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Per comprendere la crisi delle aspirazioni nazionali curde non basta risalire alla guerra contro lo Stato Islamico. Il rapporto tra Israele e il movimento curdo iracheno ha più di sessant’anni e precede il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Fin dalle origini, questa collaborazione non fu fondata sul riconoscimento del diritto dei curdi a costituire uno Stato, ma sulla loro utilità all’interno delle strategie regionali delle potenze straniere. Israele e l’Iran dello scià furono tra i primi sostenitori esterni del movimento guidato da Mustafa Barzani, già comandante militare dell’effimera Repubblica curda del Mahabad, costituita nel 1946 sotto la protezione sovietica.
Dopo il lungo esilio nell’Unione Sovietica, Barzani tornò in Iraq e stabilì rapporti politici e militari con Israele, l’Iran e, successivamente, Stati Uniti. I primi colloqui con i dirigenti israeliani si svolsero anche in russo, lingua conosciuta sia da Barzani sia da numerosi esponenti della classe politica israeliana provenienti dall’Europa orientale. L’interesse di Israele rientrava nella cosiddetta “strategia della periferia”, che consisteva nel costruire rapporti con Stati e minoranze non arabe per indebolire dall’interno i principali paesi arabi ostili. Il movimento curdo iracheno era particolarmente adatto a questo scopo, perché una guerriglia permanente nel nord dell’Iraq costringeva Baghdad a trattenere una parte considerevole delle proprie forze armate lontano dal fronte israeliano. Secondo valutazioni statunitensi dell’epoca, un’insurrezione curda nelle montagne settentrionali avrebbe potuto impegnare fino a due terzi delle forze terrestri irachene. L’obiettivo non era dunque l’indipendenza del Kurdistan, ma l’indebolimento di uno Stato arabo che aveva partecipato alle guerre del 1948, del 1967 e del 1973 contro Israele. L’importanza attribuita da Tel Aviv a questa alleanza è dimostrata dalla qualità dei contatti stabiliti con Barzani. Non furono soltanto agenti dei servizi segreti israeliani a raggiungere clandestinamente il Kurdistan, anche esponenti del governo israeliano incontrarono personalmente il dirigente curdo. All’assistenza politica si aggiunsero forniture militari, addestramento e sostegno sanitario, compresa l’installazione di un ospedale da campo con personale israeliano. Ognuno aveva i suoi obiettivi politici. Israele voleva logorare l’Iraq, lo scià intendeva esercitare pressione su Baghdad, gli Stati Uniti cercavano di indebolire un paese vicino all’Unione Sovietica. Nessuno dei tre considerava la creazione di uno Stato curdo indipendente un proprio obiettivo strategico. Da questa esperienza emerge il motivo ricorrente della storia curda contemporanea, una formazione militare può diventare preziosa per una grande potenza senza che quest’ultima sia disposta a garantirne l’indipendenza. I dirigenti curdi accettarono ripetutamente questa relazione subordinata, sperando che l’utilità dimostrata nelle guerre altrui si trasformasse prima o poi in sovranità nazionale.
Durante la guerra tra Iran e Iraq del 1980-1988, le organizzazioni curde sfruttarono l’impegno dell’esercito iracheno sul fronte iraniano per ampliare i propri margini di azione. Anche in questa occasione una parte della dirigenza curda cercò di utilizzare il sostegno di una potenza in guerra contro Baghdad, esponendo però la popolazione locale alle conseguenze della reazione irachena. La svolta decisiva arrivò dopo la prima guerra del Golfo del 1991. Incoraggiati dagli appelli statunitensi alla rivolta contro Saddam Hussein, i curdi insorsero nel nord dell’Iraq. Quando la repressione provocò un enorme esodo verso Iran e Turchia, gli Stati Uniti intervennero soltanto in un secondo momento, istituendo una zona di sicurezza e imponendo una no-fly zone che limitò fortemente la capacità di Baghdad di operare nel Kurdistan. Da questa protezione occidentale nacque l’autonomia curda di fatto. Nel 1992 furono organizzate elezioni e create istituzioni proprie. Erbil divenne il centro di un’entità dotata di governo, parlamento e forze armate, pur continuando formalmente a far parte dell’Iraq.
