Operazione “Epstein Fury” e Paesi del Golfo: subordinazione gerarchica o transizione al multipolarismo?

L’aggressione imperialista israeliana-statunitense nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran ha messo alle corde i Paesi del Golfo persico: le monarchie sunnite, per sopravvivere alla dottrina della “guerra eterna”, devono abbandonare la relazione gerarchica con Washington e relazionarsi strategicamente con Teheran e Pechino.

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Stefano Zecchinelli

Autore: Stefano Zecchinelli

Giornalista; della redazione della testata on line “L’Interferenza

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L’aggressione imperialistica in Asia occidentale, crimine consumato da Israele e Stati Uniti e rinominata dagli aggrediti operazione “Epstein Fury”, contro la Repubblica Islamica dell’Iran ha riproposto la grande dicotomia caratterizzante la politica interna ed estera in quell’area geografica: i musulmani non si dividono su questioni teologiche, in estrema sintesi gli sciiti contrapposti alla maggioranza sunnita, ma sulla linea da tenere nei confronti dei processi di decolonizzazione, con la componente “resistente” che ha sempre cercato di preservare l’unità della Umma islamica.

L’Imam Khomeini, da sempre avversato dal clero sciita, ha cercato fin dagli anni ’30 e ’40 di garantire l’unità del mondo musulmano: nel 1949, dopo aver incontrato più volte al-Banna fondatore della Confraternita dei Fratelli Musulmani, concluse con lui un patto di “non aggressione” pur respingendone l’interpretazione della dottrina islamica. Negli anni ’50, in funzione anti-socialista, i Fratelli Musulmani divennero un ramo degli apparati d’intelligence britannici e successivamente collaborarono con gli Stati Uniti nell’applicazione della dottrina della “guerra eterna” contro la Libia popolare di Gheddafi e la Siria baathista (“semi-socialista”) di Bashar al-Assad.

La Repubblica Islamica dell’Iran nata con la Rivolta antimperialista sciita del 1978-‘79, di cui condanniamo la repressione anticomunista ai danni del “Tudeh” (“Partito Comunista Iraniano”) avvenuta negli anni ‘80, divenne un’alleata strategica delle forze rivoluzionarie operanti in Asia occidentale; non tutti sanno che l’organizzatore della Rivoluzione iraniana fu il “musulmano-marxista” Ali Shariati, traduttore in persiano delle opere di Frantz Fanon ed Ernesto “Che” Guevara, teorizzatore d’un terzomondismo caratterizzato dall’indipendenza energetica del Sud Globale. L’élite politica iraniana, al di là delle sue inevitabili contraddizioni, mantiene una importante fazione interna d’orientamento “sharitiano”. Teheran combatte da decenni organizzazioni terroristiche come l’ISIS ed Al Qaeda d’orientamento wahabita e sovvenzionate dagli Stati Uniti, mentre i teologici sciiti si confrontano pacificamente coi dottori della legge islamica sunnita (“fiqh”) nei congressi pan-islamisti.

L’interpretazione iraniana del diritto militare

L’Iran, reagendo all’aggressione imperialista statunitense, ha distrutto le basi militari USA dislocate nelle monarchie sunnite del Golfo Persico. I diplomatici iraniani, sapienti conoscitori del diritto internazionale, hanno evidenziato la legittimità di queste azioni, appellandosi correttamente alla Risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: la resistenza ai crimini consumati dagli imperialismi israeliano e statunitense, s’estende ai Paesi che ospitano basi militari USA, trasformando (di fatto) le monarchie del Golfo in alleati tattici di Washington. Teheran, così facendo, ha dimostrato che gli Stati Uniti invece di proteggere i propri alleati tramite relazioni paritarie, li mettono costantemente in pericolo minandone la sicurezza interna. Gli Stati Uniti non hanno alleati, ma soltanto ostaggi. Gli strateghi iraniani si sono soffermati su tre aspetti, correttamente disaminati dal giornalista investigativo, presidente della Rete Voltaire, Thierry Meyssan 1:

  • L’incapacità degli Stati Uniti di difendere i propri alleati, sottoposti ad una relazione non strategica, ma gerarchica.
  • L’impossibilità dell’ONU d’imporre a Washington e Tel Aviv il rispetto del diritto internazionale, denunciando, ma non fermando, il genocidio del popolo palestinese.
  • Inoltre, Paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar non hanno un esercito autoctono, ma tramite la Confraternita dei Fratelli Musulmani arruolano combattenti stranieri. I Paesi del Golfo Persico, deprivate del proprio spirito patriottico (del resto il fondamentalismo sunnita respinge l’idea di “Stato nazionale”), sono indifesi.

Dopo la firma del Memorandum di Islamabad, che riposiziona Teheran in quanto grande potenza militare nella “guerra convenzionale” o “di terza generazione”, i Paesi del Golfo dovrebbero aver compreso che gli Stati Uniti violano sistematicamente la giurisprudenza internazionale, mentre Israele è uno “Stato pirata” (definizione utilizzata da molti analisti internazionali) che coltiva l’ambizione d’edificare la “Super Sparta”: un “impero sionista”, secondo la sistematizzazione del “sionismo revisionista”. L’unico modo per sopravvivere all’estensione in Asia occidentale della dottrina della “guerra senza fine” è instaurare con Teheran, avendo appurato l’inaffidabilità dell’Occidente collettivo, una cooperazione strategica non soltanto politica ed economica, ma soprattutto militare.

