L’alba dei diritti umani spunta a Pechino

"Sviluppo congiunto, diritti umani condivisi”: dall’11 al 12 giugno Forum sulla governance globale dei diritti umani 2026 nella capitale cinese, con la partecipazione di oltre 400 ospiti provenienti da quasi 100 Paesi.

FOTO BELLINI

Autore: Fulvio Bellini

Studioso di questioni economiche e geopolitiche; coordinatore Gruppo di Lavoro “Questioni Internazionali” del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo”.

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“Il socialismo non ha mai messo radici in America perché i poveri si vedono non come un proletariato sfruttato ma come milionari temporaneamente in difficoltà”. John Steinbeck

 

Una notizia interessante

 

Si è tenuto a Pechino, nei giorni 11 e 12 giugno scorsi, il Forum sulla governance globale dei diritti umani 2026, che ha visto la partecipazione di oltre 400 ospiti provenienti da quasi 100 Paesi, dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni internazionali e regionali. Il forum ha avuto come tema “Sviluppo congiunto, diritti umani condivisi: il 40° anniversario dell’adozione della Dichiarazione sul diritto allo sviluppo e una nuova visione per la governance globale dei diritti umani”. La notizia è di estremo interesse soprattutto da un punto di vista politico. La Cina ha raggiunto una credibilità internazionale tale da potere entrare con pieno diritto in uno dei sancta sanctorum dell’Occidente collettivo: la narrazione dei diritti civili, autentico cavallo di battaglia delle cancellerie occidentali per imporre la propria visione del mondo al sud globale. L’importanza del Forum cinese è stata confermata dalla vasta adesione e partecipazione di paesi africani, asiatici e dell’Oceano pacifico, e rappresenta una interessante risposta al racconto occidentale, non solo politico, ma anche sociale, economico e culturale. Il messaggio che il forum ha mandato è quello di un sud del mondo che ormai è in grado di formulare una propria visione dei diritti umani, e che questa visione non coincide necessariamente, e pure non necessariamente, con quella occidentale che ha dominato il comune pensare nel secondo dopoguerra su questi temi. Tuttavia non si tratta di una visione contrapposta ad un’altra, ma di un superamento per sintesi di quelle esistenti, incorniciata, però, in un quadro politico e culturale diverso da quello nord americano ed europeo, una visione complessa che, a personale giudizio di chi scrive, può essere capita utilizzando in modo improprio ma utile le categorie hegeliane di tesi, antitesi e sintesi, quanto mai necessarie nell’affrontare un tema talmente complesso ma spesso compromesso dal manicheismo col quale l’Occidente collettivo ha finto di affrontare tali questioni.

 

La tesi: i diritti civili

 

Partiamo dalla tesi, che chiamiamo “diritti civili” premettendo di denominare questi diritti in modo improprio, innanzitutto perché la loro genesi si perde nei secoli passati, ed in secondo luogo perché si sono sostanzialmente limitati per altrettanti secoli a due tematiche: la forma e l’estensione della proprietà privata e la conquista dei diritti utili alla sua difesa. Come accennato, questi diritti affondano le loro radici addirittura nel Medioevo, segnatamente nella Magna Charta Libertatum del 1215. Come noto, i baroni inglesi riuscirono a strappare a Re Giovanni Plantageneto le famose quattro guarentigie attorno alle quali si sono successivamente sviluppati i diritti civili nel mondo occidentale, almeno fino alla rivoluzione francese: divieto di tassazione arbitraria; l’Habeas Corpus; l’Indipendenza della Chiesa dalle ingerenze esterne; la libertà di commercio.  Vi è poi il profondo significato politico della Magna Charta: si tratta di diritti ottenuti da un “Herrenvolk”, cioè da un popolo di signori, che non vengono affatto allargati al resto della popolazione, ma che rimangono gelosamente mantenuti all’interno di quella comunità. Il principio di diritti esclusivi di una determinata comunità è stato l’autentico canovaccio posto nel cuore dell’evoluzione storica e filosofica dei diritti nei secoli successivi ed ha avuto la sua definitiva consacrazione nella Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti del 1776. In quella Dichiarazione il diritto all’indipendenza politica delle ex colonie britanniche non riguarda affatto tutti gli abitanti e tanto meno quelli posti al di fuori delle colonie stesse: gli abitanti nativi di quelle terre sono definiti “”merciless Indian Savages”, cioè spietati selvaggi indiani, quindi sono immediatamente esclusi dalla comunità; in modo subdolo, la Dichiarazione approva il regime schiavistico nella neonata repubblica, da un lato non menzionando mai il tema della schiavitù, dall’altro accusando Re Giorgio III di aver “incitato tra noi l’insurrezione domestica…”, cioè degli schiavi considerati proprietà privata intoccabile ed inalienabile senza il “libero” consenso dei padroni. Anche gli schiavi di origine africana, quindi, nonché servi bianchi sottoposti a contratti a tempo, sono esclusi dalla comunità dei beneficiari dei diritti sanciti dalla Dichiarazione d’Indipendenza: a chi si rivolge allora?

