“La Cina non si Usa” Il grande confronto strategico nel saggio di Fabio Massimo Parenti (Dedalo edizioni)

“La Cina non si Usa” Il grande confronto strategico nel saggio di Fabio Massimo Parenti (Dedalo edizioni)

A cura di: Sergio Leoni

Dottore in Lettere e Filologia; della redazione di “Futura Società” e di “Cavallo di Fuoco”

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Quello che appare evidente fin dall’inizio del libro di Fabio Massimo Parenti (“La Cina non si Usa” – Dedalo edizioni- 2026) è che “Il confronto-peraltro sottotitolo del libro- tra Stati Uniti e Cina può diventare il terreno attraverso cui interrogare le diverse strade che conducono alla modernità”. L’Autore, dati ben documentati alla mano, sviluppa un ragionamento tanto serrato quanto consequenziale per mettere in evidenza le differenze che separano, e più spesso largamente dividono, Stati Uniti d’America e Cina.

Differenze che peraltro si collocano e in qualche modo “dilagano” su almeno tre piani che ovviamente si intrecciano tra loro a determinare, in buona sostanza, una situazione per cui la distanza tra questi due “mondi” si fa sempre più ampia e si esprime secondo un modo molto differente di affrontare la realtà, sia essa strettamente politica, e quindi in qualche modo legata alla contingenza dei fatti quotidiani, sia essa di carattere economico, con la relativa lunga durata che essa comporta e in qualche modo “declassa” l’analisi della realtà a mera supposizione, termine più appropriato di quello normalmente usato: “previsione”.

Un approccio delle due superpotenze rispetto ai reciproci rapporti diplomatici che, come vedremo, partono da retroterra culturali molto lontani tra loro, e che non sembrano potersi conciliare, quantomeno nel breve periodo, costituiscono lo scenario, del tutto provvisorio evidentemente, ma classificabile comunque come sostanzialmente attendibile.

Questi piani si possono definire, in sintesi, e senza eccessive semplificazioni: un piano filosofico, un piano economico e uno culturale.

Piani che, evidentemente, non si pongono come altrettanti compartimenti stagni incomunicabili tra loro ma, fatta salva la mera constatazione che comunque tutti si “esprimono” in un uno stesso contesto, alla stessa maniera tutti contribuiscono a creare uno scenario che almeno negli ultimi decenni , si è fatto sempre più nitido. E spesso più inquietante.

Vediamo.

L’Autore parte da una considerazione e da una citazione che, secondo la mentalità, o più semplicemente il senso comune del mondo Occidentale (qui interpretato con grande semplificazione), appare quantomeno singolare.

“’Non c’è armonia senza diversità’ ha ripetuto spesso il leader cinese Xi Jinping; un principio che affonda le radici nel pensiero di Confucio, risale cioè a più di 2500 anni fa. In questo senso, i comunisti cinesi sono prima confuciani e poi marxisti: la loro modernità, infatti, nasce dall’incontro tra tradizione millenaria e rivoluzione socialista”. E conclude, logicamente, Fabio Parenti: “E l’uso costante delle ‘caratteristiche cinesi’ è lì a dimostrarlo”.

Certo, sorprende che un Paese avviato con passi da gigante verso un futuro che lo vede tra i protagonisti principale, se non addirittura “il “principale” di un ordine mondiale nuovo e a venire, sorprende, voglio dire, che alla base di questa affermazione di potenza (ma vedremo che con la Cina questo concetto si declina in maniera del tutto alternativa), ci sia un pensiero insieme filosofico e religioso che ha fatto sì che “la civiltà cinese ha goduto di una continuità quasi ininterrotta, mantenendo un filo che lega passato e presente. (A margine, ma non senza significato, quanto al concetto di “nazione”, ci ricorda l’Autore, la Cina non ha mai sviluppato un termine corrispondente, ciò che avviene normalmente quando un concetto è del tutto estraneo e assente nella cultura, o, in termini più ristretti, nel lessico di una nazione).

“L’Occidente – scrive ancora Parenti- al contrario, ha conosciuto più fratture e rivoluzioni radicali (…) che hanno via via cancellato interi orizzonti di senso”.

