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Introduzione
Gli autori di un articolo apparso di recente sul sito Il Pungolo rosso ritengono che la Cina abbia raggiunto una piena «maturità imperialista», ripetendo, seppur «da sinistra», le note menzogne della propaganda occidentale sulla presunta minaccia costituita dalla Cina Popolare, in un anno segnato dalle aggressioni militari ed economiche di Washington al Venezuela, a Cuba e all’Iran. La tesi viene presentata come applicazione rigorosa dei criteri formulati da Lenin nel 1916; in realtà, l’argomentazione seleziona alcuni fenomeni reali — concentrazione industriale, grandi banche, investimenti all’estero — e li trasforma automaticamente in una sentenza già decisa, senza dimostrare né il dominio di un’oligarchia finanziaria sullo Stato cinese né la costruzione di un sistema internazionale di dipendenze, basi, annessioni e sfere esclusive paragonabile a quello delle potenze imperialiste storiche.1
Questa omissione risulta ancora più evidente in un anno segnato dalle già citate azioni statunitensi che mostrano, in forma assai concreta, che cosa significhino proiezione coercitiva e pretesa egemonica: l’operazione militare del 3 gennaio 2026 in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro; gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran iniziati il 28 febbraio con l’obiettivo dichiarato di colpire il programma militare e favorire un cambio di regime; la stretta petrolifera contro Cuba; infine la rinnovata pretesa di Washington di controllare la Groenlandia contro la volontà della popolazione e del Regno di Danimarca.2 Il confronto, pur non esonerando automaticamente la Cina dalle critiche, impone tuttavia di non usare la medesima parola per realtà qualitativamente differenti.
In primo luogo, gli autori de Il Pungolo rosso ricordano correttamente che uno dei segni distintivi dell’imperialismo moderno, individuato da Lenin, è «la compiuta ripartizione della Terra tra le più grandi potenze imperialiste», con la derivata e continua lotta tra quest’ultime per l’acquisizione o il mantenimento delle diverse zone di influenza su scala mondiale. Ma, quando passano alla Cina, sostituiscono la prova con l’analogia: commercio, investimenti, prestiti e superiorità industriale diventano di per sé spartizione del mondo, senza che a questo segua una vera dimostrazione.
La Cina del XXI secolo, in quanto potenza emergente, dispone certamente di influenza e soft power e, come ogni grande Stato, tutela i propri interessi. Non dispone però oggi di una sfera egemonica esclusiva nella quale governi subordinati siano tenuti in riga mediante occupazioni, colpi di Stato, alleanze militari vincolanti, protettorati o una rete globale di basi. Repubblica Popolare Democratica di Corea, Cuba, Sudafrica, Brasile e gli stessi Paesi del Sud globale fortemente integrati con l’economia cinese mantengono indirizzi interni e internazionali autonomi, negoziano le condizioni, rifiutano progetti e diversificano i partner. Anzi, alcuni dei governi regionali più vicini a Pechino, come quelli di Nepal e Bangladesh, sono recentemente stati vittima di «rivoluzioni colorate» sostenute dall’imperialismo a guida statunitense3. Confondere una relazione bilaterale, seppur asimmetrica dal punto di vista demografico e di peso economico, con una colonia significa cancellare l’elemento specifico del rapporto imperialistico: la subordinazione politica sostenuta, in ultima istanza, dalla coercizione.
In secondo luogo, questo primo fatto indiscutibile si collega a un altro elemento concreto, in base al quale la Cina Popolare non ha mai cercato di crearsi zone di dominio e neocolonie rispetto ad altri Stati. Solo per tornare su un esempio già citato in precedenza, ci risulta che sia stata di recente l’amministrazione Trump a volersi apertamente annettere la Groenlandia, come dovrebbe ricordarsi persino Il Pungolo rosso.
In terzo luogo, la Cina Popolare non ha mai e in alcun modo cercato di creare rapporti imperialisti di subordinazione anche e soprattutto rispetto ai Paesi che hanno delle relazioni economiche in larga parte sbilanciate a favore di Pechino. Anche se, come vedremo meglio in seguito, dal 1991 la Repubblica Popolare di Corea dipende per buona parte del suo commercio estero dalla Cina, la totale indipendenza e sovranità della Corea del Nord, sia in campo interno che nell’arena internazionale, è riconosciuta dai commentatori internazionali seri, anche quelli virulentemente anticomunisti.
Parimenti si può affermare delle relazioni che la Cina intrattiene con Cuba. Negli ultimi due anni, la Cina (prevalentemente) socialista sta contribuendo fortemente a promuovere una rivoluzione energetica che porterà l’eroica isola cubana a sostituire in buona parte i combustibili fossili con le energie rinnovabili. Il tutto senza ledere in alcun modo la sovranità cubana, e anzi aiutando notevolmente l’isola caraibica a far fronte al terribile blocco navale e petrolifero promosso dal concretissimo imperialismo statunitense, a partire dal gennaio del 2026, con un ulteriore inasprimento del blocco economico-commerciale che dura da oltre sei decenni.
