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Qualche anno fa sarebbe stato impensabile discutere in Italia della Cina come di un’esperienza socialista. Per decenni, infatti, la maggior parte del marxismo occidentale ha considerato la svolta avviata da Deng Xiaoping nel 1978 come un abbandono del socialismo e un passaggio al capitalismo. Questa lettura si è radicata non solo nel senso comune occidentale, alimentato da una costante campagna anticinese, ma anche in ampi settori della sinistra e del movimento comunista. In Italia, il Partito della Rifondazione Comunista ha a lungo condiviso tale giudizio, mentre una rivalutazione dell’esperienza cinese è stata promossa soprattutto dal Partito dei Comunisti Italiani e da intellettuali come Domenico Losurdo e Giovanni Arrighi.
Proprio Losurdo ha svolto un ruolo decisivo nel mettere in discussione la narrazione dominante, invitando a interpretare le riforme cinesi non come una resa al capitalismo, ma come una diversa e originale via al socialismo, fondata su tempi storici lunghi e su una strategia di sviluppo nazionale. Le sue opere, insieme al lavoro culturale svolto da Marx21 e da altri studiosi, hanno contribuito a diffondere nel movimento comunista italiano una comprensione più articolata della Repubblica Popolare Cinese, che si accompagna alla riscoperta della lezione articolata ed eterogenea del movimento comunista storico del ‘900, analizzato non solo nei suoi errori (sui quali l’intellighenzia liberale concentra i suoi sforzi) ma anche nei suoi pregi.
Per comprendere lo straordinario percorso compiuto dalla Cina negli ultimi cinquant’anni è necessario liberarsi di molte categorie interpretative sedimentatesi nel marxismo occidentale dopo la crisi del movimento comunista internazionale. La lettura della realtà cinese richiede infatti una riscoperta della genuina tradizione marxista-leninista, fondata sull’analisi concreta della situazione concreta, e non di un marxismo ridotto a schema astratto o a mera testimonianza ideologica. Occorre depurare la riflessione teorica dalle influenze dell’anarco-trockijsmo – che tende a giudicare ogni compromesso tattico un tradimento – e da quelle del liberalismo – che ha colonizzato ampi settori della sinistra occidentale. Solo recuperando la centralità della questione nazionale, del ruolo dello Stato, della sovranità economica e della lunga transizione storica al socialismo diventa possibile comprendere le scelte compiute dal Partito Comunista Cinese. In questa prospettiva la Cina non appare come una smentita del marxismo-leninismo, bensì come uno dei più ambiziosi tentativi contemporanei di applicarne creativamente i princìpi alle condizioni specifiche del XXI secolo.
Questa rilettura ha favorito anche una concezione più ampia della lotta di classe nell’epoca della globalizzazione, spostando l’attenzione dai soli rapporti sociali interni ai singoli Paesi alle dinamiche internazionali e ai rapporti tra imperialismo e sviluppo dei popoli. Comprendere la Cina richiede inoltre di considerare la sua straordinaria profondità storica: una delle più antiche civiltà del pianeta, protagonista per secoli dello sviluppo economico e tecnologico mondiale, poi ridimensionata dall’ascesa dell’Occidente durante la “grande divergenza” (Pomeranz) e infine tornata al centro della scena globale. Questa lunga continuità storica è una delle chiavi fondamentali per comprendere il modo di pensare e le scelte strategiche del Partito Comunista Cinese.