La seconda guerra del Golfo del 2003 consolidò ulteriormente questa posizione. I peshmerga combatterono al fianco delle forze americane contro Saddam Hussein e la caduta del regime eliminò il principale ostacolo all’autonomia curda. La Costituzione irachena del 2005 riconobbe ufficialmente la Regione del Kurdistan come entità federale, attribuendole istituzioni proprie, forze di sicurezza e una considerevole autonomia economica. I dirigenti curdi ottennero quindi molto legando il proprio futuro politico agli Stati Uniti. Tuttavia, proprio questa dipendenza impedì loro di trasformare l’autonomia in una sovranità effettiva. Il 25 settembre 2017 il governo di Masoud Barzani organizzò un referendum sull’indipendenza. Circa il 93 per cento dei votanti si pronunciò a favore della separazione dall’Iraq. In quel momento emerse però il limite fondamentale dell’alleanza con Washington. Gli Stati Uniti si opposero apertamente al referendum e ribadirono il proprio sostegno all’integrità territoriale dell’Iraq. Non intendevano garantire militarmente l’indipendenza curda contro Baghdad, né affrontare contemporaneamente l’opposizione di Iran e Turchia. Poche settimane dopo, le forze federali irachene avanzarono su Kirkuk. Le organizzazioni curde, divise al proprio interno, persero rapidamente la città e gran parte dei territori contesi occupati durante la guerra contro lo Stato Islamico. Washington non intervenne. Gli Stati Uniti avevano protetto il Kurdistan quando ciò serviva a contenere Saddam Hussein, avevano utilizzato i peshmerga durante l’invasione del 2003 e li avevano nuovamente armati nella guerra contro l’ISIS. Non erano però disposti a sostenere la nascita di uno Stato curdo quando questa prospettiva entrava in conflitto con interessi regionali più importanti. I capi politici e militari lo capirono bene, ma non accettarono critiche in occidente sulle loro scelte.
La caduta di Mosul, il 10 giugno 2014, provocò il collasso dell’esercito iracheno in vaste zone settentrionali. Lo Stato Islamico conquistò rapidamente Tikrit e avanzò lungo l’asse del Tigri, minacciando Samarra e le vie di accesso alla capitale. L’ISIS, tuttavia, non arrivò realmente vicino alla conquista del centro di Baghdad. Avvicinandosi ai territori a maggioranza sciita, incontrò una resistenza molto più forte. Dopo la fatwa pronunciata da Ali al-Sistani il 13 giugno 2014, decine di migliaia di volontari si mobilitarono. Da questa mobilitazione nacquero e si consolidarono le Forze di mobilitazione popolare, o Hashd al-Shaabi. Anche l’Iran intervenne rapidamente in sostegno del governo iracheno. Sì che dimostrarono la volontà di difendere il proprio paese e lo fecero con efficacia, cosa che tu curi non furono mai in grado di offrire. Invece per le organizzazioni curde, il collasso dell’esercito federale rappresentò soprattutto un’occasione di espansione. Mentre Baghdad cercava di fermare lo Stato Islamico, i peshmerga occuparono Kirkuk e numerosi territori contesi abbandonati dalle forze governative. Fu il momento di massima estensione territoriale del Kurdistan iracheno e quello nel quale l’indipendenza sembrò trasformarsi da aspirazione storica in possibilità concreta. L’avanzata curda non fu quindi soltanto una risposta difensiva alla minaccia jihadista, servì anche a modificare unilateralmente i rapporti territoriali con lo Stato iracheno. La propaganda occidentale presentò spesso i peshmerga come protagonisti assoluti della lotta contro l’ISIS. In realtà, la loro efficacia dipese in misura decisiva dalla copertura aerea, dall’intelligence, dall’addestramento e dai rifornimenti forniti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Senza questo sostegno, i limiti operativi delle forze curde erano già emersi durante le prime offensive jihadiste.