Un numero cospicuo di studiosi occidentali ammette altresì che le relazioni sino-africane siano state regolate costantemente dal principio ferreo della totale non ingerenza di Pechino negli affari interni degli Stati africani con i quali ha relazioni diplomatiche. Il contrario della praxis imperialistica, in altri termini, e, fra l’altro, la Cina Popolare in modo unilaterale ha eliminato e azzerato i propri dazi verso i prodotti provenienti da 53 Stati africani, all’inizio di maggio del 2026: 4che cattivi imperialisti sono, questi cinesi!
I sostenitori della putrida teoria sul presunto imperialismo cinese fanno altresì finta di ignorare che il reale e concretissimo imperialismo statunitense da alcuni decenni possiede centinaia di basi e installazioni militari, migliaia di soldati e consiglieri bellici dislocati in tutti i continenti e numerosi Stati del globo: dall’Ucraina alla Groenlandia, dall’Italia al Paraguay, da Taiwan alla Gran Bretagna, dalla Germania a Panama. Se si passa al confronto con la Cina, quest’ultima possiede invece una sola base militare all’estero a Gibuti, in un’area di grande interesse strategico, e non intende aprirne altre: emerge quindi subito una clamorosa asimmetria e un enorme squilibrio tra Pechino e Washington nel campo della basing strategy, che del resto da tre secoli vede un dominio delle potenze anglosassoni.
Analoghe e altrettanto importanti asimmetrie si trovano tra Cina e Stati Uniti in importanti settori quali le aggressioni belliche, i blocchi militari ed economici, le sanzioni e misure coercitive unilaterali, le intercettazioni delle telecomunicazioni su scala mondiale (ECHELON), le guerre dei dazi contro altre nazioni. Partendo dal primo nucleo di praxis internazionale sopracitato, è noto a tutti che, se il presunto imperialismo cinese non è stato implicato in alcun conflitto bellico dopo la primavera del 1979, la situazione per quanto riguarda il reale e concretissimo imperialismo statunitense risulta invece molto diversa, come vedremo meglio in una sezione dedicata.
Lenin non offre una lista da spuntare
Per Lenin l’imperialismo è una fase storica del capitalismo mondiale, non un’etichetta attribuibile a un Paese ogni volta che questo possiede imprese grandi o esporta capitali. I cinque contrassegni da lui riassunti sono: concentrazione della produzione e formazione di monopoli decisivi; fusione del capitale bancario con quello industriale e formazione di un’oligarchia finanziaria; particolare importanza dell’esportazione di capitali; nascita di associazioni monopolistiche internazionali che si ripartiscono il mondo; compimento della spartizione territoriale del globo tra le maggiori potenze capitalistiche.5Essi formano una totalità: struttura di classe interna, accumulazione finanziaria, cartelli transnazionali e potere statale coercitivo si sostengono reciprocamente.
Proprio Il Pungolo rosso ammette che Lenin si riferisce al sistema mondiale «più che ai caratteri specifici» di un singolo Paese. Tuttavia, nelle conclusioni, trasforma i primi tre indicatori in una prova nazionale sufficiente e rinvia a un futuro articolo l’analisi del ruolo dello Stato cinese. È un capovolgimento logico. Se l’imperialismo è il capitalismo monopolistico nel quale l’oligarchia finanziaria orienta l’apparato statale verso la spartizione e la violenza, non si può decidere prima che la Cina sia imperialista e studiare soltanto dopo chi controlli lo Stato, a quale classe rispondano le banche e quali finalità prevalgano nelle imprese pubbliche.
Neppure la presenza di salario, merce, profitto, rendita e capitale privato risolve la questione. Queste categorie descrivono la complessità e le contraddizioni della formazione economico-sociale cinese, non indicano automaticamente quale rapporto di produzione occupi il centro di gravità. Anche le economie di transizione e la Nuova politica economica sovietica impiegavano mercato, denaro, imprese private e lavoro salariato. La domanda marxista non è se esista il capitale, ma se il capitale disponga del potere politico decisivo e riproduca lo Stato come proprio comitato d’affari.
La premessa non dimostrata: chi comanda lo Stato cinese?