È solo a partire da queste premesse che si può comprendere la bontà della svolta di Deng, avvenuta in un contesto di isolamento diplomatico internazionale con i Paesi socialisti; essa si è rivelata decisiva per acquisire pacificamente le tecnologie occidentali, riuscendo poi, attraverso ampi investimenti nel campo della ricerca, a portarne avanti un autonomo sviluppo ulteriore. Per decenni la borghesia ha diffuso il mito di governi comunisti incapaci di mantenere il livello di evoluzione e sviluppo tecnologici garantiti dalle economie capitalistiche. L’URSS e altri paesi del “socialismo reale” hanno già smentito concretamente questa leggenda in diversi settori economici, ma l’esempio della Cina è ancora più potente: da Paese del “Terzo Mondo” devastato e saccheggiato dall’imperialismo internazionale, a faro delle nuove tecnologie in sempre più variegati campi. Il fatto che una parte crescente dei consumatori occidentali usi un telefono Huawei o Xiaomi, prodotti spesso superiori nel rapporto qualità/prezzo rispetto a quelli occidentali, è soltanto il dato più appariscente di questo avvenuto decisivo sorpasso, cosa mai riuscita all’URSS nel settore dell’industria leggera e dei “beni di lusso”.
La svolta di Deng Xiaoping e la conquista della tecnologia
Contadino rivoluzionario, veterano della rivoluzione fin dai tempi della “Lunga Marcia”, comandante di mille battaglie contro l’imperialismo giapponese e nemico di classe del Kuomintang, Deng Xiaoping (Guang’an, 22 agosto 1904 – Pechino, 19 febbraio 1997) ha ricoperto ruoli direttivi nel PCC a più riprese nel corso dell’era di Mao Tse-tung e ha diretto de facto la Cina dal 1978 al 1992. È stato il pioniere della riforma economica cinese e l’artefice del “socialismo con caratteristiche cinesi”, teoria che mira a giustificare la transizione dall’economia “chiusa”, pianificata e centralizzata, ad una politica di apertura verso un’economia con elementi di “mercato”, restando all’interno dell’ottica di uno Stato controllore delle prospettive macroeconomiche.
Sotto la sua guida il Paese migliora le relazioni strategiche e geopolitiche con l’URSS, abbandonando la teoria antisovietica (di derivazione maoista) dei Tre Mondi e soprattutto aprendosi alla collaborazione economica con l’Occidente.
Deng è il cuore della seconda generazione dei leader del Partito Comunista Cinese. Con le sue ricette la Cina diventa una delle economie dalla crescita più rapida, senza che il Partito perda il controllo del Paese. La finalità delle riforme è riassunta nel programma delle “Quattro Modernizzazioni”: agricoltura, industria, scienza e tecnologia, apparato militare. «Intendiamo acquisire tecnologia avanzata, scienza e una gestione efficiente. Tutte queste cose non hanno un carattere di classe». La strategia per diventare una nazione industriale moderna è l’economia socialista di mercato. Deng argomenta che la Cina si trovi nello stadio base del socialismo e che il dovere del partito sia di perfezionarlo lavorando ad un “socialismo con caratteristiche cinesi”. Questa interpretazione del marxismo riduce il peso dell’ideologia nelle decisioni economiche. Deng pone in risalto l’idea che socialismo non significhi povertà condivisa.
La giustificazione teorica per l’apertura al mercato capitalistico? «Pianificazione e forze di mercato non rappresentano l’essenziale differenza che sussiste tra socialismo e capitalismo. Economia pianificata non è la definizione di socialismo, perché c’è una pianificazione anche nel capitalismo; l’economia di mercato si attua anche nel socialismo. Pianificazione e forze di mercato sono entrambe strumenti di controllo dell’attività economica». Per Deng si possono praticare linee di condotta anche se queste vanno oltre gli insegnamenti di Mao; diversamente dai leader più conservatori come Chen Yun, Deng non presenta obiezioni a determinate politiche economiche per la sola ragione che esse siano simili a quelle attuate nelle nazioni capitaliste. Uno dei suoi motti più famosi è: «la pratica è l’unico criterio di verità». Le riforme di Deng includono l’introduzione di una gestione pianificata e centralizzata macroeconomica in mano a funzionari tecnicamente competenti, abbandonando il modello dell’economia collettivista di Mao. Tuttavia, a differenza del modello sovietico, la gestione risulta essere indiretta tramite i meccanismi del mercato. Deng sostiene l’eredità di Mao per quanto riguarda il ruolo di primaria importanza della produzione agricola, e incoraggia una significativa decentralizzazione della gestione delle decisioni nei gruppi.
