Riarmo giapponese, la Russia e Isole Curili

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Gianclaudio Vianzone

Autore: Gianclaudio Vianzone

Docente di Cultura giapponese presso l’Università Popolare di Torino e Segretario Regionale PCUP Piemonte

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Con il riacuirsi delle conflittualità extraterritoriali determinate dalla strategia imperialista statunitense, sono riemerse all’attenzione pubblica anche vecchie dispute mai definitivamente risolte. Fra queste, la vicenda delle Isole Curili. Tali isole, geograficamente poste fra la Russia e il Giappone, di fatto sono parte di un lungo lembo di terra che nei secoli è stato in parte ricoperto dall’acqua del mare, determinandone l’attuale strutturazione in isole che compongono un arco insulare di natura vulcanica.

La loro esistenza venne scoperta nel 1634 dall’olandese Martin de Vries e già all’epoca pare fossero abitate dagli Ainu, l’antica popolazione autoctona del Giappone. Ma nel 1711 vi giunsero anche i navigatori della Russia zarista e da quel momento iniziò la disputa sul possesso. Storicamente, si giunse ad un primo accordo nel 1855, a Shimoda, in cui al Giappone si attribuiva la sovranità delle quattro isole più vicine al proprio territorio e le altre alla Russia, con un’amministrazione congiunta dell’isola di Sakhalin. Poi si giunse ad un’ulteriore intesa nel 1875, quando venne sottoscritto il Trattato di San Pietroburgo, con il quale si attribuiva al paese del Sol Levante tutto l’arcipelago, lasciando alla Russia la titolarità dell’isola di Sakhalin.

Tale situazione però andò a mutare conseguentemente alla Seconda Guerra mondiale, quando l’esito del conflitto portò a ridefinire le sovranità territoriali, penalizzando i Paesi nazifascisti che avevano perso e venivano poi colonizzati dagli Usa, come l’Italia e il Giappone.

Quel momento però segnò anche un nuovo corso geopolitico e quella che poteva apparire come una disputa fra due contendenti, di fatto diventava una importante manovra sul piano delle strategie internazionali, posto che l’Italia, come il Giappone, diventavano avamposti della forza bellica statunitense. Da lì a poco, la nascita della Nato nel 1949 sigillò tale situazione.

Nel 1951, all’atto di siglare il Trattato di Pace di San Francisco, il Giappone, dovette cedere i diritti sulle isole Curili. Simultaneamente la Russia cacciò la popolazione giapponese che viveva sulle isole.

Negli anni seguenti vi furono ancora alcuni tentativi di ridefinire la questione, soprattutto negli anni in cui la tensione pareva allentarsi e il Giappone incominciò a rilevare che quanto siglato a San Francisco non comprendeva le quattro isole più meridionali dell’arcipelago, Etorofu, Kunashir, Shikotan e il gruppo delle Habomai ed a rivendicarne la sovranità.

Ciò veniva rafforzato anche attraverso due diversi rilievi:

  • Che tali isole sarebbero state emanazioni a Nord del territorio nipponico e non la coda a Sud delle Isole discusse nel trattato di San Francisco;
  • Che sotto un profilo giuridico, quanto pattuito nel 1855 con il Trattato di Shimoda, fissando il confine fra Etorofu ed Urup, dimostrava la correttezza di ciò.

Da allora, e sino al 2022, non si diede più molto rilievo alla questione delle Isole Curili ma ciò è tornato alla ribalta delle cronache perché il quadro internazionale, sotto l’essenziale spinta degli Usa, si è deteriorato e le sanzioni occidentali imposte alla Russia sono state sostenute anche dal Giappone.

Ma in tutto ciò quale è stata la posizione del Partito Comunista Giapponese? La seguente: sin dal 1945 il Partito Comunista Giapponese (日本共産党 – Nihon Kyōsan-tō) ha contestato la ripartizione delle Isole definendo la disputa sulla sovranità come un problema di tipo imperialistico, definito “espansionismo ingiusto” e quindi non condivisibile.