La Cina contemporanea è una formazione mista e conflittuale, attraversata certamente da disuguaglianze, interessi privati e dalla presenza di una cospicua e crescente borghesia. Ma da ciò non segue che la borghesia privata abbia conquistato il comando dell’economia e dello Stato. La Costituzione cinese stabilisce che la proprietà pubblica costituisce l’asse principale del sistema economico e che l’economia statale ne è la forza dirigente. Più importante della formula giuridica è la struttura effettiva: anche analisi occidentali molto critiche riconoscono che il governo centrale ha conservato il controllo delle grandi imprese nei settori-chiave dell’energia, della finanza, delle telecomunicazioni e dei trasporti.6
Non vogliamo neppure idealizzare l’impresa statale: un’azienda pubblica può agire burocraticamente, perseguire profitti, comprimere salari o danneggiare l’ambiente. Il punto, tuttavia, è stabilire chi possiede gli strumenti decisivi di accumulazione e se essi possano essere mobilitati per obiettivi politici generali. Pianificazione quinquennale, controllo pubblico del credito, proprietà statale della terra urbana e delle principali reti, direzione delle infrastrutture e facoltà del Partito Comunista Cinese di disciplinare anche i grandi gruppi privati compongono un sistema che non coincide con il capitalismo di Stato occidentale, dove lo Stato socializza le perdite e garantisce l’accumulazione privata.
La nostra definizione di «Cina (prevalentemente) socialista» non significa dunque che ogni rapporto sociale sia già socialista o che siano scomparse le classi; gli stessi documenti ufficiali del PCC, del resto, ammettono la persistenza della divisione in classi della società cinese. Tuttavia, quello che vogliamo mettere in evidenza è il centro di gravità: proprietà pubblica e collettiva nei gangli fondamentali, comando politico del Partito Comunista, capacità di pianificazione e subordinazione strutturale del capitale privato a priorità nazionali. Il conteggio dei miliardari, spesso sbandierato dalla stampa occidentale, non serve a smentire questi fatti.
Concentrazione e monopoli: la grandezza non determina la classe
Il primo argomento de Il Pungolo rosso riguarda la dimensione delle imprese cinesi e il peso del Paese nella produzione mondiale. I dati mostrano senza dubbio una concentrazione straordinaria e un successo industriale senza precedenti per velocità. Ma il volume non rivela da solo il rapporto sociale. State Grid, China Railway, le grandi compagnie energetiche e numerose imprese presenti nella Fortune Global 500 non sono proprietà di dinastie finanziarie private: sono beni pubblici amministrati da organismi statali, con tutti i problemi di controllo democratico e burocratico che ciò comporta.
Lenin analizzava monopoli privati che, attraverso partecipazioni incrociate e banche, si impadronivano dello Stato e spingevano alla conquista esterna. Nella Cina odierna una parte importante della concentrazione è stata costruita dallo Stato per unificare il mercato nazionale, dotare il Paese di ferrovie, elettricità, telecomunicazioni e capacità industriale, ridurre dipendenze tecnologiche e promuovere obiettivi pianificati. Che un’impresa pubblica operi sul mercato mondiale non la rende automaticamente la Deutsche Bank o la Standard Oil del XXI secolo.
Esistono poi campioni del tutto o in parte privati come Huawei, BYD, Alibaba, Tencent o Xiaomi. Essi generano profitti, competono e possono esercitare pressioni. Ma l’esistenza di un settore capitalistico dinamico non prova che il suo interesse particolare detti la linea generale. L’articolo che stiamo analizzando assume proprio ciò che dovrebbe dimostrare: dal potere economico di alcuni gruppi deduce il loro potere politico sovrano, senza ricostruire i meccanismi attraverso i quali la classe capitalista avrebbe assoggettato il credito, la pianificazione, le nomine, la politica estera e l’apparato militare.
Banche pubbliche non significa oligarchia finanziaria
La confusione più grave riguarda il secondo contrassegno leniniano. Il Pungolo rosso osserva che quattro delle maggiori banche mondiali per attività sono cinesi e ne conclude che si sia formata un’oligarchia finanziaria paragonabile a quella statunitense. Ma la taglia di una banca non dice chi la controlla. L’Industrial and Commercial Bank of China, per esempio, indica come azionisti di controllo il Ministero delle Finanze e Central Huijin, società pubblica di investimento.7 La sua potenza patrimoniale può quindi esprimere la concentrazione del risparmio e del credito pubblico, non la fusione tra dinastie bancarie private e industria descritta da Lenin.
Il numero dei miliardari prova che in Cina esiste una classe capitalistica assai ricca, che ha saputo trarre profitto dalle riforme economiche degli ultimi quarant’anni e dal rapido sviluppo industriale e tecnologico del Paese; tuttavia, non prova che tale classe costituisca l’oligarchia politicamente dominante. Per sostenerlo bisognerebbe mostrare che le principali decisioni — tassi, credito, investimenti infrastrutturali, nomine ai vertici, politica industriale e militare — siano assunte nell’interesse autonomo dei grandi proprietari. L’articolo si limita invece ad affermare che i capitalisti «veicolano i loro interessi dentro il Partito», senza misurare la loro capacità di prevalere sulle strutture pubbliche e sugli indirizzi collettivi.