A livello locale per motivare la forza-lavoro e aumentare la produttività devono essere offerti incentivi concreti piuttosto che appelli volontaristici; diventa lecito ai contadini guadagnare entrate extra grazie alla vendita sul mercato dei prodotti delle terre ad essi assegnate. Nella generale spinta volta ad ottenere una posizione di mercato, alle municipalità locali e agli organismi provinciali è consentito indirizzare gli investimenti nei settori industriali considerati più redditizi, il che favorisce lo sviluppo dell’industria leggera a discapito di quella pesante, con una crescita guidata delle esportazioni.
La produzione industriale leggera è vitale per lo sviluppo di un paese che dispone di scarsi capitali di base. A seguito di un breve periodo di gestazione, bassi requisiti di capitale e alti guadagni derivanti dalle esportazioni verso l’estero, i profitti generati dall’industria leggera possono essere reinvestiti in una produzione tecnologicamente più avanzata. Tuttavia, in netto contrasto con le riforme simili (ma non tanto fruttuose) attuate in Jugoslavia e in Ungheria, tali investimenti non sono finanziati dal governo.
Il capitale investito nell’industria pesante proviene in gran parte dal sistema bancario e dai depositi dei consumatori. Durante questa fase strategica occorre evitare una ripartizione diretta dei profitti, intervenendo piuttosto tramite la tassazione e manovre di tipo bancario; la ripartizione nelle industrie di proprietà dello Stato avviene pertanto in modo indiretto, rendendo così meno semplice l’interferenza diretta del governo. L’insieme di queste riforme ha costituito la scintilla che ha determinato una rivoluzione industriale, svoltando notevolmente rispetto alle linee di condotta maoiste di un’economia autosufficiente. La Cina accelera il processo di modernizzazione aumentando il volume di scambi commerciali con l’estero, specialmente con l’acquisto di macchinari dal Giappone e dall’Occidente. Con tali importazioni si sviluppano le “Quattro Modernizzazioni”, alimentando un circolo virtuoso in cui i capitali stranieri, il mercato, le tecnologie innovative e l’acquisizione di competenze manageriali accelerano lo sviluppo economico.
Dalla critica al socialismo pauperistico alla transizione di lungo periodo
«Per sostenere il socialismo, un socialismo che sia superiore al capitalismo, rappresenta un imperativo in primo luogo soprattutto eliminare la povertà». (Deng Xiaoping, 26 aprile 1987)
Per Losurdo il dibattito sviluppatosi nella Cina di Deng richiamava un problema già emerso dopo la Rivoluzione d’Ottobre: il socialismo deve limitarsi a distribuire in modo più egualitario la povertà esistente oppure deve creare le condizioni per accrescere la ricchezza sociale e migliorare concretamente la vita delle masse? Deng rifiutò l’idea che la povertà potesse essere considerata una virtù socialista, sostenendo che «la povertà non è socialismo» e che la costruzione socialista richieda lo sviluppo delle forze produttive e l’innalzamento del tenore di vita popolare.
Da qui nasce il celebre slogan secondo cui «diventare ricchi è glorioso», inteso non come esaltazione del capitalismo ma come incentivo allo sviluppo economico. Deng polemizzava contro la concezione attribuita alla “Banda dei Quattro”, secondo cui un «comunismo povero» sarebbe stato preferibile a un «capitalismo ricco». Richiamandosi implicitamente alla concezione marxiana, sosteneva giustamente che comunismo e socialismo presuppongono un elevato livello di sviluppo materiale e che parlare di «socialismo povero» costituisca una contraddizione.