Le contraddizioni delle monarchie sunnite: subordinazione gerarchica o adesione ai BRICS

  1. Arabia Saudita

Nel 2023, la Repubblica Popolare Cinese portò a termine un capolavoro diplomatico negoziando la pacificazione dei rapporti fra l’Iran sciita e la monarchia saudita, purtroppo ancora relegata ad una interpretazione fondamentalista della dottrina sunnita. Nel tentativo di spezzare la multilateralizzazione delle relazioni geopolitiche, Donald Trump, nel 2025, concordò con Mohammad Bin Salman lo stesso livello qualitativo di armamenti fra Israele e l’Arabia Saudita.

Leggiamo dal sito della Rete Voltaire:

“Fin dagli anni Sessanta Washington applica il principio del Qualitative Military Edge (vantaggio militare qualitativo) vòlto a garantire la superiorità tecnologica di Israele in Medio Oriente; questa dottrina è stata inserita nella legislazione statunitense nel 2018. Trump ha tuttavia scelto di porre l’Arabia Saudita allo stesso livello di armamento di Israele. Si è impegnato a fornire all’Arabia Saudita 48 F-35; Israele ne possiede già 45 e ne ha ordinati altri 30. Ci vorranno diversi anni prima che questo accordo venga onorato.” 2

“Elon Musk ha annunciato che il suo progetto di intelligenza artificiale, xAI, sta collaborando con Nvidia, importante produttore di chip, per costruire un centro dati da 500 megawatt in Arabia Saudita” (Ibidem)

L’Arabia Saudita, in cambio, s’è impegnata ad investire negli Stati Uniti 1.000 miliardi di dollari, mentre Elon Musk (principale finanziatore di Trump) ha annunciato l’esportazione del proprio progetto di intelligenza artificiale (IA) nel Regno. L’integrazione dei sauditi negli Accordi di Abramo risulta più complessa del previsto, ciò nonostante il regime autocratico di Bin Salman rimane perfettamente organico al complesso militare-industriale USA. Una decolonizzazione, se intendiamo l’adesione dell’Arabia Saudita ai Paesi BRICS, incompiuta.

  1. Emirati Arabi Uniti

Gli Emirati Arabi Uniti (EAU), nonostante nel 2018 abbiano ripristinato le relazioni diplomatiche con la Siria baathista ed organizzato il summit mondiale sulla tolleranza, hanno aderito agli Accordi di Abramo, delegando la propria sicurezza interna al Mossad israeliano.

Nel 2021, ad esempio, incaricarono il Mossad della sicurezza dell’Esposizione Universale, la quale si svolse dall’ottobre 2021 al marzo 2022. Secondo i siti Rete Voltaire e MijharAlJazeera.com, che pubblicano diversi documenti d’intelligence, “Israele ha preteso in cambio la lista esaustiva dei cittadini stranieri che risiedono negli Emirati, comprensiva di nomi, nazionalità, fotografie, copia dei passaporti, indirizzi di residenza e numeri di telefono” 3. Per quanto svincolati dal fanatismo della Confraternita dei Fratelli Musulmani, gli EAU rimangono tutt’oggi un alleato dell’imperialismo israeliano nella guerra d’aggressione neocoloniale contro l’Iran e lo Yemen. Una subordinazione d’intelligence che, nel medio periodo, potrebbe portare il Regno verso la catastrofe (geo)politica.

3.Qatar e Oman

Il Qatar (come la Turchia) sostiene storicamente il ramo politico di Hamas, legato alla Confraternita dei Fratelli Musulmani e contrapposto all’ala militare, le Brigate al-Qassam, filo-iraniane ed influenzate dalla dottrina del generale-martire Qasem Soleimani. Una divisione interna al movimento di liberazione nazionale palestinese, ignorato dai commentatori anglofili: l’ala politica di Hamas, infatti, sostiene la transizione del futuro Stato palestinese verso una variante islamica del capitalismo avendo avversato nel 2012-’13 il progetto “semi-socialista” del Partito Baath in Siria; al contrario, le Brigate al-Qassam, alleate strategiche della Jihad islamica, organizzazione politica sunnita che raccoglie l’eredità politica dell’Imam Khomeini, con coraggio e determinazione non hanno mai abbandonato la lotta per la liberazione di Gerusalemme dai colonizzatori (“miscredenti” nel linguaggio di Khomeini) sionisti. Pur rifiutando gli Accordi di Abramo, il Qatar non è un Paese antisionista, ma (potremmo definirlo) “normalizzatore” fra diverse fazioni borghesi, nazionali e “cosmopolite”.

Nel 2025, Trump ha incluso l’emirato nel proprio progetto ispirato al presidente Andrew Jackson: sostituire la sudditanza militare con quella economica, un sistema di potere che sostituisce la gendarmeria con lo strozzinaggio. Leggiamo dal sito della Rete Voltaire:

“Il 14 maggio Trump e il Qatar hanno firmato un accordo per dare vita a uno scambio economico di almeno 1.200 miliardi di dollari. Trump ha inoltre annunciato accordi commerciali per oltre 243,5 miliardi di dollari, tra cui una storica vendita a Qatar Airways di 210 aerei Boeing 787 Dreamliner e 777X, nonché di motori GE Aerospace.” 4

Partendo da queste informazioni, giornalisticamente inoppugnabili, dobbiamo concludere che i principali Paesi del Golfo persico, ad ora, rimangono delle “nazioni” dipendenti economicamente, politicamente e militarmente (compresa la subordinazione d’intelligence) al gendarme mondiale statunitense, rendendo difficile la loro integrazione nel mondo multipolare guidato da Iran, Russia e Cina. Perfino l’Oman, apparentemente neutrale, ha più volte invitato gli Stati arabi a riconoscere Israele 5, optando per ciò che solitamente viene definita dagli analisti “geopolitica del serpente”.

Trovano conferma le parole del rivoluzionario panarabo egiziano Gamal Abd el Nasser: “la liberazione di Gerusalemme dal sionismo, inizia con la liberazione di Riad dal wahabismo”.

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