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Poco prima di suicidarsi, per non essere consegnato ai nazisti, Walter Benjamin scrisse nelle sue Tesi di filosofia della storia: «anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince». Con questa frase voleva ricordarci che sono i vincitori a scrivere la storia. Un concetto che ritroviamo anche nella poesia di Bertolt Brecht Domande di un lettore operaio: «Chi costruì Tebe dalle Sette Porte? Dentro i libri ci sono i nomi dei re. I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?».
La storia serve a giustificare il presente. Quando cambia un sistema politico, tra le prime cose che vengono modificate ci sono i libri di storia, non certo quelli di chimica o di matematica. Dalla fine degli anni Ottanta, in Italia viene continuamente ripetuto che nazismo e comunismo sono la stessa cosa e che, di conseguenza, non esistono alternative al modello liberale. Negli ultimi trent’anni questo ha significato, tra le altre cose, una crescita della povertà e delle disuguaglianze. La lotta di classe è anche una lotta teorica: studiare il passato aiuta a comprendere il presente e rivendicare l’importanza delle lotte del movimento operaio è parte della più generale lotta per la liberazione delle masse oppresse.
Questa breve premessa spiega perché oggi sia importante affrontare il tema della carestia dei primi anni Trenta, che colpì l’Ucraina ma non solo l’Ucraina. Così come è importante combattere le falsificazioni sulle foibe e sulla Resistenza, è giusto capire che cosa sia realmente accaduto, perché siamo di fronte a uno dei principali argomenti utilizzati per equiparare nazismo e comunismo. Si arriva a contrapporre all’Olocausto nazista il cosiddetto Holodomor («morte per fame»), mentre le stime delle vittime sono arrivate fino a oltre 14 milioni, vale a dire più della metà della popolazione ucraina dell’epoca.
Oltre a equiparare nazismo e comunismo, la strumentalizzazione di un fatto storico serve a rafforzare le argomentazioni russofobe. In questo caso sono gli stessi liberaldemocratici ad avvicinarsi alle categorie del nazismo: quando Hitler diede il via all’Operazione Barbarossa, lo fece anche con l’obiettivo di sterminare e schiavizzare quella che considerava una razza inferiore. Forse oggi le argomentazioni sono più sottili di quelle dei nazisti, ma si torna a rapportarsi ai russi come a Untermenschen, per cui possiamo, o meglio dobbiamo, impedire agli artisti russi di esibirsi in Italia perché rischierebbero di contaminare la nostra presunta purezza occidentale.
Quando si scopre la carestia?
Parlando della carestia in Ucraina, dobbiamo innanzitutto chiarire una cosa: nessuno nega che essa ci sia stata e nessuno nega che abbia provocato numerose vittime. Ciò che sostiene una certa storiografia è che la carestia sia stata creata artificialmente, o quantomeno «utilizzata», da Stalin per sterminare i suoi nemici: gli ucraini e i contadini. Viene da chiedersi come mai nel 1936, quando ci fu un’altra, anche se più limitata, carestia, Stalin non abbia «finito il lavoro», ma anzi il Partito abbia corretto alcuni degli errori commessi.
Verrebbe da dire: «nulla di nuovo sotto il sole». Non è la prima volta che la carestia ucraina viene raccontata in questi termini. I primi a farlo furono i nazisti, che produssero una grande quantità di materiale falso, in parte ancora oggi utilizzato. Furono seguiti presto dai giornali statunitensi di William Randolph Hearst, «il primo fascista d’America», la cui figura avrebbe ispirato Quarto potere di Orson Welles. Un giornalista, Thomas Walker, inviato in Unione Sovietica, pubblicò articoli corredati da fotografie nei quali denunciava quello che definiva lo sterminio perpetrato dal governo sovietico: una carestia che, a suo dire, aveva provocato sei milioni di vittime in Ucraina.
È una storia interessante perché un altro giornalista, Louis Fischer, che lavorava per The Nation, indagò su quegli articoli e scoprì che Thomas Walker non era mai stato in Ucraina e aveva utilizzato fotografie realizzate da altri. Alcune erano state scattate in estate, altre in inverno, eppure il servizio pretendeva di riferirsi allo stesso periodo. Inoltre, alcune fotografie erano state realizzate durante la carestia del 1921.
