La Nato dopo il vertice di Ankara: affari Usa, spese folli per riarmo ed Europa sola verso il disastro

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Official photo of NATO Heads of State and Government - 2026 NATO Summit in Ankara

Autore: Luigi Basile

Giornalista, direttore di Futura Società e direttore responsabile di Cavallo di Fuoco.

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Una Nato sempre più comitato d’affari e strumento di colonizzazione e assoggettamento, con un padrone unico che impone le regole del gioco ed è pronto a sfilarsi all’occorrenza, con un pezzo d’Europa che prova ad emularlo, lanciandosi ottusamente verso il disastro. Così appare oggi l’Alleanza atlantica.

Da tempo nelle istituzioni europee e d’Oltreoceano si discute o piuttosto ci si interroga, come avviene in ambienti militari e negli osservatori strategici e geopolitici, sul futuro della Nato.

Alla vigilia del vertice di Ankara, che si è tenuto il 7 e 8 luglio, sembrava potesse registrarsi una svolta negli assetti dell’Alleanza, in parte preannunciata dal presidente Usa, Donald Trump: la formalizzazione di un progressivo disimpegno degli Stati Uniti, se non addirittura un primo passo verso lo smantellamento della Nato.

Un’ipotesi che certamente non nasceva dall’assunzione della consapevolezza da parte dei governi occidentali del superamento storico dell’organizzazione e della sua politica militare o dalla volontà di intraprendere uno sforzo nella costruzione della pace e del dialogo internazionale.

Lo scenario continentale e globale infatti va in tutt’altra direzione, con gli Stati Uniti sempre più gendarme del mondo, con il suo presidente che continuamente fa sfoggio della propria arroganza, prepotenza, rozzezza e della pretesa di dominio assoluto sul resto del mondo, come se fosse del tutto normale, ma contemporaneamente si dice pronto – a parole – ad allentare la presa su alcuni fronti (ad esempio quello russo-ucraino), a patti e condizioni, per mero calcolo di interessi, mentre crescono l’aggressività e la bellicosità dell’Unione europea, con la Nato, fiancheggiatrice di azioni militari sia “ortodosse” che non convenzionali.

Senza contare l’altro attore protagonista del disordine mondiale, lo “stato” terrorista di Israele, ormai fuori controllo e mina vagante anche per i Paesi suoi sostenitori e alleati.

Il vertice nella capitale turca, invece, non ha riservato nessuna sorpresa particolare o svolta epocale, ma è stato una presa d’atto di nuove regole di ingaggio e di una “ragione sociale” dell’alleanza diversa rispetto al passato, stabilita unilateralmente a Washington, a conferma che gli altri Stati membro non hanno autonomia decisionale. Una presa d’atto, dunque, di una tendenza già emersa, senza bisogno di alcun documento ufficiale che la sancisse.

Dopo aver assegnato le pagelle agli alleati, Trump ha spiegato che nella Nato non vigerà più alcun meccanismo automatico di difesa comune e di intervento degli Stati Uniti, ma il rapporto si reggerà sul livello di investimento e di spesa di ogni Paese membro.

Gli Usa restano il perno della Nato e si pongono come fornitori di un servizio a pagamento: armamenti e supporto tecnico e logistico militare. La richiesta indirizzata ai Paesi europei di alzare la percentuale di Pil destinata al finanziamento dell’organizzazione, prima al 2% e poi al 5%, viene confermata e rafforzata.

L’Italia del governo Meloni che già ha aumentato la spesa militare dall’1,6% del Prodotto interno lordo nel 2024 al 2,8% nel 2026, pari a 19 miliardi di euro in più per una spesa totale di 39 miliardi, è pronta ad intraprendere il percorso per giungere all’obiettivo del 3,5%, fissato da Trump, portandola in tal modo alla stessa soglia di spesa ufficiale degli Stati Uniti, entro il 2035. Un impegno fissato e sottoscritto nel precedente summit, quello dell’Aia.