Detto in altri termini, laddove il confucianesimo si lega a doppio filo alla civiltà e alla cultura cinese venendone a costituire, nei fatti, l’impalcatura sostanziale e la garanzia di una continuità che va molto oltre alla contingenza di periodi storici pur non brevi, l’Occidente, come analizza e  teorizza  Hobbes, “nasce come discontinuità: dissoluzione degli ordini tradizionali, ascesa e declino di regni e imperi, formazione di Stati fondati sulla sovranità territoriale e fiscale, prima ancora che sulla cittadinanza politica, fino all’affermazione dello Stato Nazione tra XVIII e XX secolo.”.

Sembra evidente a questo punto, e nell’ambito di una analisi ancorché provvisoria, come questi due mondi inevitabilmente non possono che contrapporsi; intanto su un piano culturale e filosofico, seppure non “ancora” in maniera diretta ma in qualche modo “trasversalmente”: su sponde opposte, tuttavia e da cui un dialogo se non è del tutto chiuso, diventa quantomeno problematico.

L’aggressività dell’Occidente è la conseguenza logica del ragionamento che l’Autore mette in  evidenza come tratto caratteristico di un “modus” di porsi negli scenari politici mondiali, dato costante che riguarda secoli di storia e non fatti episodici: “I recenti casi venezuelano e iraniano, così come quelli degli ultimi decenni in Europa, Africa e Asia, si collocano esattamente in questa traiettoria: (…) commissariamento politico, defenestrazioni, omicidi mirati, colpi di stato, delegittimazione della sovranità, rivoluzioni colorate, uso della forza economica e simbolica per imporre un assetto ritenuto conforme agli interessi materiali e ai valori  dell’Occidente”. Tutto ciò è sufficiente per collocare almeno una parte della cultura occidentale, quella incautamente e acriticamente legata agli Usa, (che tra l’altro oggi è problematico definire “alleati”) senza se e senza ma, entro il vicolo cieco di una subordinazione nei fatti rispetto ad un “campo” ormai sostanzialmente sfaldato; ridotto ai brandelli della perpetua crisi della sedicente Unione Europea e da una prospettiva politico-militare “americana” sempre più opaca e indecifrabile.

 

Non è difficile comprendere, entro questo contesto, come la Cina venga percepita come un pericolo di lungo termine. In quanto, e senza che emergano evidenze contrarie, scrive Parenti, come “anomala e destabilizzante: perché non si inscrive nei codici storici del dominio occidentale”.

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Nell’interpretazione occidentale la suddivisione del mondo in “campi”, etichettati di volta in volta e secondo convenienza, convenienza il più delle volte contingente e perciò effimera, è un facile espediente per avvalorare la contrapposizione amico-nemico. Che, a sua volta, altro non è che la scorciatoia più facile per demonizzare la parte che si ritiene avversa, solo perché questa non accetta i canoni di un modus vivendi ritenuto quello corretto se non considerato, del tutto arbitrariamente, “giusto”.

Siamo di fronte, nella sostanza, ad un “racconto” sostanzialmente “banale” perché basato su una sequenza ininterrotta di luoghi comuni, continuativamente e inesorabilmente proposta  da una parte politica ben definita; una destra ,verrebbe da dire, senza una bussola che non sia la reiterazione di pochi ed inessenziali slogan, che non trova altri mezzi per contrastare l’altra parte, se non tentare di proporsi come sostenitori e fautori di una realtà sociale, ma soprattutto di un assetto mondiale rimasto invariato almeno dal secondo dopoguerra verso cui la storia, comunque la si voglia intendere, ha già spiccato la sua sentenza e che nei fatti sono già evaporati da tempo, inesorabilmente.

Si tratta, a ben vedere, di un modo di declinare la storia dell’Occidente (soprattutto quando non esclusivamente in versione statunitense) rispetto ad un mondo genericamente definito “altro”, ostile perché non allineabile, e che in effetti rappresenta una grossa fetta di umanità, e che, per giunta, oggi si va sempre più ampliando col nascere di organizzazioni alternativa quali i BRICS+ che già potrebbero prefigurare scenari radicalmente alternativi o quantomeno divergenti da quel “senso comune” che impera indisturbato dalle nostre parti.

