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Il 23 giugno del 2016, poco più di dieci anni fa, si tiene nel Regno Unito il referendum sulla Brexit. Il SI all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea (Leave) vince col 52% dei voti e il NO all’uscita (Remain) ottiene il 48%. Il 29 marzo del 2017 il governo britannico attiva l’articolo 50 per avviare la separazione da Bruxelles e il 31 gennaio del 2020 il Regno Unito esce ufficialmente dall’Unione europea.
A un decennio di distanza dalla vittoria della Brexit è necessario un primo bilancio che sfugga ad ogni analisi pregiudiziale, tentando invece una lettura razionale del referendum stesso, degli avvenimenti precedenti e successivi ad esso, sino all’attualità.
Quali erano le forze politiche britanniche che sostenevano la Brexit? Quali quelle contrarie? A favore dell’uscita dall’Ue erano l’Ukip (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, guidato da quello stesso Nigel Farage che oggi guida, con le stesse posizioni politiche dell’Ukip, il Reforme Uk); una forte componente interna del Partito Conservatore (l’ala euroscettica rappresentata da Boris Johnson, Michael Gove, Priti Patel e Dominic Raab, in aperto dissenso con la linea ufficiale dell’allora governo conservatore rappresentata da David Cameron) e alcune frange di sinistra del Partito Laburista: i deputati storici di backbench – “fila posteriori del parlamento inglese”, tradotto, per dire deputati senza coinvolgimenti di governo- Kate Hoey e Frank Field e la piccola sinistra radicale laburista, mentre il capo della sin troppo celebrata, pensiamo a Fausto Bertinotti, “sinistra” laburista socialdemocratica interna, Jeremy Corbin, seppur critico verso l’Ue liberista e capitalista, finì, “per disciplina di partito”, a sostenere il Remain. Oltre queste forze si schierò per la Brexit anche il Dup, il Partito Unionista Democratico nordirlandese, che sostenne con decisione l’uscita dall’Unione europea, in netta controtendenza rispetto alla maggioranza politica dell’Irlanda del Nord.
Questa disamina delle forze in campo al referendum sulla Brexit non è fatta per tracciare una piccola storia, ma per affermare subito come le forze della “sinistra” laburista inglese si schierarono, per mancanza di una visione conseguentemente di classe, sul fianco, oggettivamente, liberale e di destra e dunque con l’Ue, mentre le forze di destra (che tali furono e poi rimasero, prima e dopo la vittoria della Brexit) si schierarono sul fronte oggettivamente di sinistra, contrario all’Ue.
Qual era la situazione politica, istituzionale e sociale del Regno Unito prima del referendum? Anche in questo caso non affrontiamo tale questione per “surplus analitico”, ma, come vedremo, poiché l’analisi di tale situazione sarà importante ai fini della nostra riflessione complessiva sulla Brexit e sul dopo Brexit. Sarà importante per il nostro pensiero generale.
Prima e durante il referendum sulla Brexit il capo del governo britannico era il leader del Partito dei Conservatori, David Cameron, il quale, come abbiamo già visto, era perché la Gran Bretagna restasse nell’Ue, subendo, tuttavia, la linea di maggioranza del proprio partito che era per la linea Leave, per l’uscita dall’Ue, a dimostrazione di come le posizioni, sia dei Laburisti che dei Conservatori, avessero al proprio interno forti contraddizioni in relazione all’Ue, quelle contraddizioni, possiamo dire, quali riflessi delle contraddizioni interne al capitale britannico (ed europeo): il grande capitale transnazionale d’accordo per l’Ue, altre aree minori del capitale e del mondo borghese, per i propri interessi, scettiche sull’Ue.
Qual era la situazione sociale prima del referendum?
