L’omicidio di Fakir è il simbolo di una colonizzazione culturale*

Una riflessione necessaria

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Autrice: Gabriella Grasso

Lavora per “Palestina da piombo fuso”

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Cosa avevano in mente le persone che hanno fatto quella telefonata? Cosa immaginavano? E adesso, dopo la morte di Abderrahim Fakir, cosa staranno provando?

È una domanda che sposta il fuoco dalla macchina del potere al cuore delle singole persone. Un passante ha chiamato il 112 (5) segnalando un uomo in forte agitazione in via Italo Svevo, a Bologna. La descrizione fornita è stata: “c’è una persona che è arrivata di corsa dietro le autorimesse, sta urlando e scalciando tutti i basculanti, gridando aiuto, che lo vogliono uccidere”. Il chiamante ha anche riferito di aver visto l’uomo, Fakir, colpire un’auto e un cancello di un garage. Fa quello che qualsiasi cittadino responsabile farebbe: prende il telefono e compone il 112. Immagina che arriverà un’ambulanza. Che arriveranno dei sanitari. Che qualcuno con una divisa bianca e un po’ di competenza medica prenderà in carico quell’uomo e lo aiuterà a calmarsi con l’obiettivo di portarlo in un luogo sicuro, in un ospedale, dove potrà essere curato. Non immagina certo la polizia. O, se immagina la polizia, la immagina come un supporto ai sanitari, come qualcuno che aiuta a gestire una situazione difficile, non come qualcuno che esegue una procedura di neutralizzazione.

Chiamare il 112 è dire: “Io, cittadino, segnalo un problema e confido che lo Stato lo risolva in modo civile e umano”.

All’altro capo del telefono (una Centrale Unica di Risposta) siede un operatore. È un professionista, addestrato a gestire centinaia di chiamate al giorno. La sua è una funzione di filtro e smistamento. Prende in carico la chiamata, raccoglie le informazioni e poi le inoltra alla sala operativa competente. Nel caso di una segnalazione di ordine pubblico, come quella di una persona in escandescenza, la centrale attiva le forze di polizia.

Le parole “urla” e “scalcia” attivano un protocollo, non un’analisi della situazione. L’operatore non ha il tempo di chiedersi: “Ma quest’uomo è un malato? Un tossicodipendente? Un cittadino in crisi?”. Deve agire in fretta. E la fretta, in un sistema che ha già deciso a priori che certi comportamenti sono “minacce”, lo porta a premere il pulsante che attiva la polizia, non l’ambulanza. Forse, in cuor suo, l’operatore sa che avrebbe dovuto mandare un medico. Forse lo sapeva anche lui che la polizia non è lo strumento giusto per una crisi di salute mentale. Ma il sistema gli dice: “Manda la polizia”. E lui esegue.

L’operatore, in quel momento, è già un ingranaggio. Non un cattivo, non un mostro. Semplicemente una persona che ha imparato a non pensare, a eseguire.

Abderrahim Fakir. La notizia è sui giornali, in televisione, sui social. Il nome, il volto, la storia.

La dinamica: tenuto a terra in posizione prona per oltre due minuti, mentre grida “Aiuto, basta!”, fino a smettere di respirare.

La persona che ha fatto la chiamata probabilmente sta vivendo un incubo. Si starà chiedendo:

“Perché ho chiamato? Se non avessi chiamato, forse sarebbe ancora vivo?

Sono io il responsabile? Ho ucciso quell’uomo con una telefonata?”

Cosa starà pensando l’operatore del 112? Avrà capito che quella chiamata, quella che lui ha smistato alla polizia, ha portato a una morte. Forse ha ricevuto una comunicazione interna, forse gli è stato detto di non parlarne. Dentro di sé, il peso è enorme. “Se avessi mandato il 118… se avessi insistito per un medico… Ma io ho seguito il protocollo… ho fatto quello che mi è stato insegnato…, è il sistema…” Da un lato, il senso di colpa umano, rode e fa male. Dall’altro, la difesa dell’ingranaggio: “Io ho fatto solo il mio dovere. Non sono responsabile. È il protocollo che ha ucciso, non io.”