Ancora una volta al solo popolo dei signori perché gli Stati Uniti nascono come una “Herrenvolkdemokratie”, la democrazia del popolo dei signori. Alcuni decenni dopo, allorquando si inasprisce lo scontro politico tra gli stati del nord e quelli del sud, i futuri confederati hanno pienamente ragione quando rivendicano di essere gli autentici custodi ed interpreti della Dichiarazione d’Indipendenza, in un complesso processo dialettico magistralmente spiegato da Domenico Losurdo (1). Allargando lo sguardo sulla storia moderna occidentale, Losurdo dimostra come i fondamentali passaggi della scalata al potere della borghesia ai danni del potere regio ed aristocratico è sempre avvenuta insieme all’affermazione dei diritti civili: innanzitutto il diritto alla proprietà, autentico “motore immobile” intorno al quale si è sviluppato il tema dei diritti di matrice occidentale:  dalla rivolta delle Provincie Unite olandesi contro il  potere assoluto e dispotico dei sovrani spagnoli (1568-1648), grazie alla quale il ceto mercantile olandese riesce a prendere il potere affermando il proprio diritto alla proprietà, all’indipendenza, ed alla libertà nel commercio; alla Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-1689, grazie alla quale le classi borghese e dell’aristocrazia terriera si alleano per porre fine all’assolutismo di casa Stuart, affermando il proprio diritto di guidare la nazione attraverso il Parlamento ed affermando di essere elettori attivi e passivi, status ovviamente circoscritto a quel popolo di signori; alla rivoluzione americana del 1776 appunto, grazie alla quale la Herrenvolk delle 13 colonie americane si affranca dal potere britannico per affermare con forza l’estensione quasi illimitata del diritto di proprietà su terre e persone, estensione che nessuna legge può effettivamente delimitare, soprattutto se si parla di  schiavitù. La libertà pensata dai padri della patria americana, dietro le formule solenni dei vari documenti, si concretizza immediatamente come quella di non pagare le tasse ad uno stato centrale, di non accettare vincoli esterni nel trattare la questione indiana e dell’espansione verso ovest, di non permettere a nessun potere statuale di limitare il diritto divino dei padroni sui propri schiavi. I primi presidenti americani erano quasi tutti schiavisti: George Washington, Thomas Jefferson, James Madison, James Monroe, Andrew Jackson, John Tyler, James Polk, Zachary Taylor. In conclusione, la matrice storica dei diritti pensati in Occidente assume fin dalle sue origini due caratteristiche precise: è riservata al solo popolo dei signori e riguarda fondamentalmente il diritto alla proprietà e la sua difesa dalle ingerenze di un potere esterno, qualsiasi esso fosse (1). La rivoluzione francese del 1789 rappresenta indubbiamente un’evoluzione nelle libertà civili, in quanto quella rivoluzione, almeno fino al colpo di Stato del 9 termidoro, possedeva la consueta visione dei diritti riservati al solo popolo dei signori (rappresentata dalla fazione dei girondini), alla quale si affiancava in modo conflittuale quella maggiormente popolare dei giacobini, non tanto di Robespierre, quanto dei sanculotti parigini. Il contrasto con la monarchia assoluta di Luigi XVI, molto più aspro e violento rispetto a quello dei coloni americani nei confronti di Giorgio III, e la matrice culturale latina e cattolica della Francia, scevra dalle influenze delle chiese riformate, soprattutto quella calvinista, forte in Olanda, Scozia e Stati Uniti, permettono di ampliare la gamma dei diritti rivendicati: sia da un punto di vista qualitativo, tipologie dei diritti, sia quantitativo cioè la tendenza all’allargamento dei beneficiari a tutti i cittadini. Tale processo è visibile nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, dove si parla di uguaglianza giuridica, sovranità popolare, Stato di diritto e libertà, oltre ai principi già presenti e condivisi con la Dichiarazione americana come la libertà di espressione e culto e la separazione dei poteri, da istituzionalizzare nella promozione della forma repubblicana dello Stato. Inoltre, l’esperienza rivoluzionaria francese affronta, per la prima volta nell’era moderna, il tema tabù per la tradizione anglosassone: l’inviolabilità del diritto di proprietà, il motore immobile che abbiamo citato. Si tratta della Congiura degli Uguali guidata da François-Noël Babeuf, Augustin Darthé e Filippo Buonarroti, i quali propugnavano l’abolizione della proprietà privata in quanto vero ostacolo all’autentica parità tra i cittadini. Per la nostra analisi segniamoci il quesito filosofico contenuto dalla posizione di questi proto comunisti: il diritto alla proprietà limita fino ad escludere gli altri diritti? La rivoluzione francese prima e l’epopea napoleonica poi hanno anche promosso la divulgazione dei diritti civili anche al di fuori della Francia, ed hanno contribuito al successivo percorso evolutivo nel XIX secolo.