Tuttavia Deng distingueva nettamente la prosperità socialista da quella capitalista: nel socialismo la ricchezza deve essere orientata al benessere collettivo e alla «prosperità comune». Poiché un Paese vasto come la Cina non poteva svilupparsi in modo uniforme, le regioni più avanzate avrebbero dovuto trainare e sostenere quelle rimaste indietro. Per Deng questa strategia rappresentava una «seconda rivoluzione», ossia una nuova fase della costruzione socialista; per molti suoi critici, in Cina e nel marxismo occidentale, essa costituiva invece una restaurazione capitalistica.
Questa strategia presupponeva una concezione della transizione al socialismo molto diversa da quella che immaginava il rapido superamento del mercato e delle differenze economiche. Per Deng, la costruzione del socialismo in un Paese immenso, povero e arretrato come la Cina non poteva essere misurata nell’arco di pochi anni o decenni, ma richiedeva una prospettiva storica di lungo periodo. L’obiettivo finale rimaneva quello della prosperità comune e dell’avanzamento verso una società socialista avanzata, ma per raggiungerlo era necessario sviluppare prima le forze produttive, la scienza, la tecnologia e la ricchezza nazionale.
In questa prospettiva, l’introduzione di meccanismi di mercato, l’apertura agli investimenti esteri e l’accettazione di differenze temporanee nei livelli di reddito non rappresentavano un abbandono del socialismo, bensì strumenti utilizzati per accelerare lo sviluppo. Deng riteneva che non fosse possibile distribuire una ricchezza che ancora non esisteva e che l’eguaglianza reale dovesse poggiare su una base materiale solida. Alcune regioni e alcuni settori sarebbero dunque diventati prosperi prima di altri, con il compito di trainare successivamente l’intero Paese.
La transizione socialista veniva così concepita come un processo storico lungo, caratterizzato da fasi differenti e da inevitabili compromessi tattici. L’importante, secondo Deng, era mantenere il controllo politico del Partito Comunista e orientare lo sviluppo economico verso obiettivi collettivi. In questa visione, il socialismo non coincide con l’immediata eliminazione del mercato o delle disuguaglianze, ma con un percorso pluridecennale volto a creare le condizioni materiali necessarie per una futura e più avanzata forma di uguaglianza sociale.
Lenin, la NEP e il capitalismo di Stato
Ci sono molti parallelismi tra il socialismo di mercato di Deng, soprattutto nei primi stadi, e la Nuova Politica Economica (NEP) di Lenin e Bucharin. In entrambe sono previsti ampi spazi per l’impresa privata e il mercato nella determinazione dei prezzi di vendita, a scapito di una rigida pianificazione centrale. Occorre a questo punto riscoprire la fase meno conosciuta, e tra le più originali, dell’opera di Lenin: quella di aver teorizzato l’uso politico del capitalismo di Stato per costruire una transizione di lungo periodo al socialismo attraverso la NEP.
Nel 1921, dopo tre anni di comunismo di guerra e di vittoriosa resistenza agli assalti della controrivoluzione interna ed internazionale, Lenin comprende che la dittatura del proletariato sarebbe durata più a lungo del previsto, e che ciononostante, anche in mancanza dello scoppio della tanto attesa rivoluzione in Occidente, il compito dei bolscevichi diventa lavorare al rafforzamento del nuovo Stato operaio e contadino, mostrando al mondo intero che il proletariato può governarsi da solo, senza padroni. Così Lenin sul lungo processo dialettico che conduce al socialismo:
«noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un’altra arte, necessaria nella rivoluzione: la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo. Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo e avendo risvegliato l’entusiasmo popolare prima genericamente politico e poi militare – noi contavamo di adempiere direttamente, sulla base di questo entusiasmo, anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo – o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente – di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare – con un lavoro di una lunga serie d’anni – il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo […]. Lo Stato proletario deve diventare un “padrone” cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all’ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all’occidente capitalista […], non c’è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all’ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L’interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell’aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo».