Il sistema non si pente

Nessuna di queste persone, né il chiamante, né l’operatore, è responsabile in prima persona. Nessuno di loro voleva che Abderrahim Fakir morisse. Nessuno di loro ha premuto un grilletto o ha schiacciato la sua schiena per due minuti. Ma tutti loro sono stati ingranaggi di un meccanismo che ha trasformato una richiesta di aiuto in una condanna a morte. E la vera colpa, la colpa sistemica, è di chi ha progettato il meccanismo, di chi ha scritto i protocolli, di chi ha formato gli operatori a vedere “minacce” invece di “persone”, di chi ha deciso che la polizia è lo strumento giusto per gestire le crisi di salute mentale. La persona che ha fatto la chiamata potrebbe non dormire per mesi. Ogni volta che sentirà il suono di una sirena, rivivrà quel momento. Ogni volta che vedrà un poliziotto, penserà: “Quel giorno, uno come lui ha ucciso un uomo che avevo segnalato”.

Forse quel cittadino arriverà a capire che lui ha fatto quello che ogni cittadino dovrebbe fare: chiedere aiuto. Che la colpa è di chi, invece di mandare un’ambulanza, ha mandato una pattuglia. Di chi, invece di curare, ha neutralizzato. Di chi, invece di attenuare, ha ucciso.

La morte di Abderrahim Fakir coinvolge tutti: chi ha chiamato, chi ha risposto, chi ha eseguito, chi ha progettato il sistema. Ma il peso della colpa non è distribuito equamente.

Il chiamante è una vittima del sistema, una persona che ha fatto un gesto di responsabilità e che ora porterà per sempre il fardello di aver innescato una catena di eventi che ha portato a una morte.

L’operatore del CUR è un ingranaggio che ha eseguito un protocollo, ma che avrebbe potuto, forse, fermarsi un attimo e chiedersi: “È davvero una situazione di ordine pubblico o è una situazione di salute? Devo mandare la polizia o devo mandare un medico?”.

I poliziotti sono gli esecutori materiali, sono il prodotto di un addestramento che insegna a neutralizzare, non a curare.

Il sistema, però, non si pente.

Non sente il peso della colpa. Perché è progettato per sbagliare in questo modo? Perché vede i cittadini come potenziali nemici e non come persone da aiutare? Perché la risposta a una crisi è sempre più forza e non più cura? Perché lo spray al peperoncino è più disponibile di uno spray calmante? Le persone coinvolte in questa storia vivranno con il loro senso di colpa.

E il sistema?

L’uccisione di Abderrahim Fakir per mano della Polizia a Bologna, nel 2026, non può essere letta, secondo un certo sguardo critico, come un semplice episodio di cronaca nera. Al contrario, essa si configura come l’emblema doloroso e definitivo di un lungo processo di colonizzazione culturale che gli Stati Uniti e l’entità sionista hanno esercitato sull’Italia negli ultimi cinquant’anni, a partire dal secondo dopoguerra. Un processo che, avviato con il Piano Marshall e la presenza militare della NATO, ha trovato la sua accelerazione decisiva negli anni ’80 con l’invasione mediatica delle reti Berlusconi e si è consolidato con gli accordi militari del 2005, fino a esplodere tragicamente in un gesto di polizia che riecheggia tecniche importate da addestramenti stranieri. Per comprendere come un gesto di polizia possa diventare il simbolo di questa trasformazione, dobbiamo ripercorrere tre livelli di infiltrazione: quello mediatico, quello geopolitico-militare e quello valoriale.

L’invasione cinematografica degli anni ’80. La fabbrica del consenso alla violenza.