 

Nell’ottocento l’espansione è soprattutto quantitativa, si allarga la platea di coloro che, ad esempio, possono godere dei diritti politici attivi e passivi, sia grazie al progressivo abbassamento del livello di censo richiesto per potere votare, sia grazie alla rivendicazione delle donne di ottenere i medesimi diritti politici. Prendendo ad esempio la Gran Bretagna, centro del mondo nel XIX secolo, nel 1832 si concesse il voto a tutti i cittadini maschi possessori di beni immobiliari; nel 1867 si aggiunsero i maschi affittuari delle città; nel 1884 si unirono gli affittuari abitanti nelle campagne; nel 1918 si raggiunse il suffragio universale maschile e femminile (ma le donne dovevano aver compiuto trent’anni), nel 1928 si pervenne al suffragio universale. Con modalità e tempi diversi tale percorso fu sostanzialmente comune sia in Europa che nelle Americhe. Nel XX secolo, sotto la spinta dei diritti sociali ed economici ed in un certo modo in loro antitesi, vi fu un deciso allargamento della gamma dei diritti civili che rimasero sempre nel solco della tradizione che abbiamo descritto: ai diritti politici si aggiunsero altre forme: il diritto al divorzio, quello all’aborto, il diritto all’eutanasia, di diritto di genere, alla libertà sessuale, ma anche il diritto alla difesa dell’ambiente, e quello denominato “diritto internazionale umanitario”. Ma per spiegare questo deciso allargamento qualitativo dei diritti civili occorre introdurre l’antitesi.

 

 

 

L’antitesi: i diritti sociali ed economici

 

Abbiamo visto che genesi ed evoluzione dei diritti, che definiamo impropriamente civili, hanno sempre avuto una precisa impronta. Si è trattato di diritti rivendicati da una parte della popolazione nei confronti del potere centrale, che una volta ottenuti hanno trattenuto per sé, evitando di coinvolgere il resto della popolazione: i baroni inglesi nei confronti di Giovanni Senzaterra, i mercanti olandesi nei confronti di Filippo II, i capitalisti inglesi nei confronti di Giacomo Stuart, i possidenti terrieri americani nei confronti del governo di Londra. La rivoluzione francese, pur restando dell’alveo di una rivoluzione borghese nei confronti di un antico regime, allarga la platea dei beneficiari di diritti introducendo il popolo nei meccanismi rivoluzionari, almeno fino al colpo di Stato dei termidoriani. Il comune denominatore di questo processo è la difesa prima ed il potenziamento poi del diritto di proprietà, ed ogni singola rivoluzione ha rappresentato un deciso rafforzamento di questo diritto. In altre parole, il processo di affrancamento della borghesia mercantile e capitalistica, dei proprietari terrieri inglesi piuttosto che dei latifondisti americani, da un potere regio sentito lontano ed ostile, ha sempre comportato un drastico peggioramento del livello di vita dei contadini inglesi, degli irlandesi, degli indiani d’America e degli schiavi africani rinchiusi nelle grandi piantagioni di cotone e tabacco degli Stati Uniti. La ricerca di sempre maggiori diritti politici del popolo dei signori escludeva tutti loro, estromissione imposta come se fosse una legge di natura. Abbiamo anche visto che in un determinato momento della rivoluzione francese, la fazione politica degli Uguali pone la questione centrale: il diritto di proprietà è sostanzialmente incompatibile con i principi motto della rivoluzione stessa: Libertà, Uguaglianza, Fratellanza, che si è dimostrata possibile solo all’interno della comunità dei padroni. Gli Uguali affrontano il tema del comunismo ancora su di un piano idealistico, utopico come sarebbero stati poi definiti, ma pongono un tema che sarebbe stato successivamente raccolto e sviluppato scientificamente da Karl Marx e Friedrich Engels. Nel frattempo, il capitalismo entra nella sua fase di sviluppo industriale, riproponendo vecchi temi in vesti nuove: l’intenso sfruttamento del lavoro, le pessime condizioni di vita degli operai, la mancanza di ogni tipo di provvidenza, quartieri degradati situati all’interno dello stesso centro del mondo, Londra, problemi che non trovano, e non possono trovare, nessuna sponda possibile nel sistema dei diritti del popolo dei signori. Se, al tempo delle monarchie assolute, il popolo poteva avere la speranza di trovare aiuto e conforto nel sovrano, interessato ad utilizzare questa scusa per colpire baroni e borghesi, l’affermazione dei diritti per il solo Herrenvolk, garantito dal sistema parlamentare, aveva definitivamente lasciato gli operai indifesi nei confronti dei capitalisti. Come reazione nascono le leghe dei lavoratori, i sindacati, i partiti d’ispirazione socialista e vengono pensati nuovi diritti, definiti sociali ed economici. Quelli sociali riguardano il diritto ad una casa, alle cure sanitarie, all’istruzione per i bambini da sottrarre alla dura vita della fabbrica; i diritti economici concernono un salario dignitoso, condizioni di lavoro salubri e sicure, e successivamente anche l’ottenimento di ferie, maternità e pensione. L’affermazione di questi diritti è inizialmente duramente contrastata, esperienze di asserzione dei diritti sociali ed economici nell’ottocento hanno spesso epiloghi tragici come quello della Comune di Parigi del 1871 conclusasi con 30.000 fucilati nella sola capitale francese (2). Il messaggio era chiaro: i diritti sociali ed economici sarebbero stati semmai “ottriati” dalla borghesia, per usare un termine in voga in quel secolo, la quale si dimostrò molto meno generosa dei monarchi assoluti del secolo precedente. Il XX secolo rappresenta il momento nel quale i diritti sociali ed economici riescono ad affermarsi accanto a quelli civili, ma con una sostanziale differenza: essi riguardano le classi sociali escluse dai diritti riservati al popolo dei signori. La Grande guerra crea un nuovo scenario: da un lato chiude un ciclo storico iniziato con la Gloriosa Rivoluzione, cioè la definitiva conquista dello Stato da parte della borghesia che instaura regimi liberali; dall’altro vede il sorgere della prima esperienza di un grande paese socialista nella storia dell’umanità: lo stato dei soviet nato dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Da quell’anno al 1991, la sola e semplice esistenza dell’URSS è stata la vera ragione del progressivo affermarsi dei diritti sociali ed economici nei paesi capitalistici, il cosiddetto Welfare State.

