esperienza è che il vero obiettivo non sia costruire più velocemente, ma trasferire il controllo della qualità dal cantiere al progetto.

È una differenza sostanziale.

L’industria manifatturiera ha seguito questa strada da decenni. Progetta il prodotto insieme al processo che lo realizzerà. L’edilizia, invece, continua spesso a considerare il progetto e la costruzione come momenti separati.

Forse è proprio qui la lezione più interessante. Non riguarda soltanto la prefabbricazione. Riguarda il modo in cui immaginiamo il lavoro di progettisti, imprese e Direzione dei Lavori. La qualità non si verifica soltanto alla fine: si costruisce lungo tutto il processo.

 

  1. Quality Homes: quando la qualità diventa un metodo

Tra i temi affrontati nel Rapporto ESG di CSCEC, quello delle Quality Homes merita una riflessione particolare. La traduzione letterale – case di qualità – non rende completamente il significato dell’espressione. Più che un prodotto, descrive un metodo di progettazione.

Per tradizione, la qualità di un edificio viene giudicata osservandone l’aspetto: materiali, finiture, immagine architettonica. Sono elementi importanti, ma chi abita una casa sa che la qualità si misura soprattutto nella vita quotidiana.

Una casa confortevole è quella nella quale non compaiono muffe, non si avvertono rumori molesti, gli impianti funzionano correttamente, la manutenzione è semplice e il consumo energetico rimane contenuto nel tempo.

Sono aspetti poco appariscenti, ma determinano il valore reale di un edificio.

L’idea sviluppata da CSCEC parte proprio da qui. Invece di chiedersi come costruire una casa migliore, si domanda quali siano le cause più frequenti di insoddisfazione degli utenti e come eliminarle già nella fase di progetto.

È un approccio che ricorda da vicino quello adottato dall’industria manifatturiera più avanzata. Non si aspetta che il cliente segnali un difetto; si interviene sul processo affinché quel difetto abbia sempre meno probabilità di verificarsi.

In edilizia siamo spesso abituati a ragionare in modo diverso. Il controllo finale individua eventuali problemi e il cantiere cerca di risolverli. È un metodo efficace, ma inevitabilmente costoso.

L’approccio delle Quality Homes propone un cambio di prospettiva: trasformare i problemi ricorrenti in requisiti progettuali.

Per questo assume particolare significato il principio della Five-Good Integration: buoni standard, buon progetto, buoni materiali, buona costruzione e buona gestione. Non sono elementi indipendenti, ma parti di un unico sistema. Un progetto eccellente non può compensare materiali scadenti; una costruzione accurata non può correggere un errore progettuale; una buona manutenzione non può recuperare un edificio concepito senza considerare il suo intero ciclo di vita.

Come Direttore dei Lavori mi è capitato più volte di constatare che alcuni difetti possono essere corretti, ma raramente senza costi aggiuntivi. La vera qualità nasce quando progettisti, strutturisti, impiantisti, costruttori e gestori lavorano come parti di uno stesso processo, non come soggetti che intervengono in momenti successivi.

L’edilizia industrializzata rende questo approccio più realistico. Trasferendo una parte significativa delle lavorazioni in fabbrica, molte prestazioni non dipendono più dalle condizioni variabili del cantiere, ma da procedure controllate e ripetibili.

Questo non significa rinunciare alla qualità architettonica. Al contrario. L’industrializzazione riguarda il processo produttivo, non la creatività del progetto. Due edifici possono essere profondamente diversi nell’aspetto e nella funzione, pur condividendo gli stessi standard qualitativi e lo stesso livello di controllo.

Forse è proprio questa l’evoluzione più interessante.

Per molti anni abbiamo identificato la prefabbricazione con la standardizzazione estetica. Oggi possiamo iniziare a considerarla per ciò che realmente è: uno strumento per rendere costante la qualità, lasciando all’architettura la libertà di continuare a creare edifici diversi tra loro.

