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- Equilibrio nella trasformazione
Quando si sta compiendo una transizione è il momento in cui si vengono a stabilire delle nuove relazioni tra le forze e i soggetti che sono coinvolti in tale processo, e in cui l’ordine complessivo della situazione concreta subisce una trasformazione. Si tratta della convergenza dei vettori dinamici di azioni e reazioni tra Stati e popoli, cioè del movimento collettivo di ciascuno di questi come insiemi di individui nella loro interazione reciproca, e quindi della direzione che essi assumono nella combinazione degli aspetti delle molteplici contraddizioni pratiche, materiali, che si sviluppano nel contesto dei rapporti internazionali tra quegli Stati e quei popoli. È un movimento d’insieme, il cui andamento e tendenza complessiva dipende dal peso specifico relativo degli uni e degli altri, che si influenzano a vicenda, alterando gradualmente le condizioni materiali delle reciproche attività, a seconda del respiro e del carattere di queste attività.
La strategia degli Stati ha una dimensione tattica interna e una esterna, che interagiscono dialetticamente costruendo il potenziale di ottenere certi risultati, in certi contesti, e secondo certe magnitudo, promuovendo una tendenza storica progressiva o regressiva nella traiettoria geopolitica di ciascun soggetto statuale sul pianeta. Può accadere che delle seconde, a ben determinate condizioni, se ne trasformino in certe vere e proprie controtendenze, e con ciò alla dissoluzione dello Stato che si vede coinvolto in esse. Tutti gli Stati, per quanto possano essere piccoli, contribuiscono a quel movimento d’insieme, ed è proprio in questa rete di relazioni che ciascuno di essi elabora la propria strategia e trova i mezzi, culturali e materiali, per condurre la propria azione, attuando una certa tattica.
Nei momenti di transizione così, quando il potenziale che si è accumulato nel periodo precedente incomincia a manifestarsi con la trasformazione di quell’ordine, le relazioni tra i distinti soggetti interagenti sulla scena geopolitica mondiale sono in corso di riorganizzazione, e possono apparire nella loro concretezza come grande confusione, presentando, di volta in volta, configurazioni effimere nelle quali la combinazione integrale dei rapporti e dell’equilibrio delle forze fa baluginare potenzialità la cui apparenza è data nel materiale del suo contrario. Soltanto una visione dialettica profondamente chiara, frutto di una attenta analisi della situazione presente, è in grado di intravvedere –come secondo Aimé Césaire era stato per Toussaint L’Ouverture– tale potenzialità nel suo suggerire la propria esistenza cogliendo in tale modo l’opportunità di cambiamento che, spesso contrariamente a quella apparenza, è contenuta, per un breve lasso di tempo, nello svolgersi degli eventi, come un germoglio che richiede un nutrimento in assenza del quale deperisce.
- Doppiezza della diplomazia armata statunitense
Il 22 luglio 2026, il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha annunciato di avere raggiunto un accordo di durata trentennale con il Regno dell’Arabia Saudita per la fornitura e il trasferimento sul territorio di quest’ultimo di tecnologia e materiale che permetterà l’arricchimento dell’uranio alla monarchia assolutista fondamentalista islamica governata con pugno di ferro da Mohammed bin-Salman. Questa decisione si inserisce in un contesto di profonda instabilità regionale, e sebbene trattative in tale direzione fossero già state intraprese durante l’amministrazione guidata dal democratico Joe Biden, e il loro insieme, secondo quanto riportato dai media, avesse visto un lungo lavoro preparatorio dell’amministrazione in carica, iniziato ben prima dell’attacco statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran, la sua finalizzazione e annuncio in questo momento sembrano avere l’intenzione di mettere ulteriore pressione sulle autorità di Teheran. Concedendo al regime saudita la possibilità di sviluppare un’infrastruttura nucleare sul proprio territorio, ossia proprio ciò per evitare il quale è stata mossa guerra all’Iran, gli Stati Uniti cercano, in apparenza, di rimescolare le carte in tavola una volta di più.