A questa cifra dovrà aggiungersi un altro 1,5% destinato a tecnologie, sicurezza cibernetica e sistemi di sicurezza, che potrebbero essere stornati da altre voci di spesa già dedicate ad alcuni degli interventi citati.

Gli Usa confermano comunque l’intenzione di ridurre la presenza di propri soldati e armamenti convenzionali in Europa, richiamando gli alleati ad una maggiore assunzione di responsabilità.

Dentro questa cornice, gli obiettivi operativi della Nato sanciti ad Ankara, consolidano la direzione intrapresa: centralità e rafforzamento dei confini orientali del continente, impegno finanziario e sostegno politico-ideologico in favore dell’Ucraina nel conflitto con la Russia e quest’ultima considerata come principale nemico e rischio, in una paranoica visione che da per scontato un attacco e una espansione verso occidente, che sarebbe già decisa da Mosca e da Putin in persona.

Una pulsione dell’Ue che viene trasferita ai tavoli della Nato e che vede in prima fila nella corsa al riarmo Germania, Norvegia, Finlandia e Paesi baltici, anche se il fronte inizia ad essere meno compatto di prima, con una Polonia sempre più scettica, anche sul ruolo di Kiev, e Bulgaria e Repubblica Ceca, che in parte frenano e non sembrano più disposte a farsi carico dei costi.

Attorno a questi obiettivi si aprono altre partite finanziarie e suddivisioni di quote di spesa, a cominciare dallo stanziamento di 70 miliardi di dollari per l’assistenza militare all’Ucraina nel 2026 e altrettanti per il 2027, più 50 miliardi per gli approvvigionamenti di armi dell’Alleanza, annunciati durante il vertice. Soldi che dovranno cacciare i Paesi europei, e per essi i cittadini, per l’acquisto di armamenti di produzione statunitense, compresi i loro fondi di magazzino.

Ma il programma di spesa non finisce qui: 40 miliardi di dollari di investimenti per il progetto industriale “Drone Edge”, 4,5 miliardi per la sorveglianza aerea con l’acquisto di dieci velivoli Saab Global Eye, 27 miliardi di euro destinati alla modernizzazione delle infrastrutture Nato per lo stoccaggio e la distribuzione dei carburanti, anche con la realizzazione di nuovi oleodotti sul confine orientale dell’Alleanza, pur di non riaprire le forniture a buon mercato di gas e petrolio dalla Russia, soprattutto dopo l’attentato terroristico al gasdotto Nord Stream e al Nord Stream 2 ordito dai servizi segreti ucraini, con complicità trasversali, che ha messo in ginocchio l’Europa, scaricando sulle famiglie costi enormi per l’energia, a tutto vantaggio degli speculatori statunitensi.

Senza contare i fondi dell’Unione europea per le forniture belliche e per supportare l’economia, gli apparati del regime di Zelensky, rimpinguare i buchi di bilancio e garantire i servizi essenziali agli ucraini. Quasi 200 miliardi di euro negli ultimi quattro anni, dei quali 70 per scopi militari, con il programma European peace facility (nome quanto mai ipocrita e propagandistico), compresi i 90 miliardi del prestito da poco approvato a Bruxelles.

Cifre alle quali vanno aggiunte le forniture di armi dei singoli Paesi provenienti dai propri arsenali, in Italia segretate dal governo, poi parzialmente rimborsate dall’Ue.

Un oceano di denaro pubblico, anche di difficile ricostruzione, sottratto a sanità, servizi sociali, scuola, ambiente, messa in sicurezza del territorio, riqualificazione del patrimonio pubblico a cominciare dalle scuole, investimenti per l’occupazione e per lo sviluppo economico, sociale e culturale. Settori fondamentali della vita civile che da decenni sono sotto attacco dell’Ue e subiscono tagli radicali, mentre senza alcuna remora sono state stanziate e buttate somme ingentissime per scopi militari e per foraggiare un regime golpista.

