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Il Marocco incentra il suo assetto politico su una monarchia costituzionale che ha cercato di costruire uno Stato moderno sulle fondamenta di una tradizione secolare, riuscendo a garantire una relativa stabilità al Paese, ubicato in una regione geografica e politica spesso scossa da turbolenze di carattere politico, economico e sociale.
Il Paese ha ottenuto l’indipendenza nel 1956, ponendo fine al protettorato francese e spagnolo instaurato con il Trattato di Fès del 1912. A differenza di altre esperienze di decolonizzazione, il Marocco non ha costruito uno Stato ex novo: il ritorno all’indipendenza ha significato piuttosto la restaurazione di un’istituzione monarchica con radici profonde, la dinastia alawita, al potere dal XVII secolo.
Fin dall’inizio, la costruzione dello Stato moderno è stata guidata dalla monarchia. Re Mohammed V e, successivamente, Re Hassan II hanno intrapreso la strada per cercare di dotare il Paese di istituzioni in grado di affrontare le sfide del mondo contemporaneo, tentando al contempo di recuperare l’integrità territoriale del regno. Questo percorso è stato scandito da una serie di costituzioni, ognuna delle quali ha rappresentato un tentativo di bilanciare le spinte modernizzatrici con la centralità del potere monarchico.
L’assetto istituzionale del Marocco è definito dalla Costituzione del 2011 come una “monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale”. Tuttavia, il sovrano mantiene un ruolo centrale e preminente che lo pone al di sopra delle istituzioni rappresentative. La Carta fondamentale del 2011, pur rappresentando una riforma significativa, ha ribadito il principio fondamentale per cui il Re è il fulcro del sistema.
Dunque, nonostante la formale qualifica di “parlamentare”, il Re – differentemente da altre esperienze europee – mantiene poteri notevoli, consolidati nelle sei costituzioni succedutesi dall’indipendenza. È definito come il “Comandante dei credenti” e il rappresentante supremo dello Stato, garante della continuità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale del regno.
Un aspetto cruciale è la sua funzione di arbitro supremo tra le istituzioni. La Costituzione del 2011 ha introdotto l’obbligo per il Re di nominare il Primo Ministro tra le fila del partito vincitore delle elezioni, un passo avanti verso la democratizzazione. Tuttavia, il sovrano continua a presiedere il Consiglio dei ministri, che discute le questioni strategiche dello Stato, e può sciogliere il Parlamento. Il governo, guidato dal Primo Ministro, gestisce l’esecutivo ma opera sotto l’egida di una monarchia che rimane l’arbitro finale della politica nazionale.
Il peso economico della corona
Il Re del Marocco, con un patrimonio che si stima si aggiri intorno agli 8 miliardi di dollari, risulta essere uno dei sovrani più ricchi del mondo. Il potere economico della famiglia reale si concentra soprattutto attraverso la grande holding Al Mada (ex SNI), che detiene partecipazioni strategiche in settori chiave come banche, telecomunicazioni, energia e distribuzione.
Un’economia in crescita ma fragile sul piano sociale
Concentrandosi sull’economia marocchina, essa risulta oggi tra le più stabili e diversificate del continente africano. Il PIL nominale nel 2024 è stato stimato a circa 160,6 miliardi di dollari, con una crescita reale prevista al 2,6% per lo stesso anno, sostenuta dalla ripresa dei settori non agricoli.
Il modello economico si basa su alcuni pilastri chiave. L’industria automobilistica, nel 2024, ha riconfermato il suo ruolo di primo settore esportatore del Paese, con esportazioni pari a 157,6 miliardi di dirham. Il settore dei fosfati e dei suoi derivati – il Marocco possiede le maggiori riserve mondiali di fosfati – ha visto le esportazioni crescere del 13,5%, raggiungendo gli 87,1 miliardi di dirham. L’agricoltura e l’industria alimentare, con esportazioni da 87 miliardi di dirham nel 2024, rimangono un comparto cruciale, ma sono fortemente vulnerabili agli shock climatici e alla siccità. L’industria aeronautica, infine, ha registrato una crescita significativa del 14,9%, trainata dall’aumento delle vendite nel comparto dell’assemblaggio.