Il mito occidentale del Rojava
In Siria, la distanza tra rappresentazione ideologica e realtà politica apparve ancora più evidente. La parola “Rojava” divenne in Occidente il simbolo di una presunta democrazia dal basso, fondata sulla partecipazione comunitaria, sulla giustizia sociale e sull’uguaglianza tra uomini e donne. A questa immagine aderirono numerosi militanti della sinistra radicale e comunista europea. Il mito del Rojava ha esercitato un’attrazione particolarmente forte sul femminismo occidentale, compreso quello italiano, che vi riconobbe il trionfo dell’emancipazione femminile, della parità politica e del superamento dei rapporti patriarcali. Il Rojava fu così rappresentato come un laboratorio politico realmente esistente, la dimostrazione che nel cuore del Medio Oriente fosse possibile edificare una società egualitaria, laica, comunitaria e radicalmente democratica. Dietro questa immagine idealizzata si consolidò però un sistema dominato dal PYD e dalle sue strutture militari, YPG e YPJ. Tali organizzazioni imposero il proprio progetto anche a territori largamente abitati da arabi, coinvolgendo queste comunità in una strategia che non coincideva necessariamente con i loro interessi né con la conservazione dell’unità siriana. Dal 2015, la principale struttura militare divenne quella delle Syrian Democratic Forces, una coalizione formalmente multietnica ma sottoposta alla direzione politica e militare curda. La presenza di contingenti arabi consentì alle SDF di estendere il proprio controllo ben oltre le tradizionali aree curde, conferendo alla conquista di territori arabi una più accettabile veste pluralista. La collaborazione con Washington, inizialmente giustificata dalla guerra contro lo Stato Islamico, si trasformò progressivamente in una dipendenza strategica. Le forze curde entrarono nel dispositivo militare statunitense in Siria e contribuirono alla frammentazione territoriale del paese. Il Rojava non fu quindi l’esperimento autonomo celebrato dalla propaganda occidentale e da alcune frange di partiti comunisti e/o sedicenti tali., ma una struttura di potere protetta dagli Stati Uniti, estesa a regioni prevalentemente arabe e inserita nella strategia volta a indebolire Damasco e a contenere Iran e Russia.
La guerra condotta dalle SDF contro l’ISIS fu reale e provocò migliaia di morti. Sarebbe quindi inesatto descriverla come completamente fittizia. Ciò non toglie che la narrazione di una vittoria essenzialmente curda abbia nascosto il ruolo determinante dell’aviazione, dell’intelligence e delle forze speciali americane. Rimangono molti dubbi riguardo al possesso dei pozzi siriani di Al Omar, a lungo in mano Isis. Durante l’avanzata delle SDF nella Siria orientale si verificarono ritirate dell’ISIS sorprendentemente rapide e spesso immotivate. In alcuni settori i jihadisti abbandonarono le posizioni senza opporre una resistenza proporzionata alla loro precedente capacità militare.
Le forze curde occuparono così territori, infrastrutture e giacimenti petroliferi appena evacuati dallo Stato Islamico. La successione apparve talvolta più simile a un avvicendamento territoriale che a una conquista ottenuta attraverso una battaglia decisiva. Ne risulta ridimensionata la narrazione secondo cui le SDF avrebbero sconfitto l’ISIS esclusivamente grazie alle proprie capacità militari. Se poi si tiene conto che i pozzi di Al Omar prima serviti al contrabbando jihadista, poi sotto controllo curdo furono usati per indirizzare il petrolio siriano verso gli Stati Uniti. Grazie alla copertura della coalizione, le SDF avanzarono lungo l’Eufrate, conquistarono Raqqa nel 2017 e occuparono ampie parti della Siria orientale. In alcuni casi furono negoziate evacuazioni dei combattenti jihadisti. A Raqqa, per esempio, un accordo consentì a centinaia di membri dell’ISIS e alle loro famiglie di abbandonare la città. La conquista non fu dunque il risultato esclusivo delle capacità militari curde, ma di una divisione del lavoro, gli Stati Uniti fornivano la potenza aerea, l’intelligence e la protezione strategica; le SDF occupavano il territorio e ne amministravano le risorse. Con il collasso del califfato, le forze curde finirono per controllare circa un quarto della Siria, comprendente dighe, terre agricole e alcuni dei principali giacimenti petroliferi e di gas. Questi territori non furono restituiti allo Stato siriano. La presenza americana impedì a Damasco di riprendere il controllo delle principali risorse energetiche. Più che di un semplice «furto americano del petrolio», si deve parlare di una sottrazione delle risorse alla sovranità siriana, realizzata mediante il controllo territoriale esercitato dalle SDF sotto protezione statunitense.