Nella grande tensione che permea oggi le questioni geopolitiche, si può osservare, anche sotto un profilo di banale logica pratica, quanto sia fondamentale per la Russia arrestare l’avanzata della Nato (non è così per l’Ucraina nazifascista e filo americana?) ai propri confini e, analogamente si apre un grande interrogativo sulla posizione di quei Paesi, come l’Italia e il Giappone, ove il potere statunitense pesa quanto e più della Nato e l’apparente indipendenza di tali nazioni trova una singolare condivisione con il dettato generale statunitense.

Viviamo sotto l’egemonia pressoché totale dei media dell’Occidente imperialista ed è estremamente difficile districarsi da tale potere, volto alla costruzione di una coscienza subordinata. A partire da ciò ci sembra centrale rievocare la posizione assunta, sulle isole Curili e sulla recente visita di Putin su queste isole, la posizione espressa dall’Ambasciatore russo in Giappone Nikolai Nozdryov, che ha definito la dura reazione di Tokyo alla visita di Putin nelle isole Curili meridionali, una “protesta infondata”.

Così la diplomazia russa: “In risposta alla protesta giapponese, il capo della missione diplomatica di Mosca ha spiegato che le Isole Curili Meridionali sono parte integrante della Federazione Russa e sono entrate a far parte del suo territorio a seguito della Seconda Guerra Mondiale, in base ai principi del diritto internazionale. “La loro sovranità è fuori discussione” – ha dichiarato ancora la missione diplomatica russa in un comunicato stampa diffuso dopo la convocazione dell’ambasciatore russo al Ministero degli Esteri giapponese.

Il testo della diplomazia russa sottolinea inoltre che le visite del presidente Putin alle isole “costituiscono decisioni esclusivamente sovrane delle autorità russe “e pertanto non possono essere oggetto di discussione con Stati stranieri”.

Il 13 agosto Putin si è recato nelle Isole Curili. In particolare, è arrivato sull’isola di Iturup, dove ha visitato, tra le altre strutture, un impianto di lavorazione del pesce e un ospedale. Presso l’impianto, il presidente russo ha osservato le attività, ha assaggiato il caviale locale e ha conversato con gli operai, posando anche per delle fotografie con il personale.

La protesta di Tokyo e il rinnovo delle vecchie rivendicazioni territoriali sono giunte il giorno dopo che Putin, durante la sua visita a Yuzhno-Sakhalinsk, ha supervisionato la fase finale delle manovre su larga scala della Flotta russa del Pacifico e ha commentato le rivendicazioni giapponesi sulle isole Curili.

Ancora dalla diplomazia ufficiale russa: “Dalla metà del XX secolo, Mosca e Tokyo furono impegnate in negoziati per raggiungere un accordo di pace e definire l’esito della Seconda Guerra Mondiale. Il principale ostacolo al raggiungimento di tale obiettivo era il disaccordo sul destino delle isole Curili meridionali. Alla fine della guerra, nel 1945, l’intero arcipelago fu incorporato nell’Unione Sovietica ma, oggi, il Giappone contesta la sovranità su Iturup, Kunashir, Shikotan e un gruppo di piccole isole disabitate. Da parte sua, il Ministero degli Esteri russo ha ripetutamente sottolineato che la sovranità russa su questi territori è supportata dal quadro giuridico internazionale vigente ed è fuori discussione”.

Dopo l’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro la Russia, Mosca si è rifiutata, nel marzo 2022, di proseguire i negoziati sulle questioni relative alle isole Curili e a un trattato di pace. In aprile, Tokyo ha nuovamente definito – per la prima volta dal 2003 – la parte meridionale delle isole come “illegalmente occupata”.