Le principali sfide rimangono però la disoccupazione, che si attesta su livelli elevati (13,2% nel 2024), e un sistema di welfare sempre più sotto pressione.
Il malcontento sociale esplode: le proteste di GenZ212
Lo scorso autunno il Paese è stato scosso da una serie di intense rivolte sociali che hanno interessato diverse città: da Rabat a Casablanca, da Tangeri ad Agadir. All’origine della mobilitazione, prettamente giovanile, oltre al problema occupazionale, c’è il collasso di due servizi fondamentali: sanità e istruzione. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la morte di otto donne incinte in un ospedale di Agadir, ma le radici del malcontento affondano in problemi strutturali che il governo fatica ad affrontare.
A mobilitare i giovani è stato GenZ212, un movimento nato in modo anonimo sulla piattaforma Discord – dove il numero 212 rappresenta il prefisso telefonico del Marocco – i cui fondatori rimangono ancora ignoti. Dal 27 settembre, i giovani marocchini hanno iniziato a scendere in piazza per protestare, e tante sono state le persone che si sono unite alle manifestazioni, degenerate in più di un’occasione in scontri violenti con la polizia.
Le cifre per comprendere cosa c’è alla base del malcontento giovanile sono state ben snocciolate in un articolo pubblicato su Al Jazeera Net dalla corrispondente in Marocco, Sanaa Al-Qawiti. Ed è proprio attraverso i numeri che si illustra il quadro di una realtà drammatica.
Nel settore sanitario, il Marocco ha solo 0,43 medici ogni mille abitanti, contro una media mondiale di 1,72. Gli infermieri sono 1,1 ogni mille abitanti, rispetto a una media globale di 3,86. Non sorprende che il Global Healthcare Index 2025 piazzi il Paese al 94° posto su 99 paesi esaminati.
L’istruzione non se la passa meglio. Nonostante un budget di 86 miliardi di dirham per il 2025, il sistema formativo marocchino si classifica al 101° posto mondiale per qualità. Il 25% dei laureati è disoccupato, mentre solo il 35% lavora effettivamente nel proprio campo di studi. Un dato che tradisce il completo disallineamento tra formazione e mercato del lavoro.
Le proteste, oscurate dai media occidentali, sono state poi sopite anche con pugno duro dalle autorità marocchine.
La politica estera e il nodo del Sahara Occidentale
Per ciò che concerne la politica estera, la posizione geopolitica del Marocco si incentra prettamente sulla questione del Sahara Occidentale. La disputa territoriale, risalente al 1975 con la “marcia verde” e il ritiro della Spagna, vede contrapposti il Marocco, che considera il territorio parte integrante del regno, e il Fronte Polisario, che ne rivendica l’indipendenza.
Tale aspetto è anche all’origine della diatriba con la vicina Algeria, che da parte sua appoggia il Fronte Polisario. Il confine terrestre tra Algeria e Marocco è chiuso dal 1994. Nel 2021 l’Algeria ha interrotto i rapporti diplomatici e chiuso anche il proprio spazio aereo ai voli marocchini.
Sulla questione, un punto di svolta storico è arrivato nel dicembre 2020. Gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, hanno riconosciuto la sovranità marocchina sull’intero Sahara Occidentale, sostenendo il piano di autonomia del Marocco come “unica base per una soluzione giusta e duratura”. Questo riconoscimento, ribadito nel 2026, ha segnato una svolta nel conflitto e ha consolidato la strategia marocchina.
L’adesione agli Accordi di Abramo
Parallelamente, il Marocco si è posizionato come un attore strategico nel contesto regionale, coltivando rapporti con Stati Uniti e Israele. Il Marocco è stato il quarto Paese arabo, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan, ad aderire al processo di normalizzazione diplomatica con Israele mediato dagli Stati Uniti.