Alla fine si scoprì che Thomas Walker in realtà si chiamava Robert Green e aveva cambiato nome dopo essere evaso da un carcere del Colorado. Walker/Green ammise le falsità da lui scritte, che tuttavia continuano ancora oggi a essere citate come fonti attendibili.
Nel fervore nazifascista, un altro personaggio merita di essere ricordato: Sergio Gradenigo, citato — ma solo in parte — dall’ambasciatore ucraino in Italia il 9 novembre 2021. L’ambasciatore lo presenta come fonte autorevole a sostegno della tesi del massacro organizzato, ma omette di ricordare che, secondo Gradenigo, nel massacro organizzato dal governo sovietico gli ebrei avrebbero avuto «una parte molto larga». Non solo: secondo il console italiano, nessun ebreo si sarebbe trovato tra le vittime della carestia, perché tutti sarebbero stati grassi e ben nutriti sotto le fraterne ali della GPU. Sono evidentemente parole deliranti, che solo nella nuova Ucraina, dove Bandera è stato trasformato in un eroe nazionale, possono trovare ascolto. Per la cronaca, va ricordato che Sergio Gradenigo si sarebbe dimesso per andare a combattere come volontario in Abissinia, finendo poi i suoi giorni in Argentina dopo la fine della guerra.
Il tema della carestia indotta tornerà durante il maccartismo e negli anni successivi. Nel 1964, Dana Dalrymple fu protagonista di un’operazione a suo modo involontariamente comica: pubblicò su Soviet Studies uno «studio» nel quale calcolava in 5,5 milioni i morti della carestia attraverso la media aritmetica delle stime fornite da alcuni autori, scelti in modo del tutto soggettivo e senza un criterio esplicito. È interessante notare che tra questi personaggi figuravano ex collaborazionisti, come Prychodko e Schiller, e ancora una volta Thomas Walker/Robert Green.
Il terzo appuntamento con la carestia arrivò negli anni Ottanta, quando il reaganismo trasformò l’URSS nell’«impero del male». Fu in quegli anni che Robert Conquest pubblicò Raccolto di dolore, divenuto una sorta di bibbia per tutti i russofobi, che continuano a citare un libro costruito senza adeguati criteri storici. Conquest mette in discussione l’attendibilità delle fonti demografiche sovietiche e parla di «demografi occidentali» ritenuti più attendibili, senza però indicare con precisione le fonti sulle quali fondare questa maggiore attendibilità. Ovviamente, anche Conquest non può rinunciare alla citazione di Thomas Walker/Robert Green.
Se tutto questo può essere declassato a folclore, è invece interessante citare il libro di Orest Subtelny, Ukraine: A History, nel quale l’autore vorrebbe dimostrare come l’idea di Ucraina sia nata dalla volontà di raccogliere l’eredità della Rus’ di Kiev e come tutta la storia successiva possa essere letta come la storia dell’oppressione russo-sovietica contro un popolo ucraino desideroso di darsi uno Stato.
Siamo qui in presenza di un discorso storico — o che tale vorrebbe essere — chiamato a sostenere un’operazione politica. Già negli anni Cinquanta, come ricorda Gianandrea Gaiani nel suo L’ultima guerra contro l’Europa, gli Stati Uniti «valutavano di infiltrare incursori e destabilizzare l’Ucraina». Negli anni Ottanta, come già durante l’invasione nazista, queste correnti nazionaliste avrebbero dovuto contribuire alla destabilizzazione dell’URSS.
La questione contadina in Russia e in Unione Sovietica
Una parte della storiografia ha oggi ripreso questi argomenti commettendo, almeno a mio avviso, un grosso errore metodologico. Si parte dall’idea dell’oppressione che la Russia avrebbe esercitato sull’Ucraina e, alla luce di questa interpretazione, si rilegge l’intera storia. Questo approccio, però, non permette di analizzare due questioni essenziali: innanzitutto la questione contadina, centrale nella storia russa, e poi il fatto che la carestia non colpì soltanto l’Ucraina e neppure soltanto l’Unione Sovietica.
