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Una Terza Guerra Mondiale a pezzi?
Se ricordo bene, nel 2014, papa Francesco descrisse un mondo caratterizzato da massacri ricorrenti, criminalità, fame, povertà, insopportabili disuguaglianze sociali e conflitti militari sempre più gravi; si era reso conto che si andava delineando una “guerra mondiale a pezzi”. Bergoglio, da buon gesuita, possedeva una chiara idea della geopolitica e sensibilità per i problemi sociali. Col passare del tempo, l’idea che siamo entrati in una “Terza Guerra Mondiale a pezzi” assume un nuovo significato e si sta affermando come interpretazione secondo cui i conflitti sono interconnessi e tendono a un punto di rottura, a una frattura. Anche altri autori, come Trenin e Todd, hanno espresso la stessa opinione.
Cosa accomuna questi conflitti? La risposta economica, politica e militare dell’Occidente collettivo (organizzato e diretto dagli Stati Uniti) per mantenere e preservare, a qualunque costo, il suo “ordine internazionale” e le sue “regole”. Questa è la base della sua coesione interna, le radici di classe del suo progetto. Il “pacificatore” Donald Trump ha bombardato sette Paesi – Somalia, Yemen, Iran, Nigeria, Siria, Iraq e Venezuela – in tre continenti; ha assassinato la leadership politica iraniana mentre stava negoziando; ha rapito il presidente Maduro e sua moglie Cilia dopo aver ucciso decine di militari; e minaccia brutalmente un intervento militare a Cuba, dopo averla sottoposta a un assedio che non mira ad altro che alla sua resa incondizionata attraverso la fame, la miseria e le malattie. Ha avallato e giustificato, insieme alla maggior parte della classe politica occidentale, l’etnocidio del popolo palestinese, che continua ancora oggi.
Si dice, per cercare di spiegare quanto sta accadendo, che siamo in una fase di transizione da un mondo unipolare definito a un mondo multipolare indefinito, aggiungendo, quasi sempre per ragioni pedagogiche, la vecchia definizione di Gramsci “la crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore senza che il nuovo possa nascere, e in quell’interregno si verificano i più diversi fenomeni morbosi”. Bisogna stare attenti alle citazioni, lo dico in modo autocritico. Una potenza egemonica non muore, non crolla da un giorno all’altro, ma inizia piuttosto un processo di declino che dura a lungo, decenni, sempre accompagnato da conflitti tra Stati, da lotte di e tra classi, da guerre tra grandi potenze. Il nuovo, se nasce (i dispositivi nucleari non sono di abbellimento) è il prodotto dell’implosione di un determinato ordine e, come dice José Luis Fiori, ha nelle guerre il suo fondamento ultimo.
La particolarità di questa “guerra mondiale a pezzi” è che in essa si intersecano due crisi; vale a dire che il declino del potere degli Stati Uniti e il declino dell’Occidente inteso come “la cultura” e come “la civiltà” unificante del mondo, sono entrambi intimamente e profondamente correlati. Il termine Occidente, dal punto di vista geopolitico, è stato un costrutto, un dispositivo politico-ideologico euroamericano che indicava, da un lato, che l’asse dominante di ciò che l’Occidente avrebbe potuto essere stava passando agli Stati Uniti e, dall’altro, che l’Europa si stava dividendo in due: “la vecchia” (l’occidentale, decadente e senza nervi) e “la nuova” (anticomunista, filo-nordamericana) e – è il nocciolo dell’operazione – collocava la Russia fuori dall’“Occidente” e fuori dall’“Europa”, divenendo, ancora una volta, l’“altro”, asiatico, barbaro, destinato a diventare presto il nemico.