Afrim i curdi lasciano i loro fratelli nelle mani dei turchi
La fragilità del progetto apparve chiaramente nel 2018, quando la Turchia attaccò il cantone di Afrin. Gli Stati Uniti non intervennero in sua difesa, sostenendo che quell’area non rientrava nel territorio delle proprie operazioni e riconoscendo contemporaneamente le «legittime preoccupazioni di sicurezza» di Ankara, membro della NATO. Una parte delle forze curde impegnate a Deir ez-Zor decise di abbandonare il fronte contro l’ISIS per soccorrere Afrin. La risposta americana fu inequivocabile, le unità che avessero lasciato la missione assegnata dalla coalizione non avrebbero più ricevuto sostegno. Le forze curve che avevano appena iniziato Il movimento verso Afrim tornarono indietro e la dirigenza curda selle SDF YPJ. Washington proteggeva dunque i combattenti curdi soltanto finché essi combattevano il nemico indicato dagli Stati Uniti. Quando la difesa delle popolazioni curde entrava in conflitto con gli interessi della Turchia, l’alleanza cessava di operare. Afrin cadde nel marzo 2018. Il suo abbandono dimostrò che gli Stati Uniti non avevano assunto alcun impegno verso un progetto nazionale curdo. Avevano semplicemente reclutato una forza terrestre subordinata alla propria strategia.
Dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, le SDF dovettero stabilire se l’enorme territorio conquistato durante la guerra contro l’ISIS potesse essere trasformato in un’autonomia permanente.
Il 10 marzo 2025 Mazloum Abdi e al-Sharaa, già noto come Al Jolani ex prigioniera americano di Camp Bucca in Iraq firmarono un accordo che prevedeva l’integrazione nello Stato siriano delle istituzioni civili e militari del nord-est. L’intesa comprendeva valichi di frontiera, aeroporto, giacimenti di petrolio e gas e strutture armate delle SDF. Era il riconoscimento sostanziale del fallimento del progetto separatista. Nel momento della massima espansione, le organizzazioni curde avevano controllato circa un quarto della Siria, disponevano di un’amministrazione, di proprie forze armate e della protezione della maggiore potenza militare mondiale. Nonostante ciò, non riuscirono a trasformare il dominio territoriale in sovranità. Il Rojava, celebrato per anni come modello alternativo per il Medio Oriente, dovette negoziare la propria sopravvivenza all’interno dello Stato siriano. Gli Stati Uniti non avevano combattuto per fondare un Kurdistan, ma per distruggere il califfato territoriale dell’ISIS, occupare una regione strategica, sottrarre risorse a Damasco e limitare l’influenza iraniana e russa. Quando questi obiettivi cambiarono, diminuì anche il valore dell’alleanza con le SDF.
Il mancato fronte curdo contro l’Iran nel 2026
L’ultimo episodio di questa relazione e soggetta al potere dispotico americano, si verificò durante la guerra americano-israeliana contro l’Iran del 2026. Il Kurdistan iracheno si trovava ancora una volta in una posizione strategica eccezionale. La Regione autonoma possedeva istituzioni e forze armate proprie, ma rimaneva parte dell’Iraq federale. Anche la sua indipendenza economica era incompleta, petrolio, oleodotti, bilancio e distribuzione delle entrate dipendevano da difficili accordi con Baghdad.
Nei primi giorni di marzo sono emersi colloqui tra gli Stati Uniti e alcune organizzazioni curdo-iraniane esiliate nel Kurdistan iracheno. Lo scopo era valutare l’apertura di un fronte terrestre nell’Iran occidentale. Queste formazioni hanno chiesto armi, intelligence e sostegno militare. Sono stati segnalati anche contatti con la CIA. L’offensiva avrebbe dovuto costringere l’Iran a impiegare forze nelle regioni montuose occidentali mentre Stati Uniti e Israele proseguivano la campagna aerea. Donald Trump contattò personalmente Masoud Barzani e Bafel Talabani, dirigenti delle due principali formazioni politiche del Kurdistan iracheno.