Il quadro era indubbiamente segnato dalle rovinose politiche imperialiste (la guerra delle Malvinas, ad esempio), antioperaie e antipopolari portate avanti, per lungo tempo, dalla “Lady di ferro”- come la chiamò la stampa sovietica per la sua dura contrapposizione all’Urss – Margaret Thatcher (che fu Primo Ministro dal 1979 al 1990) e poi dal “laburista” Tony Blair (Primo Ministro dal 1997 al 2007), Blair che, imprimendo una decisiva sterzata a destra delle linee laburiste, continuò, nell’essenza, sia con le politiche “thatcheriane” volte a destrutturare lo stato sociale britannico, sia con le politiche antioperaie e antisociali, quelle che impressionarono positivamente Massimo D’Alema e i distruttori del PCI e cioè le politiche del “New Labour”, della “Terza Via”, fondate sul principio liberista-blairiano dei “diritti in cambio di doveri”, principio che sfociava sia nella precarizzazione del lavoro, nella mitizzazione del “facile successo e del possibilissimo profitto come autoaffermazione di sé”, nell’impostazione rigida del welfare-to-work, nella progressiva diminuzione dello stato sociale e della cancellazione dei sussidi di disabilità, di inabilità e di altre fragilità sociali, che con la guerra imperialista, quando Blair aderisce supinamente all’aggressione Usa contro l’Iraq e, come dimostrato col celebre Chilcolt Report del 2016, partecipa, da nefasto protagonista, a costruire quella menzogna della “pistola fumante” che sarebbe stata in possesso di Saddam Hussein e che avrebbe portato alla “legittimazione” del massacro contro l’Iraq.
Prima del referendum del 23 giugno 2016, dunque, il quadro politico- sociale inglese e britannico era segnato da:
-forti tagli al welfare provenienti sia dalle politiche “thatcheriane” che “blairiane”, con conseguente e grave crisi della sanità pubblica e dei trasporti pubblici;
-vaste politiche, sia conservatrici che laburiste, segnate da rigide misure di bilancio e di austerità volte sia a corrispondere ai duri dettami del Trattato di Maastricht che a tentare di ridurre il debito pubblico successivo alla grande crisi britannica del 2008;
-aumenti significativi sia dell’area della disoccupazione, sia dell’area del disagio sociale che dell’area della povertà;
-diffuso malcontento verso i partiti tradizionali e le loro politiche, con conseguenti divisioni territoriali dell’intera area britannica e rafforzamento delle spinte autonomiste e nazionaliste;
– allargamento della frattura sociale tra aree urbane segnate da un nuovo sviluppo e le aree periferiche in declino (spesso definitivo) economico, con conseguente aggravio del divario generale di classe;
-un montante sentimento anti immigrazione dato proprio dall’aggravarsi del divario di classe generale e dalla crescita dei flussi migratori, ciò per una nuova ondata (dal 20024 specialmente) di cittadini provenienti dall’Europa centro-orientale. Un’ondata di immigrazione che scatena, peraltro, su di uno sfondo sociale di grandi difficoltà, sia una vasta discussione generalizzata sulle identità nazionali britanniche che sulla stessa identità nazionale inglese. Per una situazione generale che sfocia in un progressivo e profondo distacco delle popolazioni dalle élite politiche e sociali.
La vittoria del SI al referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue prende corpo sulla base di questo quadro generale delineato.
Quali governi si succedono dopo la vittoria della Brexit al referendum?
Dopo la sconfitta al quesito referendario si dimette David Cameron (2016) e prendono corpo i seguenti governi:
-governo Theresa May (Partito Conservatore, 2016-2019). È il governo che gestisce la problematica gestione dell’uscita dall’Ue e dei suoi lunghi e complessi negoziati;
-governo Boris Johnson (Partito Conservatore, 2019-2022). I Conservatori guidati da Johnson vincono le elezioni del 12 dicembre 2019 ottenendo una grande maggioranza e completano, sul piano giuridico, normativo e ed economico l’uscita dall’Ue, ma il governo è poi travolto da grandi scandali interni;
-governo Liz Truss (Partito Conservatore, 2022): il governo dura solo 45 giorni, il più breve nella storia britannica, travolto da una profonda crisi finanziaria prodotta dalle stesse, profondamente antipopolari e palesemente irrazionali, manovre economiche della Truss;
-governo Rishi Sunak (Partito Conservatore, 2022-2024), Sunak primo capo di governo di origini indiane e di fede induista. Il governo Sunak si distingue per politiche di rigore fiscale le quali, volte a contenere l’inflazione e diminuire il debito pubblico, si rivelano essere ulteriori e dure politiche antisociali e antipopolari (dura è la repressione delle grandi lotte dei lavoratori della Sanità pubblica negli anni Sunak). Con questo governo, paradossalmente guidato da un leader di origini indiane, molto severa si fa la lotta contro l’immigrazione, una lotta nefastamente segnata dal “Piano Ruanda” (trasferimento dei richiedenti asilo dal Ruanda) e violenta la stretta sui visti, con drastiche limitazioni al ricongiungimento dei familiari e sui permessi di entrata agli studenti stranieri. La politica reazionaria di questo governo favorirà, paradossalmente, il nemico principale dei Laburisti e dei Conservatori, Nigel Farage, che unendo la montante avversione per l’immigrazione sdoganata da Sunak alle posizioni contrarie all’Ue, prepara il proprio trionfo.