 

  1. La qualità si costruisce prima del cantiere

Per molti anni ho pensato che il compito principale del Direttore dei Lavori fosse verificare la corretta esecuzione dell’opera. È una convinzione che nasce dalla pratica quotidiana: controllare materiali, misure, lavorazioni, risolvere imprevisti, coordinare imprese che operano contemporaneamente nello stesso spazio.

Con l’esperienza ho capito che questa è soltanto una parte del lavoro.

Il Direttore dei Lavori arriva quando il progetto è già definito e il cantiere è aperto. Può correggere errori, ma difficilmente può eliminarne le cause senza incidere su tempi, costi o organizzazione. È qui che l’edilizia industrializzata introduce un cambiamento profondo.

La qualità non nasce durante il collaudo finale. Nasce quando il progetto tiene conto, fin dall’inizio, del modo in cui l’edificio sarà prodotto, trasportato, montato, gestito e mantenuto.

In un cantiere tradizionale molte decisioni vengono prese lungo il percorso. È normale adattarsi alle condizioni reali dell’opera, risolvere interferenze impreviste, modificare dettagli esecutivi. Fa parte della natura stessa del cantiere.

Quando però una parte significativa delle lavorazioni viene trasferita in fabbrica, questo margine di improvvisazione si riduce drasticamente.

Il modulo deve essere completamente progettato prima di entrare in produzione. Le interferenze devono essere risolte nel modello digitale. Le tolleranze definite. Le modalità di trasporto e di montaggio già verificate.

La fabbrica obbliga a prendere decisioni che il cantiere tradizionale spesso rinvia.

È proprio questo il punto che cambia anche il ruolo della Direzione dei Lavori.

Qualcuno potrebbe pensare che un edificio industrializzato richieda meno controlli. Io credo l’esatto contrario. Il controllo si sposta.

Accanto alle verifiche tradizionali acquistano importanza la qualificazione degli stabilimenti, la tracciabilità dei componenti, i controlli eseguiti durante la produzione, la logistica, il montaggio e la corrispondenza tra quanto progettato e quanto realizzato.

Il baricentro della qualità si trasferisce progressivamente dal cantiere al processo produttivo.

Anche il progettista è chiamato a un cambiamento.

Per molti anni abbiamo progettato edifici costruibili. Nei prossimi anni dovremo progettare edifici anche producibili.

Non è una sfumatura linguistica.

Un edificio costruibile può richiedere lavorazioni complesse e continue correzioni in opera. Un edificio producibile nasce invece pensando fin dall’origine a come verrà realizzato, controllato e mantenuto.

È la stessa evoluzione che altri comparti industriali hanno già compiuto da decenni. L’edilizia sta iniziando soltanto ora questo percorso.

Naturalmente non tutte le opere potranno essere industrializzate. Il restauro, gli edifici monumentali e molte architetture uniche continueranno a richiedere un’elevata componente artigianale.

Ma una parte consistente dell’edilizia contemporanea – abitazioni, scuole, ospedali, studentati, edifici pubblici – possiede caratteristiche che rendono questo approccio non soltanto possibile, ma auspicabile.

Forse il cambiamento più importante consiste proprio in questo: per oltre un secolo abbiamo cercato di migliorare il cantiere; oggi possiamo iniziare a migliorare il processo che lo precede.

 

  1. La sicurezza: progettare il rischio, non soltanto la protezione

Ogni cantiere comporta inevitabilmente un certo livello di rischio. Per questo la normativa ha costruito, negli anni, un sistema articolato di prevenzione: progettazione della sicurezza, coordinamento, formazione, procedure, dispositivi di protezione collettiva e individuale.

È un patrimonio che ha contribuito a ridurre gli infortuni e che continuerà a essere indispensabile.

Eppure, dopo molti anni trascorsi nei cantieri come Coordinatore della Sicurezza, continuo a pormi una domanda: possiamo progettare edifici che richiedano meno lavorazioni pericolose?

La differenza è sostanziale.