 

L’approccio cinese nei confronti di un contesto mondiale che in questi ultimi anni ha visto insieme un  acutizzarsi di crisi probabilmente latenti, e insieme una specie di stallo per cui tutti gli attori del “gioco” sono, o quantomeno sembrano impotenti rispetto ad un letale incrocio di interessi contrastanti, si è caratterizzato da un lato per un avvicinamento a paesi “emergenti” che rappresenta l’opposto delle vecchie (vecchie?) politiche coloniali, dall’altro per un atteggiamento di moderazione e ricerca del dialogo che si coniuga con una fermezza che la Cina ha dimostrato con la risposta ai dazi trumpiani, o a quello che sembrano (a giorni alterni) politiche di un solo giorno di uno Stato (gli USA) che appare sempre di più, e sia detto con tutta la prudenza del caso, un animale ferito che si dibatte per non essere definitivamente abbattuto.

Le questioni che riguardano concretamente le problematiche legate alle “risorse” energetiche (terre rare, AI…) vedono le due superpotenze (naturalmente non dimentichiamo Russia, India…ma nel libri di Parenti quello che è messo in evidenza è, credo per scelta, soprattutto il rapporto tra queste due superpotenze e queste due grandi ideologie) ancora una volta contrapposte nell’approvvigionamento di risorse che fino a pochi anni fa erano impensabili trovarsi nei luoghi più improbabili della Terra. E aprendo così, in sostanza uno scenario in cui le “materie prime” non sono, almeno del tutto, quelle di anni ormai lontani, reperibili in siti un tempo considerati improbabili o irrilevanti.  Oggi è evidente che la “raccolta” di risorse indispensabili al funzionamento del mondo intero è un capitolo tutto da scrivere, e forse è del tutto spiazzante rispetto a vecchie logiche di potenza da cui sono tagliati fuori, segnatamente in Europa, potenze ormai inevitabilmente in ritardo quando non totalmente inadeguate a questi nuovi scenari.

 

“Incapace- scrive Parenti- di rigenerare le condizioni storiche della propria egemonia, l’Occidente – con gli Usa in primis- tende a trasformare il proprio universalismo in norma coercitiva e la propria crisi in aggressività sistematica.”

“Il problema per Washington, è che la Cina fa troppo: cresce senza guerre, costruisce potere senza occupazioni e diventa centrale nell’economia mondiale, senza imporre modelli, rivoluzioni colorate, guerre per procura, omicidi mirati, protettorati e colonie. Una Cina che cresce senza impero non mette in discussione soltanto l’egemonia statunitense, ma il linguaggio stesso attraverso cui l’Occidente a guida USA ha pensato e legittimato il potere”.

Potere, nota Parenti, sempre più determinato da abitudine storica piuttosto che da una realtà effettuale. Dunque, non solo determinato una volta per tutte, come pretenderebbe una vulgata che legge nel liberalismo (o più propriamente nel turbo -capitalismo) la sola prospettiva, l’unico orizzonte cui debba adeguarsi l’umanità attraverso i rapporti che la conformano ad un unico comportamento, ma anche come una “possibilità”, realtà alternativa rispetto al mondo “chiuso” in sé stesso di un capitalismo senza direzioni. Possibilità reale che non aspetta altro che un ragionevole interprete.

 

Lo scenario internazionale sembra non solo non promettere niente di buono nel senso di una distensione generale di cui si sente un gran bisogno e che viceversa è smentita ad ogni passaggio di fuso orario, quando una Europa incapace ormai di ogni iniziativa, apprende dai media mondiali ciò che le grandi potenze (da cui l’Europa è sostanzialmente esclusa) hanno stabilito, quanto ad un ordine mondiale che si gioca sempre di più in un  oriente che è insieme, e secondo scenari regionali, vicino Oriente, medio Oriente e Estremo Oriente. Ad indicare, inevitabilmente, lo spostamento dell’asse di riferimento della politica mondiale e il suo riallinearsi ad un mondo ritenuto fino a poche decenni fa, secondario quando non del tutto irrilevante rispetto ai grandi temi in gioco di una politica che aveva in un Occidente “allargato” la sua area di competenza.

Questo libro smentisce una serie non piccola di luoghi comuni, che tuttavia, come appare evidente, costituiscono ancora il mainstream di società indecise tra una affermazione di autonomia politica ed economica, e la tentazione di abdicare e sciogliersi in un contesto (UE) la cui consistenza non è solo tutta da dimostrare, ma che appare oggi in realtà come una fragilità senza vie d’uscita.

 

 

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