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- Gli italiani sani di mente rischiano la caduta in una cupa depressione ogni volta che s’imbattono nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti – nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici. Tutti, nella modulazione di forme e temperamenti, ricorrono alla menzogna metodica, talora inconsciamente incorporata, e dosi massicce di propaganda, al fine di manipolare la coscienza di un popolo stordito da TV e cellulari. L’obiettivo è sempre quello, distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla lontana dal nocciolo della questione (che potremmo sintetizzare in democrazia partecipativa ed equità distributiva).
Nelle attuali circostanze, l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di un nemico, la cui edificazione ne catalizza l’orizzonte ontologico: in Europa la sua icona si materializza nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i cavalli in piazza San Pietro; in Asia Occidentale essa prende corpo nella fantascientifica Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita, scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e dittatori che considerano i nemici stupidi, oltre che dementi); e in Estremo Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito modello alternativo a un capitalismo plutocratico anglo-atlantico frantumatore di ricchezza persino al proprio interno, oltre che di pace e umana convivenza in ogni angolo del pianeta.
Ormai, anche i piccioni del duomo di Firenze hanno preso atto che codesti potentissimi signori sono usciti di testa, incuranti come sono della necessità di preservare almeno qualche forma di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità internazionale aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo conflitto mondiale.
Mentre sul palcoscenico dell’ermeneutica italiana è in corso la tragica farsa che sottrae risorse decrescenti al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori di morte, i suoi cittadini vengono quotidianamente derubati del frutto del loro lavoro (dal 2019 al 2024 i salari italiani sono scesi dell’8% in termini reali, e da allora va anche peggio[1]), mentre nell’anno di grazie 2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) è esposto al rischio di povertà, in grave deprivazione materiale/sociale, o con un lavoro precario e sottopagato[2].
Nell’arena internazionale, la verbosità di un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre il pianeta finanche all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua cerchia malata, quell’1% che ingloba il peggio del sistema solare.
Tale individuo, sintesi metastatica di un sistema di dominio che vede avvicinarsi la fine, oltre a curare le patologie senili che lo stanno aggredendo, avrebbe interesse a lasciar cadere l’ira funesta che emana dai suoi occhi infuocati per immergersi nei tramonti marini di qualche iconica isola dei Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi giorni, risparmiando al pianeta Terra ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, sussiste il rischio che con il suo successore potrebbe persino andar peggio, ma se disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo comunque la sorte.
Il mondo è un luogo orribile, ragiona la plutocrazia Usa e dunque occorre essere più orribili di altri per sopravvivere, in realtà per (provare a) mantenere il dominio sul mondo, ricorrendo alla violenza della guerra permanente che, oltre alla logica e al diritto, ignora finanche la brevità biologica dell’esistenza umana, una brevità che se sfugge al discernimento di un anziano signore in drammatica pendenza cognitiva non dovrebbe sfuggire alla coscienza di milioni di quei cittadini, se non fossero anch’essi, per lo più, centrifugati in un quotidiano lavaggio di cervello.
- Entrando nel merito, è noto che per giungere a qualsiasi meta, sia essa personale o collettiva, sono necessarie tre cose: una strategia, delle risorse, una leadership. Ciascuno di noi, alla luce del proprio passato, bagaglio culturale, condizioni di vita e scelte etiche, può contribuire a immaginare e poi a modulare un mondo diverso.
La sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da due pericoli esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare, tra loro, del resto, sotterraneamente intrecciati: i due conflitti di genesi imperialistica, in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare è affidata a decisori che non rispondono alla volontà dei popoli. Al recente vertice Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana, irreattiva davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai 45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha fatto eleggere.
- La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia sotto casa. La storia poi è anche maestra di sorprese, non solo di vita. Il compito, dunque, è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia è un simulacro: demos – kratos, potere del popolo, nulla di più lontano. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di esecutori fungibili, maschere di carattere, palesemente indifferenti ai bisogni del popolo, che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il deterioramento intellettuale delle classi dirigenti negli ultimi trent’anni circa, ancor più di quelle politiche, è una palese realtà che non necessità di ulteriori evidenze. Nel cosiddetto Occidente, chiunque può fare il Ministro, e altro ancora, non è richiesta alcuna etica, competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere reale, quelli del grande capitale, che selezionano i più scaltri e i più servili, per inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio: quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo). Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.
Una tribù di funzionari con simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea. Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per qualsiasi prospettiva di palingenesi e di recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri. L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati, non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare gli sprovveduti del Sud, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.
Quando sono stati consultati – solo francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum), ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.
In ogni classifica UE: industria, commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte bassa della classifica, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del Corriere della Sera, 16 maggio 1991[3]). Nel 1991, Italia e Germania avevano salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e mercati, gli altri come si dice fanno volume).
Sul piano istituzionale va anche peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in combutta con le corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma una montagna d’insulti.
