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Il nuovo saggio di Pino Arlacchi per Fazi editore, mantiene la promessa del titolo: una precisa e documentata analisi, retta dal metodo storico e storiografico, che spiega il passato e il presente della Cina, partendo dall’antichità fino a spiegare la contemporaneità, fornendo al lettore anche un’ampia bibliografia di riferimento.
Il registro linguistico della prosa cattura come un romanzo avvincente, nonostante la complessità dell’argomento, perché oltre che fornire scientificamente i necessari dati per i confronti e le verifiche, ci trasporta nel fascino di epoche lontanissime, attraverso il pensiero filosofico, l’indagine sociologica ed economica, non solo di una nazione ma anche di un continente, allontanando la narrativa superficiale della visione eurocentrica, che proietta meschinamente il concetto occidentale di stato e nazione, travisando sia la storia precedente, che quella contemporanea della Cina, per nascondere i propri misfatti predatori del colonialismo e dell’imperialismo neoliberale. È davvero un confronto culturale tra due mondi che secolarmente hanno proposto due modelli molto lontani.
Un volume indispensabile, non solo per capire come la società cinese abbia attivato una sintesi tra pianificazione statale e dinamismo di mercato, ma anche per ragionare sull’omologato modello occidentale, specie della condizione italiana e dell’Ue, immobilizzate dalla dicotomia tra interventi pubblici o iniziativa privata.
La Cina oggi dimostra l’efficacia dei suoi modelli di governance associati a capacità di azioni strategiche nella realizzazione di grandi progetti innovativi con ingenti investimenti per consistenti cambiamenti, che includono verifiche costanti e puntuali al fine di realizzare i grandi progetti nei tempi programmati.
Andrebbero organizzate lezioni di studio dei capitoli del saggio, talmente sono preziose e necessarie le informazioni, basi fondamentali per leggere il mondo, un’utile cassetta degli attrezzi per entrare ed esplorare la cultura cinese, che ci apre a nuovi punti vista, confronta e suggerisce strategie sociali e politiche: un’analisi conoscitiva mai cristallizzata, che si articola su base dialettica, proprio come le politiche cinesi, che hanno portato il paese a progredire, sconfiggendo la povertà, debellando l’analfabetismo, fino a diventare leader nelle politiche sociali, nella sicurezza, in economia e nella finanza, nelle tecnologie verdi, nei trasporti e telecomunicazioni, nella ricerca scientifica e hi tech nella produzione di software capaci di simulare il pensiero umano come l’AI, senza tralasciare la nuova frontiera della ricerca quantistica.
Soprattutto, Arlacchi, annienta la bugiarda informazione mainstream, compresa la narrazione accademica, che ha eluso l’obbligo della ricerca e della documentazione scientifica seria, perché sottomessa e serva del pervasivo dominio neoliberista.
L’autore mette in evidenza come la Cina mantenga la propria identità di paese socialista, in cui il mercato e il capitalismo sono stati utili strumenti ed alleati per realizzare ora un modello autonomo di sviluppo: non si tratta né di capitalismo di stato, né di socialismo di mercato, così definito erroneamente dagli analisti occidentali; proprio su questo ha sapientemente argomentato Alessandro Testa nell’articolo Perché la Cina non è capitalismo di stato su Cavallo di Fuoco del 13 agosto, che consiglio di leggere per chiarezza e puntualità.
I fatti ci dimostrano come il successo del modello cinese, “il socialismo di seconda generazione” si sia rivelato migliore del modello occidentale nell’affrontare le sfide relative all’ambiente e alla modernità con ramificazioni a lungo termine per grandi progetti.
Dopo Il milione del mercante Marco Polo, considerato fantasioso per i racconti di un paese molto più avanzato dell’occidente di allora e dopo Le memorie storiche, o meglio conosciute come Descrizione della Cina, del gesuita padre Matteo Ricci, il saggio di Arlacchi è davvero un testo fondamentale per iniziare ad orientarci in un mondo che affonda le radici nell’antichità della sua immensa e duratura civiltà culturale, che ha permesso costantemente nei secoli il salto economico e tecnologico alla Cina.
Infatti la Repubblica Popolare è in continuità con la sua storia, una storia di eccellenze, che persevera la pace da 5000 anni con l’obiettivo costante e tenace della multilateralità, della cooperazione internazionale tecnologica al fine di costruire un mondo multipolare più equo e ordinato.