La fragilità documentaria emerge anche in un abbaglio clamoroso: si afferma che «società cinesi» possiederebbero il 49 per cento di HSBC. Il rapporto ufficiale della banca, al 30 giugno 2025, registrava per la cinese Ping An una partecipazione del 7,98 per cento, mentre BlackRock risultava al 9,09 per cento. Non esiste nel documento alcun azionista cinese al 49 per cento.8 Un errore di questa portata non è marginale, perché viene utilizzato per suggerire una penetrazione finanziaria cinese nel cuore della City che i dati non confermano.
Esportazione di capitali: un fenomeno reale, una conclusione arbitraria
La Cina esporta capitali, finanzia infrastrutture e possiede imprese all’estero. Ma non ogni investimento estero è imperialismo, altrimenti sarebbero imperialisti anche Paesi e fondi pubblici che costruiscono impianti fuori dai confini senza disporre di egemonia finanziaria o militare. Lenin non isolava il movimento contabile del capitale: lo collegava alla sovraccumulazione nei centri capitalistici maturi, alla ricerca di rendite e sovrapprofitti, al dominio dell’oligarchia finanziaria e alla divisione politica del mondo.
I dati impiegati dallo stesso Pungolo rosso smentiscono inoltre la formula secondo cui la Cina sarebbe diventata «esportatrice netta di capitali» in termini di investimenti diretti: per il 2024 viene indicato uno stock di investimenti esteri in entrata superiore a 3.600 miliardi di dollari e uno stock in uscita di 3.118 miliardi. L’annesso statistico dell’UNCTAD conferma l’ordine di grandezza.9 In altri termini, sulla base del parametro scelto dall’articolo, lo stock ricevuto era ancora maggiore di quello esportato. La crescita degli investimenti cinesi è rapidissima e merita attenzione, ma non autorizza a rovesciare il segno dei numeri.
Anche la stima di 175 miliardi di dollari annui di profitti esteri non è un dato corretto, in quanto deriva dall’applicazione ipotetica di una redditività uniforme del 5 per cento al fatturato di imprese cinesi operanti fuori dal Paese. Fatturato, capitale investito e profitto sono grandezze diverse; inoltre, una simile moltiplicazione non distingue perdite, tasse locali, salari, reinvestimenti e partecipazioni pubbliche. L’ipotesi non può quindi essere trasformata in prova di sovrapprofitti imperialistici.
L’imprecisione ricorre nel caso brasiliano. BYD ha raggiunto quote elevatissime nel segmento ristretto delle automobili completamente elettriche; non ha conquistato il 90 per cento dell’intero mercato automobilistico brasiliano. Nel 2026, l’impresa mirava a circa il 10 per cento del mercato totale, mentre le rilevazioni disponibili la collocavano su valori di una sola cifr 10a.La distinzione non riduce il successo industriale cinese, ottenuto grazie ai grandi avanzamenti tecnologici promossi dal connubio tra pubblico e privato, ma impedisce di gonfiarlo per adattarlo alla tesi.
I due contrassegni che scompaiono dall’analisi
L’articolo annuncia i «cinque contrassegni» di Lenin, ma organizza l’esposizione in quattro blocchi: concentrazione; capitale finanziario; esportazione di capitali; Cina in Africa. Gli ultimi due criteri leniniani — associazioni monopolistiche internazionali che si ripartiscono i mercati e compiuta spartizione territoriale tra grandi potenze — non vengono dimostrati. L’Africa non è il quarto contrassegno di Lenin e una serie di investimenti minerari non sostituisce l’analisi della divisione coercitiva del mondo.
BRICS, Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e Belt and Road Initiative (BRI) vengono presentati come embrioni di un «campo» diretto da Pechino. Ma i BRICS non sono un’alleanza militare, non hanno comando integrato, obbligo di difesa collettiva o politica estera unica. La SCO, dal canto suo, dichiara esplicitamente principi di non-allineamento, non-confronto e non ostilità verso Paesi terzi. 11I membri conservano interessi divergenti: basti pensare alle tensioni tra Cina e India, alle diverse politiche petrolifere, alle relazioni con Washington e alle posizioni non coincidenti sulle guerre contemporanee. Una sede di coordinamento tra Stati sovrani che puntano alla costruzione di un mondo multipolare, contrastando proprio il vero imperialismo statunitense, non equivale a un cartello monopolistico che assegna territori e mercati.
La Belt and Road Initiative è uno strumento economico e diplomatico di grande portata, con progetti utili e operazioni commerciali, che per forza di cose può esporsi anche a errori e opacità. Un progetto di tali dimensioni può indubbiamente aumentare l’influenza cinese; tuttavia, per definirla una macchina imperialistica occorre mostrare un meccanismo sistematico mediante il quale il credito conduca alla perdita di sovranità e il rifiuto venga punito con la forza. I casi concreti descrivono una realtà assai diversa.
