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Ancora giorni di bombardamenti e morti: i cieli del Golfo Persico tornano a oscurarsi sotto nuove aggressioni. Quello in Iran non è in ballo un conflitto regionale, ma il grande gioco dell’egemonia mondiale e del mercato energetico.
Ci troviamo di fronte al tentativo disperato di un egemone in declino (gli Stati Uniti, affiancati da Israele e NATO) di mantenere a galla un ordine egemonico attraverso la frammentazione, il caos e lo strangolamento asfittico della Repubblica Islamica. Proprio questa crisi sta però lasciando tracce indelebili: l’emergere di un’architettura in cui la Cina potrebbe ergersi a garante di una nuova grammatica delle relazioni internazionali.
Per la prima volta dopo sei secoli, l’egemone globale potrebbe non essere europeo (o di diretta derivazione europea), la globalizzazione costruita a partire dalle prime esplorazioni oceaniche e che ha creato un sistema-mondo unificato potrebbe cambiare radicalmente faccia per sempre.
Per comprendere la portata di questo spostamento geologico, bisogna volgere lo sguardo verso Teheran e Pechino. L’aggressione statunitense, preceduta da un regime di sanzioni, che il diritto internazionale ha più volte condannato come crimini contro l’umanità e che mirava a piegare l’Iran. Il risultato è stato opposto: accelerare l’integrazione strategica di Teheran nell’orbita eurasiatica. L’Iran è oggi membro sia dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) che dei BRICS e ha trovato nella Repubblica Popolare di Cina non un solo un mercato, ma anche un partner strutturale.
Gli europei confondono invece alleanza (che prevede un rapporto alla pari nella diversità) con subordinazione. Si confonde il nostro Stato di vassallaggio agli Stati Uniti, sugellato dalla NATO, con il modello ideale dei rapporti internazionali. Così ogni rallentamento sui gasdotti transiberiani o transmongolici viene interpretato come una rottura tra Russia o Cina; ogni accordo che il Vietnam stringe con questa o quella impresa USA, come un tradimento della causa o come un avvicinamento alla Casa Bianca e così ogni non esplicito sostegno all’Iran da parte cinese è interpretato come abbandono.
Come se la Cina fosse tenuta a diventare la sorella maggiore del mondo e a sostenere lo sforzo anti-statunitense ovunque; la Cina fa quel che deve e conduce una battaglia quotidiana, quasi una guerra, al proprio interno, per mantenere i rapporti di forza orientati alla non-subordinazione all’Occidente.
Non possiamo nemmeno capire, vivendo in Europa, le difficoltà che Pechino incontra in questa dialettica e in questa difficile costruzione della diversità: conservare stabilità e pace interna, sviluppo, attirare e garantire investitori esteri (spesso proprio occidentali) per portare avanti il proprio programma di emancipazione dall’Occidente. È una partita difficile e con molti rischi, destinata a rompere equilibri plurisecolari e fino a pochi decenni considerati inamovibili; ricorderemo tutti la fine della storia e le previsioni su come Cina e Vietnam, una volta aperti al mercato, avrebbero abbracciato il modello liberal-democratico.
Tornando però all’Iran, il mercato del petrolio resta il nervo scoperto di questa guerra. Il tentativo di Trump di chiudere Hormuz, era quello di assettare la Cina da un punto di vista energetico. Pechino sa da decenni che il controllo statunitense dei mari è il suo tallone d’Achille. Per questo ha portato avanti la sua strategia di costruire una via di comunicazione terrestre euroasiatica, che congiungesse l’Estremo Oriente all’Estremo Occidente (il mercato europeo) con in mezzo le risorse petrolifere e minerarie arabe e russe. La genialità strategica della Cina risiede nell’usare il petrolio per preparare la fine della propria dipendenza da esso. Tramite la crescita economica, Pechino è diventato leader globale nella produzione, ricerca e installazione di energie rinnovabili e di auto elettriche.
La Repubblica Popolare ha adottato sempre strategie nuove:
- Anni Settanta: Riforme e avvio del socialismo di mercato
- Anni Ottanta: Industrializzazione del paese
- Anni Novanta e primi anni Duemila: Apertura alla globalizzazione
- Crisi Economica del 2007/2008: l’Occidente annaspa nei propri debiti e nella finanza diventata uno enorme schema Ponzi; il Sud Globale struttura due grandi progetti alternativi: i BRICS (creando un’alternativa diffusa) e la Via della Seta (che nel 2013 prevedeva la nascita di collegamenti via terra lungo tutti i transiti euro-afro-asiatici, aggirando per lo più gli stretti marittimi controllati più o meno direttamente dagli USA).
Gli USA e i loro alleati negli anni passati hanno avviato una serie di conflitti lungo le principali direttrici della Via della Seta: Iraq, Afghanistan, Ucraina, Siria, Iran o destabilizzato paesi coinvolti come la Somalia. Persino la strategia israeliana risuona qualcosa di questo macro-contesto: Netanyahu distinse i paesi della benedizione (quelli coinvolti nella Via del Cotone indiana e marittima: India, Stati del Golfo e Israele) contro la maledizione: Iran, Iraq, Siria (vie di terra potenzialmente coinvolte nel collegamento Cina-Europa).
