USA, Arabia Saudita e regionalizzazione del conflitto in Medio Oriente: cambio di paradigma o debolezza strategica?

Immagine USA Arabia Saudita articolo testa

Autore: Alessandro Testa

Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”.

Ricevi i nuovi articoli via email

Iscriviti alla newsletter di Cavallo di Fuoco: nessuno spam, solo i nostri articoli.

Come preferisci ricevere gli articoli?

I recenti sviluppi dei rapporti tra USA ed Arabia Saudita – di cui parleremo fra un attimo – ci offrono l’opportunità di capire come l’approccio all’egemonia globale statunitense non stia semplicemente adottando nuove articolazioni tattiche, ma che stia piuttosto reagendo a una contraddizione sistemica profonda: il divorzio tra la base materiale reale (la produzione di valore) e i meccanismi di super-estrazione di profitto. Quando il ciclo di accumulazione basato sul primato industriale e sulla centralità monetaria incondizionata si incrina, la forza militare cessa di essere un attributo subordinato e diventa l’estremo garante coercitivo della catena del valore globale.

 

USA ed Arabia Saudita: il segnale di una nuova prospettiva strategica

 

Cominciamo dall’attualità: è di questi giorni la notizia piuttosto interessante che gli USA daranno il via libera allo sviluppo nucleare civile dell’Arabia Saudita e la supporteranno tecnologicamente e politicamente. L’accordo firmato tra Riad e Washington è all’esame dal Congresso che dovrà definire dettagli non secondari, a partire dal modello di arricchimento. Questa svolta presenta interessanti connotati di novità, ma anche una forte discrasia con altre potenze regionali, ad esempio gli Emirati che nel 2009 vi rinunciarono; nel frattempo, Turchia ed Egitto considerano di prendere le adeguate contromisure grazie al supporto della Russia, mentre Islamabad potrebbe sfruttare la situazione per rafforzare i rapporti con l’Arabia.

 

Soffermiamoci però un momento sui vari modelli di partnership proposti dalle potenze globali in tema di sviluppo nucleare: gli USA fanno leva sull’integrazione tra industria, sicurezza e alleanza strategica, la Russia propone invece un modello più vertical, ove  Rosatom controlla miniere, arricchimento, fabbricazione del combustibile, progettazione, costruzione, finanziamento, formazione e manutenzione: è lo schema già utilizzato ad Akkuyu, in Turchia, e a El-Dabaa, in Egitto. Il cliente riceve un pacchetto integrato mentre Mosca ottiene un rapporto industriale e politico di lunghissima durata. La Cina invece può collegare l’offerta nucleare a credito pubblico, infrastrutture, investimenti energetici e partnership strategiche. Il precedente pakistano è significativo: quattro reattori cinesi operano a Chashma, due unità ACP1000 da 1.100 megawatt ciascuna sono attive nell’area di Karachi e una nuova unità da 1.200 megawatt è in costruzione. Dal canto suo la Francia dispone di una filiera quasi completa attraverso EDF, Framatome e Orano. La Corea del Sud può invece mostrare il risultato più convincente nel Golfo: i quattro reattori APR-1400 di Barakah, negli Emirati Arabi Uniti. Ora ci potremmo chiedere: Riad sceglierà di usare questa concorrenza per ottenere prezzi migliori, maggiore localizzazione e trasferimenti industriali? O resterà al 100% nel perimetro americano?