La questione è capire con una certa precisione da dove veniamo. Questo è importante perché ci aiuta a collocarci ed evita dibattiti inutili. Innanzitutto, va notato che esiste una forte asimmetria di potere tra i difensori dell’ordine costituito e coloro che sono costretti – sì, costretti – a contrastarlo per sopravvivere. L’imperialismo americano è stato un modo specifico di dominio e controllo che è riuscito a organizzare la propria egemonia intorno alla difesa del capitalismo nel suo complesso e alla protezione contro il socialismo sovietico. Quando questa contraddizione è stata superata, il suo dominio incontrastato è durato appena vent’anni e si è concluso, come tutti gli imperialismi, logorato dalle politiche attuate e incapace di governare. Questo è il grande paradosso. La globalizzazione capitalista neoliberale è stata il vero progetto del nuovo secolo americano, la grande controrivoluzione di massa, che ha avuto come effetto collaterale l’emergere della Cina come grande potenza e la crisi degli Stati Uniti come società e come Stato. La conseguenza più eclatante è stata l’ascesa al potere di una coalizione elettorale e sociale guidata da Donald Trump.
È importante notare le asimmetrie, gli squilibri di potere tra l’imperialismo collettivo di cui parlava Samir Amin e le forze, gli Stati civilizzati, che gli si oppongono, proprio perché queste differenze in termini di Pil, di dotazione di risorse, di infrastrutture scientifiche e tecnologiche, di dimensioni del complesso militare-industriale, di spese militari e struttura e composizione delle forze armate rendono la guerra più prevedibile. Per dirla in modo più chiaro, gli Stati Uniti sanno perfettamente che tra pochi anni il potenziale della Cina (economico, tecnologico e militare) sarà ineguagliabile. È necessario fermarla ora, neutralizzarla, assediarla prima che sia troppo tardi. Il conflitto in Ucraina era legato a questo: indebolire la Russia, provocare un cambio di regime e privare la Cina della sua retroguardia strategica. Il fattore tempo è fondamentale nella politica del potere.
L’Alleanza atlantica e l’Unione europea: due progetti in crisi?
L’Assemblea Nato di Ankara del 7 e 8 luglio offre molti spunti di riflessione sullo stato attuale dell’Alleanza, sulle sue contraddizioni interne, sui delicati rapporti con l’amministrazione Trump e sulle difficoltà nell’attuazione di politiche di militarizzazione e riarmo in economie in crisi, stagnanti, fortemente indebitate e afflitte da una grave compressione salariale. Credo che la chiave sia partire da ciò che conta davvero: l’Unione europea si sta preparando a una guerra con la Russia secondo una tempistica prestabilita, il piano ReArm Europe/Readiness 2030. Sulla data c’è qualche dubbio – 2030? 2029? 2028? – sull’attacco no. La narrazione si ripete all’infinito: la Russia attaccherà l’Europa; dobbiamo prepararci a sconfiggerla; la chiave ora è difendere e sostenere pienamente l’Ucraina, con sempre meno linee rosse. L’ultima novità è che Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha raggiunto un accordo a Kiev con Zelensky affinché i Paesi europei producano droni per l’Ucraina.
Quali prove ci sono che Putin attaccherà la Nato/Ue? Rapporti dell’intelligence militare e analisi degli Stati Maggiori delle forze armate. Secondo l’ispettore generale dell’esercito tedesco, Carsten Breuer, “sia le mie analisi che quelle di numerosi esperti internazionali indicano che entro il 2029 la Russia potrebbe essere in grado di attaccare il territorio della Nato”, concludendo: “Non sto dicendo che un attacco sia inevitabile, ma da una prospettiva militare dobbiamo considerare lo scenario peggiore ed essere pronti ad affrontarlo”; “… la reale possibilità di un’aggressione russa entro un periodo di tempo definito ha l’assenso dei 32 membri dell’Alleanza”. Pochi giorni dopo, il 18 giugno di quest’anno, Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate della Nato, ha dichiarato in un’intervista al «Financial Times» che, dopo aver studiato attentamente la questione e analizzato i rapporti dell’intelligence disponibili, non aveva trovato alcun piano russo per attaccare gli Stati membri dell’Alleanza e che il grande Paese eurasiatico non cercava il conflitto con l’Alleanza, aggiungendo che i russi “comprendono perfettamente il significato del termine ‘alleanza difensiva’ e sanno bene che abbiamo certi vantaggi asimmetrici”. È ovvio che il previsto attacco russo ha poco o nulla a che fare con la realtà. Si tratta di un’operazione politica legata a: a) la crisi di lunga data dell’Unione europea; b) la guerra in Ucraina; e, soprattutto, c) Trump e la sua nuova politica di sicurezza e difesa. Tutti e tre i temi sono interconnessi e in rapida evoluzione.