Africa: né paradiso solidale né nuova colonia cinese
Le attività cinesi in Africa sono talmente numerose e variegate che è difficile trarne una conclusione univoca. Il caso della miniera di Rössing in Namibia, richiamato da Il Pungolo rosso, merita una critica netta e solidarietà con i lavoratori. Ma un abuso aziendale dimostra un abuso aziendale; non prova da solo che lo Stato cinese abbia trasformato la Namibia in una dipendenza politica o che ogni investimento cinese riproduca il colonialismo europeo, né il governo cinese può assumersi la responsabilità di decidere dell’applicazione delle leggi sul lavoro in un Paese terzo, senza che ciò esoneri l’impresa cinese dal rispetto delle norme e dei diritti dei lavoratori.
Gli studi sistematici sul debito non confermano una strategia generale di «trappola», tanto cara alla stampa borghese occidentale. Rhodium Group, esaminando quaranta rinegoziazioni del debito, ha trovato rari sequestri di beni e, molto più spesso, proroghe, rifinanziamenti e cancellazioni parziali o totali. Chatham House ha mostrato, nel caso paradigmatico di Hambantota, il ruolo determinante delle scelte interne dello Sri Lanka e l’assenza di un piano cinese originario per impossessarsi del porto. La conclusione corretta è quindi che si possano ulteriormente migliorare aspetti come trasparenza, sostenibilità e controllo popolare, non che ogni prestito sia una catena coloniale.12
Gli stessi esempi scelti dall’articolo mostrano la capacità negoziale dei Paesi africani. La Tanzania sospese il progetto del porto di Bagamoyo perché giudicò inaccettabili le condizioni: il rifiuto ebbe effetto e non fu seguito da occupazione o cambio di regime. La Repubblica Democratica del Congo, il Paese nel quale le forze imperialiste assassinarono Patrice Lumumba, impose la revisione dell’accordo Sicomines e nel 2024 ottenne l’aumento fino a sette miliardi di dollari degli investimenti infrastrutturali collegati al progetto minerario.13 Questi esempi dimostrano la persistenza della sovranità dei governi africani, e la differenza sostanziale nel modo di rapportarsi con essi tra la Cina e le potenze imperialiste occidentali.
Nella primavera del 2026, Pechino ha inoltre esteso unilateralmente il trattamento a dazio zero al cento per cento delle linee tariffarie per tutti i 53 Paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche, dichiarando che la misura non comporta condizioni politiche.14 Non è beneficenza e favorirà anche scambi utili alla Cina, ma amplia l’accesso dei prodotti africani a un mercato enorme. È una pratica difficile da conciliare con il ritratto di una potenza interessata soltanto a chiudere le economie periferiche in una relazione estrattiva unidirezionale.
I criteri di valutazione devono essere chiari: quanta trasformazione locale viene realizzata, quale quota del valore rimane nel Paese, quali diritti hanno i lavoratori, chi controlla le infrastrutture e quanto potere contrattuale conserva lo Stato ospite? In alcuni progetti il risultato è ancora insufficiente; nella maggioranza di essi, tuttavia, ferrovie, porti, centrali e impianti di lavorazione colmano vuoti lasciati da decenni di aggiustamento strutturale occidentale. Ridurre questo mosaico a «rapina imperialistica» rende invisibile sia la lotta dei lavoratori sia la capacità di agency politica africana.
Dipendenza commerciale non significa subordinazione politica
La Repubblica Popolare Democratica di Corea, alla quale abbiamo accennato nell’introduzione, offre una verifica particolarmente severa. La Cina ha rappresentato, in alcuni anni, oltre il 95 per cento del commercio nordcoreano registrato. Eppure, Pyongyang ha ripetutamente perseguito scelte nucleari, diplomatiche ed economiche non sempre desiderate da Pechino; analisti occidentali descrivono l’influenza cinese come importante ma limitata. Il ponte sullo Yalu, costruito dalla Cina e rimasto per anni senza collegamento perché la parte nordcoreana non completava accessi e dogana, è un simbolo quasi didattico dell’autonomia di Pyongyang.15 Se una dipendenza commerciale estrema non produce obbedienza politica, essa non può essere assunta automaticamente come prova di imperialismo.
Cuba, altro esempio già citato, mostra un’altra relazione. Tra il 2025 e il 2026, finanziamenti, apparecchiature e donazioni cinesi hanno sostenuto l’installazione di oltre mille megawatt solari e un programma di nuovi parchi e sistemi di accumulo; una donazione di 120 megawatt comprende impianti e batterie. 16L’aiuto non cancella le difficoltà dell’economia cubana e non rende ogni rapporto sino-cubano disinteressato. Ma non è accompagnato da basi, commissari politici cinesi, privatizzazione forzata o imposizione di un modello istituzionale. Al contrario, rafforza la capacità dell’isola di resistere alla pressione energetica statunitense.
