Perchè la Cina non è capitalismo di Stato

Il socialismo dai caratteri cinesi e il rovesciamento della teleologia del valore

Immagine per articolo di A.Testa

Autore: Alessandro Testa

Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”.

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Il dibattito contemporaneo sul sistema economico cinese rimane spesso impantanato in una dicotomia sterile: Cina come “capitalismo di Stato” o Cina come “socialismo di mercato”. Il limite intrinseco di questo approccio, purtroppo propugnato non solo da liberali e liberisti vari ma tristemente allignante anche tra intellettuali ed economisti sedicenti “marxisti”, tradisce l’incapacità di cogliere la rottura teleologica che il sistema cinese opera nei confronti del modo di produzione capitalista.

Cos’è il capitalismo

Per comprendere la Cina, occorre muovere dalla critica al modello che regge il modo di produzione capitalista. Nel capitalismo, la produzione di merci è finalizzata all’autovalorizzazione del capitale (D-M-D’), ovvero all’uscita dal ciclo con più denaro di quanto se ne fosse investito; la produzione è cieca, mossa dall’anarchia del sistema, per quale l’appropriazione privata del plusvalore costituisce il fine ultimo e supremo. La concorrenza feroce tra capitalisti – sia all’interno della medesima industria, sia tra settori diversi – é la norma, spesso non basata solo su una “guerra di prezzi” ma imposta da “cartelli” oligopolistici che schiacciano il “collega debole” mettendolo fuori mercato.

In questo quadro, lo sviluppo delle forze produttive non è che un sottoprodotto dell’accumulazione: la tecnica avanza solo nella misura in cui permette di estrarre maggiore plusvalore relativo o di comprimere il tempo di rotazione del capitale. Le crisi cicliche di sovrapproduzione non sono anomalie, ma la manifestazione della natura contraddittoria di un sistema che produce valori d’uso solo come veicoli per il valore di scambio.

Occorre sgombrare subito il campo da un malinteso: Il capitalismo non è, come spesso viene pensato, un sistema che abbia come unico obiettivo il benessere del singolo capitalista. Sebbene quest’ultimo ne tragga un indubbio vantaggio personale – quasi a titolo di “effetto collaterale positivo”- egli agisce in realtà come un funzionario alienato, una personificazione di un automa autoreferenziale. La teleologia del capitale è invece l’incessante valorizzazione del valore, in cui ogni profitto realizzato è soltanto il presupposto per un ciclo di accumulazione più vasto. È un processo compulsivo, un imperativo categorico che impone l’espansione infinita, pena l’espulsione dal mercato per mano della concorrenza. In questo schema, il plusvalore non è una risorsa sociale, ma linfa vitale che deve essere reinvestita per generare nuovo plusvalore, ad infinitum, indipendentemente dai bisogni umani o dall’equilibrio del sistema. Il capitale, come struttura, utilizza il capitalista come suo “funzionario”. Il capitalista ottiene privilegi e ricchezza, ma è a sua volta prigioniero della logica che incarna: se smette di accumulare, se smette di reinvestire per produrre merci e profitti sempre maggiori, viene espulso dal mercato dalla concorrenza. È la famosa “coercizione della concorrenza” descritta da Marx: il singolo capitalista non è “libero” di scegliere se essere un capitalista buono o cattivo; deve comportarsi secondo le leggi del sistema, altrimenti perisce. Il suo “vantaggio” è la ricompensa – economica e politica – per il ruolo che svolge nel far girare l’automa.

Sovrastrutturalmente, merita di sottolineare come il modo di produzione capitalista produca strutture politiche, filosofiche, teoriche e comunicazionali tese a proteggerlo e perpetuarne il potere. In altre parole, Stati, parlamenti, religioni, media, pubblica sicurezza, magistratura e cultura sono sotto il controllo più o meno diretto del capitale, che si circonda di questi corpi a lui subalterni per impedire che il modo di produzione e i suoi principali asset strategici – la proprietà privata dei mezzi di produzione, il lavoro salariato, l’estrazione di plusvalore – vengano messi in dubbio o addirittura aboliti. Si crea per così dire una azione dialettica reciproca che unisce struttura e sovrastruttura in un entanglement ove risulta a volte difficile discernere i due attori.