Le reazioni negli Stati Uniti sono state di vario carattere: un “dispaccio” dell’Atlantic Council (https://www.atlanticcouncil.org/dispatches/experts-react-reading-between-the-lines-of-the-new-us-saudi-nuclear-agreement/) ne riassume in estrema sintesi uno spettro largamente uniforme, in cui predomina un atteggiamento di approvazione pressoché del tutto acritica dell’accordo: si riescono a vedere solo vantaggi, una «vittoria per l’industria dell’energia nucleare USA» contro Russia e Cina, anch’esse fornitrici nella regione di tecnologia nucleare, e qualsiasi potenziale rischio, dalla proliferazione nucleare, alla possibile acquisizione di ordigni atomici da parte dell’Arabia Saudita, vale la pena essere corso in nome dei profitti delle aziende statunitensi nel settore.
Non si manca poi di sottolineare come questo accordo produca le condizioni per cui l’Arabia Saudita, in un momento che vede il suo rivale regionale, l’Iran, dimostrare a tutto il mondo la capacità inaspettata, in Occidente, di resistere all’assalto delle macchine da guerra dell’imperialismo, e quindi che la resistenza contro gli oppressori coloniali può avere successo, possa cogliere l’opportunità di affermarsi come potenza regionale nel contesto della destabilizzazione all’ordine geopolitico in Asia occidentale portata dall’aggressione sionista e statunitense alla nazione persiana. Secondo Allison Minor, con una carriera passata da funzionaria nel National Security Council, «tenendo aperta la porta per l’arricchimento dell’uranio dentro l’Arabia Saudita, l’accordo nucleare spedisce un potente messaggio a Tehran».
Matthew Kroenig tuttavia, “senior fellow” dello stesso Atlantic Council, ci tiene a precisare che «un programma di arricchimento saudita non dà garanzie» e che a suo parere «sarebbe un errore […] consentire l’arricchimento in Arabia Saudita come parte di qualsiasi accordo», poiché equivarrebbe ad esportare «la capacità di produrre una bomba ad un ulteriore paese in una regione già volatile», mentre Daniel B. Shapiro, allo stesso titolo di Kroenig, non può non evidenziare come «l’accordo è stato scollegato dalla normalizzazione saudita con Israele», e cioè dall’adesione ai cosiddetti “Accordi di Abramo”.
Qualche membro del personale dell’Ufficio del Presidente deve probabilmente essere assegnato alla consultazione delle opinioni –come «gli esperti reagiscono» alle uscite quotidiane del sig. Trump– che provengono da “pensatoi” come l’Atlantic Council, perché nel breve volgere di meno di 24 ore il presidente USA dal suo principale e preferito pulpito, la rete sociale “Truth”, si è affrettato a precisare che l’implementazione dell’accordo appena firmato, che concretamente non menzionava in nessuna sua parte la questione, è condizionata appunto all’apposizione della firma del sig. bin-Salman sugli atti che stabiliscono la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra l’entità sionista e l’Arabia Saudita.
Certo, il sig. Trump ci ha ormai abituato ad un continuo caleidoscopio di dichiarazioni e minacce, di repentini cambi di rotta e decisioni apparentemente del tutto categoriche ribaltate nel giro di pochi giorni o di poche ore. Dunque non può essere una sorpresa assistere a questa ennesima giravolta, che cerca, evidentemente, di mettere in scacco l’Arabia Saudita, aggiungendo agli accordi, in modo del tutto sleale, una clausola che la lettera del trattato non includeva. È un atteggiamento che ben conosciamo, e che senza dubbio non appartiene solo al sig. Trump, sebbene quest’ultimo abbia l’ardire di farne spettacolo in modo affatto sfacciato, nelle forme istrioniche, a lui tanto congeniali, care agli affaristi.