D’altra parte, per il piano di riarmo dell’Unione – ReArm Europe – in un batter d’occhio sono stati previsti in bilancio 800 miliardi di euro per la difesa, istituendo addirittura una Rearmament Bank.

Un’idea replicata anche in ambito Nato con la Dsrb – Defence, Security and Resilience Bank (Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza), progetto che risale al 2019, e che adesso viene concretizzato da Canada, Albania, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina come soci sottoscrittori e che vedrà anche la compartecipazione di investitori e capitali privati.

Spazio ai privati è previsto anche nel finanziamento dell’innovazione tecnologica che diventa uno dei capitoli su cui l’Alleanza atlantica punta per il prossimo biennio, tanto da essere ribattezzata Nato 3.0, e rispetto al quale già vi sarebbe stata la disponibilità di banche per un ammontare di 217 miliardi di dollari, che verrebbero convogliati nel Nato Innovation Fund, fondo di investimento a capitale di rischio.

Tra gli obiettivi – non senza contraddizioni interne e problematicità – c’è la costruzione di una infrastruttura digitale condivisa, lo sviluppo di strumenti di cybersicurezza e di Intelligenza artificiale, con l’ambizione dei Paesi europei di determinare le condizioni per un’autonomia rispetto alle multinazionali nordamericane del settore e rispetto all’approvvigionamento di materie prime per la produzione di semiconduttori e componenti, aprendo così un altro fronte di competizione, in questo caso con la Cina.

Tutti o quasi tutti gli obiettivi operativi e le voci di spesa della Nato oggi sono indirizzate verso la preparazione in vista del presunto scontro diretto con la Russia, e quindi al sostegno senza limiti al regime ucraino.

Uno spettro che viene agitato acriticamente e propagandisticamente, mentre si alimenta senza sosta la guerra di Kiev, ormai anche in maniera esplicita come Alleanza atlantica, fingendo di non sapere che sul campo quella guerra è sempre più persa, e ci si ostina a boicottare eventuali negoziati di pace, dopo aver determinato passo dopo passo le condizioni per il conflitto, tra colpi di stato in Ucraina, il massacro del Donbass e delle popolazioni russofone e l’accerchiamento politico-militare della Russia, finita poi nel mirino delle sanzioni autolesionistiche dell’Ue.

Ma segnali concreti di questa presunta volontà di Mosca e di Putin di espandersi e di aggredire il resto d’Europa non ce ne sono stati e non ce ne sono, come confermato anche dal comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale americano Alexus Gryinkevich, che lo ha dichiarato pubblicamente.

Il clima di tensione però spinge comprensibilmente e legittimamente la Russia ad assumere le contromisure necessarie, anche con un rinnovamento dei propri armamenti, che confermano e rafforzano la sua superiorità rispetto all’Ue, senza per ciò derogare alla linea del dialogo, a dispetto delle continue provocazioni occidentali, anche italiane, alle quali però ha deciso di rispondere con fermezza.

In definitiva, i Paesi europei della Nato hanno imboccato una pericolosa e incomprensibile strada, ricalcando lo schema Ue, in un’Alleanza in via di trasformazione, che appare sempre più una organizzazione di affari, speculativa, completamente implicata nel traffico di armi, nella quale gli Stati Uniti svolgono il ruolo di fornitori principali, che impongono la propria posizione politica e visione del mondo, con i capricci sempre più pressanti e assurdi di Trump, e che puntano, insieme all’Ue (non smettendo però di trattarla come vassallo), al controllo totale dell’informazione, del sistema di comunicazione, dei dati sensibili dei cittadini, pronti ad alimentare un perenne conflitto ibrido globale (incursioni, golpe, destabilizzazioni, tragedie umanitarie programmate a tavolino, ricatti) nel quale la guerra cognitiva (che non nasce oggi) è l’arma per certi versi più insidiosa, agendo anche da paravento, per imporre l’imperialismo, il colonialismo e il primatismo violento di sempre, non senza rinunciare all’uso delle bombe.

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