Nel luglio del 2024, alle elezioni nazionali, tornano a vincere, col 33,70%, i Laburisti capeggiati da Keir Starmer, che guida il Paese dal 2024 al 2026.
Il 7 maggio 2026, tuttavia, alle elezioni amministrative del Regno Unito e dell’Inghilterra, che devono decidere il rinnovo di 5.036 seggi in 136 autorità locali (inclusi i 32 boroughs di Londra) si assiste ad una forte flessione, un vero e proprio crollo, sia dei Laburisti di Keir Starmer che dei Conservatori, con un exploit del partito anti Ue Reform UK. Questi i risultati:
-Reform UK: 1.454 seggi (+1.452);
-Partito Laburista (Labour): 1.068 seggi (-1.498)
-Liberal Democratici (LibDem): 844 seggi (+155)
-Partito Conservatore (Conservative): 801 seggi (-563)
– Verdi (Green): 587 seggi (+441)
-Indipendenti e Altri: 213 seggi (+35)
Vi è, dunque, un crollo straordinario del Partito Laburista (che dimezza seccamente la propria presenza nei Consigli locali e perde il controllo di antiche roccaforti storiche, come il governo autonomo nel Galles) e, contemporaneamente, continua la crisi del Partito Conservatore, che non è capace di raccogliere (in parte lo raccolgono i Verdi) il vasto malcontento popolare causato dal governo Laburista, sempre meno socialdemocratico e sempre più “blairista” e liberista. La perdita secca sia dei Laburisti che dei Conservatori, a queste amministrative del maggio 2026, avvantaggia il partito di Nigel Farage (Reform UK) che si afferma come primo partito britannico, sempre contrario, dopo dieci anni dalla Brexit, all’Unione europea.
La sconfitta contemporanea dei Laburisti e dei Conservatori parla chiaramente di una crisi profonda del sistema britannico bipartitico, evocando un nuovo potere politico, populista, di destra e dai caratteri strategici e dalla “morale incerta”, come hanno dimostrato, dopo le amministrative del maggio 2026, le “disavventure” di segno illegale di Nigel Farage, che spingono, in questa fase -agosto 2026- il leader di Reform UK al silenzio politico, alla massima e cautelativa riservatezza.
La sonora sconfitta laburista alle ultime amministrative ha aperto una crisi profonda all’interno del Labour Party, una crisi sfociata nelle dimissioni di Keir Starmer sia da Primo Ministro che da segretario dei Laburisti, determinando l’avvento, sia alla guida del governo britannico che alla guida del “Labour”, dell’ex sindaco di Londra Andy Burnam.
Ora, dopo aver evidenziato le contraddizioni sociali che segnavano la fase precedente la Brexit e che sono state la base materiale della vittoria del Leave, qual è il quadro generale post Brexit che ora vige in Gran Bretagna e che ha prodotto il crollo del bipartitismo storico Laburisti-Conservatori alle amministrative del maggio 2026?