 

Un’illusione di sintesi: i trent’anni gloriosi

 

I tre decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, definiti i Trent’anni gloriosi dal 1945 al 1973, ma con una coda fino alla fine degli anni settanta, vedono il combinato disposto del progresso economico e tecnologico nei principali paesi Occidentali in presenza di forti partiti comunisti, da un certo punto di vista rappresentanti del modello sovietico e del socialismo reale che si era affermato nei paesi dell’Est europeo. Questa singolare congiuntura costrinse le classi dirigenti borghesi a concedere all’universalismo una vasta gamma di diritti: civili, sociali ed economici. Se si prende ad esempio l’Italia di quegli anni, ispirata da una Costituzione decisamente progressiva, la lista dei diritti conquistati dalla cittadinanza fu notevole: suffragio universale maschile e femminile nel 1946 unito all’elezione del parlamento attraverso un sistema proporzionale che garantiva una corretta rappresentanza politica.

 

Dagli anni cinquanta in avanti le riforme si succedettero mescolando diritti civili, economici e sociali. Tali riforme furono possibili perché l’Italia uscì dalle devastazioni della guerra grazie ad un singolare sistema di economia mista, dove il ruolo direttivo dello Stato si concretizzava istituzionalmente nel Ministero delle Partecipazioni Statali (un dicastero inimmaginabile nell’Italietta fallita di oggi) che dava obiettivi alle partecipate IRI, ENI ed ENEL. Facciamo degli esempi rapidi: la Riforma Agraria del 1950 allargava il sacro concetto di proprietà ad un maggior numero di contadini; la Cassa del Mezzogiorno sempre del 1950 cercava di diminuire la distanza industriale ed infrastrutturale tra nord e sud; le leggi Fanfani 1949 e 1952 sul finanziamento delle case popolari; la riforma scolastica del 1962 con l’introduzione della Scuola Media e l’estensione dell’obbligo scolastico fino al conseguimento della licenza; la nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962; l’Istituzione degli enti ospedalieri del 1968 colla quale lo Stato assicurava accessibilità e gratuità della sanità; la promulgazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970 che codificava diritti, dignità e libertà sindacale nei luoghi di lavoro; la legge sul divorzio e la creazione degli asili nido per l’infanzia, entrambe del 1971; il nuovo diritto di Famiglia del 1975 con il superamento della figura del Pater familias; la Riforma penitenziaria del 1975; la legge Basaglia sui manicomi, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, la legge sull’Interruzione volontaria della Gravidanza tutte del 1978. Non si trattava solo di una straordinaria sequenza di riforme, ma di norme che istituzionalizzavano diritti senza distinguere tra quelli civili, sociali ed economici. Quella stagione fu possibile grazie al ruolo dello Stato in molteplici aspetti della vita nazionale, soprattutto in economia, che produsse evidenti benefici: la struttura economica permetteva la sovrastruttura legislativa in materia di diritti. La crescita del livello di vita degli italiani non andava in contrasto con l’equilibri di bilancio pubblico, né con forme di indebitamento progressivo che si sarebbero viste nei successivi anni novanta. In quel clima, si pensò che la Herrenvolk, il popolo dei signori, avessero accettato di partecipare alla vita della comunità dei cittadini, anzi che la comunità dei cittadini avesse definitivamente assorbito il popolo dei signori. Non era affatto così: vi era un partito politico che in quegli anni fungeva da piccola ridotta delle idee del popolo dei signori, di scrigno che custodisse tali principi per tempi migliori, una sorta Reichwehr degli anni venti, un esercito in miniatura, in attesa che diventasse la Wehrmacht degli anni quaranta: il partito radicale di Marco Pannella. Questo movimento, ed il suo leader visionario, andrebbero ristudiati con particolare attenzione perché negli anni della Prima repubblica, dei grandi partiti di massa come DC e PCI, delle lotte politiche per la leadership e per conseguire il consenso di un grande elettorato che partecipava al voto per oltre il 90% degli aventi diritto, il Partito radicale rappresentava allora quello che sarebbero divenuti i partiti di oggi. Innanzitutto la forma: il partito radicale era un’organizzazione prettamente personalistica e personale nel quale gli appuntamenti democratici interni, come i congressi fiume, erano sostanzialmente farse che non mettevano mai in discussione la leadership di Pannella, nemmeno quando quest’ultimo fingeva di chiedere di farlo. I radicali fecero in modo che i diritti civili iniziassero un percorso di divorzio dai diritti sociali ed economici, che abbiamo visto la Prima repubblica aveva saputo tenere insieme, estremizzando sempre più tali principi in modo che tornassero ad appartenere alla sola Herrenvolk.