È infatti un carattere spiccato e costante nella storia degli Stati Uniti d’America, quello di giungere ad un accordo con un avversario politico o militare, per poi sistematicamente violare i patti concordati nel momento in cui appariva più conveniente agli interessi statunitensi: la stessa guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran, Mojtaba Khamenei, dopo il deragliamento del “Memorandum di Intesa” siglato nel mese di aprile, ha dichiarato pochi giorni prima di questi fatti (come riportato da tutte le agenzie di stampa internazionali, p.es. Reuters, https://www.reuters.com/world/middle-east/irans-supreme-leader-says-us-breaches-show-trumps-signature-is-worthless-2026-07-18/) che «la firma del Presidente Donald Trump è “totalmente priva di valore e svuotata di credibilità”», dopo le ripetute violazioni, appunto, alle intese raggiunte in seguito ai quaranta giorni di bombardamenti seguiti all’aggressione del 28 febbraio u.s.
Chi scrive ritiene del tutto legittimo domandarsi se mai sia possibile che chiunque, tra coloro che detengono posizioni di potere e decisionali all’interno delle istituzioni politiche di tutti i paesi, possa in qualsiasi modo intrattenere delle illusioni riguardanti l’affidabilità e la lealtà degli Stati Uniti quando prendono degli accordi o concludono dei trattati. Ma siccome questo è del tutto implausibile, se ne deve concludere che, vista la situazione presente, acconsentire, da parte di paesi come l’Iran, o il Venezuela, o le stesse Repubblica Popolare della Cina e Federazione Russa, a stipulare accordi con gli USA, faccia parte delle componenti della dimensione tattica delle azioni di questi paesi nelle loro relazioni con gli Stati Uniti, ossia degli strumenti, economici, politici, e diplomatici, che permettono di porre un freno alle operazioni destabilizzatrici, e allo stesso tempo di intaccare la credibilità e la percezione di affidabilità degli USA agli occhi di tutti i paesi del mondo.
- Il messaggio del sig. Trump
Non sappiamo ancora quale risposta darà l’Arabia Saudita all’introduzione di questa clausola aggiuntiva, giacché, dopo il genocidio compiuto a Gaza dall’entità sionista, la casa regnante di Saud aveva escluso tassativamente qualsiasi normalizzazione dei rapporti diplomatici con essa prima dell’istituzione e del riconoscimento di uno Stato palestinese, prospettiva che mai è sembrata più distante che nel momento presente. È senz’altro vero dunque che il sig. Trump sta inviando «un potente messaggio a Tehran» con queste sue dichiarazioni, le quali ammontano sostanzialmente ad affermare che uno Stato islamico, quale che sia il suo ordinamento istituzionale e le sue tendenze religiose, può avere a disposizione la tecnologia dell’energia nucleare, ma solo nella misura in cui si rassegna all’esistenza e al riconoscimento dell’entità sionista, cioè del progetto coloniale di insediamento in Asia occidentale degli europei.
Ma i fatti si susseguono in modo che si potrebbe dire concitato in questi anni, e negli scorsi giorni l’Arabia Saudita ha ripreso le sue operazioni militari contro lo Yemen, di cui controlla oltre metà del territorio, azioni che appaiono effettivamente andare nella direzione di un tentativo di affermarsi come potenza regionale a discapito dell’Iran.
Nello stesso tempo, dopo numerosi giorni di minacce e insulti, il sig. Trump pare adesso essere giunto nuovamente alla conclusione che sia necessaria una ulteriore tregua, un nuovo “cessate il fuoco” con la Repubblica Islamica, inseguito dalle voci e indiscrezioni presenti sui principali quotidiani del paese (https://www.nytimes.com/2026/07/25/us/politics/trump-iran-military.html) riguardanti la disponibilità di armamenti e la capacità produttiva dell’industria bellica USA rispetto al prolungarsi del conflitto e alle dimostrate capacità iraniane di rispondere colpo su colpo, provocando imponenti danni a tutte le infrastrutture militari statunitensi nella regione.