Il quadro britannico attuale e post Brexit e che ha prodotto il terremoto elettorale delle elezioni locali del maggio 2026 è ora segnato:
-da un grande aumento del costo generale della vita e da forti contraddizioni sociali che da esso sono generate;
-da una crisi profonda ed inedita del sistema sanitario pubblico (NHS) e da tensioni sociali ad essa legati;
-da un divario economico sempre più drammatico e profondo tra Londra, le grandi città e le loro periferie;
-da un aumento dell’inflazione e dei costi che colpisce duramente i lavoratori ma anche, sempre più spesso, la middle class;
-da una sottosalarizzazione che sta ormai colpendo tanta parte dei lavoratori, privati e pubblici;
-da una crescente aumento della povertà e da fenomeni salienti ad essa connessi, come il grande aumento dell’uso delle banche alimentari (food banks) anche da parte di chi ha un lavoro, poiché troppo bassi sono i salari;
-vi sono oltre 5 milioni di persone che dipendono da sussidi statali sempre più incerti e transitori;
-la disoccupazione registrata è del 6% (maggio 2026), le nuove richieste di sussidi sono aumentate del 4,5% e la precarizzazione del lavoro si manifesta soprattutto attraverso l’uso, larghissimo, di contratti a zero ore (zero-hour contracts), della famigerata gig economy (lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo) e del mondo selvaggio dei brand nati da start up che operano attraverso piattaforme digitali che esercitano ormai sui giovani lavoratori inglesi e britannici uno schiavismo digitale che per certi versi evoca, specie in relazione alla quantità di plus-valore estratto dai brand sui giovani lavoratori informatici, quello operaio studiato da Engels a Manchester nel 1842, nel suo saggio “La situazione della classe operaia in Inghilterra”.
Ora, veniamo al punto: dopo il crollo del Partito Laburista e del sistema bipartitico alle elezioni ammnistrative del maggio 2026, tanta parte della stampa liberale dell’Ue ha, “naturalmente”, incolpato della grave situazione sociale inglese e britannica la Brexit. Per questa, larghissima, parte di opinionisti, è stata l’uscita dall’Ue a determinare la gravissima crisi britannica e soprattutto inglese. Scrive, ad esempio, Paolo Lepri nell’editoriale del Corriere della Sera del 9 maggio 2026: “: In un’epoca in cui i più impensabili paradossi sembrano diventare realtà — in primo luogo la presenza di uno sfascia-democrazia come Donald Trump alla guida del mondo «occidentale» — viene di ragionare al contrario. E se oggi, a dieci anni dal referendum che sancì il divorzio tra Londra e Bruxelles, fosse proprio la Brexit ad essere la causa dei mali del Regno Unito, resi clamorosamente visibili dal tracollo dei partiti storici — i laburisti del primo ministro Keir Starmer soprattutto — nelle elezioni amministrative del 7 maggio? Non si può assolutamente escludere”. E continua: Certo, il terremoto che rischia di fare crollare il sistema politico di questa nazione sofferente ha lo stesso ruggito delle parole d’ordine più isolazioniste, se non addirittura nazionaliste, che abbiamo ascoltato minacciose in questo decennio. Come sottolinea il politologo Sir John Curtice in un commento per la Bbc, è un fatto che il partito di Farage si sia battuto meglio nei luoghi dove il «sì» aveva trionfato nel 2016, arrivando fino al 41 per cento dei voti. Ma è anche vero che in quei tormentati anni seguire la strada del compromesso piuttosto che quella della rottura, privilegiando la carta della persuasione, sarebbe stato più utile. Lavorando in modo efficiente, senza servirsi di slogan, per la protezione e la sicurezza dei cittadini”.
Tutta colpa della Brexit, dunque?
Non ci pare. Innanzitutto, occorre rimarcare la prima, grande contraddizione che reca in sé questa critica alla Brexit e questa lettura delle elezioni locali del maggio 2026: se il popolo britannico avesse incolpato la Brexit del male sociale attuale, perché avrebbe, di nuovo, premiato così tanto Nigel Farage e il Reform UK, che della Brexit è strenuo difensore?
Abbiamo paragonato di proposito le condizioni sociali generali britanniche della fase che precedette il referendum del 2016 con quelle che hanno preceduto, (maggio 2026, dopo dieci anni di Brexit, ricordiamo) il crollo alle amministrative sia del Labour Party che dei Conservatori. E queste due fasi si somigliano totalmente, essendo entrambe caratterizzate dalla lunga coda iperliberista egemonica delle politiche, ormai sovrapponibili, post Thatcher e post Blair. In altri termini: sia prima che dopo la Brexit si è sviluppata una potente politica antisociale che, infine, ha portato alla crisi di consensi sia del Labour che dei Conservatori. E ciò perché sia gli uni che altri sono stati gli artefici, attraverso l’iper liberismo ereditato dal quel “thatcherismo” che ha poi inglobato Tony Blair e tutto il Labour, dell’attacco all’antico welfare inglese e britannico e all’intero mondo del lavoro. Peraltro, è tutta la socialdemocrazia europea, dopo l’autodissoluzione dell’Urss, a marciare compatta verso il liberismo.