 

Ciò che va sottolineato è quanto il vero obiettivo strategico sia il controllo e la gestione di una filiera che va dall’estrazione dell’uranio al suo arricchimento, ma sopratutto il dominio della gestione delle tecnologie correlate – un mercato di per sé enorme, basti pensare che Urenco, uno dei maggiori gruppi mondiali nell’arricchimento dell’uranio, ha chiuso il 2025 con ricavi per 2,096 miliardi di euro, un Ebitda di 804 milioni, investimenti per 616 milioni e un portafoglio ordini record di 21,3 miliardi. Al di là dell’aspetto puramente economico-finanziario, nessuno è però così naif da credere che tale progetto si limiterà al puro campo civile: una volta arricchito l’uranio ed in possesso del know how tecnologico e della copertura politica occidentale, non ci saranno ostacoli rilevanti per l’Arabia Saudita a dotarsi dell’arma atomica, con le evidenti conseguenze sull’assetto degli equilibri geopolitici regionali. Il punto chiave sarà chi controlla il combustibile: la rilevanza militare non passa solo per la centrale, ma per il processo di conversione, arricchimento, inventari di uranio, laboratori, fornitori e dati operativi. Una filiera basata su combustibile importato, piena trasparenza, accesso degli ispettori e restituzione del combustibile esausto potrebbe in teoria – USA piacendo – mantenere il programma lontano da una capacità militare, mentre un sistema su base nazionale, con controlli ridotti, strutture opache e ricerca collegata agli apparati di sicurezza produrrebbe un equilibrio completamente diverso.

 

Contemporaneamente, dopo anni di tentativi di “convivenza” con con l’espansione dell’influenza iraniana in Iraq, Siria, Libano e Yemen, arrivando persino a riallacciare nel 2023 – grazie alla mediazione cinese – relazioni diplomatiche con l’Iran, l’Arabia ha annunciato di essersi unita agli Stati Uniti negli attacchi contro milizie irachene filo iraniane, segnando l’ingresso ufficiale del Paese nella guerra iniziata il 28 febbraio. In piena coordinazione con il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), il Ministero della Difesa saudita ha confermato di aver colpito obiettivi con base in Iraq, in risposta agli attacchi contro impianti petroliferi e del gas nel regno – attacchi ai quali non aveva mai in precedenza reagito. En passant, vale la pena di sottolineare che anche l’Italia ha deciso di scendere sul campo inviando in Arabia 700 militari e diversi asset per la difesa aerea, tra cui anche caccia, senza neppure un passaggio di copertura parlamentare ed in palese spregio dell’art. 11 della Costituzione italiana. Ora, il vero quesito da  affrontare è come leggere queste notizie di attualità alla luce di un’analisi di carattere geopolitico ma sopratutto economico-finanziario: si tratta di debolezza strategica degli USA, mero cambio di paradigma tattico o piuttosto del fatto che dietro a questo nuovo approccio si agitano le convulsioni di un modello di capitalismo che sta vivendo una serie di contraddizioni strutturali sempre più profonde?

 

La periferia come laboratorio: il Medio Oriente e il subappalto della violenza

 

Ad un’analisi superficiale, potrebbe parere che militarizzazione non sia guidata da una spinta espansionistica o interventista diretta di Washington, bensì dalla frammentazione della sicurezza regionale, in cui gli attori locali (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Israele) vengono armati e incoraggiati a creare un sistema di contenimento autonomo contro l’Iran. Se ciò fosse vero, la concessione del nucleare civile e l’attivismo militare di Riyadh potrebbero essere considerati non come una vera strategia proattiva degli Stati Uniti ma come un sintomo di debolezza strategica: l’imperialismo USA non può più permettersi di essere l’unico gendarme globale e ricorre al subappalto regionale. Ma c’è di più: è pur vero che il capitale americano lega a sé i partner regionali attraverso la dipendenza tecnologica e militare, trasformando il Medio Oriente in un arcipelago di conflitti a bassa intensità gestiti da potenze locali delegate, ma la vera questione é “perché”. Proviamo ad analizzare le cause prossime e remote di questo cambiamento di paradigma, ove da un modello in cui l’America interviene più o meno direttamente in ogni teatro “caldo” laddove i suoi interessi vengano messi in pericolo, si passa gradualmente ad un sistema in cui gli alleati regionali assumono il ruolo di operatori armati locali, sostenuti dalla tecnologia e dalla protezione strategica di Washington – le prime avvisaglie essendosi palesate col progressivo, per quanto ondivago, disimpegno USA dal conflitto in Ucraina con la contestuale richiesta alle nazioni europee di farsi carico di spese e gestione relative.