Il messaggio inviato dal sig. Trump tuttavia non pare, a chi scrive, rivolto soltanto a Tehran, ma nel contesto in cui si inserisce riflette il suo peso e significato su un orizzonte geopolitico ben più ampio e ramificato, determinato dalle relazioni di politica estera che definiscono la dimensione tattica del paese asiatico, e pongono a sua disposizione un certo potenziale. L’amministrazione USA, consapevole delle difficoltà strategiche, logistiche, e di scorte, del conflitto contro l’Iran, nonché assai intimorita dalla tempesta politica che potrebbe abbattersi su di essa nelle prossime elezioni di medio termine, pare tentata di garantirsi una via d’uscita da una situazione che è diventata critica, cercando tuttavia di trarre il massimo profitto dalla posizione svantaggiosa in cui si è venuta a trovare.
Non sembra avere importanza essenziale, in questa connessione, pervenire al rovesciamento del presente ordine istituzionale in Iran: il costo politico, militare, ed economico da sostenere per ottenere tale risultato appare più alto di quanto il sistema finanziario speculativo occidentale possa sopportare. Epperò, promuovere l’Arabia Saudita a potenza regionale, che sia tale per la concessione statunitense, non solo della possibilità di arricchire l’uranio, ma anche dello stesso livello qualitativo di armamenti rispetto all’entità sionista, vuole dire prospettare una situazione di stallo, più che di stabilità, nell’intera regione, ristabilendo una deterrenza nei confronti dell’Iran.
Una situazione perciò in cui per mezzo dello strumento coercitivo illegale delle sanzioni, piuttosto che dell’intervento militare, il blocco imperialista occidentale trovi le risorse e gli strumenti per sviluppare le condizioni economiche ad esso più favorevoli, con la cosiddetta “Via del Cotone”: si tratta cioè della prospettiva della sottomissione agli interessi dell’Occidente di tutti i paesi che rimarranno nell’orbita del sistema economico dominato dagli Stati Uniti, in una ulteriore ridefinizione della politica di potenza del suprematismo bianco, nel contesto di un discorso ancora una volta e di più imbevuto della presunzione di superiorità e guidato dal principio del neocolonialismo.
L’orizzonte geopolitico a cui il sig. Trump si rivolge allora comprende nel suo insieme tutti quei paesi che, soggetti al regime neocoloniale dell’impero occidentale, stanno guardando con sempre maggiore interesse, e speranza, all’emersione e all’affermazione sulla scena internazionale dei BRICS+, alla promessa, non di libertà, o di democrazia, ma di mutuo beneficio, rispetto, e trattamento paritario tra distinte individualità, che questa organizzazione sta portando in tutto il Sud del mondo, in tutti i paesi ex-coloniali e neocoloniali.
Kwame Nkrumah intitolò il suo libro forse più importante, “Neocolonialismo: lo stadio finale dell’imperialismo”, poiché vide che per l’imperialismo non c’è via d’uscita dal neocolonialismo, dalla concessione fittizia dell’indipendenza ad uno Stato, dalla declamazione puramente formale dell’autodeterminazione di un popolo, che cioè una volta intrapresa, per necessità, questa strada si chiude definitivamente la possibilità di elaborare una nuova forma di assoggettamento che permetta ancora di mantenere l’apparenza di quella indipendenza, di quella autodeterminazione.
L’unica strada concepibile rimarrebbe quella di tentare disperatamente una inversione completa e azzardare una restaurazione, in forme rinnovate, del sistema propriamente coloniale, fare tornare indietro le ruote della storia, come appunto abbiamo visto dire proprio dal sig. Trump, con le sue spavalde uscite sull’applicazione della “Dottrina Monroe”, e le sue avventure militari e diplomatiche in tutto il cosiddetto “emisfero occidentale”, reclamando il controllo diretto di Panama, della Groenlandia, del Venezuela, e persino del Canada. Ma ciò è manifestamente impossibile, poiché lo svolgersi degli eventi altera irreversibilmente la configurazione della situazione concreta: il neocolonialismo dunque è la fase finale dell’imperialismo, in quanto che espone una contraddizione strutturale di quest’ultimo, della quale non esiste alcuna soluzione.
Ma la “società dello spettacolo” creata dall’impero culturale statunitense ha molte risorse, e già si preparano le condizioni per provare a recuperare la credibilità perduta, rappresentando la ripetizione in farsa della rivoluzione del 1776, per la quale, eventualmente, si potrà dire di avere spodestato il “tiranno”, usurpatore dei poteri del “we the People” e corruttore della “democrazia” statunitense, e in questo modo acrobaticamente cercare di ribadire l’ordine geopolitico internazionale del neocolonialismo, dominato dai paesi occidentali.