Inoltre sulla civiltà cinese poggiano i fondamenti di altre società nelle regioni della Corea, del Vietnam, del Giappone, perché in quei paesi ha esercitato pacificamente un’egemonia culturale: Arlacchi ci racconta di una pace millenaria, del “non espansionismo cinese”, di un mondo inclusivo senza confini, ispirato alla tianxia, che rimane ancora oggi il principio ispiratore della Repubblica Popolare Cinese.
La tianxia, ovvero “tutti sotto lo stesso cielo”, è la visione cosmologica elaborata durante la dinastia Zhou risalente al 1046 a.C. che durò fino al 256 a.C: una concezione olistica in cui addirittura si elaborò il superamento dello stato/nazione per una concezione cosmopolita di un ordine pubblico inclusivo, che comprendesse l’intera umanità, ispirata dai principi di cooperazione e solidarietà, che oggi equivale a cittadini del mondo.
Un pensiero assolutamente laico, lontano e precedente la trascendenza del cristianesimo.
L’Autore ci guida tra i millenni del sincretismo filosofico cinese, attraverso i grandi maestri di etica pubblica e privata, lontani “dalla suggestione della soprannaturalità”, che hanno favorito nella cultura cinese l’accoglienza, l’inclusione e l’amalgama con culture altre.
Il pensiero cinese, fin dall’antichità, considera la guerra un fallimento di leadership sia politica che etica, seguendo gli insegnamenti dei maestri cinesi Mencio, Laozi, Mozi e Confucio, che consideravano barbarie la coercizione fisica e l’uomo civilizzato non contemplava la forza brutale.
La Cina ancora oggi è questo, e qui sta la sua grandezza, mentre nel mondo occidentale perseveriamo ed alimentiamo le ostilità con “l’industria della paura”.
Il pensiero negativo sulla guerra e la violenza, la Cina lo ha costruito anche sulle filosofie/religioni del buddhismo, del confucianesimo, del taoismo e le relative varianti, dalle quali proviene una condanna morale che riguarda sia le relazioni umane, che quelle che governano gli affari pubblici.
Due principi opposti, Wen e Wu hanno ispirato l’azione: il primo rappresenta la civiltà, il sapere e la moralità, mentre l’altro la forza fisica e la marzialità da usare solo in casi estremi.
Il filosofo cinese Mozi, un pacifista ante litteram, creatore del pensiero non-violento, sosteneva che il danno del caos nel mondo fosse frutto dell’individualismo e dell’egoismo e ben quattrocento anni prima della parola del Vangelo, parlò di amore universale ed ugualitario per costruire la pace: non era “il porgere l’altra guancia” del pensiero cristiano, perché Mogi riconosceva la necessità di difendersi dalle aggressioni, tanto che molti suoi seguaci erano ingegneri militari; un pensiero diverso da quello di Confucio, che invece parlava di un modello basato sull’amore familiare, in chiave gerarchica, da estendere all’intera società.
Anche il pensiero del filosofo Mencio va nella direzione del buon governo virtuoso che evita la forza, la violenza e la guerra, come l’autore del famosissimo trattato, L’arte della guerra, Sun Tzu, un filosofo del V secolo a.C. ma anche un generale antimilitarista, contrario agli assedi delle città, soprattutto alle guerre prolungate, perché non portavano alcun beneficio, neanche ai vincitori; egli sosteneva invece la limitazione di spargimenti di sangue e soprattutto l’uso di quello che oggi chiamiamo intelligence.
A differenza del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islam, che prevedono il concetto di guerra giusta, nel pensiero sincretico cinese questo pensiero è totalmente assente e l’occidente ci ha impiegato 2000 anni a ripudiare la guerra, ma senza coerenza di azione, come oggi ci dimostrano i drammi e i genocidi in Medioriente; ma non solo: gli embarghi economici affamano i popoli dell’America latina, colpevoli di aver scelto la via del socialismo.
Ancora nei primi del ‘900 la propaganda in Europa inneggiava alla morte eroica in guerra al fine di reclutare carne da cannone per la Grande Guerra; solo nel 1920, con la nascita della Società delle nazioni, iniziò il percorso per il ripudio della guerra; ma tutto l’occidente è millenariamente fondato sui conflitti e l’Autore sottolinea come la guerra fu l’industria più fiorente già dall’Impero romano, mentre nelle scuole cinesi non esiste il culto dell’eroe, non si celebrano grandi condottieri come Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone, né i generali vengono glorificati con monumenti.