Si potrebbe però obiettare: se il capitalismo è, di fatto, capace di generare una massa di ricchezza senza precedenti, perché cercare un’alternativa? Il punto non è negare la capacità del capitale di sviluppare le forze produttive, ma denunciare la natura distruttiva dei rapporti entro cui questo sviluppo avviene. Il capitalismo non produce benessere in quanto tale; produce “valore di scambio” e, nel processo, genera ricchezza come effetto collaterale – benessere per i capitalisti e, in determinate fasi, anche per la classe lavoratrice. Tuttavia, questo benessere è intrinsecamente zoppo perché vincolato alla necessità di un’accumulazione infinita. Il limite invalicabile di questo modello si evidenzia nelle ricorrenti, brutali crisi sistemiche: quando la massa di merci prodotte non trova più sbocco in un mercato in grado di acquistarle — a causa della contrazione del salario necessaria a mantenere i profitti, o semplicemente della saturazione dei mercati — il sistema collassa nella sovrapproduzione e nella sovraccumulazione. Il capitale, incapace di valorizzarsi entro i confini nazionali, è costretto a una fuga in avanti.

È qui che nasce l’imperialismo: la fase in cui il capitale, per evitare l’implosione interna, deve necessariamente espandersi all’esterno, mercificare nuovi territori, esportare capitali e imporre con la forza l’apertura di nuovi mercati. L’imperialismo non è una politica scelta da alcuni governi, ma una necessità logica per un sistema che deve esportare le proprie crisi di sovrapproduzione altrove. Il “benessere” prodotto dal capitalismo è dunque sempre parziale, pagato con la spoliazione delle periferie, la guerra e la distruzione di enormi risorse inutilizzate o distrutte solo per evitare il crollo dei prezzi.

E la Cina? Il rovesciamento della teleologia del valore

La specificità cinese – il socialismo con caratteristiche cinesi – risiede in un rovesciamento del primato teleologico. Sebbene il mercato agisca come cinghia di trasmissione e come terreno di prova per l’efficienza, il potere sovrano non è esercitato dal capitale, bensì dallo Stato in quanto espressione di una volontà politica che pianifica lo sviluppo a lungo termine. La “libera impresa” non è il soggetto dell’economia, ma un organo subordinato, un’articolazione funzionale al raggiungimento di obiettivi che esulano dalla pura massimizzazione del profitto privato. La teleologia cinese è proiettata verso la creazione delle precondizioni materiali per il superamento della penuria seguendo tre assi strategici:

  • Leradicazione della povertà tramite la redistribuzione: Il pieno sviluppo delle forze produttive non è finalizzato né ad un ciclo infinito di accumulazione-reinvestimento né tanto meno all’arricchimento di un’élite, ma è volto a estrarre il valore necessario per sgominare la povertà estrema. La redistribuzione della massa di ricchezza prodotta trasforma lo sviluppo materiale in un processo di elevamento delle condizioni di vita dell’intera popolazione;
  • La sovranità tecnologica per il multipolarismo: Il ricorso ai capitali e alla tecnologia non è un fine in sé, ma una leva geopolitica. Acquisire autonomia in settori strategici permette alla Cina di imporsi come partner multilaterale, rompendo l’egemonia del capitalismo occidentale e creando uno spazio di manovra internazionale in cui il valore non è più assoggettato alle direttive dei centri di potere finanziario dominanti;
  • L’innovazione come emancipazione dal lavoro salariato: Questo è il punto di rottura radicale con l’Occidente. Mentre nel capitalismo l’automazione che espelle lavoro vivo crea crisi di sovrapproduzione e disoccupazione (poiché il sistema richiede lavoro salariato per valorizzare il capitale), la strategia cinese prepara un futuro ove l’automazione diviene la base per ridurre o eliminare la necessità stessa del lavoro salariato. L’obiettivo è sottrarre la produttività delle macchine alla logica del profitto per il capitale, convertendola in tempo liberato per la società.

É interessante notare che ove il capitalismo occidentale, di fronte all’automazione, risponde con la distruzione di capacità produttiva e l’espulsione di forza-lavoro nel sottoproletariato — poiché l’automazione mina la base del plusvalore estraibile dal lavoro vivo — la Cina persegue l’automazione come fine deliberato. L’orientamento verso una base tecnologica iper-sviluppata, libera dalla necessità di valorizzare capitale monetario, delinea un orizzonte in cui la riduzione del tempo di lavoro necessario non si traduce in disoccupazione di massa, ma in una trasformazione della struttura sociale. In questo senso, l’economia cinese opera come un’architettura di transizione: essa utilizza le categorie mercantili, ma le priva del loro carattere di dominio incondizionato. Il profitto, anziché essere il fine teleologico, è degradato a variabile dipendente e strumento di finanziamento dell’espansione materiale.