Se guardiamo alla storia dell’Ottocento russo, ci accorgiamo di quanto la questione contadina fosse centrale. Nel censimento del 1897 la popolazione contadina dell’Impero russo ammontava a 96,9 milioni di persone, pari al 77,1% del totale. Il XIX secolo russo ruota in larga misura attorno alla questione della servitù della gleba, alla sua abolizione e al problema della modernizzazione dell’agricoltura. La letteratura russa rappresenta uno strumento particolarmente importante per comprendere questo dibattito, le angosce e le speranze che attraversavano le nuove generazioni.
Non è un caso che uno dei romanzi politici più importanti dell’epoca, Che fare? di Nikolaj Černyševskij, abbia esercitato una grande influenza sui giovani rivoluzionari russi. La sua influenza fu tale che Lenin, quasi quarant’anni dopo, riprese deliberatamente lo stesso titolo per il suo Che fare? dedicato alla costruzione del partito rivoluzionario.
Fino al 1861, da una parte c’era chi temeva che la liberazione dei servi della gleba potesse portare la rivoluzione in Russia, dall’altra chi invece la auspicava. L’abolizione della servitù della gleba fu però il risultato di un compromesso all’interno della nobiltà, tra quella delle «terre nere», che viveva prevalentemente di agricoltura, e quella più legata allo sviluppo industriale. Questo compromesso tradì le grandi aspettative di progresso e modernizzazione. Dopo il 1861 si aprì così una riflessione sulla capacità di uno Stato apparentemente incapace di trasformarsi.
All’inizio del Novecento, dopo la Rivoluzione del 1905, ci fu il tentativo di Stolypin di «prussianizzare» la Russia. Fervente ammiratore di Bismarck, Stolypin tentò di creare nel paese una classe di proprietari agricoli sul modello degli Junker, con l’obiettivo di modernizzare l’agricoltura. La sua riforma puntava a una trasformazione capitalistica del sistema agricolo russo, ancora in larga parte legato a strutture feudali, attraverso la formazione di una classe di agricoltori proprietari e, parallelamente, di un proletariato agricolo. Lenin dedicò grande attenzione a queste riforme, contrapponendo, in questa fase, al modello prussiano quello statunitense del farmer. La riforma Stolypin non diede i frutti sperati e prima il suo assassinio, poi lo scoppio della Prima guerra mondiale, congelarono il dibattito.
La Rivoluzione e il dibattito interno al Partito
La Rivoluzione del 1917 fu possibile anche grazie all’alleanza fra operai e contadini, che risultò fondamentale anche per la vittoria nella guerra civile. La questione contadina si innestò quindi nel dibattito sul futuro dell’industrializzazione del paese.
La sconfitta della rivoluzione in Germania fece venir meno la speranza che la Rivoluzione potesse rapidamente estendersi al resto d’Europa. Questo pose al centro del dibattito la costruzione del socialismo in un solo paese: non era più possibile contare sull’aiuto dei paesi industrializzati per sviluppare l’URSS e la questione doveva essere affrontata all’interno dell’Unione Sovietica. La NEP nasce anche da questa necessità. Lenin la presentò, oltre che come un arretramento tattico, come una nuova forma di alleanza fra operai e contadini. È questa la sua base politica ed economica.
Il dibattito che si sviluppò dopo la morte di Lenin vide come protagonisti Bucharin e Preobraženskij. Quest’ultimo, legato a Trockij, accettava comunque la necessità di costruire il socialismo in un solo paese, ma riteneva necessario che fossero i contadini a «pagare» il costo dello sviluppo industriale: l’agricoltura doveva essere espropriata per consentire l’accumulazione necessaria allo sviluppo sovietico.
Bucharin, in questa fase alleato di Stalin, continuava invece a difendere l’impostazione leninista: lo sviluppo dell’industria doveva essere perseguito senza mettere in discussione l’alleanza fra operai e contadini. Se l’agricoltura fosse stata modernizzata, grazie all’intervento dello Stato, la maggiore ricchezza prodotta avrebbe potuto garantire le risorse necessarie allo sviluppo dell’industria.