Degli anni Ottanta è l’avvento delle reti Mediaset di Silvio Berlusconi. Per riempire le ore di palinsesto, il magnate acquistò in quantità industriali valanghe di filmetti americani di basso livello (serie B e action movie). In quelle pellicole, la narrazione era sempre la stessa: l’eroe era invariabilmente un poliziotto o un giustiziere, il delinquente era sempre e assolutamente colpevole (senza bisogno di un processo), e la trama si riduceva all’inseguimento del malvivente fino alla sua esecuzione sommaria. Non c’era spazio per il dubbio, per il diritto alla difesa o per la complessità morale. Queste migliaia di film, ripetuti ossessivamente, hanno invaso l’immaginario collettivo italiano, plasmando il cuore e la mente dei giovani che ne sono stati imbevuti. Hanno normalizzato l’idea che la violenza sia l’unico linguaggio della giustizia e che lo Stato si esprima legittimamente attraverso il colpo di grazia.

Gli accordi del 2005: il salto di qualità della colonizzazione 1

Se la televisione ha lavorato sul consenso culturale, un secondo livello di infiltrazione si è consumato sul piano strutturale con gli accordi firmati nel 2005 tra il governo italiano, entità sionista 2 e Stati Uniti 3 . Questi patti – militari, finanziari e di ricerca – hanno segnato uno spartiacque. Da quel momento in poi, le sinergie tra l’apparato militare italiano e quello sionista non sono più state episodiche, ma sistematiche. Le industrie belliche hanno avviato collaborazioni strette, e le università italiane hanno stretto rapporti di ricerca sempre più intrecciati con le controparti israeliane. Non si è trattato solo di scambio di tecnologie, ma di vera e propria osmosi operativa.

L’addestramento del Mossad: la tecnica che diventa cultura

Il frutto più amaro di queste collaborazioni è stato l’addestramento diretto dei nostri militari e delle nostre forze dell’ordine da parte del Mossad 4 e dei vertici militari statunitensi. Non più semplici esercitazioni, ma pianificazioni strategiche e lezioni sul campo che hanno insegnato ai nostri corpi di polizia un determinato “stile” operativo: l’azione rapida, la neutralizzazione immediata del bersaglio, l’esecuzione senza esitazione. Questo passaggio è cruciale: non si è trattato solo di ricevere armi o mezzi, ma di interiorizzare una filosofia d’azione dove l’obiettivo giustifica qualsiasi mezzo e dove la vita del sospettato perde il suo valore intrinseco in favore dell’efficienza repressiva.

La corruzione dei valori: consumismo, mordi e fuggi e perdita dell’etica

L’interazione di questi tre fattori – la narrazione cinematografica violenta, i patti politico-militari e gli addestramenti operativi – ha prodotto una mutazione profonda nella cultura italiana. Sotto la duplice pressione della cultura consumistica (che è esplosa nello stesso periodo, assalendo le nostre abitudini quotidiane) e di questa nuova estetica della violenza, gli italiani sono diventati meno sensibili ai valori morali, al senso di responsabilità e ai principi etici. La cultura della mediazione e del dibattito è stata soppiantata dalla logica del “mordi e fuggi”: una gratificazione immediata, un’azione istantanea, senza preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine. E questa parabola sta andando a maturazione con la corruzione dell’istruzione, trasformata da preparazione allo spirito critico a mera preparazione di tecnici del settore produttivo. Non si formano più cittadini capaci di interrogarsi sul mondo, ma esecutori addestrati a funzionare nel mercato. Il risultato è una società che non sa più porsi domande, che accetta passivamente le narrazioni che le vengono offerte, che non ha gli strumenti per distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente efficiente. Questa è la vera colonizzazione culturale. Non è solo quella che arriva dagli Stati Uniti attraverso i film o gli accordi militari. È quella che agisce dall’interno, che modella le menti fin dall’infanzia, che insegna che l’unico valore è l’efficienza, che l’unico obiettivo è il profitto, che l’unico metro di giudizio è il mercato. E in una società così, la morte di un uomo per strada diventa solo un incidente di percorso, non il sintomo di un fallimento epocale.