Ciò non significa che fosse stato deciso l’impiego dei peshmerga regolari. I protagonisti dell’eventuale incursione avrebbero dovuto essere soprattutto i gruppi curdo-iraniani stanziati in territorio iracheno. Per alcuni giorni l’operazione sembrò imminente, ma non ha avuto inizio. La rinuncia non è derivata da un’improvvisa solidarietà verso l’Iran, bensì dalla consapevolezza dei rischi. Il coinvolgimento diretto avrebbe esposto Erbil alla rappresaglia iraniana e agli attacchi delle milizie sciite irachene legate a Teheran, dotate di missili e droni. Il pericolo era concreto. Durante la guerra furono colpite infrastrutture petrolifere e installazioni americane nel Kurdistan. Teheran chiarì inoltre che avrebbe considerato parte del teatro bellico qualsiasi territorio utilizzato per condurre operazioni contro l’Iran. Washington inviò segnali contraddittori e non offrì garanzie sufficienti. Le organizzazioni curdo-iraniane disponevano complessivamente di poche migliaia di combattenti e un’incursione priva di protezione americana avrebbe potuto trasformarsi rapidamente in una catastrofe. La dirigenza del Kurdistan iracheno comprese quindi che la partecipazione alla guerra avrebbe messo in pericolo l’unica entità curda dotata di un’autonomia reale e consolidata. Per la prima volta, una parte significativa del potere curdo sembrò riconoscere il carattere strumentale delle promesse americane prima di subire una nuova sconfitta.
Il fallimento politico e militare del nazionalismo curdo
La sequenza storica è eloquente, dal Mahabad nel 1946, il crollo della rivolta di Barzani nel 1975, il fallimento del referendum iracheno del 2017, il progressivo ridimensionamento del Rojava e, infine, il mancato fronte contro l’Iran nel 2026. Non si tratta soltanto di una serie di tradimenti occidentali, ma anche della dimostrazione della debolezza politica e militare delle organizzazioni nazionaliste curde. Queste dirigenze hanno raramente dimostrato di possedere la forza necessaria per raggiungere autonomamente i propri obiettivi. Le loro conquiste territoriali sono quasi sempre dipese dall’indebolimento degli Stati centrali, dalla copertura aerea occidentale e dalla fornitura straniera di armi, intelligence e denaro. Quando questa protezione è venuta meno, le presunte capacità dei peshmerga, delle YPG e delle SDF si sono rapidamente ridimensionate.
Anche sul piano politico il bilancio è fallimentare. Le leadership curde non sono riuscite a costruire un fronte nazionale unitario, hanno mantenuto profonde divisioni familiari e partitiche e hanno subordinato ogni progetto autonomista alla benevolenza di potenze esterne. Invece di cercare accordi durevoli con gli Stati e con le popolazioni arabe circostanti, hanno ripetutamente scelto di fungere da forza ausiliaria degli Stati Uniti e di Israele. Il legame con l’imperialismo statunitense e con il sionismo israeliano non è stato quindi occasionale, ma costituisce uno degli elementi più costanti della strategia delle principali organizzazioni curde. In Iraq esse furono impiegate per indebolire Baghdad; in Siria per occupare territori, sottrarre risorse a Damasco e ostacolare la ricostituzione dell’unità nazionale; contro l’Iran furono nuovamente considerate come possibile fanteria locale di una guerra diretta da Washington e Tel Aviv. Il mito occidentale dei peshmerga e del Rojava ha nascosto questa dipendenza. Dietro le formule della «democrazia dal basso», dell’«emancipazione femminile» e dell’«autodeterminazione» si è consolidato un apparato politico-militare incapace di sopravvivere senza la protezione americana. La sua espansione non ha dimostrato una particolare superiorità militare, ma la disponibilità a occupare gli spazi aperti dalle guerre occidentali e dal collasso degli Stati regionali.