Le ragioni del cambiamento: cause prossime e remote

Tra le cause prossime di questo revirement statunitense troviamo senz’altro le seguenti:

  1. La ripresa della politica isolazionista e il fattore MAGA

Il ritorno o l’egemonia persistente della linea “America First” (rappresentata dal movimento MAGA e dall’impulso trumpiano) non costituisce un’anomalia estemporanea, bensìì il sintomo politico della fine del consenso bipartisan attorno all’internazionalismo liberale del dopoguerra. L’elettorato e la frazione della borghesia interna legata ai settori non globalizzati non accettano più che lo Stato americano funga da garante finanziario e militare di un ordine globale i cui benefici netti si disperdono altrove, mentre i costi gravano sul debito pubblico e sulla classe lavoratrice interna. Da questo punto di vista, l’isolazionismo contemporaneo è una forma di nazionalismo difensivo borghese: si chiede il taglio dei ponti con gli impegni multilaterali (NATO, accordi commerciali a somma zero, interventi di nation-building) per concentrare le risorse sul territorio nazionale e proteggere i mercati interni attraverso il protezionismo tariffario.

 

  1. La priorizzazione assoluta sullo scenario dell’Indo-Pacifico

La concentrazione delle risorse nel teatro indo-pacifico rappresenta la presa d’atto che il baricentro dell’accumulazione capitalistica mondiale si è spostato dall’Atlantico all’Asia: é qui che si concentra il cuore pulsante della produzione di valore ad alta tecnologia (dalla microelettronica avanzata alla cantieristica). Washington non può più permettersi una postura dispersiva: mantenere impegni di primo piano in Europa o in Medio Oriente viene ora vissuto dai pianificatori strategici come un lusso pericoloso che distoglie risorse, munizioni e capacità navali dal contenimento dell’unico vero sfidante sistemico.

 

  1. La competizione strategica con la Cina

La Cina rappresenta il primo vero concorrente capace di insidiare il primato tecnologico, industriale e commerciale degli Stati Uniti senza esserne economicamente dipendente in modo subalterno; non si tratta di una semplice disputa sui dazi, ma di uno scontro per il controllo dei commanding heights dell’economia del XXI secolo: intelligenza artificiale, transizione energetica, telecomunicazioni avanzate e catene di fornitura dei minerali critici. Poiché la Cina ha dimostrato di poter battere il capitale statunitense sul terreno della produzione industriale e degli investimenti infrastrutturali globali, la risposta di Washington si sposta inevitabilmente sul terreno della coercizione geopolitica, del blocco tecnologico (le sanzioni sui semiconduttori) e dell’accerchiamento militare.

 

Tra le cause remote (strutturali e sistemiche) vale invece la pena di soffermarsi sulle seguenti:

 

  1. La perdita della leadership economico-tecnologica

La crisi di potenza affonda le radici nella contraddizione fondamentale del capitalismo moderno globale: la finanziarizzazione spinta dell’economia a scapito della riproduzione allargata della base materiale e manifatturiera. Decenni di delocalizzazione alla ricerca di una maggiore saggio di profitto hanno svuotato la capacità produttiva interna di massa, lasciando gli Stati Uniti dipendenti da filiere estere (in primis asiatiche) per la produzione di beni strategici, componenti critici e persino metalli essenziali per la difesa. La perdita del monopolio sui settori industriali avanzati e sulla manifattura pesante segna l’esaurimento di quel vantaggio produttivo assoluto che, nel secondo dopoguerra, permetteva agli Stati Uniti di imporre la propria egemonia attraverso la superiorità economica prima ancora che con la forza delle armi.