Per il Giappone, quindi, la vicenda delle isole Curili ha una doppia motivazione: quella di recuperare un’armonia territoriale da un lato e quella di obbedire al diktat americano dall’altra. Occorre peraltro evidenziare che la deriva militare aggressiva assunta dal Giappone, iniziò proprio con il disfacimento di un sistema che aveva sancito l’evoluzione morale di un popolo e che portava al Governo gli Zaibatsu (gli imprenditori neoliberisti giapponesi) autori della restaurazione Meiji. Prima di ciò, al fine di evitare conflittualità, il Giappone aveva chiuso le frontiere per duecento anni circa, allontanando proprio quegli occidentali che vi erano immigrati con finalità imperialistiche e solo con un colpo di mano militare gli Usa vi erano rientrati, nel 1853 grazie al Commodoro Perry. Non casualmente il Trattato di Shimoda è del 1855, proprio mentre era in atto detta restaurazione.

La questione delle isole Curili è, oggi più che mai, un evidente riflesso della nuova politica imperialista e bellica giapponese, una nuova politica che punta, attraverso il governo di destra e filoamericano guidato da Sanae Takaici (grande amica di Giorgia Meloni), del Partito Liberal Democratico (LDP), ad un nuovo nazionalismo nipponico.

Il governo conservatore e reazionario Takaici sta di gran lunga facendo superare al Giappone i limiti di riarmo imposti al Paese del Sol Levante dalle forze antifasciste vincenti del Secondo dopoguerra. Tokio, anche sotto la spinta delle nuove aziende belliche giapponesi, sta incrementando le spese militari, modificando le regole sull’esportazione di armamenti e potenziando le infrastrutture strategiche, all’interno di un nuovo quadro politico nipponico segnato dall’alleanza subordinata con gli Usa e all’avversità sempre crescente con la Cina e con la Corea del Nord. Persino in relazione al riarmo nucleare l’estrema destra giapponese sta rialzando la testa per rivendicare al Giappone la legittimità di dotarsene. E occorre ricordare come temporalmente vicinissima (13 agosto scorso) è stata la dura critica, di tipo ipernazionalista, alla vista di Putin alle isole Curili, a quel 6 agosto (1945) in cui si commemora la bomba atomica su Hiroshima.

La spesa militare giapponese attuale (che, ricordiamo, aggira bellamente i limiti imposti dalle forze antifasciste del Secondo dopoguerra) sta superando gli 8.800 miliardi di yen complessivi, puntando ad un piano quinquennale di 43.000 miliardi di yen complessivi.

Tokyo ha avviato un dispiegamento di missili capace di colpire bersagli a grande distanza e il Giappone sta divenendo di nuovo un importante fornitore di armi all’estero. Tutto ciò in palese violazione dell’articolo 9 della Costituzione nipponica, che è invece ispirato al non riarmo, tutto ciò di fronte alle critiche severe della Cina e di Taiwan e di fronte a forti movimenti popolari di lotta contro il riarmo, di cui il PCG è tra i protagonisti.

Anche i comunisti e le forze antimperialiste italiane sono, naturalmente, chiamate alla lotta contro il riarmo imperialista nipponico, che si rafforza in un quadro di degenerazione bellica del liberismo internazionale, deleterio non solo per quanto produce in negativo sulla società in quanto struttura priva di etica, ma come diceva Antonio Gramsci, quale forza di egemonia culturale che attraverso un condizionamento imperialista denota la sua espansione transnazionale. Ciò che va quindi osservato è che se un sistema è struttura e sta palesemente mutando le sovrastrutture globali, in Italia come in Giappone la volontà politica dei governi non trova piena rispondenza nella popolazione e ciò lascia aperti ampi margini di espressione, nei quali il pensiero comunista e antimperialista può trovare consenso. Quel consenso che va trasformato in un oggettivo ribaltamento del potere egemonico e che può così superare il principio di sovranità soggetta al mercato per ripristinarne una ben più solida, fondata sull’unità della volontà popolare.

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