L’occidente guerrafondaio della nostra modernità invece è fondato sul testo Della guerra del generale prussiano Carl von Clauserwitz, le cui teorie, molti storici le ritengono responsabili della carneficina della Prima Guerra Mondiale: il generale disprezzava “il principio di moderazione della guerra come un’assurdità”, ed è così che l’occidente ha perpetrato all’infinito l’età del bronzo, perseverando con i genocidi.
L’occidente vanta la sua discendenza dalla civiltà greca, guerrafondaia perché sempre divisa, che spiega anche l’origine dei malesseri contemporanei, simili a quelli che avevano gli antichi greci ed Arlacchi lo racconta perfettamente: “La vita dei greci era piena di tensione e di sotterranea malinconia perché, nonostante il vino, i giochi, il sesso, le musiche e le danze, l’angoscia generata dal “padre di tutte le cose”, polemos, la guerra, cresceva in frequenza e intensità assieme alle conquiste della loro civiltà.”
Questo è “il male oscuro che continua ad affliggere l’occidente”, e l’Autore paragona Gaza all’Iliade: in entrambe emerge la violenza come unica forma di giustizia, in continuità anche con l’herem biblico, che è la totale consacrazione al divino, che comporta anche la distruzione totale e lo sterminio: la Bibbia trasuda violenza giustizialista vendicativa. Infatti il genocidio in occidente è stato nei millenni strumento di governo e continua ad esserlo.
All’occidente, a tutti i suoi governi neoliberali, venduti al profitto, manca l’etica e non persegue, tra gli scopi, il conseguimento di un ordine sociale fondato su un ordine morale. La Cina, con l’etica antimilitarista e non violenta del Wen, ha fatto sì che il Celeste impero potesse sopravvivere per più di 2000 anni, evitando guerre di conquista.
Principio mantenuto dalla Cina comunista: è storia ed è sotto gli occhi di tutti e soprattutto oggi: la Repubblica Popolare Cinese è tra le nazioni più sicure al mondo .
Nei manuali di storia occidentali non c’è traccia di questa civiltà, perché oscurerebbe la prosopopea con cui celebriamo la nostra civiltà fatta invece di fame, carestie, guerre infinite; solo in qualche ardito manuale per le scuole superiori si può trovare un cenno all’ammiraglio cinese Zheng He durante il secolo mondiale delle esplorazioni geografiche, senza nemmeno citare che la Cina è stata la maggiore potenza marittima mondiale ad alta tecnologia, per oltre 400 anni e su quelle città galleggianti viaggiavano scienziati, cartografi, geografi, botanici, zoofili, astronomi, ingegneri, esperti in lingue ed interpreti, farmacisti, medici e tecnici artigiani carpentieri, velai, fabbri, cuochi e persino geomanti, cioè esperti di arte divinatoria, oltreché li immancabili bordelli.
L’ammiraglio navigò per ventotto anni con lo scopo di rafforzare le relazioni preesistenti, inaugurarne di nuove, ampliare le conoscenze di mari e territori, diffondendo la grandiosa potenza del Celeste Impero. Nessun obiettivo di conquista al fine di sfruttamento e mai arrivarono in Europa, non avendo alcun interesse per il nostro misero continente sempre diviso e senza manufatti che potessero competere con la qualità cinese.
Infatti la Cina era un universo economico e sociale florido ed indipendente dall’Europa, che esercitava una supremazia non violenta. Il mondo occidentale invece ha avuto sempre un’azione predatoria, imperialista, colonialista e razzista.
Inoltre è da sottolineare come gli stati europei fin dall’età moderna abbiano perseguito instancabilmente la corsa agli armamenti, mentre la Cina ha usato la propria egemonia della superiore civiltà, associata al concetto confuciano del De, ovvero il governo attraverso l’esempio virtuoso, anche sulle regioni d’influenza del Vietnam, Corea e Giappone, Birmania, Malesia e Giava e anche fino nelle Filippine.
Ma nell’800 gli inglesi portarono la guerra in Cina in nome della libertà di mercato, le famigerate guerre dell’oppio: “il libero scambio del veleno”, “il nuovo capitalismo criminale”, citando le parole dell’autore. Il Regno Unito è stato il primo narco-stato secondo Karl Marx.
