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L’Africa si trova oggi in una fase di transizione profonda, sospesa tra un passato segnato dall’eredità lasciata dal colonialismo, un presente di “bazar” di risorse estrattive/materie prime – e più recentemente mercato d’importazione per la nascente classe media – e l’impellente necessità di una modernizzazione economico/strutturale che le permetta di sprigionare finalmente il proprio potenziale demografico e naturale.
Per decenni, il continente è stato analizzato attraverso lenti eurocentriche che ne hanno spesso offuscato le dinamiche interne. Oggi, in realtà, il “continente nero” non è più un monolite, ma una realtà in fermento dove le ambizioni di sovranità economica e politica si scontrano con strutture produttive ancora fragili e dipendenti dalle esportazioni di materie prime e dal controllo asfissiante del capitale globale.
Merita sottolineare come il colonialismo classico sia stato spesso sostituito non da una reale autonomia economica, ma piuttosto da forme di “tutela politica” (basti pensare agli assassini e colpi di Stato supportati quando non direttamente perpetrati da CIA e servizi di sicurezza occidentali) o di controllo economico/monetario quale il famigerato Franco CFA, caposaldo dell’imperituro neocolonialismo francese in Africa.
Thomas Sankara: il modello della rottura
La storia post-coloniale dell’Africa è costellata da figure di leader che hanno tentato di rompere radicalmente con il modello neocoloniale estrattivo ereditato dal periodo precedente, proponendo vie autonome di sviluppo delle forze produttive. Come già accennato, molti di questi tentativi sono stati bruscamente interrotti da colpi di stato o omicidi politici in cui le dinamiche interne si sono sempre intrecciate con gli interessi geopolitici occidentali.
Thomas Sankara, alla guida del Burkina Faso dal 1983 al 1987, rappresenta l’esempio paradigmatico del tentativo di modernizzazione endogena. Il suo programma si basava su tre pilastri: autarchia alimentare, riforma sociale e sovranità economico-politica.
Pur non definendosi un marxista-leninista classico ma piuttosto un panafricanista e un rivoluzionario pragmatico, mantenendo un atteggiamento profondamente multipolare nei confronti del blocco sovietico, Sankara si rese presto estremamente inviso alle forze imperialiste dell’occidente.
L’omicidio di Sankara nel 1987 ha segnato la fine del suo esperimento: la sua volontà di scardinare i legami economici con le potenze ex-coloniali e di sottrarsi alla ferrea morsa del neocolonialismo lo aveva reso un elemento di forte instabilità per gli equilibri regionali dell’epoca, segnando ineluttabilmente il suo destino. Farà Ibrahim Trahoré la medesima fine?
Il fenomeno non fu naturalmente isolato (l’appetito vien mangiando) inserendosi in un contesto di Guerra Fredda, imperialismo rampante e competizione per il controllo delle risorse strategiche, cui Usa, Francia ed occidente in generale non tolleravano assolutamente di rinunciare.
Possiamo citare ad esempio Patrice Lumumba (Congo, 1961), primo premier del Congo indipendente, che cercò di nazionalizzare le risorse minerarie del paese e di mantenere una posizione di neutralità attiva.
La sua uccisione è ampiamente documentata come il risultato di un forte coinvolgimento del Belgio (ovviamente previa approvazione dello zio Sam), preoccupato che il controllo del bacino minerario del Katanga potesse sfuggire agli interessi occidentali.
Amílcar Cabral (Guinea-Bissau e Capo Verde, 1973), raffinato teorico rivoluzionario e leader del PAIGC (Partido Africano para a Independência da Guiné e Cabo Verde), seppe unire la lotta anticoloniale a una profonda visione proiettata alla costruzione di uno Stato basato sulla cooperazione delle forze produttive contadine.
Fu assassinato pochi mesi prima dell’indipendenza formale del Paese, in un momento in cui la sua strategia stava dimostrando un’efficacia pericolosa per la tenuta del blocco coloniale portoghese.
Muammar Gheddafi (Libia, 2011), figura controversa dal percorso politico complesso, negli ultimi anni di potere aveva promosso l’idea di una moneta unica africana e di una banca centrale panafricana.
Queste iniziative, che avrebbero inevitabilmente minato il sistema di controllo finanziario basato sul franco CFA e sugli istituti di credito occidentali, furono viste come una minaccia diretta alla stabilità monetaria dell’area e al ruolo delle potenze europee nel continente.
Seguì come di prammatica la demonizzazione del “mostro”, la classica “primavera araba” supportata da Usa e Francia (operazione Unified Protector) ed infine la sua cattura, linciaggio ed esecuzione da parte dei “ribelli”.
Neocolonialismo: l’Idra dalle cento teste
Proviamo dunque a distillare da questi eventi le logiche conseguenze: Il colonialismo, nel continente africano, non è svanito con l’ammainabandiera delle amministrazioni europee tra gli anni ’50 e ’70: si è invece adattato, mutando pelle per passare da una forma di dominazione politica diretta – il possesso territoriale- a una gestione basata su strutture finanziarie, vincoli monetari e un’architettura economica che perpetua la dipendenza.