L’Unione Europea è stata, e continua a essere, la “grande politica” delle classi dirigenti di ciascuno dei suoi Stati membri; le coordina, le unifica attorno a un progetto di classe e le integra nella sfera geopolitica dominata dagli Stati Uniti. La Nato ne è stata l’altra faccia, il lato oscuro e intransigente. Brzezinski lo ha spiegato in modo piuttosto realistico: l’Europa odierna è un protettorato politico-militare al servizio dei suoi interessi strategici, e la Nato è qualcosa di più di una semplice alleanza militare; è un modo specifico di dirigere, organizzare, influenzare e cooptare le forze armate dei suoi Paesi membri. L’Ue e la Nato si sono coordinate politicamente e strategicamente fin dall’inizio, attraversando diverse fasi e adattandosi alle circostanze di ogni momento. Entrambe le organizzazioni sono oggi il risultato della disgregazione dell’Urss e dello scioglimento del Patto di Varsavia. Entrambe stanno attraversando un periodo di crisi e di ridefinizione.
L’Ue ha accolto con entusiasmo l’arrivo di Biden e la fine dell’era Trump 1.0. Lo slogan “L’America è tornata” è stato percepito come l’opportunità per uscire da un ciclo segnato dalla stagnazione e dal declino. C’era accordo sull’obiettivo geopolitico centrale: difesa dell’“ordine internazionale basato sulle regole”, ovvero contenere la Cina, bloccarne l’influenza e, soprattutto, fare pressione sulla Russia costringendola a scegliere tra la guerra o la sconfitta strategica. L’Ucraina era il veicolo per orchestrare un conflitto per procura tra la Nato/Ue e la Russia di Putin. C’era un nemico potente e credibile; una guerra nel cuore dell’Europa; e una rinnovata unità dell’Occidente collettivo.
Era il “momento” (Hamilton, De Gaulle) per una Ue geopolitica, un attore internazionale decisivo che aveva finalmente trovato una via d’uscita basata sulla riconversione tecnologico-militare dei suoi sistemi produttivi, sul riarmo accelerato e sulla militarizzazione della politica e della società, nel tentativo di forgiare un nuovo consenso costruito sull’insicurezza (il Covid-19 ha aiutato molto) e sulla paura. Ciò che è accaduto dopo è ben noto.
Trump, il suo inaspettato ritorno, ha cambiato quasi tutto. Innanzitutto, ha ribadito di essere sempre stato contro la guerra in Ucraina e che la sua priorità strategica (dottrina della sicurezza e difesa nazionale) era la Cina; tutto il resto era secondario. Gli Stati Uniti non avevano più la forza né il potere di combattere su tutti i fronti; era necessaria una definizione delle priorità – una parola chiave. Ben presto, la difesa dell’Europa è diventata – sia in termini militari convenzionali che finanziari – responsabilità esclusiva degli europei, a cominciare dal finanziamento degli enormi costi della guerra in Ucraina. La Russia è stata definita come una “minaccia costante ma gestibile”. A ciò si sono aggiunti la questione della Groenlandia, la richiesta di sostanziali aumenti dei bilanci militari e gli accordi commerciali che obbligano l’Ue a investire oltre mille miliardi di dollari negli Stati Uniti, nonché a sopportare un dazio di base del 15% su tutti i suoi prodotti rispetto allo 0% per le esportazioni americane.