L’oppio fu lo strumento con cui la Gran Bretagna, in uno scontro tra civiltà, si liberò dal perenne squilibrio della bilancia dei pagamenti con la Cina, da cui importava beni di lusso come porcellana e seta; e anche questo è un interessantissimo e fondamentale pezzo di storia economica che ha permesso lo sviluppo del capitalismo predatorio occidentale, del quale i nostri manuali di storia raccontano poco e male, omettendo che con l’oppio si costruì e si mantenne economicamente l’impero britannico a costo zero.
Con la diffusione dell’oppio tra la popolazione cinese, l’occidente sconfisse l’impero cinese, inaugurando “il secolo dell’umiliazione”, dopo la legalizzazione dell’importazione dell’oppio con i trattati di Tientsin del 1858, che durarono fino al 1949, quando la grande rivoluzione popolare socialista si riprese la civiltà cinese e dichiarò guerra all’oppio. Nel 2023 il China Drug Situation Report 2023 ha registrato lo 0,02 % di persone dipendenti dall’eroina, lo 0,2 % della popolazione mondiale.
L’Inghilterra e il suo modello di capitalismo è la responsabile del più imponente consumo nel mondo di droga che la storia ricordi, pari ad una epidemia, ma i libri di storia non lo raccontano, nonostante sia davvero importante che i nostri giovani ne siano a conoscenza.
L’impero era durato 2132 anni, attraversando tutti gli eventi possibili dalle invasioni, alle ribellioni e alle guerre civili come la rivolta del Taiping nel 1850, dai disastri ambientali alle occupazioni straniere, ma sempre con la capacità di risorgere perché i fondamenti della civiltà cinese sono rimasti integri: il pacifismo e l’universalismo, il sistema meritocratico alla base della selezione dei governanti e dei dirigenti dello stato, formati da un accurato studio, esami selettivi e verifiche continue.
Sì, in Cina nei due millenni del Celeste Impero hanno governato gli intellettuali: i literati, filosofi-dignitari, che mettevano a disposizione l’impegno speculativo, fatto di flessibilità dialettica e lungimiranza, nell’azione sociale per il benessere del popolo con politiche di giustizia distributiva, un prototipo del welfare state, che parte dell’Europa realizzò soltanto nel XX secolo. Ancora oggi in Cina si reclutano, attraverso severi esami, i funzionari di partito e i membri del governo, ma anche nelle amministrazioni periferiche: un sistema basato sullo studio e sul merito, in cui l’istruzione è offerta a tutti, ma gli esami e le prove selettive sono durissime e questo permette l’eccellenza nei settori strategici del paese. Il sistema scolastico e formativo cinese meriterebbe un articolo dedicato per i grandi risultati raggiunti, soprattutto il percorso strategico per portare un’istruzione adeguata anche nelle aree più ardue del paese, sfatando le false narrazioni di una Cina, cresciuta a due velocità, fatta di diseguaglianze e povertà, invece di comprendere come in questi pochi decenni abbia compiuto un miracolo, in cui nessun altro paese è riuscito, rimediando ai danni procurati dall’imperialismo globale.
Arlacchi, confutando e sfidando il pregiudizio eurocentrico, anche di molta parte della sinistra, associa i literati all’intellettuale organico di Gramsci, lontano dal narcisismo della conoscenza ed al servizio del popolo, un intellettuale che pensa in funzione dell’azione, ma anche capace di conquistare le coscienze per educarle ed emanciparle, al fine di costruire un “ordine nuovo”. Su questo passaggio le pagine dell’Autore sono importantissime, ci parlano del marxismo antidogmatico, senza tralasciare il pensiero di Mencio, sottolineando quanto il filosofo cinese fosse pionieristico: infatti Mao Tse Tung, maestro elementare, durante la lunga marcia, attraverso l’educazione ed il dialogo “ha conquistato il cuore” dei contadini cinesi, proprio come indicava Mencio già trecento anni prima di Cristo, ed ha costruito giorno dopo giorno, “l’alleanza tra intellettuali e popolo” come sosteneva Gramsci, ma senza conoscerne il pensiero. Interessantissimi sono i raffronti tra il pensiero occidentale moderno su cui si è costruito il diritto in Europa, prevalentemente intorno al concetto di proprietà, mentre in Cina molto tempo prima, si affermava il principio di cittadinanza sociale, perché già negli scritti di Confucio e Mencio si affermava che l’orientamento etico-politico delle masse dipendesse dal tenore di vita materiale e che addirittura era consentita la rivolta popolare quando il sovrano falliva in questa missione verso i sudditi.