La fine del colonialismo “all’antica” ha lasciato intatte le infrastrutture estrattive: ferrovie, strade e porti non sono stati costruiti per collegare tra loro le nazioni africane, ma piuttosto per convogliare le materie prime verso l’esterno.
Questo “colonialismo delle infrastrutture” continua a dettare la logica logistica del continente, rendendo più semplice per un Paese africano commerciare con Londra, Parigi o Bruxelles piuttosto che con il suo vicino di confine.
Il controllo si è poi spostato sul piano monetario e del debito: l’indebitamento cronico verso istituzioni internazionali ha sostituito l’amministrazione coloniale come strumento di indirizzo delle politiche economiche nazionali. I piani di aggiustamento strutturale hanno spesso imposto tagli ai servizi pubblici e la privatizzazione delle risorse naturali in cambio di prestiti, privando di fatto gli Stati della propria autodeterminazione.
Sistemi come il franco CFA rimangono esempi di come la sovranità monetaria sia stata ceduta esternamente: vincolare una valuta a un’economia straniera significa, per uno Stato africano, rinunciare alla capacità di utilizzare la politica monetaria come strumento di difesa o di stimolo per la propria industria.
Africa: un mercato d’importazione
Ma gli spiriti animali del capitalismo non si limitano a depredare senza pietà le risorse naturali dell’Africa: hanno presto compreso come lo sviluppo di una classe media emergente e l’urbanizzazione galoppante potessero rappresentare una nuova frontiera globale per i beni di consumo, fornendo così una soluzione tattica alle ricorrenti crisi di sovrapproduzione e sovraccumulazione cui il capitale va ciclicamente soggetto; purtroppo, questa domanda interna viene quasi sempre soddisfatta dall’importazione di merci occidentali, drenando ricchezza anziché generare occupazione industriale locale.
Ora o mai più: lo sviluppo delle forze produttive
La sfida che attende l’Africa contemporanea, quindi, risiede inevitabilmente nella transizione verso una capacità produttiva locale. Sviluppare le forze produttive significa integrare la tecnologia nei processi agricoli, estendere l’elettrificazione, formare una forza lavoro specializzata e sviluppare l’industria manufatturiera ma sopratutto acquisire il controllo politico di pianificazione e gestione dei processi, sottraendolo alle occhiute ingerenze del capitale globalizzato.
Solo attraverso la lavorazione in loco delle materie prime potrà essere possibile innescare un circolo virtuoso che trasformi il valore aggiunto da costo con cui locupletare il capitale a ricchezza reale per il popolo africano.
Tale processo implica ovviamente alcuni imprescindibili presupposti:
- La sottrazione delle nazioni africane al potere decisionale dell’occidente – rectius del capitale globale finanziarizzato
- La creazione di una classe politica finalmente al livello di questa sfida esiziale
- La scelta di alleanze strategiche capaci di sostenere questo sforzo senza divenire a loro volta potenze imperiali
Il ruolo della Cina
La presenza cinese in Africa rappresenta un cambio di paradigma rispetto ai modelli di cooperazione precedenti. Attraverso il Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC) e l’iniziativa Belt and Road, Pechino si è inserita fornendo ciò che mancava strutturalmente:
- Infrastrutture pesanti: Porti, ferrovie e reti elettriche che abbattono i costi di logistica interna.
- Modello di sviluppo pragmatico: L’approccio cinese favorisce la costruzione di Zone Economiche Speciali che attirano investimenti diretti, incoraggiando il trasferimento tecnologico e la creazione di poli industriali.
- Politica multilaterale: La Cina promuove un multilateralismo che, seppur pragmatico, offre all’Africa una sponda per riequilibrare i rapporti di forza con le potenze occidentali tradizionali, spingendo per una maggiore autonomia decisionale del continente nelle sedi internazionali.
Il successo di questo partenariato ha il concreto potenziale di modificare radicalmente gli equilibri geopolitici mondiali: un’Africa industrializzata non sarebbe più solo un fornitore di risorse, ma un partner commerciale paritetico. Questo scenario porterebbe indubitabilmente ad una riduzione della vulnerabilità alle fluttuazioni dei prezzi delle commodities.
L’integrazione africana nei flussi industriali globali consoliderebbe inoltre un ordine mondiale dove il “Sud Globale” esercita un peso politico proporzionale alle proprie ambizioni.
Il futuro dell’Africa dipenderà dunque dalla sua capacità di orchestrare queste sinergie esterne verso obiettivi di lungo periodo, trasformando il proprio territorio da semplice terreno di contesa geopolitica a polo industriale autonomo del XXI secolo, inserito con dignità ed autorevolezza in un network multilaterale di nuove potenze regionali in cui la Cina svolga il ruolo di partner economico-strategico liberamente scelto.
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