L’elemento centrale dell’accordo è stato uno scambio definito da molti analisti come un “grande baratto”. In cambio della normalizzazione dei rapporti con Israele, gli Stati Uniti hanno ufficialmente riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Per Rabat, la cui integrità territoriale è la “pietra angolare di tutta la politica estera”, si è trattato di un successo diplomatico storico.
Da accordo diplomatico ad asse strategico
Quella che è iniziata come una normalizzazione diplomatica si è rapidamente trasformata in una partnership strategica vera e propria, in particolare nel settore militare e della difesa. Marocco e Israele hanno siglato accordi di cooperazione in materia di difesa e intelligence, con visite ufficiali di alto livello. Il Marocco ha ottenuto tecnologia militare avanzata, come sistemi di droni e sorveglianza, e ha avviato progetti industriali congiunti, come l’apertura di una fabbrica di droni in collaborazione con l’industria israeliana.
Questo asse ha permesso al Marocco di modernizzare le proprie forze armate e di proiettare la propria influenza nella regione, consolidando il controllo sul territorio conteso e rispondendo alla storica rivalità con l’Algeria, principale sostenitrice del Fronte Polisario.
Tuttavia, questa scelta strategica ha avuto un impatto significativo anche sul piano interno. Mentre il governo vede nella partnership con Israele un acceleratore di modernizzazione e un rafforzamento geopolitico, una parte crescente della società marocchina percepisce questa cooperazione come una rottura morale e politica, specialmente alla luce del conflitto a Gaza.
La normalizzazione, di fatto, non ha mai sanato del tutto la frattura tra la strategia di Stato e la sensibilità popolare, storicamente anche e soprattutto per motivi religiosi, vicina alla causa palestinese.
La crisi migratoria di Ceuta: un’arma geopolitica
I recenti fatti che hanno scosso l’enclave spagnola di Ceuta – con l’assalto di un numero abnorme di marocchini entrati nei confini spagnoli, creando difficoltà e imbarazzo al governo di Madrid – sono stati da molti analisti internazionali interpretati come un tentativo del governo marocchino di mettere in difficoltà la Spagna attraverso la pressione migratoria. Obiettivamente, senza il consenso delle autorità marocchine, difficilmente un numero così sproporzionato di persone avrebbe potuto riversarsi su Ceuta.
La crisi si inserisce in un quadro di tensioni diplomatiche più ampio. Il ruolo degli Stati Uniti e di Israele, che avversano le posizioni del premier spagnolo Pedro Sánchez sulla Palestina e sulla sua contrapposizione formale ai diktat di Trump in materia di spese militari, ha contribuito a inferire un colpo a Madrid. Un obiettivo che appare tanto più mirato se si considera che la Spagna, in passato, si era espressa a favore della popolazione saharawi e aveva stipulato accordi per l’acquisto di gas dall’Algeria, storico rivale del Marocco.
La pressione migratoria si configura così come un ulteriore strumento di pressione diplomatica nelle mani di Rabat, che dimostra di saper giocare abilmente le proprie carte sul tavolo delle relazioni internazionali, utilizzando la propria posizione geografica come leva strategica nei confronti dell’Europa.
L’ascesa degli investimenti cinesi
Negli ultimi anni, il Marocco è emerso come un hub strategico per gli investimenti cinesi, un fenomeno che affonda le radici in una convergenza di interessi e che si sta intensificando rapidamente, specialmente nei settori dell’energia verde e dell’industria manifatturiera.
La collaborazione economica tra i due Paesi ha ricevuto un impulso decisivo nel 2016, con l’istituzione di un partenariato strategico durante una visita di Stato del Re Mohammed VI in Cina. Questo ha gettato le basi per l’ingresso del Marocco nella Belt and Road Initiative (BRI) nel 2017. Da allora, gli investimenti cinesi hanno conosciuto una crescita esponenziale, trasformando il Marocco in un pilastro della strategia di espansione globale di Pechino.