Per decenni abbiamo cercato di proteggere il lavoratore durante l’esecuzione delle attività più rischiose. L’edilizia industrializzata suggerisce un approccio diverso: chiedersi se alcune di quelle attività possano essere eliminate, trasferite in fabbrica o svolte in condizioni molto più controllate.

È lo stesso principio che ispira il D.Lgs. 81/2008: il rischio, quando possibile, deve essere eliminato alla fonte prima ancora di essere protetto.

La prefabbricazione applica concretamente questa logica.

Una parete realizzata in stabilimento richiede meno casserature, meno getti in opera, meno lavorazioni in quota e minori movimentazioni manuali. Un modulo tridimensionale completo di impianti e finiture riduce le interferenze tra imprese e limita il numero di lavoratori che operano contemporaneamente nello stesso spazio.

Naturalmente il rischio non scompare. Cambiano però le condizioni nelle quali il lavoro viene svolto.

La fabbrica è un ambiente stabile, organizzato e ripetibile. Il cantiere, per sua natura, cambia ogni giorno.

Chi frequenta i cantieri sa quanto questa continua trasformazione renda complessa la gestione della sicurezza. Ponteggi, accessi, depositi, percorsi e lavorazioni evolvono continuamente, costringendo imprese e coordinatori ad adattare costantemente l’organizzazione del lavoro.

Molti degli infortuni più gravi non derivano da comportamenti eccezionali. Nascono durante operazioni assolutamente ordinarie. Una movimentazione. Un sollevamento. Una lavorazione in quota. Un’interferenza tra squadre diverse.

Quasi sempre il problema non è l’assenza di una regola. Le regole esistono. È la complessità dell’ambiente a renderne difficile l’applicazione.

Per questo considero la sicurezza uno degli argomenti più convincenti a favore dell’industrializzazione dell’edilizia.

Non perché elimini ogni rischio. Ma perché riduce il numero delle situazioni nelle quali il lavoratore viene esposto a rischi inevitabili.

Come Coordinatore della Sicurezza, questa mi sembra la differenza più importante: non progettare soltanto la protezione delle persone, ma progettare un processo che abbia bisogno di esporre meno persone al rischio.

Alla fine, il cantiere più sicuro non è quello nel quale gli operai sono semplicemente più prudenti. È quello nel quale, grazie al progetto e all’organizzazione del processo produttivo, molte lavorazioni pericolose non devono più essere eseguite.

Ed è probabilmente questa la più importante lezione che l’edilizia industrializzata può offrire.

 

  1. Costruzioni belle, non economiche

Per molti anni l’edilizia industrializzata è stata presentata quasi esclusivamente come uno strumento per ridurre tempi e costi. È probabilmente questo il motivo per cui, ancora oggi, la prefabbricazione viene spesso associata a edifici anonimi, standardizzati e privi di qualità architettonica.

Credo che oggi questo schema vada superato.

La vera sfida non è costruire case meno costose. È rendere accessibile una qualità che fino a pochi anni fa apparteneva quasi esclusivamente all’edilizia di fascia alta.

Chi vive un edificio raramente giudica la qualità osservandone la struttura. La percepisce ogni giorno, spesso senza rendersene conto.

Una casa ben progettata è silenziosa. Mantiene una temperatura stabile in estate e in inverno. Consuma poca energia. È semplice da manutenere. Gli impianti funzionano senza continue regolazioni. L’aria è salubre. Gli spazi sono accessibili anche quando cambiano le esigenze della famiglia.

Sono questi gli aspetti che determinano il benessere di chi abita un edificio.

La produzione industriale può contribuire in modo decisivo proprio su questi elementi.

Realizzare componenti in stabilimento significa lavorare in condizioni controllate, con procedure ripetibili e verifiche sistematiche. Significa ridurre la variabilità dell’esecuzione e aumentare la probabilità che le prestazioni progettate diventino prestazioni reali.

Naturalmente nessun sistema costruttivo garantisce, da solo, un edificio di qualità. Un cattivo progetto rimane tale anche se realizzato perfettamente.