Durante il Celeste Impero c’era già il diritto alla sopravvivenza e mai la Cina fu una società schiavista!
Mencio addirittura affermò che la legittimità politica viene dal consenso popolare, mentre in Europa si diveniva re per diritto divino. Anche le conseguenze delle calamità naturali erano responsabilità del sovrano e di chi aveva scelto per governare, in quanto incapaci di prevenirle; e pensare che oggi i danni dei cambiamenti climatici, causati dal mancato rispetto ambientale da parte del “fanatismo di mercato”, vengono chiamati catastrofi naturali, invece di crimini contro l’umanità.
La grande svolta della Cina contemporanea del miracolo nasce con Deng Xiaoping nel 1978, dopo il buio trentennale della rivoluzione culturale, che comunque aveva realizzato tre preziosi ed indispensabili presupposti per il decollo economico: l’alfabetizzazione di massa e la salute della popolazione, il riconoscimento formale e pratico dei diritti delle donne, che tanto avevano contribuito alla rivoluzione che portò nel’49 alla proclamazione della Repubblica Popolare Cinese.
La Cina prima di Deng, grazie alla “filosofia della prassi” del marxismo -leninismo, aveva governato anche con un atteggiamento antidogmatico e sperimentale per tentativi ed errori, con capacità di autocorrezione, imparando dai fallimenti, che ben si coniugava con la tradizione dell’etica di governo dei literati e della meritocrazia socialista, grazie alla quale si mobilitano le risorse da tutta la società; infatti aveva debellato la mortalità infantile e le epidemie grazie al “corpo dei medici scalzi”, l’analfabetismo grazie anche alla semplificazione della scrittura cinese.
Per raccontare la Cina di oggi e la sua ricchezza, bisogna partire dal presupposto etico ed indispensabile che nel suo progetto d’ingegneria sociale “la ricchezza appartiene al popolo” ed è la politica che programma, governa e dirige l’economia, al contrario delle nostre democrazie ormai neoliberiste, che hanno abdicato a questo ruolo, tradendo i cittadini, legiferando a favore dei grandi imperi economici.
Importanti sono le pagine che Arlacchi dedica al legame tra grande imprenditoria privata e Partito Comunista, altro argomento ostico per l’occidente che mette in dubbio la convergenza di visione politica sul modello di sviluppo nazionale.
Inoltre la Cina non ha abbandonato lo slogan “servire il popolo” e oggi spende molto di più della Banca Mondiale per sradicare totalmente la povertà, dopo aver già tolto dalla miseria ben 700 milioni di persone, senza sprechi e soprattutto con successo, al contrario dei progetti della Banca Mondiale. Inoltre il Partito Comunista Cinese ha come modalità di azione quella d’immergersi tra le masse popolari al fine di scoprire e capirne i bisogni, le difficoltà e le sofferenze e realizzare davvero il principio “di governare in suo nome”.
Un altro aspetto della Cina, da cui dovremmo attingere, è la lotta alla corruzione: le politiche attuate da Xi Jinping hanno stabilito regole severe e vincolanti, tra cui la sobrietà e la frugalità, proprio come erano i mandarini confuciani; nessuno scampa, una volta ritenuto colpevole, alla pena esemplare, perché la corruzione distrugge la meritocrazia.
A chi accusa la Cina di essere una dittatura o un’autocrazia perché il partito e il governo sono congiunti e perché immaginano tutto centralizzato, dovrebbe soffermarsi sulle false democrazie liberali di oggi ed anche del passato; il governo centrale decide la politica interna con le linee guida economiche e quella estera, ma sono i governi locali che gestiscono l’economia e tutti i settori sociali.
Sempre in tema di attacchi e critiche alla Cina socialista, Arlacchi racconta di Hong Kong, rubata alla Cina dagli inglesi durante le guerre dell’oppio e tornata alla Cina nel 1997, come di un crocevia di riciclaggio di denaro sporco durante l’amministrazione britannica, dove erano depositati anche le nostrane tangenti di “mani pulite” grazie alle banche di Sua Maestà. Il governo cinese negli anni ha smascherato ingenti somme di denaro di funzionari corrotti fuoriuscite dalla Cina e l’autore sottolinea quanto la lotta contro la corruzione sia di vitale importanza per l’esistenza stessa della Cina socialista.