Siamo dunque di fronte a un processo in cui il comando politico sulla produzione non si limita a correggere le distorsioni del mercato, ma ne nega progressivamente la logica intrinseca, subordinando l’accumulazione alla costruzione di una potenza produttiva il cui scopo ultimo è l’automazione integrale del processo vitale. La distinzione non è dunque di grado, ma di sostanza: il capitalismo accumula per il profitto, la Cina accumula forze produttive per emancipare, nel tempo, la produzione dalla forma-merce. Un nuovo paradigma che potremmo, non senza qualche esitazione, teorizzare come D-M-D’-M’: se il ciclo capitalista incarna la ricerca di un profitto individuale da reinvestire senza posa,  il ciclo D-M-D’-M’ descrive la razionalità del sistema cinese, ove l’accumulazione è il motore, ma il benessere condiviso – come declinato nelle fasi dello sviluppo – ne costituisce il dispositivo di uscita e la giustificazione ultima.

Riassumendo, il socialismo con caratteristiche cinesi utilizza le categorie mercantili — mercato, impresa, profitto — non come fine ultimo, ma come un ponte tattico: la Cina sta tentando di edificare una società in cui la logica del profitto non sia più la legge di movimento che governa la vita sociale, ma un relitto storico destinato a essere superato dalla capacità di produrre abbondanza al di fuori del vincolo della valorizzazione del capitale

Aggiungeremmo che, da un punto di vista di rapporti sociali, bisogna distinguere il piano della logica del sistema dal piano dei soggetti che in esso operano. Il capitalista cinese in carne ed ossa — la classe borghese — persegue indubbiamente il proprio vantaggio, il proprio arricchimento e il consolidamento del proprio potere sociale. Tuttavia, l’errore prospettico da evitare è scambiare questo vantaggio individuale (o di classe) per la ragione d’essere (la teleologia) del modo di produzione: la Cina, in questo quadro, opera una negazione dialettica proprio su questo punto:

  • La separazione tra classe e sistema: In Cina, la classe imprenditoriale esiste e persegue il proprio vantaggio, esattamente come nel capitalismo occidentale. Tuttavia, essa è stata privata della sua funzione di “classe dirigente” del processo economico complessivo. Lo Stato agisce come un ente che permette al capitalista di operare — concedendogli lo spazio per il vantaggio individuale — solo finché questa attività coincide con lo sviluppo delle forze produttive orientato strategicamente verso l’alto;
  • La subordinazione del vantaggio: Se in Occidente lo Stato è (nella sua configurazione classica) il comitato d’affari della classe capitalista, in Cina il rapporto è invertito. Il capitalista cinese è ammesso al banchetto del profitto a condizione che il suo agire rimanga un “mezzo” per un fine che gli è esterno (lo sviluppo nazionale, la stabilità, l’automazione). Se il vantaggio privato del capitalista entra in rotta di collisione con la teleologia strategica dello Stato, è il capitalista a dover retrocedere, non il piano statale.

Quindi, quello del socialismo con caratteristiche cinesi non è un semplice “mix”, ma utilizzo consapevole delle categorie del capitalismo (mercato, profitto, impresa privata) come strumenti tattici all’interno di una cornice che ha come scopo teleologico la rottura di quella stessa logica. Il capitalista cinese gioca al gioco del profitto, ma sa di non poterlo trasformare nella legge suprema che governa l’intero corpo sociale; sa che esiste un perimetro invalicabile, imposto da una pianificazione che vede nel profitto solo un passaggio temporaneo, destinato a essere superato nella transizione verso la società dell’abbondanza automatizzata.

Concludendo, il modello cinese impone alle forze produttive una finalità extra-economica: il profitto privato è degradato a variabile dipendente, tollerato e incentivato solo finché funge da “ponte” necessario alla costruzione di una potenza produttiva che, nel lungo periodo, deve emanciparsi dal vincolo del valore di scambio. Mentre il capitalismo occidentale, di fronte alla crisi, risponde distruggendo capacità produttiva o marginalizzando forza-lavoro, la Cina persegue la costruzione di una base tecnica iper-sviluppata, il cui scopo ultimo è rendere la produzione abbondante al punto da rendere obsoleta la categoria stessa di lavoro salariato.

Siamo quindi dinanzi a un sistema che utilizza il mercato per finanziare la propria uscita dalla logica del mercato, pianificando una transizione storica in cui l’accumulazione di macchine non serve più ad alimentare l’automa del profitto, ma a porre le basi materiali di una società in cui la produzione è finalizzata esclusivamente al benessere diffuso (la famosa Xiaokang (小康社会, Xiǎokāng Shèhuì, che viene tradotto ufficialmente come “società moderatamente prospera” e che sappia evolvere in vera e propria  “Prosperità Comune” o Gòngtóng Fùyù, 共同富裕) – sia in madrepatria che a livello geopolitico globale. Con buona pace di liberali e liberisti.

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