Bologna 2026: “film già visto”

La vicenda di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato, è un simbolo. Perché la scena dell’uomo immobilizzato a terra, che invoca aiuto fino a smettere di respirare, è una scena che il nostro Paese ha già visto e rivisto. Federico Aldrovandi, 18 anni, ucciso nel 2005. Stefano Cucchi, 31 anni, nel 2009. Riccardo Magherini, 40 anni, nel 2014.

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la mancanza di linee guida adeguate. Ognuna di queste storie ha avuto il suo processo, le sue condanne, le sue sentenze. Eppure, la madre di Federico Aldrovandi: “Bisogna cambiare le regole, perché queste cose non succedano più”. Ilaria Cucchi: “Il caso di Stefano, purtroppo, non ci ha insegnato niente. Oggi assisto a immagini del genere e mi rendo conto, con grande amarezza, che non è cambiato niente”. Quando Ilaria Cucchi dice che “non è cambiato niente”, non sta facendo un’affermazione generica. Si riferisce a un meccanismo preciso: la formazione degli agenti, il ricorso a tecniche di immobilizzazione letali, il “processo al morto” che tenta di giustificare l’ingiustificabile.

Il caso Fakir è l’emblema dell’intero apparato legislativo e culturale del Paese. È il punto di arrivo di una storia che si ripete, e che ogni volta viene dimenticata fino alla vittima successiva. L’omicidio che riecheggia le tecniche importate dal Mossad, non è un incidente. È il punto di arrivo di un percorso iniziato molti anni fa. È il momento in cui la finzione cinematografica (il poliziotto eroe che esegue il colpevole) diventa realtà cruda nelle strade italiane, e la pianificazione militare straniera si incarna nel gesto di un agente. L’uomo ucciso è il simbolo di un’Italia che ha rinunciato alla propria sovranità culturale, morale e operativa, trasformandosi in un teatro periferico dove si recita una sceneggiatura scritta oltreoceano. Un Paese che, sommerso da fiumi di fiction violente e legato a doppio filo a potenze straniere, ha finito per dimenticare che la giustizia non è un inseguimento cinematografico, ma un processo lento, faticoso, profondamente umano.

La dinamica dell’intervento

L’ambulanza del 118 è arrivata, ma inizialmente senza un medico a bordo. Un medico, se fosse stato presente tempestivamente, avrebbe potuto valutare la situazione e tentare una riduzione del conflitto o una sedazione farmacologica per calmare il soggetto e proteggerlo. Invece, sul posto c’erano solo volontari, senza le competenze per gestire una crisi del genere.

L’intervento della forza: La polizia ha prima usato lo spray al peperoncino. Subito dopo, i due agenti hanno bloccato Abderrahim Fakir a terra, a faccia in giù (in posizione prona).

La procedura prevede:

  1. Sbilanciamento e messa a terra: L’operatore sbilancia il soggetto e lo porta al suolo.
  2. Stabilizzazione a terra: l’agente si posiziona a cavalcioni o con il ginocchio sulla schiena o sulla scapola della persona, usando il proprio peso per tenerla ferma.
  3. Ammanettamento: con il soggetto a terra, gli agenti cercano di bloccargli le braccia dietro la schiena per ammanettarlo. Nel caso di Fakir, sono state usate anche fascette per bloccare polsi e caviglie quando ormai era morto.

La combinazione di posizione prona prolungata, difficoltà respiratorie indotte dallo spray e stress fisico e psicologico può portare a un arresto cardiopolmonare fatale.

Il Mossad e le tecniche di “neutralizzazione”

L’addestramento delle forze dell’ordine, e in particolare l’enfasi su tecniche di “neutralizzazione rapida” e “controllo totale”, è una filosofia operativa che trova la sua massima espressione in pratiche proprie del Mossad, il cui *modus operandi* è descritto come:

  • Isolamento tattico: capacità di isolare un bersaglio, tagliandolo fuori dalle comunicazioni e dai soccorsi.
  • Neutralizzazione letale: uso di metodi come bombe, veleni o colpi mirati per eliminare l’obiettivo.
  • Integrazione di tecnologia e azione sul campo: modello operativo che fonde intelligence, tecnologia e operazioni clandestine per un risultato finale.