 

  1. La sovraccumulazione di capitale e la fuga nella rendita

La crisi strutturale si manifesta attraverso il classico meccanismo della sovraccumulazione: una massa enorme di capitale non trova più sbocchi redditizi nell’investimento produttivo reale a causa della tendenza alla caduta del saggio di profitto. Per evitare la svalutazione del capitale in eccesso, il sistema economico statunitense si è rifugiato nella creazione di capitale fittizio (derivati, bolle azionarie, debito pubblico e privato fuori controllo). L’economia globale è diventata dipendente dalla capacità parassitaria di Wall Street di estrarre rendita finanziaria attraverso il controllo dei mercati globali, ma questo meccanismo non produce valore nuovo, accelerando il distacco tra la sovrastruttura finanziaria e la base materiale declinante.

 

  1. La dedollarizzazione e la crisi della moneta-mondo

Il dollaro non è solo una valuta, ma il perno attraverso cui il plusvalore globale viene drenato verso gli Stati Uniti, permettendo loro di vivere al di sopra dei propri mezzi produttivi grazie al famigerato “privilegio esorbitante” – così Giscard d’Estaing definì lo squilibrio strutturale e i vantaggi unici derivanti dal sistema di Bretton Woods, grazie al quale il dollaro assunse il ruolo di principale moneta di riserva internazionale convertibile in oro, consentendo agli Stati Uniti di coprire cronicamente i propri deficit commerciali e finanziari semplicemente emettendo moneta, scaricando di fatto sul resto del mondo il costo del proprio tenore di vita e della propria espansione economica. Privilegio in seguito consolidato da Richard Nixon che abolì unilateralmente la convertibilità del dollaro in oro, sganciando definitivamente la moneta americana dal metallo prezioso. Recentemente però l’emergere di forti istanze di sovranità monetaria multilaterale e l’uso spregiudicato delle sanzioni finanziarie (dall’esclusione dal sistema SWIFT alla confisca delle riserve russe) ha spinto una quota crescente di paesi del Sud Globale e potenze rivali ad accelerare i processi di dedollarizzazione: accordi commerciali bilaterali regolati in valute locali, transizioni energetiche slegate dal petrodollaro e l’accumulazione record di riserve auree da parte delle banche centrali non rappresentano il crollo repentino di domani, ma l’erosione silenziosa del fondamento monetario che ha garantito l’imperialismo statunitense per ottant’anni, ancora una volta sotto la guida strategica di Cina e BRICS.

 

Conclusioni

 

Come disse Lenin, l’analisi concreta della situazione concreta riserva sempre qualche sorpresa: ogni mera notizia di cronaca può essere in realtà lo spunto per comprendere più a fondo la vera natura delle contraddizioni profonde che percorrono sempre più strutturalmente un capitalismo che nella sua agonia terminale pare voler portare con sé l’intera specie umana, trasformandosi in una belva assetata di guerra e distruzione priva di ogni scrupolo e raziocinio pur di poter impiegare proficuamente quei capitali che non trovano più sfogo nello sviluppo e valorizzazione  di merci più convenzionali; in questa prospettiva, la guerra in sé diviene null’altro che un’altra merce ad alto valore aggiunto. In altre parole, l’impossibilità di competere sul piano della produttività del lavoro socialmente necessario lascia al capitalismo un’unica leva esclusiva: l’imperialismo di guerra come distruzione potenziale di valore e controllo coercitivo dei mercati, delle rotte e delle risorse. La soluzione di questa crisi dalle conseguenze potenzialmente esiziali non risiede però, a nostro avviso, nella ricostruzione di un nuovo ordine capitalista, ma nel riconoscimento dell’intensificarsi delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalista ed al suo portato necessariamente imperialista, contraddizioni che scaricano inevitabilmente il costo della crisi sulla classe lavoratrice globale – a morire al fronte non ci vanno certo i lupi di Wall street.

 

Ti è piaciuto questo articolo?

Iscriviti alla newsletter: riceverai ogni nuovo articolo di Cavallo di Fuoco via email.

Come preferisci ricevere gli articoli?