Fu un dibattito molto approfondito e di grande valore, che per ragioni di spazio ho necessariamente riassunto in poche battute. La posizione di Stalin e Bucharin uscì inizialmente vincitrice, ma poi, paradossalmente, Stalin fece proprie le posizioni di Preobraženskij, che fu temporaneamente riabilitato, e avviò la collettivizzazione.
Che cosa successe in questo passaggio? Molti storici hanno ridotto tutto alla personalità di Stalin, sostenendo che egli si muovesse principalmente per conquistare il potere: eliminata la «sinistra» di Trockij, avrebbe poi regolato i conti con la «destra» di Bucharin. È, a mio avviso, una lettura riduttiva. Limitare un dibattito sul futuro economico di un paese a una contrapposizione personale significa non considerare la complessità delle questioni in gioco.
Se guardiamo al dibattito tra Preobraženskij e Bucharin, dobbiamo riconoscere oggettivamente i punti di forza di entrambe le posizioni, ma anche le debolezze. Preobraženskij vedeva nei contadini una classe potenzialmente antagonista e riteneva che il loro ruolo nell’accumulazione socialista potesse essere paragonato, per certi aspetti, a quello delle colonie nei paesi capitalisti. Bucharin coglieva invece l’importanza dell’alleanza tra contadini e operai, ma il problema rimaneva quello delle risorse necessarie agli investimenti industriali, che non potevano essere garantite soltanto da un aumento della ricchezza e dei consumi nelle campagne.
Stalin, a mio avviso, colse questo limite e lo interpretò alla luce del quadro internazionale. La consapevolezza, che si fece strada all’inizio degli anni Trenta, che un attacco all’URSS sarebbe stato inevitabile portò alla necessità di sviluppare rapidamente l’industria pesante. Per fare questo era necessario anche un nuovo modello agricolo. La produzione agricola per ettaro era inferiore a quella tedesca o statunitense, anche perché il sistema produttivo non si era ancora modernizzato.
L’agricoltura è sempre condizionata dal clima, ma un’agricoltura ancora in larga parte arretrata, di fronte a una crisi climatica, può precipitare un’intera popolazione nella fame. Un’agricoltura modernizzata, invece, pur in presenza di un calo dei consumi, può mantenere una produzione sufficiente a nutrire la popolazione, come sarebbe avvenuto successivamente, con la sola significativa eccezione del 1946, nel dopoguerra.
Collettivizzazione
Per modernizzare l’agricoltura occorreva quindi meccanizzare la produzione e costruire fattorie collettive. Presentare questa riforma semplicemente come una riforma «contro i contadini» è, a mio avviso, sbagliato. Certamente, accanto ai kulaki, anche una parte dei contadini medi si oppose, ma la parte più povera della popolazione agricola non fu necessariamente contraria alla collettivizzazione.
La produzione agricola doveva in parte essere esportata e, in cambio, l’Unione Sovietica riceveva i macchinari indispensabili per sviluppare l’industria pesante. Mentre durante la NEP gli agricoltori potevano commerciare la parte eccedente del raccolto, con la collettivizzazione lo Stato tornò, per alcuni aspetti, a una logica simile a quella del comunismo di guerra: ai contadini rimaneva una quota destinata a coprire i bisogni delle famiglie e a garantire la semina dell’anno successivo, mentre il resto spettava allo Stato.
Certamente, la riforma provocò anche proteste. Una parte dei contadini, soprattutto quelli più ricchi, nascose i raccolti o ridusse la produzione. Già durante la NEP, infatti, non erano mancati casi in cui i kulaki si rifiutavano di vendere una parte del raccolto, aspettando che il prezzo aumentasse. Questa forma di speculazione non poteva più essere tollerata da uno Stato che riteneva necessario accelerare l’industrializzazione e prepararsi a un possibile conflitto.