Lo Stato proletario necessita quindi anzitutto dello sviluppo intensivo delle forze di produzione, obiettivo strategico per il quale può tornare utile anche il mantenimento di rapporti di produzione capitalistici. Come dice Lenin: «il progresso delle forze produttive […] nel programma del nostro partito viene considerato compito fondamentale e improrogabile». Di qui l’apertura tattica alla borghesia: «Cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente indispensabili ad appaltatori privati, compresi i capitalisti privati e gli investitori stranieri». Ci sono tutti i presupposti per il lancio della NEP (Nuova Politica Economica) che, ripristinando elementi di libero mercato e di capitalismo, pone fine alla stagione del “comunismo di guerra”. Tale svolta viene preceduta da importanti ragionamenti sul capitalismo di Stato e sulla necessità di distinguere tra potere politico ed economico:
«Libertà di commercio significa libertà per il capitalismo, ma significa al tempo stesso una nuova forma di capitalismo. Vale a dire che noi, in una certa misura, ricreiamo il capitalismo. E lo facciamo del tutto apertamente. Si tratta del capitalismo di Stato. Ma capitalismo di Stato in una società in cui il potere appartiene al capitale, e capitalismo di Stato in uno Stato proletario sono due concetti diversi. In uno Stato capitalistico, capitalismo di Stato significa capitalismo riconosciuto e controllato dallo Stato a vantaggio della borghesia e contro il proletariato. Nello Stato proletario, vien fatta la stessa cosa a vantaggio della classe operaia e allo scopo di resistere alla borghesia ancora forte e di lottare contro di essa. È ovvio che dovremo cedere molte cose alla borghesia e al capitale straniero. Pur non snazionalizzando nulla, cederemo ai capitalisti stranieri miniere, boschi, pozzi petroliferi, per ottenere in cambio prodotti industriali, macchine, ecc, per ricostruire in tal modo la nostra industria».
Già nel 1917 aveva idee ben precise sul capitalismo di Stato:
«il capitalismo monopolistico di Stato, in uno Stato veramente democratico rivoluzionario, significa inevitabilmente e immancabilmente un passo, e anche più d’un passo, verso il socialismo! Infatti se una grandissima azienda capitalistica diventa un monopolio, vuol dire che essa lavora per tutto il popolo. Se è diventata un monopolio di Stato, vuol dire che lo Stato […] dirige tutta questa impresa. Nell’interesse di chi? O nell’interesse dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, e allora non avremo uno Stato democratico rivoluzionario, ma burocratico reazionario, una repubblica imperialistica; o nell’interesse della democrazia rivoluzionaria, e questo sarà allora un passo verso il socialismo. Perché il socialismo non è altro che il passo avanti che segue immediatamente il monopolio capitalistico di Stato. O, in altre parole: il socialismo non è altro che il monopolio capitalistico di Stato messo al servizio di tutto il popolo e che, in quanto tale, ha cessato di essere monopolio capitalistico. […] il capitalismo monopolistico di Stato è la preparazione materiale più completa del socialismo, è la sua anticamera, è quel gradino della scala storica che nessun gradino intermedio separa dal gradino chiamato socialismo».
La legittimità della NEP cinese
L’idea di fondo è quindi semplice: il socialismo non può essere edificato sulla povertà e sull’arretratezza, ma richiede un poderoso sviluppo delle forze produttive. La priorità è mantenere il controllo politico dell’avanguardia della classe lavoratrice, ossia il Partito comunista, utilizzando selettivamente meccanismi di mercato per rafforzare lo Stato e l’economia nazionale. La logica di fondo presuppone una transizione lunga, flessibile e non lineare, nella quale il potere politico guida e disciplina l’impiego di strumenti capitalistici in funzione di obiettivi strategici di lungo periodo.