Non ingerenza non significa assenza assoluta di pressione. Pechino difende il principio di «una sola Cina», usa controlli all’esportazione, può reagire a decisioni ostili e cerca voti nelle organizzazioni internazionali. Ma influenza, condizionalità diplomatica e interesse nazionale non sono ancora sinonimi di un sistema imperialistico. Se lo fossero, il concetto perderebbe ogni capacità discriminante e designerebbe qualunque grande Paese inserito nell’economia mondiale.
La prova militare: una sproporzione che non può essere rimossa
L’imperialismo non è soltanto commercio: è una gerarchia garantita da potenza statale. La Cina possiede dal 2017 una base di supporto a Gibuti e amplia la capacità della Marina di operare lontano dalle coste. In Cambogia dispone di accesso e cooperazione presso la base di Ream, che tuttavia Phnom Penh dichiara aperta anche ad altre marine. Persino il rapporto 2025 del Dipartimento della Difesa statunitense afferma che la Cina «non ha ancora sviluppato una struttura sistematica di comando e controllo oltremare» e che nuove basi dipenderebbero dal consenso dei Paesi ospiti. 17
Il contrasto con gli Stati Uniti non è quantitativo soltanto, ma sistemico. Una stima dettagliata pubblicata dal Quincy Institute censiva circa 750 siti militari statunitensi in 80 Paesi e territori, precisando che il Pentagono non diffondeva più un elenco completo. 18A ciò si aggiungono comandi regionali, alleanze con obblighi di difesa, accordi sullo status delle forze, capacità di attacco globale e installazioni d’intelligence. Una singola base cinese riconosciuta, alcuni accessi logistici e progetti di cooperazione militare con Paesi amici sono ben lungi dal costituire l’equivalente asiatico di questa architettura.
Anche il comportamento bellico diverge. La Cina non combatte una guerra su vasta scala dal breve conflitto di confine sino-vietnamita del 1979; successivamente si segnalano solo schermaglie occasionali, tra cui quelle navali del 1988 con il Vietnam e le crisi di frontiera con l’India, nonostante pressioni militari crescenti intorno a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale siano state sistematicamente imposte da potenze esterne. La condotta cinese non può essere neppure lontanamente paragonata alla sequenza di invasioni, occupazioni e cambi di regime su più continenti di cui si è reso protagonista l’imperialismo statunitense. 19 Parallelamente, la Cina è il maggiore contributore di personale alle missioni di pace dell’ONU tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e nel bilancio 2024-2025 ne è stata il secondo finanziatore con il 18,69 per cento, mentre gli Stati Uniti, pur ancora primi in questa statistica, continuano a ridurre le proprie quote.20
Il curriculum dell’imperialismo realmente esistente
Dal 1983, per limitarci solamente a questo lasso di tempo, gli Stati Uniti hanno impiegato la forza in una lunga serie di operazioni, diverse per scala e base giuridica ma accomunate da una proiezione militare lontano dal territorio nazionale (l’elenco che segue non è esaustivo): Grenada nel 1983; bombardamento della Libia nel 1986; Panama nel 1989; guerra del Golfo nel 1991; Somalia dal 1992; Haiti nel 1994; Bosnia nel 1995; Jugoslavia nel 1999; Afghanistan dal 2001; invasione dell’Iraq dal 2003; bombardamenti in Libia nel 2011; Siria e nuovamente Iraq dal 2014; sostegno e attacchi collegati alla guerra nello Yemen; operazioni in numerosi Paesi africani e mediorientali. Il Congressional Research Service censisce centinaia di impieghi delle forze armate all’estero e ricorda che la sua lista non comprende le operazioni segrete. 21Nel 2026, si sono aggiunti l’attacco in Venezuela e la guerra aerea contro l’Iran, che oltretutto era già stato bombardato nel giugno 2025.
All’elenco, che abbiamo già denunciato come non esaustivo, andrebbero aggiunti altri episodi come guerre per procura, «rivoluzioni colorate», attività definite «antiterrorismo», operazioni di regime change ecc. Il dato quantitativo diventa dunque secondario, mentre quello strutturale è rappresentato dalla continuità di un apparato capace di colpire, occupare, sanzionare e riorganizzare Paesi lontani. La Cina possiede capacità militari crescenti, soprattutto nel proprio spazio regionale, ma non ha mai messo in pratica o tentato di costruire una pratica globale paragonabile.