Esistono studi approfonditi sulla lotta che si sviluppò contro la riforma. Senza entrare nel merito della consistenza numerica di questa opposizione, non si può però non sottolineare quanto essa fosse pervasiva. Alcuni dati aiutano a comprendere la dimensione dello scontro. Per non consegnare gli animali alle fattorie collettive, molti contadini decisero di macellarli. Tra il 1928 e il 1933 i cavalli passarono da circa 30 a 15 milioni, i bovini da 70 a 38 milioni, mentre ovini e caprini passarono da 147 a 50 milioni. Le squadre inviate dal Partito per provvedere al raccolto nei luoghi in cui i kulaki lo boicottavano venivano attaccate e, in alcuni casi, alcuni dei loro componenti furono uccisi. Ci furono anche casi in cui dirigenti del Partito parteciparono alla lotta contro la riforma.
La risposta del governo fu molto dura. Sarebbe però altrettanto sbagliato sostenere che il governo avesse elaborato un piano per condannare deliberatamente alla fame milioni di persone. Ci furono casi in cui le autorità bloccarono le quote di approvvigionamento assegnate a singoli villaggi o comunità, ma tali misure erano legate alla ripresa delle attività di raccolta e di semina. Questo non significa negare le responsabilità delle autorità sovietiche, né la durezza delle misure adottate, ma distinguere tra una politica repressiva e una volontà deliberata di sterminio attraverso la fame.
È in questo contesto di scontro che si sviluppò una carestia alla quale contribuirono anche fattori climatici. Essa colpì non solo l’Ucraina e il Caucaso, ma anche altre aree dell’Europa orientale, tra cui la Polonia.
Scrive a questo proposito Piotr Guzowski, nel suo libro Rural Poverty in Poland Between the Wars: «Verso la fine del 1934, il potere d’acquisto dei polacchi rurali era sceso al 43% del livello del 1928. I consumatori urbani beneficiavano del calo dei prezzi alimentari, ma il lavoro scarseggiava, con la produzione industriale nel 1932 al 58% del livello pre-depressione e la disoccupazione sopra il 40% negli anni 1932–1934».
Anche negli Stati Uniti ci furono gravissimi problemi legati all’agricoltura e alla crisi economica. Secondo i dati citati da Gérard Béaur e Francesco Chiapparino, 8,5 milioni di persone finirono nei campi di lavoro, mentre vi furono 2,5 milioni di mendicanti.
Certamente, in questi paesi la crisi non ebbe le conseguenze che ebbe in Unione Sovietica, ma, come abbiamo visto, il passaggio che l’URSS stava attraversando era particolarmente difficile e caratterizzato da una trasformazione economica e sociale senza precedenti, in un quadro di isolamento internazionale. Il paese era sottoposto a sanzioni e i suoi beni all’estero erano stati sequestrati. Erano pochi i beni che potevano essere commerciati e le potenze straniere non accettavano pagamenti in oro, mentre richiedevano valuta estera o beni come il grano. È anche alla luce di questa situazione che va interpretata la decisione di Stalin di continuare a esportare cereali nonostante la carestia, cosa che non fece nel 1936.
I risultati
Robert Allen, nei suoi studi, stima che tra il 1928 e il 1937 la dimensione media delle aziende agricole aumentò del 92%, accompagnandosi a un aumento del reddito urbano. Secondo Alec Nove, tra il 1933 e il 1938 la produzione bellica aumentò del 286%.
Dal punto di vista economico e produttivo, la trasformazione dell’URSS ebbe dunque conseguenze enormi. Permise al paese di costruire in pochi anni una potente industria pesante che creò le condizioni che gli consentirono di resistere all’invasione nazifascista. Il cambiamento fu straordinario: un paese che nel 1917 era prevalentemente agricolo e fortemente arretrato arrivò, nel 1961, a mandare il primo uomo nello spazio.
Naturalmente, dall’altra parte, si sostiene che questo sviluppo sia stato pagato con milioni di morti. Robert Conquest arrivò a stimare in 14,5 milioni le vittime nella sola Ucraina, mentre altri autori sono arrivati a cifre ancora più elevate, fino a parlare di decine di milioni di morti nell’intera storia sovietica.