Ma è anche interessante la parte dedicata al Tibet, che Arlacchi intitola: “Come s’inventa un genocidio” e come tutto il mondo s’inchini al Dalai Lama, grazie all’infinità di bugie costruite dai media occidentali e dai film di Hollywood, con tanto di star convertite, compreso il nostrano Bertinotti, allora presidente della camera, scopertosi pacifista.
La parte terza del volume di Arlacchi è l’approfondimento sulla Cina socialista, confutando tutte le accuse e le critiche al “capitalismo di stato”, al “socialismo di mercato” e al “socialismo di seconda generazione”; un capitolo denso di contenuti dove l’autore mette a confronto, ancora una volta storicamente società e sistemi economici fin dal loro nascere e le teorie da Adam Smith a Karl Marx e John Keynes, con le interpretazioni e gli sviluppi e conseguenze che ne seguirono fino alla contemporaneità, tra le transizioni egemoniche del capitalismo occidentale e le vie al socialismo, tra nord globale e sud globale. Emerge sempre una verità: il capitalismo storicamente non è mai nato spontaneamente, ma ha sempre necessitato di alleanze politiche per avere protezioni, privilegi e assistenzialismo, alla faccia della libera concorrenza e del mercato regolatore.
Oggi lo stato socialista cinese si tiene ben stretti i settori strategici e punta, con la “Visione 2035 della Cina”, alla trasformazione del paese in una potenza globale in tutti i settori e nel 2049, per il centenario, diventare un paese completamente sviluppato e leader in tutti i settori dell’innovazione tecnologica.
La Cina sta dimostrato al mondo che le proprietà pubbliche e le imprese di stato si possano coniugare con l’eccellenza tecnologica, basandosi su una pianificazione statale a lunga gettata e meccanismi di mercato. Inoltre nessuno ricorda che, dopo la crisi mondiale partita dagli Usa nel 2007, che colpì ad effetto domino anche la Cina nel 2009, come invece il sistema economico cinese abbia perseguito ancora di più obiettivi sociali per lo sviluppo nazionale, con piani quinquennali dell’economia reale, piuttosto che preferire un ritorno finanziario nell’immediato; infatti ha aumentato le politiche statali nelle aree più svantaggiate sempre con il grande obiettivo di eliminare la povertà.
Incredibilmente “lo stato socialista cinese non solo ha salvato il capitalismo da sé stesso, ma ha anche disinnescato la carica distruttiva dei mercati competitivi”, citando Arlacchi.
L’Autore, come contraltare, ci racconta anche degli sprechi e dei vaghi progetti europei che tanto costano alla comunità, che nulla producono e per questo mai vengono verificati, portandoci a conoscenza che nostro sistema è marcio fin dalla testa.
Il capitolo è ricco di dati e confronti, mantenendo la promessa del titolo di spiegare all’occidente il paese Cina e come si sta sviluppando la transizione egemonica dagli Usa alla Cina, l’evento per cui la Casa Bianca crea il caos con le guerre, proprio in tutti quei paesi che intraprendono la via socialista, quelli dei Brics e Brics plus e quelli che commerciano con la Cina, soprattutto vendendo petrolio, senza i petroldollari.
Ma tutta l’Asia punta all’espansione dei mercati, piuttosto che gli arsenali militari.
La Cina oggi, dopo aver utilizzato il capitalismo per accelerare lo sviluppo, lo considera non più necessario e guarda alla realizzazione di grandi progetti per pianificare il futuro a lungo termine, privilegiando la qualità e la sostenibilità della crescita, piuttosto che la velocità. Inoltre l’altro aspetto che mette al sicuro la nazione è il pilastro della finanza made in China, che da cinquant’anni non conosce crisi finanziarie come in occidente, perché poggia sull’economia reale, fatta dei risparmi dei cittadini, investiti attraverso le banche statali, lontane dalle speculazioni ed estranee alla finanza globale dominata dagli Usa.
Oggi il sistema finanziario cinese è l’unico modello alternativo alla devastante finanza occidentale. Anche su questo Arlacchi ci fornisce un’ampia documentazione, ripercorrendone la storia e fornendo dati.
Il libro di Arlacchi pone una domanda ai lettori, una riflessione che cogliamo: come farà la Cina a preservare la coesione sociale e la forza vitale della società dall’erosione dell’individualismo e del materialismo, mantenerla integra ed essere in grado di rinnovare l’energia motrice della rinascita della civiltà cinese?
Questa è una grande sfida.
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