 

In politica estera l’atlantismo estremo ed il sionismo fanatico erano in netto contrasto con la stagione dell’”emancipazione” dal potere americano di un Bettino Craxi e soprattutto di un Giulio Andreotti; in politica economica l’idolatria per il liberismo stile Friederich von Hayek oppure Milton Friedman unito ad un odio viscerale per l’esperienza del socialismo reale erano la cifra di un partito già allora post moderno, capace di un uso strumentale dei diritti civili per attaccare le conquiste sociali ed economiche di un intero popolo. Marco Pannella è stato il padre nobile dei partiti post democratici della Seconda repubblica: da Forza Italia alla Lega Nord ad Alleanza Nazionale per il carattere padronale delle leadership; dal Partito democratico ai partiti della cosiddetta sinistra per l’uso strumentale dei diritti civili, sempre più esasperati e sempre più diretti a minoranze, allo scopo di coprire il progressivo smantellamento della legislazione sociale e del lavoro operata a partire dagli anni novanta proprio dagli esecutivi di centro sinistra: dal pacchetto Treu in avanti.

 

L’uso distorsivo dei diritti civili nel sistema post democratico

 

Nel paragrafo precedente abbiamo accennato al fondamentale ruolo avuto dal Partito radicale negli anni della Prima repubblica. Quando Mani pulite, in un contesto politico internazionale di resa dei conti da parte degli Stati Uniti nei confronti delle élite che si erano mostrate insubordinate nei decenni precedenti, terremotano i tre principali partiti italiani, due dei quali di massa, ed uno dei quali gestore del sistema di economia mista, le necessarie nuove compagini politiche possono nascere dal nulla, come Forza Italia, o liberarsi delle vecchie e vetuste vesti, come il PDS e poi PD e come Alleanza Nazionale, grazie al piccolo modello pannelliano, pronto per essere ricopiato in scala maggiore.  La scomparsa dell’URSS lascia spazio libero anche alla riscossa del Popolo dei signori, che si apprestano a loro volta a regolare i conti con le classi subalterne, dopo decenni di arretramento nei loro confronti. Risulta subito evidente che non può essere Silvio Berlusconi con il suo alleato ex missino Gianfranco Fini a potere liquidare le conquiste sociali ed economiche del trentennio glorioso, ma il lavoro deve essere affidato alla sinistra convertita al neoliberismo, ed ai suoi leader sia ufficiali che ufficiosi: il duo Romano Prodi e Mario Draghi innanzitutto, e dietro di loro figure minori come Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani, Fausto Bertinotti eccetera. Per inciso: fa riflettere che nessuna nuova forza politica che nasce a sinistra, nemmeno quando è fondata e guidata da illustri professori ed intellettuali, non ritiene necessario portare sul banco degli imputati della “storia patria” questi signori, ed i loro numerosi sodali politici, mediatici ed accademici,  che ancora oggi pontificano in televisione: troppo facile continuare a denunciare le malefatte del regime mussoliniano, i cui protagonisti sono morti e sepolti da decenni, un po’ più complesso quando i medesimi nemici dell’Italia vivono ancora tra noi, incensati non appena esternano opinioni e piani che beneficiano solo il loro distopico mondo elitario. Qual è stata la strategia adottata dalla cosiddetta sinistra neoliberale? Recuperare la tradizione pannelliana, estremizzando in modo strumentale i diritti civili che riguardano delimitati gruppi sociali, e cercando nuovi diritti all’interno della vita intima delle singole persone riguardo: la sessualità, il diritto di genere, il fine vita, l’uso di droghe eccetera. Contemporaneamente, la stessa sinistra si preoccupava di smantellare i diritti sociali come quelli della salute e dell’istruzione, favorendo l’introduzione di principi privatistici nel mondo sanitario e della scuola attraverso la riforma in senso regionalista del Titolo Quinto della Costituzione del 2001, voluto dal centro sinistra con la scusa, e  non con l’intento, d’arginare il successo politico della Lega Nord di quegli anni; di ridurre progressivamente i diritti economici attraverso la deregulation della contrattualistica sul lavoro ed il progressivo deterioramento dello Statuto dei Lavoratori, il cui apice fu raggiunto dall’abolizione di fatto dell’articolo 18 e dall’approvazione del Jobs Act compiuta nel 2015 dal gabinetto di Matteo Renzi, allora segretario del Partito Democratico. È in questo contesto di esasperazione strumentale dei diritti civili da un lato e di soppressione strisciante e costante di quelli sociali ed economici dall’altro che si inserisce la “non gestione” dei flussi migratori, fiore all’occhiello del sistema post democratico italiano ma anche occidentale in genere. Entrambi gli schieramenti sono perfettamente d’accordo nel mantenere un sistema legislativo che finge di non vedere lavoro nero e caporalato, nonché favorisce i cosiddetti “contratti pirata” caratterizzati da paghe inadeguate, parziali riconoscimenti di ferie, malattia e contributi pensionistici, uniti ad una crescente insicurezza sui luoghi di lavoro. Entrambe le correnti del Partito Unico, poi sono abili nel cogliere politicamente i frutti della polemica sull’immigrazione: la cosiddetta destra denuncia l’invasione dei migranti che mettono in pericolo sicurezza e livello retributivo degli italiani; la cosiddetta sinistra accusa la deriva razzista e sfruttatrice nella gestione del fenomeno migratorio, senza mai spiegare, però, quale sia un effettivo percorso d’integrazione e quali siano gli strumenti a disposizione degli immigrati per ottenere un lavoro ed una paga dignitosi, come spiegato da Sarah Wagenknecht per quanto riguarda l’esperienza tedesca (3). Questa sterile polemica, sempre uguale a sé stessa, dura da decenni, e non ha affatto lo scopo di risolvere il problema, bensì quello di fiaccare la partecipazione alle elezioni del voto d’opinione, che guarda ampiamente ai diritti ed alla loro effettiva applicazione, allo scopo di favorire il voto clientelare ed organizzato, che le correnti del Partito Unico vanno a contrattare. Questo meccanismo ha avuto anche la conseguenza di aver definitivamente posto il complesso dibattito sui diritti civili, sociali ed economici su di un binario morto.