La corsa all’economia verde
Un motore fondamentale di questi investimenti è la transizione energetica. La Cina vede nel Marocco un partner ideale per la sua “corsa al dominio dell’economia verde”. Il Marocco possiede le più grandi riserve mondiali di fosfati, oltre a cobalto e litio, materiali essenziali per la produzione di batterie per veicoli elettrici. Il Paese nordafricano offre inoltre un potenziale enorme per il solare e l’eolico, attirando colossi cinesi come State Grid Corporation of China e Shanghai Electric per progetti nel campo dell’idrogeno verde e della produzione di alluminio a basse emissioni di carbonio. Un esempio è Aeolon Technology, che ha inaugurato un impianto da 245 milioni di dollari per produrre pale eoliche destinate all’esportazione in Europa.
Gli investimenti nel settore delle batterie sono colossali. Nel 2024, il gruppo Gotion High-Tech ha annunciato un investimento di circa 6,3 miliardi di dollari per una gigafactory a Kenitra. Altre aziende come CNGR Advanced Material (2 miliardi di dollari) e BTR New Material (1,2 miliardi di dollari) stanno costruendo impianti per componenti di batterie a Jorf Lasfar e Tanger Tech.
L’attrazione dell’hub marocchino
Perché le aziende cinesi scelgono il Marocco? La risposta è un insieme di vantaggi competitivi. Il Marocco ha sottoscritto accordi di libero scambio con l’Unione Europea, gli Stati Uniti e altri Paesi, che coprono un mercato di oltre un miliardo di consumatori. Per le aziende cinesi, questo significa poter esportare in Europa e negli USA eludendo le recenti barriere tariffarie, specialmente nel settore delle auto elettriche.
La Cina sta contribuendo direttamente alla costruzione di infrastrutture di classe mondiale. La Cité Mohammed VI Tanger Tech, un polo industriale e tecnologico vicino al porto di Tangeri Med, è un punto focale per gli investimenti. A marzo 2026, aveva già attirato 42 imprese, di cui 34 cinesi, per un investimento complessivo di 3,5 miliardi di dollari. La Cina è coinvolta anche nella costruzione della futura Torre Mohammed VI a Rabat, che sarà la più alta d’Africa.
Infine, la stabilità politica del Marocco lo rende, più di altri Paesi dell’area, una piattaforma sicura per i piani di diversificazione della Cina, resi ancora più urgenti dalle tensioni geopolitiche che minacciano rotte energetiche cruciali come lo Stretto di Hormuz.
Conclusioni
Il Marocco si presenta come un Paese complesso, dove la tradizione e il forte peso monarchico si intrecciano con un progetto di modernizzazione dello Stato e dell’economia. La sua stabilità politica, unica nel contesto nordafricano, è in gran parte dovuta al ruolo centrale e unificante della monarchia, che ha pure impresso una svolta forte al contrasto dei gruppi terroristici di matrice jihadista. Il Paese cresce economicamente molto più velocemente rispetto agli altri Stati del Maghreb, sta promuovendo tanto il turismo estero e cercando di accreditarsi come attrattore di investimenti internazionali.
Eppure, le recenti proteste sociali rivelano crepe profonde nel modello di sviluppo: disoccupazione giovanile, crisi della sanità e dell’istruzione sono sempre lì a ricordare come sia comunque vulnerabile il patto sociale su cui il regno ha costruito il suo consenso.
Sul piano internazionale, la geografia colloca il Marocco al crocevia di interessi globali. La sua abilità diplomatica gli ha permesso di giocare un ruolo chiave nelle dinamiche regionali, come dimostrano il riconoscimento internazionale della sua posizione sul Sahara Occidentale, l’integrazione nelle nuove architetture di sicurezza mediorientali attraverso gli Accordi di Abramo, l’uso strategico della pressione migratoria come leva nei confronti della Spagna e l’ascesa come hub per gli investimenti cinesi.
Mentre cerca di diversificare la propria economia e affrontare le sfide sociali, il Marocco continua a forgiare il suo percorso come attore di rilievo sulla scena africana, consapevole che la sua tenuta sarà messa alla prova tanto dalla richiesta di riforme interne quanto dagli equilibri globali in rapido mutamento.
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