Sul fronte politico, infine, si tocca il fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente della Commissione proviene – sarà un caso? – dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17 milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro, per ora…, per riarmarsi: non c’è due senza tre, recita il ritornello! L’estone Kaya Kallas (cosiddetta Alta Rappresentante per affari esteri e sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti. La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio di indicibili interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il lettone Dombrovskis, Commissario per l’Economia e Produttività e il lituano Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente sulla scorta della propensione ad assumere la posizione aerobica a 90 gradi … davanti alle corporazioni globaliste e al direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano, a sua volta tributario al capitale anglo-atlantico. Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse ritenere che l’Unione Europea sia stato un fallimento o che sia destinata, prima o poi, a spiccare il volo verso la statualità unitaria europea, sarebbe in grave errore. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata nell’attuale configurazione, dalla quale essa non è destinata a discostarsi di un cm, perché “volsi così colà dove si conta davvero” in Europa, mentre nel vuoto di coscienza il mondo politico italiano ha cessato persino di immaginare quel chimerico federalismo che decenni orsono li aveva convertiti alla religione euroinomane.
La chimera degli Stati Uniti d’Europa (che del resto sarebbe per noi la disgrazia massima) non vedrà mai la luce, in assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo insieme al principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro ricchezza a quelle in ritardo (come avviene in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe una catena sanguinosa di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo il frutto della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e via dicendo.
- Per risalire la china e immaginare un’alternativa occorre dunque entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria. Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500 Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria moneta.
L’Italia è avviluppata in un duplice livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico: b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi, segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.
Tecnicamente, il nostro Paese non è una colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili, ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice, non quelli della propria gente.
Per assicurare un avvenire ai nostri figli e nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione di una straordinaria effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui (Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, forse Iran e chissà cos’altro), il governo dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e Usa fuori dall’Italia. Certo si tratta di rischiare la vita, e poi si tratta di un sogno certo, ma noi amiamo sognare e se mai avessimo il potere, ci giocheremmo il resto dei giorni.
Con gli Stati Uniti – non abbiamo dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa, fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle basi di cui dispongono sul nostro suolo, a partire da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci renderebbero ancor più un bersaglio in caso di conflitto.
Il nostro Paese deve puntare alla neutralità, recuperata la quale, e dialogando con l’Europa sulla base dei suoi interessi sinora calpestati, volgere lo sguardo al Sud del Mondo, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono oggi il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto dei paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture, civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo chiamavamo Mare Nostrum.
- La guerra. Che la Russia non intenda arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti. Schiere di analisti imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale, oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.
L’aggressione alla Russia, infine, somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! – sostenitore della causa palestinese.
- Secondo l’ideologia dominante, la struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere corretta – nulla è perfetto a questo mondo! – ma non certo modificata alla radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare una possibile palingenesi.
Occorre che torni a risplendere la fiaccola della battaglia perenne verso un mondo migliore, quel socialismo dal volto umano e comunitario, che era balenato sull’orizzonte della storia con la speculazione del grande filosofo di Treviri contro il capitalismo, della cui crudeltà aveva esperienza diretta, avendo visto morire tre dei suoi figli per l’estrema povertà in cui viveva. Riflettendo sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo alla dottrina e all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di quella fiaccola dovrebbe consentirci di riprendere il cammino.
Nei limiti ontologici di approssimazione, rifuggendo dalle rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza, si potrebbero finanche delineare, osiamo prospettare, i contorni di una via italiana al socialismo, ovvero – parafrasando la terminologia della Repubblica Popolare – di un socialismo con caratteristiche italiane, sulla scorta delle peculiarità storiche, sociali ed economiche del nostro Paese, quali linee di demarcazione e auspicabili aggregazioni.
Le generazioni a venire, accantonando ogni fastidioso profilo lessicale, potranno aggiungere il nostro contributo di margine alla costruenda capacità di comprendere gli interstizi strutturali della storia.
Su queste note, alcune anticipazioni potranno far da corona al sogno del mondo nuovo: a tutti saranno garantiti i diritti economici essenziali (in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con al centro lo Stato e la sua centralità in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite se ritenute necessarie, ma non nei settori strategici e sempre sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! – non travalichino nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato e solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era del resto fino agli anni ’90).
Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola, università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel tragico crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere nel Paese, altrimenti ineludibile. A quel punto, al termine del tragitto, tra qualche anno o secolo, avremo dato corpo al secondo rinascimento italiano, che sarà preso a misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una delle stelle polari del progresso etico e sociale degli esseri umani.
Su tale proiezione, invito il lettore a trattenere il sorriso, o lo scherno. Tuttavia, se oggi la scena del mondo non induce certo all’ottimismo e se le chances di un cambiamento radicale nel mondo intorno a noi sfiorano drammaticamente lo zero, la prospettiva cambia di molto se proiettata sul filo del tempo, poiché il sogno di una società diversa resta insopprimibile nella mente e nel cuore di chi aspira al compimento dell’essenza costitutiva dell’essere umano. Buon lavoro a ciascuno.
Prima di chiudere, mi attento a proporre la sintesi di un grande umanista del secolo scorso: “umani oppressi e abbandonati volgiamo insieme lo sguardo verso Oriente, dove il sole riluce dei colori del mattino, dove si espande la speranza di un mondo nuovo, dove un giorno gli uomini, liberi e eguali, potranno assaporare la gloria del riscatto, dove i persecutori pagheranno per il dolore inferto al prossimo, dove servitù e alienazione saranno null’altro che un mesto ricordo e dove la vita, con le sue letizie e le sue ferite, verrà attraversata con reciproca, umana pietà, un bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo”.
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