 

Una nuova sintesi: i diritti umani pensati a Pechino

 

Abbiamo cercato di dimostrare che per genesi e per storia, la difesa e la promozione dei diritti umani non può più venire dal mondo occidentale. Anzi, l’incredibile genocidio portato avanti tutt’ora da Israele a Gaza, in Cisgiordania ed ora nel sud del Libano, non solo nella totale impunità ma anche con la complicità più o meno sfrontata di tutto l’Occidente collettivo, ha annunciato a tutto il mondo che la fiaccola dei diritti non può più ardere sulle due sponde dell’Atlantico. L’uso strumentale e sfacciato dei diritti civili da parte dei leader occidentali, campioni dei due pesi e delle due misure, ad esempio, quando si parla di Russia ed Israele, destituisce di ogni credibilità gli interlocutori politici specialmente europei: da Macron a Merz, dalla Meloni a Starmer (pure se dimissionario). Chi può raccogliere questa fiaccola, così importante per l’umanità, e darle nuova luce? La Cina sta dimostrando di avere le carte in regola per affrontare questo compito in modo vincente, soprattutto perché lo può fare diversamente rispetto all’esperienza occidentale. La Cina è stata spesso “bullizzata” sia dalla propaganda occidentale che da atteggiamenti intimidatori di politici fanatici, specialmente tedeschi, come la verde ex Ministra degli Esteri Annalena Baerbock (3), oppure la stessa presidente della Commissione Europea Ursula von Der Leyen, che ha spesso insolentito il governo di Pechino (4). L’approccio cinese al tema è significativamente differente rispetto a quello occidentale per motivi ideologici, politici e culturali. Inoltre l’interpretazione della Terra di Mezzo dei diritti umani non risente della precipua genesi ed evoluzione del tema che abbiamo tratteggiato nei capitoli precedenti: si tratta quindi di un approccio ai diritti umani “con caratteristiche cinesi”. Eppure i diritti restano tali, si tratta di come interpretarli ed attuarli, i bisogni delle persone sono comuni in tutto il mondo, ecco perché l’interpretazione cinese può essere vista come una sintesi ed un superamento dei concetti di libertà civili, sociali ed economiche. La visione cinese dei diritti umani assomiglia ad un edificio, sia da un punto di vista di solidità che di sicurezza. Le fondamenta di questo edificio sono rappresentate dall’uscita dalla povertà della popolazione. Global Times riferisce che “Tra accademici ed esperti, si è distinto un relatore speciale: Luogu Youge, Segretario del Partito del villaggio di Sanhe, nella Prefettura Autonoma Yi di Liangshan, nella provincia del Sichuan, nel sud-ovest della Cina, e direttore del comitato del villaggio. Ha condiviso toccanti storie personali per illustrare come il sostegno del paese abbia aiutato il suo villaggio a uscire dalla povertà. Ha affermato che il reddito netto pro capite del villaggio, per le persone uscite dalla povertà, ha raggiunto i 21.933 yuan (3.237 dollari) nel 2025, con un aumento di oltre 15.000 yuan rispetto al 2018. “Quando tutti hanno un lavoro, ogni famiglia ha un sostentamento sostenibile e le persone prosperano grazie al proprio duro lavoro, questo è il diritto umano più tangibile” (6). L’eliminazione della povertà, cioè la redistribuzione migliore possibile della ricchezza prodotta dal paese, rappresenta la base insostituibile sulla quale costruire l’edificio dei diritti per tutti, e non per una determinata classe sociale. Questo principio non vale ovviamente solo per la Cina, ma è allargabile a tutti i paesi del sud del mondo: “Garantire alle persone l’accesso alla