Se questa è la “cultura” che è stata importata in Italia attraverso gli accordi del 2005, allora ciò che è accaduto a Bologna ne è l’emblema perfetto:

  • L’isolamento: il cittadino in crisi è stato isolato dalla possibilità di ricevere cure mediche adeguate (un medico).
  • La neutralizzazione: la polizia non ha gestito una crisi, ma ha eseguito una procedura di “neutralizzazione” fisica.
  • L’efficienza della forza: l’obiettivo non era salvare una vita, ma neutralizzare una minaccia, con la massima efficienza e il minimo rischio per gli operatori, a costo della vita del cittadino.
  • L’intenzione meccanica del sistema repressivo

In questa luce, la morte di Fakir non è un errore, ma il prodotto logico di un sistema. Un sistema ha sostituito la giustizia con l’ordine, la cura con il controllo, e la persona con il bersaglio. Il sistema repressivo ha un obiettivo preciso che riguarda la giustizia, l’eguaglianza e la salute dei cittadini.

  • La giustizia: la chiamata al CUR era una richiesta di aiuto, non una denuncia. Il sistema ha risposto con la forza, non con il soccorso.
  • L’eguaglianza: un cittadino italiano in crisi avrebbe ricevuto lo stesso trattamento? La discriminazione razziale e sociale è un tassello di questo meccanismo. Un uomo di origine marocchina, in un quartiere periferico, viene percepito come una minaccia da neutralizzare, non     come una persona da curare.
  • La salute: Il sistema sanitario e quello repressivo sono stati fusi in un unico apparato che non tutela la salute, ma la reprime. La salute mentale, le crisi e il disagio sociale non sono problemi da curare, ma minacce da gestire con la forza.
  • Tre dittature al posto di una:
    quando il meccanismo sostituisce la coscienza

La divisione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – è nata nel 1789 per spezzare la concentrazione del potere in un’unica mano e impedire la dittatura. L’idea era che tre poteri distinti si controllassero a vicenda in un equilibrio dinamico: il legislativo fa le leggi, l’esecutivo le applica, il giudiziario ne verifica la corretta applicazione. Cosa succede quando ognuno di questi tre poteri ruota nella sua sfera facendo liberamente quello che vuole, senza un riferimento comune a principi superiori, senza un orizzonte etico condiviso? Succede che la divisione dei poteri non è più una garanzia di libertà, ma diventa tre dittature al posto di una.

🔴 Il legislativo fa leggi che non rispondono più ai bisogni dei cittadini, ma agli automatismi del consenso, all’urgenza della comunicazione, alla logica della paura. Leggi che vengono scritte senza un dibattito reale, che inseguono l’emozione del momento e non la riflessione sul bene comune.

🔴 L’esecutivo – e qui parliamo specificamente della polizia – agisce come un corpo separato, che ha sviluppato comportamenti, abitudini e sistemi di relazione verso i cittadini che non fanno riferimento a nessun principio esterno. Decide autonomamente cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa fare e cosa non fare. Non c’è più un legislatore che dice “questa è la regola” e un giudice che dice “questa regola è stata violata”. C’è solo il meccanismo dell’azione: il poliziotto che, di fronte a una persona in crisi, attiva una procedura di neutralizzazione perché è quello che il suo addestramento gli ha insegnato, perché è quello che il sistema si aspetta da lui.