Non è un caso, a parere di chi scrive, il circolare sulla rete informatica mondiale, di cartine immaginarie rappresentanti i territori, sia della Federazione Russa, che della Repubblica Popolare della Cina, che della Repubblica Islamica dell’Iran, suddivisi in tanti Stati molto più piccoli di quelli odierni, cioè la balcanizzazione di questi soggetti statuali, strumento principale ed essenziale della dinamica neocoloniale. Nell’immaginazione di coloro che la conducono, la politica imperialista ha ancora molto respiro, perché vi sono ancora molte nazioni da “liberare”: sin dal 1959, e ancora oggi, rinnovata da tutti i presidenti da allora, si celebra la “Settimana delle Nazioni Prigioniere”, che cade la terza settimana di luglio, organizzata dal “National Captive Nations Committee” –in cui ebbe un ruolo fondamentale il fascista ucraino Yaroslav Stetsko– al quale fa capo anche la “Victims of Communism Memorial Foundation”.
- Vincere senza combattere
Con una gestione apparentemente caotica della situazione così il sig. Trump, avanzando ai paesi neocoloniali le proposte indecenti delle classi dirigenti imperialiste e suprematiste come loro portavoce burocratico, sta provando a lanciare una sfida alla nascente architettura internazionale di commercio e relazioni multipolari paritarie che si viene sviluppando intorno ai BRICS+ e al più imponente progetto di trasformazione infrastrutturale e sviluppo economico della storia umana, la “Belt and Road Initiative” promossa dalla Cina sin dal 2013, e che è stata sottoscritta a tutt’oggi da oltre 150 paesi in tutto il mondo, la cosiddetta “Nuova Via della Seta”. L’influenza di questa iniziativa è tale che, a quanto riportato da Reuters (https://www.reuters.com/world/us/trump-launched-cia-covert-influence-operation-against-china-2024-03-14/), durante la prima amministrazione Trump la CIA lanciò una campagna di disinformazione all’interno della Cina stessa e in altri paesi, per tentare di screditare membri influenti del Partito Comunista, accusandoli di stare «nascondendo soldi acquisiti illecitamente oltremare e denunciando come corrotta e inefficiente la Belt and Road Initiative della Cina».
Ma la storia non può attendere chi si è aggrappato ai mezzi, alla retorica, e alle parole d’ordine di un’altra epoca per mantenere i propri privilegi «acquisiti illecitamente», e la “sfida” lanciata dal sig. Trump sembra arrivare troppo tardi, secondo modalità desuete, e priva di fondamenti economici e culturali concreti. A dispetto delle reazioni immediate, i tempi di implementazione delle decisioni formulate sono decennali, oppure nemmeno hanno un programma definito, venendo spesso scartate al cambio di amministrazione presidenziale, come è accaduto con la fantomatica “Build Back Better World”, pubblicizzata dal Presidente Joseph Biden.
Chi, come la Repubblica Popolare della Cina, ha fatto del costruire, invece che del distruggere, non solo infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia, benefici, la cifra della sua tattica, non può temere altro che la guerra, e il conflitto armato diretto con chi, invece, si è specializzato nella distruzione e nell’oppressione, come gli Stati Uniti d’America e la NATO. Ma tanto più sarà stato costruito da questa comunità internazionale di Stati, tanto più diventerà inaccettabile la sua distruzione, e qualsiasi azione in tal senso incontrerà l’opposizione e la condanna di sempre più paesi. Sunzi affermava che non è necessario infliggere al nemico una sconfitta decisiva in battaglia per ottenere una vittoria, ma che è sufficiente togliergli la volontà di combattere, e anzi che l’apice della strategia militare è ottenere tale risultato senza spargimento di sangue, mettendo il nemico nelle condizioni in cui la resa è la sua unica condotta praticabile, pena il suo annientamento.
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