L’industrializzazione non sostituisce la competenza del progettista. La valorizza.

Permette all’architettura, all’ingegneria e all’impiantistica di esprimersi con maggiore continuità, riducendo il divario che troppo spesso separa il progetto dall’opera costruita.

Per questo motivo ritengo che l’obiettivo non debba essere costruire edifici economici, ma rendere economicamente sostenibile un livello qualitativo più elevato.

La differenza è sostanziale. Ridurre il costo della qualità non significa abbassare la qualità. Significa fare in modo che edifici confortevoli, efficienti, durevoli e sicuri non rappresentino più un’eccezione, ma diventino la normalità.

È una prospettiva che riguarda soprattutto l’edilizia pubblica.

Scuole. Studentati. Residenze universitarie. Ospedali. Case popolari. Residenze per anziani.

Sono gli edifici nei quali la qualità costruttiva produce il maggiore valore sociale, perché migliora la vita di migliaia di persone per decenni.

L’esperienza maturata da China State Construction Engineering Corporation dimostra che oggi esistono tecnologie e modelli organizzativi capaci di affrontare questa sfida su larga scala. Non rappresentano una ricetta universale né una soluzione da trasferire automaticamente nel contesto italiano. Costituiscono però un patrimonio di esperienze dal quale anche il nostro settore può trarre insegnamenti utili.

L’Italia possiede una tradizione progettuale, architettonica e impiantistica riconosciuta nel mondo. Il confronto con realtà industriali di questo livello può diventare un’opportunità di crescita reciproca, soprattutto nei settori dove qualità, sostenibilità e rapidità di realizzazione devono procedere insieme. Penso all’edilizia residenziale pubblica, agli studentati, agli ospedali di comunità, alle scuole e alle residenze per anziani: ambiti nei quali la collaborazione internazionale può tradursi in benefici concreti per i cittadini, senza rinunciare all’identità del nostro modo di progettare.

 

Conclusioni

Quando ho iniziato questo articolo mi sono posto una domanda semplice: il futuro dell’edilizia si costruisce ancora in cantiere oppure sempre più spesso nasce prima dell’apertura del cantiere?

Dopo aver osservato l’evoluzione delle tecnologie costruttive, studiato alcune esperienze internazionali e, soprattutto, ripensato a molti anni trascorsi come progettista, Direttore dei Lavori e Coordinatore della Sicurezza, credo che la risposta sia ormai abbastanza chiara.

Il cantiere continuerà a essere il cuore della costruzione. Ma il suo ruolo sta cambiando.

Una parte crescente della qualità, della sicurezza e dell’efficienza non dipenderà più dalla capacità di correggere gli errori durante l’esecuzione, bensì dalla capacità di evitarli attraverso una progettazione più completa, una produzione industriale più evoluta e un’organizzazione dell’intero processo costruttivo.

È questo, a mio giudizio, il vero significato dell’edilizia industrializzata.

Non sostituire il cantiere. Renderlo migliore. Non sostituire il lavoro dell’uomo. Permettergli di svolgersi in condizioni più sicure, più controllate e più rispettose della sua professionalità.

Le esperienze sviluppate in questi anni da realtà come CSCEC dimostrano che questa trasformazione è già iniziata. Non spetta a noi copiarla, ma comprenderla, adattarla e farla dialogare con la migliore tradizione progettuale italiana. È da questo confronto, più che dalla contrapposizione tra modelli diversi, che possono nascere le innovazioni più interessanti.

Per oltre un secolo abbiamo cercato di costruire cantieri sempre migliori.

Forse la sfida del XXI secolo è ancora più ambiziosa: progettare edifici che abbiano bisogno di meno cantiere.

Se questo significherà realizzare scuole migliori, ospedali più efficienti, case più confortevoli e, soprattutto, ridurre il numero di lavoratori esposti ai rischi più gravi, allora l’industrializzazione dell’edilizia non sarà soltanto un progresso tecnologico. Sarà un progresso civile.

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