salute, all’istruzione, ai beni di prima necessità e offrire loro opportunità, nonché la libertà di esplorare e sviluppare i propri talenti e lo spirito imprenditoriale: credo che questi siano aspetti fondamentali dello sviluppo della Cina in materia di diritti umani”, ha dichiarato giovedì al Global Times Robert M. Persaud, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Cooperativa della Guyana (6). Fine della povertà attraverso una corretta redistribuzione della ricchezza significa porre il lavoro come principale pilastro dell’edificio dei diritti: “Agnes Oswaha, sottosegretaria al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del Sud Sudan, ha affermato che il suo Paese è da tempo soggetto a sanzioni mirate, aggiungendo che molteplici ostacoli hanno impedito che le ricche risorse naturali del Paese si trasformassero in forze trainanti, e che tali pratiche sono ingiuste.”A differenza dei Paesi occidentali, la Cina ci ha offerto il suo aiuto per il nostro sviluppo” … Citando la storia di alcune donne locali che hanno imparato a coltivare la terra, Oswaha ha illustrato come la Cina le abbia aiutate a diventare membri produttivi della società. Le competenze acquisite hanno favorito lo sviluppo personale delle donne, ha affermato, “Questo è il percorso fondamentale per promuovere i diritti umani” (6). Sulle fondamenta che abbiamo visto, la Cina pone colonne e muri, ed è lo stesso Presidente della Repubblica e Segretario Generale del Partito Comunista cinese a prestarsi come architetto come riportato dal Daily People: “Nel 2023, il Presidente cinese Xi Jinping ha inviato una lettera di congratulazioni al Forum sulla governance globale dei diritti umani. In tale lettera, ha sottolineato che la Cina si impegna a salvaguardare i diritti umani insieme alla sicurezza, a promuovere i diritti umani insieme allo sviluppo e a far progredire i diritti umani attraverso la cooperazione, nello spirito di rispetto reciproco e uguaglianza” (7). Ecco i pilastri introdotti dal leader cinese: diritti umani e sicurezza; diritti umani e sviluppo; diritti umani e cooperazione; diritti umani e rispetto reciproco. La sicurezza sociale, economica, statuale è ritenuta fondamentale per realizzare un ambiente positivo nel quale fare crescere i diritti umani. La sicurezza per tutti rappresenta un valore imprescindibile, e quanto sta accadendo a Gaza e negli altri luoghi nel mondo dove guerre tra stati (leggi Iran e Libano) oppure civili (leggi Sudan) non possono che confermare la correttezza della visione cinese. Xi aggiunge il tema dello sviluppo, nella tradizione marxiana, la struttura è sempre economica, riguarda sempre il controllo dello Stato sui mezzi di produzione e sulla gestione della redistribuzione della ricchezza. Una struttura forte e giusta è in grado di garantire la solidità e la credibilità della sovrastruttura legislativa sui diritti umani. Diritti umani sono anche cooperazione, il totale rovesciamento della visione neo coloniale occidentale. Questo aspetto è particolarmente conosciuto e sentito in Africa, continente nel quale le potenze coloniali europee prima e quelle neocoloniali di oggi (sostanzialmente Gran Bretagna e Francia con l’aggiunta degli Stati Uniti) hanno evoluto il loro atteggiamento arrogante e paternalistico dal concetto del “fardello dell’uomo bianco” di kiplinghiana memoria, cioè il compito di civilizzare le barbare tribù africane, a quello contemporaneo di insegnare i diritti civili e politici, ecco che torna la tradizione dei diritti del popolo dei signori locali.

 