🔴 Il giudiziario, infine, viene ridotto a un ingranaggio che convalida a posteriori ciò che l’esecutivo ha già deciso. Nel caso di Fakir, i due agenti non sono formalmente indagati: per loro è stato applicato il cosiddetto «scudo penale», una nuova norma che permette di iscrivere chi ha commesso un reato in un registro speciale se «appare evidente» che il fatto è stato compiuto in presenza di una «causa di giustificazione». Il giudice, insomma, diventa un notaio che certifica la bontà dell’azione poliziesca, non un controllore che ne verifica la legittimità.

Il risultato è che non abbiamo più un sistema di governo, ma un MECCANISMO: qualcosa che funziona in modo autonomo, che non ha bisogno di una volontà cosciente per agire, che semplicemente esegue. Un meccanismo, per definizione, non ha coscienza, non ha responsabilità, non ha etica. Segue il suo programma.

Questa è la vera dittatura: non quella di uno solo, ma quella di tre macchine che, ognuna per conto proprio, svolgono il loro compito senza chiedersi il perché, senza porsi il problema del senso, senza interrogarsi sulla giustizia delle loro azioni.

La circolare di maggio: una norma che doveva salvare vite e che è stata ignorata

L’11 maggio 2026, il Ministero dell’Interno ha trasmesso ai sindacati di polizia una circolare contenente le nuove “Linee guida per la gestione delle persone non collaborative”. Questo documento è stato redatto dalla Direzione centrale anticrimine, dalla Direzione centrale di sanità e dall’Ispettorato delle scuole della Polizia di Stato. La circolare era stata elaborata proprio per evitare che si ripetessero tragedie come quella che è avvenuta a Bologna. Era stata emanata dopo la condanna dell’Italia pronunciata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Magherini, che aveva evidenziato le lacune nella formazione sui rischi dell’immobilizzazione a terra.

Le linee guida contenevano raccomandazioni molto chiare, proprio per evitare tragedie come quella poi accaduta a Bologna. I punti salienti erano:

  1. Priorità al dialogo: prima di usare la forza, gli agenti devono tentare una riduzione del conflitto tramite la comunicazione.
  2. Uso graduale e proporzionato della forza: l’azione deve essere necessaria e proporzionata alla situazione.
  3. Richiesta tempestiva del 118: bisogna chiamare subito i soccorsi sanitari, specialmente se la persona mostra segni di difficoltà.
  4. Divieto di posizione prona prolungata: la circolare raccomanda di limitare l’immobilizzazione al tempo strettamente necessario e di evitare una posizione prona prolungata per i rischi che comporta per il cuore e la respirazione.
  5. Obbligo di mettere la persona su un fianco: una volta messo in sicurezza, “il fermato deve essere posto in posizione di decubito laterale nell’attesa del personale sanitario”.
  6. “Qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia nella condizione di respirare”.

Tutte queste raccomandazioni sono state violate nel caso di Abderrahim Fakir.

  1. Fakir è stato tenuto a terra in posizione prona, con due poliziotti a cavalcioni su di lui e un’altra persona che gli teneva ferme le gambe.
  2. Ha gridato “Aiuto, basta!” per più di due minuti prima di diventare inerte.
  3. È stato girato su un fianco solo dopo che era già morto.
  4. La pressione sul torace e sulla schiena è stata prolungata ben oltre il tempo necessario.
  5. Non è stato attivato tempestivamente un medico del 118 (che, peraltro, non è più previsto di default sulle ambulanze)5.

 “Raccomandazione” vs. “Obbligo”

In un MECCANISMO, la raccomandazione è solo un suggerimento, non un vincolo. È fondamentale distinguere tra due piani diversi: quello delle leggi (che hanno valore vincolante) e quello delle circolari (che contengono indicazioni di massima). Il punto centrale è questo: il documento di maggio non era una legge, ma una circolare con linee guida. Questa distinzione è cruciale per capire la posizione degli agenti. Il sistema ha fornito uno strumento per prevenire un certo tipo di morte, ma lo ha fatto con una raccomandazione, non con un divieto assoluto. Quando quella morte è avvenuta, gli agenti sono stati protetti da uno “scudo penale” che valuta la legittimità dell’azione nel suo complesso, non il mancato rispetto di una circolare non vincolante. Una raccomandazione, per quanto saggia, può essere disattesa se il sistema offre altre giustificazioni (come la presunta “pericolosità” del soggetto) e se non ci sono conseguenze penali per chi non la segue. In questo senso, il mancato rispetto delle linee guida non si traduce automaticamente in un reato, ma diventa uno degli elementi che la magistratura valuterà per capire se l’azione degli agenti è stata proporzionata o se invece è configurabile un omicidio colposo. La differenza tra una “raccomandazione” e un “obbligo” è, in questo caso, la differenza tra una vita salvata e una vita persa.