L’importante agenzia di ricerche sociali, di mercato e di analisi del regno Unito “BMG Research”, tra il 5 e il 7 agosto 2024 (sono tornati i Laburisti al governo) conduce un sondaggio popolare dal quale risulta essersi formata una vasta insoddisfazione, tra gli elettori laburisti, nei confronti del governo riguardo all’aiuto (ormai molto ridotto) alle classi meno agiate. Ben il 33% degli elettori laburisti del 2024 si dichiara fortemente critico in relazione ai mezzi di sussistenza per i cittadini più prossimi alle difficoltà sociali. Il dissenso nei confronti della limitazione dei sussidi per il riscaldamento invernale ai pensionati più poveri cresce nel tempo sino a divenire una spina nel fianco del Labour. Nell’ottobre del 2024 i sondaggi dell’agenzia di ricerche di mercato “Savanta” rilevano una grande disapprovazione dei lavoratori in relazione alle politiche per il lavoro e per l’occupazione del governo laburista. Nel giugno del 2025, l’Organizzazione internazionale “More in Common” rivela che la stragrande maggioranza dei cittadini e dei lavoratori britannici indica nel “Winter Fuel Allowance” (sussidi per anziani poveri) “il più grande fallimento del Partito Laburista”.
L’uscita della Gran Bretagna dall’Ue non ha nessun rilievo in relazione alla profonda crisi sociale britannica e al duro scontro di classe tra capitale e lavoro che dura, nelle odierne e violente forme, ininterrottamente, dalla cruenta battaglia (1984-1985) dei minatori inglesi della “National Coal Board” contro il governo Thatcher, una lotta sociale anche violenta, con l’apice di tale volenza tra minatori e forze dell’ordine nella “Battaglia di Orgrave” del giugno 1984, una lotta che vede sconfitti i minatori e che indebolisce l’intero movimento operaio britannico complessivo (essenzialmente “guidato” e disorientato dal Partito Laburista e dalle Trade Unions). Ed è dentro questi rapporti di forza tra capitale e lavoro che il grande capitale britannico ha sferrato il proprio attacco negli ultimi decenni in Gran Bretagna.
Ancora una volta: la crisi sociale che ha portato i Laburisti alla sconfitta del maggio 2026 e alla caduta del governo Starmer nel luglio del 2026, non ha niente a che vedere con la Brexit.
È stato notato che dall’agosto al dicembre 2024, il consenso attorno al Partito Laburista era già sceso di uno o due punti percentuali ogni mese, con una media di 1,5 punti al mese. Questo tasso di declino, molto costante e regolare, ha preso corpo attraverso alcuni passaggi ormai noti, e particolarmente infelici, nei quali è caduto il governo Starmer:
-lo “strano” (e totalmente “antichurchilliano”, dunque antipopolare e antipatriottico, nell’essenza) discorso di Starmer del 27 agosto 2024, in cui il capo del governo, probabilmente per anticipare altre politiche di tagli sociali, avvertiva dei “tempi difficili”, dei “dolori a breve termine” e di come “le cose peggioreranno ben prima che possano migliorare”;
-la notizia, nel settembre 2024, che Starmer e altri dirigenti importanti del Partito Laburista avevano accettato importanti regali (abiti costosi, merci di lusso, biglietti per concerti e avvenimenti sportivi) da Lord Alli, ricco e corruttivo membro del Partito Laburista, questione per la quale lo stesso Starmer è poi costretto a restituire circa 6.000 sterline;
-le dimissioni di Sue Gray da capo di gabinetto del governo Starmer, che provoca un forte disorientamento nel popolo e nell’elettorato laburista;
-gli aumenti delle imposte sui contributi previdenziali e sulle plusvalenze a carico dei datori di lavoro, previsti dal bilancio autunnale del 2024;
le vaste proteste degli agricoltori contro l’imposta di successione nel novembre 2024;
le dimissioni di Louise Haigh dalla carica di ministro dei Trasporti in seguito alla scoperta di un suo reato di frode;
-gli andamenti fortemente negativi e antipopolari, nell’autunno 2004, dei tassi di interessi per i prestiti pubblici;
-le stesse e forti contrarietà delle imprese del settore privato al peggioramento costante dell’Indicatore (economico e finanziario) CBI, peggioramento che contraddice una tesi portante del programma laburista: la crescita economica;
-per ultimo, e non ultimo, gli enormi aiuti militari del governo Karmer per il riarmo dell’Ucraina, che dal 2025 al 2026 si sono aggirati attorno ai 4 miliardi di sterline, uno spostamento di risorse, attraverso una politica dichiaratamente e frontalmente antirussa e (in modo paradossale, rispetto all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea) filo Ue che, anche messa in relazione ai tagli sociali, ha anch’essa provocato una forte ondata di distanziamento popolare.