Dall’espansione della NATO all’Ucraina
La costruzione occidentale di sfere strategiche appare con particolare chiarezza nell’espansione della NATO verso est. Nel 1990, il territorio dell’ex Repubblica Democratica Tedesca entrò nell’Alleanza con la riunificazione. Nel 1999 aderirono Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria; nel 2004 Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia; nel 2009 Albania e Croazia; seguirono Montenegro nel 2017 e Macedonia del Nord nel 2020. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina entrarono anche Finlandia e Svezia, portando i membri a 32. 22
Come noto, dal 1990 vi furono ripetute dichiarazioni politiche occidentali, documentate da verbali declassificati, secondo cui la giurisdizione militare della NATO non si sarebbe estesa «di un pollice» verso est nel contesto della riunificazione tedesca.23 Ignorare quelle assicurazioni, come se la percezione di accerchiamento fosse una pura invenzione successiva, non aiuta a comprendere la demolizione dell’architettura di sicurezza europea.
Il passaggio decisivo verso l’Ucraina avvenne al vertice di Bucarest del 2008, quando la NATO dichiarò che Ucraina e Georgia «diventeranno membri» dell’Alleanza. Tra il 2009 e il 2014 proseguì l’integrazione tramite programmi annuali; dopo il rovesciamento del governo di Viktor Janukovyč nel febbraio 2014, la NATO lanciò programmi su comando e controllo, logistica, standardizzazione, difesa cibernetica e comunicazione strategica, rafforzando la presenza consultiva a Kiev. 24
Questa breve ricostruzione serve a ricordare come, dal 1989 al 2014, Washington e i suoi alleati hanno spostato progressivamente infrastrutture, standard, addestramento e impegni politici verso le frontiere russe. È esattamente il tipo di competizione per lo spazio strategico che Il Pungolo rosso attribuisce alla Cina senza mostrarne un equivalente concreto, in quanto esso non esiste.
Blocchi economici, guerre dei dazi e sorveglianza globale
La gerarchia imperialistica contemporanea opera anche senza bombardamenti. L’Office of Foreign Assets Control statunitense amministra una vasta costellazione di programmi sanzionatori, alcuni territorialmente estesi — Cuba e Iran in particolare — altri rivolti a settori, imprese e individui. Le restrizioni patrimoniali e commerciali sono esplicitamente utilizzate per obiettivi di politica estera e sicurezza nazionale. 25 Grazie al ruolo del dollaro e del sistema finanziario statunitense, le sanzioni possono colpire anche soggetti di Paesi terzi.
Nel 2018, Washington impose dazi del 25 per cento su circa 50 miliardi di dollari di prodotti cinesi ai sensi della Sezione 301 e aprì una guerra commerciale poi ampliata. Nel 2026, la USTR ha avviato una seconda revisione quadriennale di quelle misure. 26 La Cina, dunque, non solo non opera allo stesso modo, ma risulta addirittura essere una delle principali vittime di tali politiche. Non potendo restare a guardare, Pechino ha risposto con controdazi e controlli sulle terre rare; ma difendersi in una guerra dei dazi iniziata dalla potenza egemone non equivale ancora a edificare un ordine mondiale di sanzioni extraterritoriali.
Il caso cubano rende visibile il nesso tra moneta, commercio e sovranità. Il 29 gennaio 2026 l’ordine esecutivo 14380 ha autorizzato dazi contro i prodotti di Paesi che fornissero petrolio a Cuba. La pressione statunitense sulle forniture venezuelane e messicane ha in questo modo contribuito a una strozzatura petrolifera che, negli ultimi mesi, ha aggravato i collassi della rete elettrica cubana, anche dopo la revoca dei dazi con l’ordine esecutivo 14389. 27 Di fronte a questo blocco, i parchi solari sostenuti dalla Cina aumentano l’autonomia di Cuba invece di ridurla.
Alla pressione economica si aggiunge l’intercettazione globale. Nel 2001, il Parlamento europeo riconobbe l’esistenza di un sistema mondiale per l’intercettazione delle comunicazioni private e commerciali, noto come ECHELON, fondato sulla cooperazione tra Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, le cinque colonne dell’anglosfera. 28La Cina dispone indubbiamente di vaste capacità di sorveglianza e cyberspionaggio, come deve essere proprio di qualsiasi intelligence che si rispetti. Ma il sistema dei Five Eyes e l’uso transnazionale delle infrastrutture angloamericane ricordano ancora una volta che l’egemonia non si misura soltanto in tonnellate d’acciaio prodotte.
Errori di metodo e di fatto
La tesi de Il Pungolo rosso soffre dunque di quattro errori concettuali. Identifica la concentrazione con il monopolio capitalistico senza distinguere proprietà pubblica e privata; identifica grandi banche pubbliche con un’oligarchia finanziaria; identifica qualsiasi esportazione di capitale con il rapporto imperialistico; infine identifica influenza e interdipendenza con spartizione del mondo. In ciascun passaggio scompare la verifica della classe che controlla lo Stato e della coercizione che trasforma l’asimmetria economica in subordinazione politica.