Per inciso: il fatto che la NEP sovietica sia terminata precocemente non è dovuto ad un rinnegamento della strategia leniniana, ma alla conseguenza di un radicale mutamento della situazione internazionale. Tra il 1927 e il 1929 la dirigenza sovietica maturò la convinzione che una nuova guerra contro l’URSS fosse sempre più probabile: la rottura delle relazioni diplomatiche con il Regno Unito, l’ascesa di governi ostili come quello di Piłsudski in Polonia, l’isolamento diplomatico sovietico e la sconfitta del movimento rivoluzionario cinese alimentarono la percezione di una minaccia imminente. In queste condizioni, la NEP aveva ormai esaurito la sua funzione storica: aveva consentito di ricostruire il Paese, ma non garantiva i ritmi di sviluppo necessari per colmare il divario industriale con le grandi potenze capitalistiche. Per Stalin e la maggioranza del gruppo dirigente bolscevico, la sopravvivenza stessa del primo Stato socialista imponeva un’accelerazione senza precedenti dell’industrializzazione. Da qui la scelta dei piani quinquennali, finalizzati a costruire rapidamente una moderna base industriale e militare, con gli inevitabili scompensi sociali e politici su cui concentrano l’attenzione gli anticomunisti. La svolta del 1929 fu quindi motivata soprattutto da esigenze strategiche e difensive: preparare l’URSS a uno scontro che appariva inevitabile. Gli eventi degli anni ‘40, con l’invasione nazista e la vittoria sovietica, hanno dimostrato che quella scelta sia stata decisiva per salvare il socialismo e sconfiggere il nazifascismo, ma mantengono aperta la possibilità di un percorso diverso, graduale e meno traumatico di approdo al socialismo.
La NEP, con la sua reintroduzione di elementi capitalistici, è una forma di “socialismo di mercato”, la cui misura può variare ed essere più o meno ampia, a seconda dei settori e dello spazio che lo Stato proletario decide di concedere alla borghesia.
La NEP è stata giudicata una forma di tradimento dalle correnti estremiste del movimento comunista russo, che non hanno saputo superare una lettura schematica e dogmatica del marxismo. Di qui la ribellione dei marinai di Kronstadt, repressi duramente da Trockij su mandato del Partito nel 1921.
Tutto ciò è dovuto all’immaturità politica e all’insufficienza culturale di quella parte chiliastica dei movimenti sociali ribellistici con cui, bene o male, i marxisti più consapevoli devono imparare a relazionarsi con profitto per costruire un’alleanza in vista della presa del potere, ponendosi però il tema di come farli crescere assumendo i fondamentali della scienza politica.
Se non è stato un tradimento quello di Lenin, alla stessa maniera non si può parlare di tradimento per quanto accaduto nella Cina post-maoista, che ha sviluppato una NEP molto più marcata rispetto a quella sovietica. La differenza decisiva è che la Cina non si è trovata nella situazione geopolitica dell’URSS di fine anni ’20 e ha quindi potuto prolungare nel tempo tale politica. La Repubblica Popolare Cinese si è costruita e consolidata in un contesto diverso, in cui le principali mire dell’imperialismo erano rivolte contro il grande nemico sovietico, per stroncare il quale lo stesso Occidente ha favorito una politica di apertura e distensione con la Cina (iniziata peraltro già in epoca maoista, come ci ricorda la cosiddetta “diplomazia del ping-pong).
Non è oggetto di questo scritto discutere se il posizionamento internazionale cinese degli anni ’70 fosse il più adeguato rispetto ai princìpi dell’internazionalismo proletario e della nascente globalizzazione neoliberista, né discutere dei limiti e delle colpe di un’Unione Sovietica che non era riuscita a rimediare a tutti i danni fatti dalla segreteria Chruscev.