La transizione verde cinese è la più formidabile arma di smarcamento geopolitico mai concepita. Dominando le filiere globali del solare, dell’eolico e dei veicoli elettrici, Pechino sta sistematicamente smantellando la leva principale del potere statunitense: il controllo dei colli di bottiglia marittimi e delle risorse fossili. La Cina punta sul green per la sicurezza nazionale, offrendo al contempo al Sud Globale tecnologie energetiche svincolate dai diktat del Fondo Monetario Internazionale.
L’accordo storico a Pechino, nel 2023, per la riapertura delle relazioni tra Arabia Saudita e Iran non è stato un esercizio scolastico, ma la crisi della diplomazia regionale USA. Wang Yi offriva agli attori il concetto di “sicurezza indivisibile” e “sviluppo comune“, pilastri della Global Security Initiative cinese: il nemico non è il vicino, ma le basi militari straniere nella regione.
L’alternativa politica all’imperialismo e all’aggressività statunitense non si basa sulla esportazione della rivoluzione o sull’imposizione di un modello ideologico, come fecero le superpotenze del Novecento. Si basa sull’offerta di beni pubblici globali: infrastrutture, corridoi commerciali, sistemi di pagamento alternativi allo SWIFT, e, soprattutto, il rispetto della sovranità.
Mentre il Sud Globale letteralmente si costruisce, l’Occidente si sgretola, avvolgendo il proprio declino in una coltre di tecnofascismo reazionario. Nelle metropoli dell’Impero, la bugia liberale si è dissolta, lasciando il posto a una simbiosi letale tra populismo di estrema destra e oligarchia tecnologica. Il trumpismo, lungi dall’essere un’anomala parentesi, ha cristallizzato un modello che sta infettando anche le democrazie europee, un cambiamento strutturale da cui non torneremo indietro. Coalizioni sempre più radicali e spostate a destra non sono il frutto di un improvviso rigetto della classe dirigente, ma la loro evoluzione estrema: servono a canalizzare il malessere delle classi medie impoverite verso capri espiatori, distogliendo l’attenzione dal tracollo in atto.
Il vero volto di questa nuova fase storica è il tecno-fascismo, o meglio, il tecno-feudalesimo imperialista. Le multinazionali del tech non sono più entità separate dallo Stato.
L’intelligenza artificiale viene finanziata e indirizzata dal Pentagono per perfezionare l’arte della guerra, per tracciare i dissidenti, per automatizzare i droni che mietono vittime in Asia e Africa.
Silicon Valley e Casa Bianca hanno fuso i loro destini. Figure come Elon Musk o Peter Thiel plasmano l’immaginario sociale, le categorie del dicibile e dunque la politica. I tecno-miliardari hanno bisogno di un apparato statale autoritario, ossessionato dalla sicurezza e dai confini, per proteggere i loro monopoli digitali e per reprimere qualsiasi istanza di ridistribuzione della ricchezza. L’Occidente sta evolvendo verso un modello di controllo sociale in cui la sorveglianza di massa, giustificata dalla perenne sicurezza nazionale, si fonde con la polverizzazione economica.
Questo tecno-fascismo è intrinsecamente aggressivo verso l’esterno, perché la sua sopravvivenza interna dipende dall’estrazione di risorse, dallo schiacciamento della popolazione, dal suo continuo depauperamento: è la cancellazione del Novecento e dell’antifascismo.
Non potendo più competere sul piano della produzione manifatturiera e dell’innovazione infrastrutturale, l’impero usa la forza bruta, le sanzioni, i sequestri e le guerre per tentare di strangolare i poli emergenti. L’aggressione contro l’Iran e, per estensione, il tentativo di isolare la Cina, sono gli spasmi convulsi del Tardo Impero USA. L’Occidente non ha più un progetto di futuro da offrire al mondo, se non quello della povertà di massa in un mondo inquinato e insicuro.
Di fronte a questo abisso, la posizione della Cina e dell’Iran assume un valore che trascende la contingenza regionale. Teheran, resistendo sotto il fuoco di sbarramento economico e militare, incarna la volontà di un popolo di non sottomettersi. La Cina non cerca lo scontro; attende il declino dell’avversario.
Il rischio è che l’egemone in declino, accecato dalla paura e spinto da una destra interna sempre più irrazionale, decida di gettare il mondo nel caos pur di non accettare il tramonto. Questa sembra essere la strategia con il riacutizzarsi della retorica anti-cinese e contro la sinistra radicale, con la spettacolarizzazione dei grandi eventi (pensate ai Mondiali di calcio trasformati in propaganda e circo dei gladiatori), con la guerra all’Iran, con la cancellazione del popolo palestinese, con gli attacchi attraverso la magistratura all’unico governo moderatamente socialdemocratico in Europa (la Spagna di Sanchez), ma anche il sequestro di Maduro, la rinnovata aggressione a Cuba e gli Hondurasgate con conseguente affermazione dell’estrema destra in America Latina.
La via d’uscita a questa crisi passa per il rafforzamento dei BRICS, per la difesa dei popoli, per la costruzione di un’economia politica che metta al centro l’uomo e non l’estrattivismo finanziario e tecnologico; per la costruzione di comunità umana del destino condiviso che metta al centro la redistribuzione delle ricchezze e la cura del pianeta in cui tutti viviamo.
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