A questi problemi si aggiungono incongruenze fattuali interne, che rappresentano comunque errori minori rispetto a quelli metodologici. Le grandi imprese cinesi nella stessa edizione della classifica Fortune sono prima 124 e poi 128. Nella cantieristica vengono accostate la quota cinese degli ordini e le quote coreana e giapponese della produzione, cioè indicatori non omogenei. La partecipazione cinese in HSBC, come abbiamo già affermato, viene moltiplicata fino al 49 per cento contro il 7,98 per cento dichiarato dalla banca. La Cina è detta esportatrice netta di investimenti pur riportando uno stock in entrata maggiore di quello in uscita. La quota di BYD nel segmento elettrico viene estesa all’intero mercato brasiliano. Nessun errore isolato chiude una discussione teorica; la loro convergenza mostra però che i dati sono stati spesso selezionati o manipolati (consapevolmente o meno) per confermare i propri bias e una conclusione già assunta. Il metodo marxista, invece, richiede il contrario: partire dalle contraddizioni reali e lasciare aperto il risultato.
Conclusione: una valutazione dialettica della Cina contemporanea
Rifiutare l’etichetta di «potenza imperialista» non significa sostenere che ogni politica cinese debba essere esente da critiche, che non esistano aporie nel sistema socioeconomico o che Pechino non persegua interessi nazionali. La Cina è una società di transizione con una forte componente capitalistica, ma il centro di gravità resta, a nostro giudizio, nei rapporti pubblici e socialisti: proprietà statale e collettiva nei gangli strategici, direzione politica del Partito Comunista, programmazione, controllo del credito e capacità di utilizzare il mercato senza consegnargli formalmente il comando.
Questa struttura spiega perché la crescita cinese abbia prodotto non soltanto fortune private, ma anche la più vasta rete ferroviaria ad alta velocità, infrastrutture energetiche e digitali pubblicamente dirette, riduzione storica della povertà, capacità sanitaria e industriale, investimenti di lungo periodo in scienza e un sistema bancario mobilitabile su obiettivi nazionali. Pur non cancellando contraddizioni e problemi che un Paese vasto, variegato e popoloso come la Cina continua ad avere, tutto questo dimostra che il surplus non è allocato soltanto dalla redditività privata e che la borghesia non dispone della sovranità incontrastata tipica delle metropoli capitalistiche.
Sul piano internazionale, Pechino costruisce relazioni che combinano interesse, cooperazione e competizione. In molti Paesi del Sud globale offre infrastrutture e accesso al mercato senza imporre privatizzazioni, basi o riforme politiche. In altri casi, le condizioni vengono rinegoziate su iniziative dei Paesi coinvolti.
Il Pungolo rosso ha quanto meno ragione su un punto: l’antimperialismo non può ridursi all’appoggio automatico di ogni avversario degli Stati Uniti. Ma da questa premessa condivisibile non discende l’obbligo di gettare fango sulla Cina (prevalentemente) socialista, che oggi offre il principale esempio concreto di sistema alternativo a quello occidentale a guida statunitense. Per dimostrare la sua natura imperialista occorrerebbe provare che un’oligarchia finanziaria domina lo Stato, che i capitali cinesi hanno costituito cartelli internazionali di spartizione, che Pechino impone zone esclusive mediante basi, colpi di Stato, occupazioni e sanzioni extraterritoriali, e che i Paesi partner hanno perduto sovranità. L’articolo non lo fa, e non può farlo.
La realtà disponibile nel 2026 mostra altro: grandi banche controllate dallo Stato; settori strategici pubblici; investimenti esteri consistenti ma ancora inseriti in una forte interdipendenza; rinegoziazioni e rifiuti da parte dei Paesi debitori; un’unica base militare cinese all’estero riconosciuta e una rete logistica embrionale; nessuna guerra su vasta scala dal 1979; partecipazione rilevante al mantenimento della pace dell’ONU; cooperazione con Cuba e apertura tariffaria verso l’Africa. Dall’altra parte stanno centinaia di basi statunitensi, una successione di guerre, la NATO estesa fino ai confini russi, sanzioni extraterritoriali, sorveglianza planetaria e, nel solo 2026, l’attacco al Venezuela, la guerra contro l’Iran, la pressione petrolifera su Cuba e le pretese sulla Groenlandia.
Per questo, la definizione della Cina come formazione economico-sociale (prevalentemente) socialista, pur segnata da una dura lotta tra tendenze socialiste e capitalistiche, rimane più aderente ai fatti di quella di potenza imperialista matura. Il nostro è un giudizio storico concreto, verificabile e persino rivedibile, qualora gli elementi analizzati in questo documento dovessero cambiare. Applicare Lenin significa appunto questo: analizzare la totalità dei rapporti di produzione e della prassi internazionale, non trasformare la crescita cinese in un duplicato immaginario dell’impero che domina ancora il sistema mondiale.
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