Quel che ci interessa qui rilevare è che la “NEP cinese” ha consentito al Paese non solo di svilupparsi senza grossi traumi interni (salvo la tentata rivoluzione colorata organizzata dalla CIA nel 1989), ma di assumere pacificamente la leadership della globalizzazione prima ancora di aver costruito una società integralmente socialista, portando l’imperialismo occidentale sull’orlo del baratro. Mentre in Europa si favoleggia su una fantomatica transizione socio-economica fondata sul “great reset” e all’“agenda 2030”, a Pechino prosegue la tradizione dei piani quinquennali per migliorare le condizioni delle classi popolari e proseguire l’avanzata verso l’orizzonte comunista.
Verso un grande Paese socialista moderno
Occorre in conclusione ricordare che, secondo la linea ufficiale del Partito Comunista Cinese, la Cina è già oggi un Paese socialista che si trova nella fase primaria del socialismo. La questione, per i dirigenti cinesi, non è passare dal capitalismo al socialismo, ma completare gradualmente la costruzione di una società socialista moderna attraverso diverse tappe storiche.
Gli ultimi documenti programmatici del PCC, in particolare il XIX e il XX Congresso, fissano una strategia in due fasi: entro il 2035: «realizzare fondamentalmente la modernizzazione socialista»; dal 2035 alla metà del secolo (2049-2050), trasformare la Cina in un «grande Paese socialista moderno», prospero, potente, democratico, avanzato culturalmente, armonioso e bello. Nella concezione cinese, quindi, la fase primaria del socialismo può includere ampi elementi di mercato e forme di capitalismo di Stato, e il 2049 (centenario della Repubblica Popolare) rappresenta il traguardo della costruzione di un Paese socialista pienamente modernizzato.
Peraltro, diversi teorici cinesi hanno sostenuto che la fase primaria del socialismo potrebbe durare circa un secolo, convenzionalmente dal 1956 (completamento della trasformazione socialista dei rapporti di proprietà) fino alla metà del XXI secolo. Questa idea, formulata negli anni ‘80 e mai formalmente abbandonata, colloca proprio attorno al 2050 la conclusione della fase storica inaugurata da Mao e proseguita da Deng. In questa ottica la “NEP cinese” copre il periodo 1978-2049, costituendo una lunga transizione nella quale il mercato viene utilizzato come strumento subordinato allo sviluppo delle forze produttive. Il 2049 rappresenta nei propositi cinesi il completamento della fase inaugurata da Deng Xiaoping e l’ingresso in uno stadio più avanzato della costruzione socialista caratterizzato dalla «prosperità comune».
Terza guerra mondiale e controffensiva borghese permettendo, ovviamente.
La prima questione è di stretta attualità: la crisi dell’impero statunitense e dei suoi vassalli si accompagna ad un’instabilità internazionale crescente, dovuta al tentativo di Washington di impedire il mutamento degli equilibri a favore dei BRICS (ed in particolar modo della Cina).
La seconda questione andrà sempre tenuta a mente: una qualsiasi NEP comporta inevitabilmente la resurrezione e il rafforzamento della classe borghese, almeno dal punto di vista economico-sociale. Un pilastro centrale di questa strategia è che la borghesia non debba avere autonomia politica, né debba porsi all’opposizione politica del regime; a queste condizioni, le sue componenti più virtuose hanno diritto di rappresentanza nelle sedi istituzionali della democrazia pluripartitica cinese, contribuendo così al consolidamento del sistema. Certo è che la persistenza di una forte classe borghese interna costituisce un costante pericolo di degenerazione socio-morale ed economico-politica, che potrebbe in futuro saldarsi agli interessi della borghesia imperialista occidentale.
Il PCC è comunque consapevole di queste dinamiche, e lavora di conseguenza, avanti svariati decenni nell’elaborazione teorica rispetto al movimento comunista occidentale, che ha il compito di apprendere da questa esperienza per costruire un movimento di opposizione di massa alla guerra e all’imperialismo, sviluppando per ogni contesto locale (nazionale) un adeguato programma di transizione verso il socialismo e un percorso adeguato per la presa del potere politico.
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