Per l’Ue, le proposte di Donald Trump rappresentavano, da un lato, una rottura radicale con le politiche in atto e, dall’altro, una vergognosa dimostrazione pubblica di subordinazione e vassallaggio. L’Unione si trova di fronte a una profonda contraddizione: ha bisogno che la guerra di logoramento contro la Russia continui il più a lungo possibile; non può raggiungere questo obiettivo senza il sostegno degli Stati Uniti. Il paradosso è che una vera autonomia strategica per l’Ue richiederebbe un accordo con la Russia. Trump, formalmente, ha tentato di gestire la contraddizione di essere il capo de facto della Nato e, al contempo, di facilitare un accordo con la Russia per una soluzione politica realistica della situazione ucraina. Non ci è mai riuscito.
La strategia dei leader europei e del segretario generale Rutte è stata quella di concedere al presidente americano quanto richiesto, rafforzare l’Ucraina economicamente e militarmente e neutralizzare qualsiasi possibilità di accordo con la Russia. Il piano Colby, sottosegretario alla guerra degli Stati Uniti, la Nato 3.0, è stato approvato e diventa la politica dell’Alleanza. La strategia europea ha funzionato. Donald Trump è arrivato ad Ankara molto indebolito dal fallimento militare con l’Iran e anche perché, all’interno del suo stesso staff, avevano guadagnato terreno, inoltre, i settori che erano favorevoli a sottomettere la Russia e a rafforzare l’alleanza con l’Ue. Resta da vedere se il presidente fosse seriamente intenzionato a negoziare con la Russia o se si trattasse di una trappola fin dall’inizio. Immagino che Putin se lo stia chiedendo, vedendo come il conflitto si sta accentuando e un Trump che consiglia di intensificare gli attacchi contro la Russia per, ovviamente, ottenere la pace.
L’ombra di Mackinder incombe minacciosa: la Germania, ancora una volta, contro la Russia
La guerra, i conflitti accelerano i processi storici. L’Ue sta ridefinendo il suo ruolo internazionale e riorganizzando le sue strutture di potere interne. Finora, l’alleanza franco-tedesca è stata l’asse centrale. Questo sta iniziando a cambiare. Anche la Germania aspira a essere una potenza militare decisiva. Il tabù militarista è stato infranto. Non ci sono dubbi: la grande nazione tedesca vuole rimanere un alleato strategico degli Stati Uniti per mantenere, al contempo, la sua egemonia su una nuova Ue in via di sviluppo. La politica dell’attuale governo tedesco mira a rendere le sue forze armate il fulcro della difesa europea. Non si tratta di organizzare un esercito europeo, né di creare gli Stati Uniti d’Europa, che non esistono né li si prevede; si tratta di qualcosa di diverso: sfruttare il riarmo e la militarizzazione per definire e proiettare politiche di potere, volontà e dominio.
La Germania ha lanciato un piano colossale concepito a partire dai suoi interessi economici, tecnologici e strategici e coordinato con la Nato. Le cifre sono enormi: 779 miliardi di euro tra il 2026 e il 2030 per spese militari e di sicurezza, una cifra molto simile a quella del piano europeo ReArme/ Readiness 2030. L’obiettivo dichiarato: rendere le forze armate tedesche le più forti d’Europa, un polo logistico e tecnico-militare decisivo con grandi capacità offensive e una spesa militare superiore a quella della Russia.
Per parafrasare la celebre frase di lord Hastings, primo segretario generale della Nato, la nuova Alleanza si baserebbe sul principio di “mantenere i russi come nemici, gli americani al comando e i tedeschi al vertice”. Alla fine, la storia si ripete sempre, e al centro di tutto, sempre, sempre, c’è l’Eurasia. Sì, l’ombra di Mackinder ritorna ancora una volta: la Germania di nuovo contro la Russia, al servizio degli inglesi, degli Stati Uniti. Questa volta, agendo da gregario di alto livello. Karl Haushofer si starà rivoltando nella tomba, ribadendo che i leader tedeschi non conoscono la geopolitica.
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