Ma vi è un punto centrale su cui riflettere: la Gran Bretagna post Brexit- lo diciamo andando all’essenza del problema-è uscita sì dall’Ue, ma non ha cambiato campo, in relazione alle politiche commerciali, economiche e finanziarie generali, rimanendo totalmente nell’orbita Ue e imperialista.
Ciò, invece che eliminare o diminuire i problemi relativi allo scambio commerciale internazionale e ai rapporti economici internazionali di Londra, specie con i Paesi Ue, i problemi li ha accentuati.
La rinegoziazione, con i paesi Ue, dei trattati commerciali post Brexit ha segnato negativamente il contesto economico e commerciale britannico. Il Trattato di Commercio e Cooperazione (TCA) è un accordo che stabilisce una vasta gamma di normative e direttive: le tariffe sulle merci, le Regole di origine (ROOs), che, una volta fuori dell’Ue, possono complicare il commercio tra paesi e paesi, i test e la certificazione delle merci e le più accentuate formalità di frontiera che nella nuova rinegoziazione commerciale tra Gran Bretagna post Brexit ed Ue hanno ulteriormente complicato i rapporti commerciali e rideterminato in senso sfavorevole, per la Gran Bretagna, il prezzo stesso delle merci importate dall’Ue ed esportate nell’Ue: tutto ciò non ha aiutato la Gran Bretagna posto Brexit.
Un quadro generale del commercio e delle relazioni economiche Gran Bretagna-Ue che (con la Gran Bretagna fuori dall’Ue ma che sempre nella Ue intravede, a partire dalla propria e confermata collocazione nel campo imperialista, uno dei suoi massimi partners) non migliora l’economia britannica generale ma, per diversi aspetti, la complica e la peggiora.
La stessa genuflessione, sia dei Conservatori che dei Laburisti, alle politiche di Trump volte a far si che l’Ue si riarmi (compresa la Gran Bretagna) contro la Russia al fine di orientare il riarmo Usa verso la Cina, non aiuta di certo la politica sociale britannica e non aiuta la Gran Bretagna ad uscire dalla propria crisi economica strutturale.
E, dunque, veniamo alla sintesi e alla conclusione della nostra riflessione: la Gran Bretagna, oggettivamente, per migliorare il proprio quadro economico, finanziario, commerciale generale doveva sì uscire dall’Ue al fine di perseguire la propria autonomia e gli interessi del Paese e del popolo britannico, ma doveva altresì scegliere il campo commerciale oggi più consono agli interessi degli Stati, dei Paesi e dei popoli che si vogliono liberare dal giogo imperialista e capitalista: il mondo Brics-plus, i rapporti economici con la Cina e col mondo multipolare, nel segno economico e commerciale win-win che contraddistingue le relazioni in questo mondo.
La Gran Bretagna dei Laburisti e dei Conservatori non poteva oggettivamente, per ragioni politiche e ideologiche, operare questa scelta rivoluzionaria e ha continuato, da una postazione fintamente autonoma, a muoversi, in grande affanno, nel campo economico Ue e, essenzialmente, imperialista.
In ciò risiede la lezione che l’esperienza britannica lascia anche agli Stati, ai popoli, alle forze comuniste, rivoluzionarie ed antimperialiste che si battono per l’uscita dall’Ue e dall’Euro: non basta uscire dall’Ue, ma occorre scegliere la strada dell’appartenenza prioritaria al grande mondo Brics-plus e all’intero mondo multipolare e progressista in costruzione.
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