Nel caso di Conquest, nel calcolo vengono considerate anche le mancate nascite. Ma morti e non nati non sono la stessa cosa e non possono essere sommati automaticamente. Le dinamiche demografiche dipendono da molti fattori: certamente l’incertezza sul futuro può influenzare le decisioni delle famiglie, ma può incidere anche la trasformazione della condizione femminile e, più in generale, il passaggio da una società rurale a una società industriale, che tende a modificare il numero medio dei figli.
Sono dunque ragionamenti complessi che non possono essere ricondotti a un unico computo.
Viktor Nikolaevič Zemskov, uno degli storici che più si sono occupati del sistema dei Gulag e tra i primi ad avere accesso agli archivi della polizia segreta sovietica dopo la loro apertura, stima in circa 3,5 milioni i morti nell’intera Unione Sovietica durante la carestia. In questa cifra sono comprese le persone morte direttamente per fame e quelle decedute a causa delle epidemie che si svilupparono in quel contesto.
Si tratta di una cifra molto più contenuta rispetto alle stime di Conquest e degli autori che hanno parlato di un genocidio deliberato degli ucraini. A sostegno di questa lettura viene richiamato anche il dato demografico: tra il 1926 e il 1939 la popolazione ucraina aumentò complessivamente di circa 3,4 milioni di persone.
Nel bilancio delle vittime e delle conseguenze della politica di collettivizzazione bisogna inoltre considerare i kulaki deportati in esilio. Secondo le stime di Zemskov, nel 1930-1931 furono deportate circa 1,8 milioni di persone; nel 1932 ne rimanevano circa 1,3 milioni, perché circa 500.000 erano state successivamente rimandate indietro. Durante l’esilio, tra il 1932 e il 1940, si registrarono 230.258 nascite e 389.521 decessi. Se però si prende in considerazione il periodo 1935-1940, il rapporto si rovescia: le nascite furono 181.090 contro 108.154 decessi.
Se si accusa Zemskov di faziosità perché ritenuto vicino alle posizioni del governo russo, allora con quale criterio si dovrebbe considerare più neutrale Robert Conquest, la cui lettura della storia sovietica si è sviluppata all’interno di un preciso contesto politico e culturale anticomunista? Se il criterio è l’eventuale vicinanza politica dello storico, dovrebbe essere applicato in modo coerente a entrambe le parti. Comunque, il dibattito non può essere limitato a questi due autori. Nel presente lavoro, inoltre, non mi sono posto l’obiettivo di stabilire il numero esatto delle vittime: non è questo il tema che intendo affrontare. Il mio obiettivo è comprendere le cause della carestia e verificare se esistano elementi sufficienti per sostenere la tesi di una volontà genocidaria.
Questi dati non cancellano la durezza della repressione e le sofferenze provocate dalle deportazioni, ma rendono difficile sostenere l’idea di uno sterminio organizzato dei kulaki attraverso la fame. La politica sovietica mirava alla loro eliminazione come classe sociale e alla trasformazione radicale dei rapporti di proprietà nelle campagne; distinguere questo obiettivo dalla volontà di sterminare fisicamente ogni singolo membro di quella classe è essenziale.
Conclusioni
Sicuramente non si possono negare gli errori commessi durante questa fase. Forse il più grave fu proprio quello di aver imposto un passaggio troppo brusco da un sistema agricolo ancora in parte arretrato e legato a strutture tradizionali a un’economia industriale moderna. La trasformazione non fu omogenea e le infrastrutture, a cominciare da quelle dei trasporti e delle comunicazioni, faticavano a garantire un servizio adeguato alle nuove esigenze.
Allo stesso tempo, anche di fronte alla carestia, Stalin continuò a esportare cereali. Questa scelta, che non venne ripetuta nel 1936, può essere criticata: una riduzione delle esportazioni avrebbe probabilmente rallentato il processo di industrializzazione, ma avrebbe potuto garantire maggiori risorse alimentari alla popolazione.
Siamo quindi di fronte a errori e a decisioni politiche discutibili. Ma tutto questo, a mio avviso, non è sufficiente per dimostrare l’esistenza di una volontà genocidaria. La tragedia della carestia deve essere studiata nella sua complessità, evitando sia di negare le responsabilità del governo sovietico sia di trasformare una tragedia storica in una prova costruita a posteriori per dimostrare una tesi politica.
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