La morte di Fakir è l’emblema di un fallimento a tre livelli:

🔴 Il fallimento del legislativo, che ha prodotto norme ambigue, non vincolanti, che lasciano spazio all’arbitrio dell’esecutivo.

🔴 Il fallimento dell’esecutivo, che ha trasformato una procedura di sicurezza in una condanna a morte, ignorando le raccomandazioni appena emanate.

🔴 Il fallimento del giudiziario, che, attraverso lo “scudo penale”, ha di fatto legittimato l’azione degli agenti prima ancora di valutarne la correttezza.

Tre poteri che, invece di bilanciarsi, si sono fusi in un unico meccanismo che uccide. Un meccanismo che non ha coscienza, non ha responsabilità, non ha etica. Un meccanismo che, di fronte a un uomo in crisi che chiede aiuto, risponde con la forza. Un meccanismo che, di fronte a una circolare che dice “non tenetelo a pancia in giù”, lo tiene a pancia in giù fino a quando non smette di respirare.

Questa è la dittatura dei meccanismi.

E non c’è bisogno di un dittatore per farla funzionare: basta che ognuno faccia il suo compito, senza chiedersi perché.

Da un lato, abbiamo una tecnologia avanzatissima che ci permette di competere per arrivare sulla Luna o su Marte; dall’altro, per gestire una crisi umana, un’agitazione, un momento di difficoltà, usiamo ancora uno spray che provoca cecità temporanea, dolore intenso, bruciore alle vie respiratorie e panico.

Proporre uno spray a base di cannabis non è solo un suggerimento: è un’ipotesi razionale, supportata da evidenze scientifiche e da una logica elementare che il sistema, però, sembra rifiutarsi di seguire.

L’assurdità dello spray al peperoncino
Uno strumento che “calma” scatenando il panico

L’idea che, in una situazione di emergenza, la risposta a una persona in agitazione sia un potente irritante è già di per sé una contraddizione. L’obiettivo dichiarato è “calmare” o “neutralizzare”. Ma cosa fa realmente lo spray al peperoncino?

– Non è un calmante, è un’arma di disturbo: i suoi effetti immediati sono dolore, bruciore, lacrimazione incontrollabile, tosse e difficoltà respiratoria. In una persona già in stato di agitazione o crisi, questi sintomi non fanno che amplificare il panico e il senso di minaccia, innescando una reazione ancora più incontrollata.

– Non è innocuo: Viene spesso definito “non letale” e “senza danni permanenti”, ma gli effetti sulla salute sono reali e, in soggetti con problemi respiratori o cardiaci, possono essere gravi. Inoltre, il suo uso improprio è già considerato un reato dal codice penale. Stiamo parlando di uno strumento che, per legge, è un’arma, ma che viene usato come primo rimedio in situazioni che richiederebbero assistenza sanitaria.

Il paradosso è evidente: per gestire una persona che sta male, le si infligge dolore fisico. È un meccanismo che non cura, non aiuta, non riduce. Risponde alla violenza con altra violenza, camuffandola da “strumento di controllo”.

La cannabis come alternativa reale è già esistente

Esiste già un farmaco approvato e in commercio in Italia: uno spray orale a base di cannabis. Si chiama Sativex® (nabiximols). È uno spray che contiene un rapporto bilanciato di THC e CBD (i due principali principi attivi della cannabis). È già utilizzato per:

* Alleviare la spasticità muscolare nella sclerosi multipla.