Grazie all’esempio occidentale, i cittadini africani possono liberamente scegliere tra una classe politica corrotta al soldo degli americani, piuttosto di una, sempre corrotta, ma al soldo dei francesi, e così via. Che siano britannici, francesi oppure americani il prezzo da pagare per avere civiltà e democrazia è sempre lo stesso per gli africani: venire depredati della maggior parte delle risorse naturali e delle ricchezze dei propri paesi, che le impotenti popolazioni locali vedono transitare verso le metropoli occidentali. Anche la Cina è presente in Africa, persegue certamente i propri interessi, ma nello spirito indicato dalla direzione politica e non dal profitto delle multinazionali: il rapporto è contraddistinto dal cosiddetto principio “win win”, la collaborazione funziona se entrambe le parti hanno un reale guadagno: economico, tecnologico, conoscitivo, infrastrutturale eccetera; e gli esempi di questo tipo nel continente nero sono ormai innumerevoli. L’ultima colonna, o parete come si preferisce, è rappresentato dal concetto di rispetto reciproco e di uguaglianza. Si tratta del necessario rovescio della medaglia del concetto di cooperazione, ma vi è un secondo aspetto ancora più importante. I diritti umani sono necessariamente legati alla cultura ed alla storia di una nazione e si tratta dell’ennesimo rovesciamento dell’approccio neo colonialista occidentale. Facciamo un esempio preso dal triste panorama giornalistico italiano, Cecilia Sala, forse rapita da una visione estatica della Casa Bianca, afferma che: “Donald Trump ha detto: “Al grande e orgoglioso popolo iraniano dico che l’ora della vostra libertà è vicina. Restate al riparo. Non uscite di casa. Fuori è molto pericoloso. Le bombe cadranno ovunque. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo”. Il presidente degli Stati Uniti sa che le sue bombe non possono togliere i fucili a decine di migliaia di agenti della repressione. E che il popolo che dovrebbe “prendere il controllo del governo” è a mani nude. Forse spera che i bombardamenti contro gli iraniani che hanno le armi, accompagnati dalla promessa di “assoluta immunità” per chi tradisce il regime, possano portare a diserzioni di massa” (8). Nella vivida fantasia di questa propagandista, il desiderio dei cittadini iraniani di ottenere i diritti civili degli occidentali, ad esempio di poter acclamare da un balcone lo scià Reza Pahlavi al servizio degli americani e degli israeliani come il padre Mohammad, e di poter votare partiti scimmiottanti quelli occidentali, chi al servizio di Washington e chi teleguidati da di Tel Aviv, è così elevato dal desiderare di ricevere le loro bombe “liberatrici”. La realtà, per fortuna degli iraniani e di tutta l’umanità, si è rivelata diametralmente opposta a quella vaticinata dalla vestale Sala, ma l’atteggiamento è esattamente quello criticato indirettamente dal Presidente Xi Jinping. Il percorso dei diritti umani deve essere lasciato ad ogni popolo, ad ogni nazione, senza influenze esterne, senza la “pratica egemonica di alcuni Paesi che strumentalizzano i diritti umani e applicano arbitrariamente doppi standard. L’atteggiamento paternalistico di coloro che si autoproclamano “docenti di diritti umani” deve essere abbandonato e le interferenze politiche nella governance globale dei diritti umani devono essere eliminate al fine di salvaguardare l’ordine fondamentale della causa internazionale dei diritti umani” (7). Infine, la Cina include lo sviluppo dei diritti umani nella logica dei piani quinquennali, garanzia di programmazione, implementazione e verifica dei risultati, caratteristica di un piano socialista: “Alla cerimonia di apertura del forum, la Cina ha pubblicato il testo integrale del Piano d’azione nazionale per i diritti umani (2026-2030), dimostrando il suo fermo impegno a migliorare il benessere delle persone e a infondere preziosa certezza ed energia positiva nella governance globale dei diritti umani in un momento di turbolenza e trasformazione” (7).

 

Conclusioni

 

In Occidente i diritti civili sono tornati saldamente nelle sole mani del Popolo dei signori. La missione affidata ai partiti socialdemocratici e di sinistra neoliberale di smantellare le conquiste del trentennio glorioso è stata portato a termine con pieno successo, ed i lavoratori se ne sono accorti sulla loro pelle, non per nulla grandi partiti della sinistra europea non esistono più (PCI e PCF) oppure si stanno avviando verso la dissolvenza (SPD e Partito laburista). Abbiamo anche accennato la colpevole mancanza di un doveroso processo politico e storico nei confronti di quei leader che hanno strumentalizzato i diritti civili allo scopo di abbattere quelli sociali ed economici. Questa è la cifra della post democrazia nella quale viviamo. Purtroppo per loro, però, vi è stato il sommo poeta fiorentino che li ha già condannati 720 anni fa. Non è vero che i protagonisti della Post democrazia sono uguali, che le componenti del Partito Unico sono uguali, non e vero affatto. I Partiti di destra possono essere gli omicidi ed i tiranni del Primo girone, oppure gli adulatori della seconda bolgia, i barattieri della quinta, i falsari della decima eccetera.

 

Ma i partiti della sinistra neoliberale possono stare in un solo luogo, il più basso dell’Inferno tormentati personalmente da Lucifero: nella Giudecca si puniscono i traditori dei benefattori, ed è questa la colpa morale dei Prodi, dei Veltroni, dei D’Alema dei Napolitano per non citare i loro cortigiani. L’Occidente sta tramontando anche per aver dilapidato il grande patrimonio collettivo conquistato nel dopoguerra fino alla fine degli anni Ottanta in materia di diritti. Il sud del mondo sta sorgendo anche grazie alla ricerca di nuove vie per la promozione dei diritti umani, sintesi innovativa di quelli civili, sociali ed economici, e la Cina si sta ponendo alla guida di questo fondamentale processo.

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