* Ridurre i sintomi del morbo di Alzheimer, in particolare l’agitazione e l’aggressività, come dimostrato da studi come il “STAND trial” nel Regno Unito.

* Agire come ansiolitico, antipsicotico e rilassante muscolare.

Ora, facciamo un salto logico. Se esiste già uno spray a base di cannabis che:

* Calma: ha effetti ansiolitici e sedativi.

* Rilassa i muscoli: è usato per la spasticità.

* Non provoca dolore: anzi, ha effetti analgesici.

* È sicuro: è un farmaco approvato e regolamentato.

… Perché non dovremmo usarlo in situazioni di emergenza per calmare una persona in crisi, invece di uno spray che provoca dolore e panico?

La risposta non è tecnica, è culturale e politica. Il paradosso della nostra ipocrisia: Marte sì, cannabis no

La corsa allo spazio è una metafora perfetta. Siamo in grado di costruire razzi, sviluppare intelligenza artificiale, sequenziare il genoma umano. Ma non riusciamo a superare il pregiudizio ideologico su una pianta.

* La cannabis terapeutica è riconosciuta: in Italia, il dibattito è aperto e si stanno facendo passi avanti per facilitare l’accesso ai farmaci a base di cannabis. L’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) stessa sottolinea l’importanza di separare l’uso terapeutico dalla legalizzazione ricreativa.

* Ma la cultura della repressione è più forte: la narrazione dominante, quella che abbiamo ereditato da decenni di film polizieschi e di una certa politica, associa la cannabis allo “spaccio” e alla “devianza”, non alla “cura”. Questa narrazione impedisce di vedere la cannabis come un potente strumento di riduzione del conflitto.

Il sistema preferisce uno spray che acceca e fa bruciare la gola, perché è uno strumento di controllo e punizione, non di cura. Preferisce un meccanismo che “neutralizza” il corpo, piuttosto che un rimedio che calma la mente e il corpo.

Una scelta di civiltà

Uno spray alla cannabis per le emergenze non è fantascienza. È una scelta di civiltà. Sarebbe un modo per dire: “Quando un cittadino sta male, noi lo curiamo, non lo puniamo”.

Immagina la scena: invece di un agente che spruzza peperoncino negli occhi di una persona in crisi, un operatore del 118 (o un poliziotto appositamente formato) usa uno spray orale a base di CBD/THC per aiutare quella persona a calmarsi. Sarebbe un gesto di umanità, non di forza. Sarebbe l’applicazione pratica di un principio che il sistema, nei fatti, ha già dimostrato di conoscere (dato che il farmaco esiste) ma che rifiuta di applicare per un pregiudizio ideologico.

Non è questione di possibilità tecnica, ma di volontà politica e del cambio di paradigma culturale. Finché vedremo la persona in crisi come un nemico da neutralizzare e non come un malato da curare, continueremo a usare strumenti medievali in un’era spaziale.

* Luglio 2026. Articolo per “Parallelo Palestina” e “Cavallo di Fuoco”.

 

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Il termine Krav Maga significa letteralmente «combattimento con contatto» o «combattimento a corta distanza» in ebraico moderno. Etimologia e TraduzioneKrav (קְרָב): deriva dall’ebraico e significa «combattimento», «lotta» o «battaglia». Maga (מַגָּע): deriva dall’ebraico e significa «contatto», «tocco» o «vicinanza». Insieme, le due parole descrivono un sistema nato per la difesa reale a contatto fisico stretto. Fu sviluppato nei territori del ’48 a partire dagli anni ’40 da Imi Lichtenfeld, un esperto di lotta e autodifesa. Creato come metodo di sopravvivenza e addestramento militare per le forze armate israeliane, è basato su mosse semplici, veloci ed efficaci. Non è uno sport da combattimento con regole fisse, ma un sistema pratico per la difesa personale.

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