Il fallimento curdo non può dunque essere spiegato soltanto attraverso il tradimento delle grandi potenze. Esso deriva anche dall’incapacità delle leadership nazionaliste di comprendere che Stati Uniti e Israele non hanno alleati permanenti, ma strumenti temporanei. Queste dirigenze hanno accettato più volte di combattere le guerre dell’imperialismo e del sionismo, illudendosi di ricevere in cambio uno Stato che nessuna potenza aveva realmente promesso di garantire. La conclusione è severa ma inevitabile, le principali organizzazioni nazionaliste curde hanno dimostrato scarsa autonomia politica, limitata capacità militare e una costante disponibilità a porsi al servizio delle strategie statunitensi e israeliane contro Iraq, Siria e Iran. Hanno sacrificato i rapporti con i popoli vicini in cambio di una protezione straniera provvisoria e interessata. Quando quella protezione è venuta meno, sono rimaste isolate, divise e incapaci di difendere le conquiste ottenute. Il problema, pertanto, non è soltanto che le grandi potenze abbiano abbandonato ripetutamente i curdi. È anche che le loro classi dirigenti abbiano continuato a offrirsi come strumenti dell’imperialismo e del sionismo, senza possedere né la forza militare per imporsi autonomamente né la capacità politica di costruire una strategia diversa. Dopo ottant’anni di sconfitte, il nazionalismo curdo continua così a ripetere lo stesso errore, combattere le guerre altrui e chiamare questa subordinazione lotta per la libertà.
Sitografia
Rapporti fra Israele e movimento curdo iracheno
- Fabrizio L. Di Majo, The “Israel Factor” and the Iraqi-Kurdish Quest for Independence, Istituto Affari Internazionali, 20 ottobre 2017. Ricostruisce i rapporti fra Israele e Mustafa Barzani, comprese le visite del dirigente curdo in Israele nel 1968 e nel 1973.
- Michael Knights, Why Israel Is Cheering On Iraqi Kurds’ Push for Independence, Washington Institute for Near East Policy, 12 settembre 2017. Utile per l’assistenza militare e sanitaria israeliana e per la funzione antirachena dell’alleanza.
- Alan Baker, The Kurdish-Israeli Bond, Jerusalem Strategic Tribune, 2025. Presenta la collaborazione curdo-israeliana all’interno della «dottrina della periferia» di David Ben-Gurion.
- Amberin Zaman, From Tribe to Nation: Iraqi Kurdistan on the Cusp of Statehood, Wilson Center. Studio generale sull’evoluzione politica del Kurdistan iracheno e sul potere delle famiglie Barzani e Talabani.
Gli Stati Uniti, l’autonomia irachena e il referendum del 2017
- Congressional Research Service, Kurds in Iraq and Syria: U.S. Partners Against the Islamic State, 23 dicembre 2016. Rapporto istituzionale fondamentale sui rapporti militari fra Washington, peshmerga iracheni, YPG e SDF.
- Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Iraqi Kurdistan Regional Government’s Planned Referendum, 20 settembre 2017. Documento ufficiale che attesta la netta opposizione americana al referendum indipendentista.
- Michael Knights, The Kurdish Referendum and Kirkuk: Lessons for U.S. Policymakers, Washington Institute, 27 ottobre 2017. Analizza gli errori della dirigenza curda, le divisioni interne e la perdita di Kirkuk.
- David L. Phillips, The U.S. and Kurdistan: Revise and Rebuild after Kirkuk, Brookings Institution, 20 ottobre 2017. Utile come interpretazione favorevole ai curdi da confrontare con la tesi critica dell’articolo.
- Martin Chulov, Kurdish Forces Abandon Long-held Lands to Iraqi Army and Shia Fighters, The Guardian, 17 ottobre 2017. Documenta il rapido ripiegamento da Kirkuk, Sinjar, Bashiqa e Khanaqin e le divisioni fra KDP e PUK.
Rojava, YPG e controllo delle popolazioni arabe
- Amnesty International, “We Had Nowhere Else to Go”: Forced Displacement and Demolitions in Northern Syria, 13 ottobre 2015. Documenta demolizioni e trasferimenti forzati compiuti dall’Amministrazione autonoma e dalle sue strutture militari.
- Amnesty International, Syria: US Ally’s Razing of Villages Amounts to War Crimes, 13 ottobre 2015. Sintesi del rapporto precedente, particolarmente utile per discutere criticamente l’immagine idealizzata del Rojava.
- Congressional Research Service, Kurds in Iraq and Syria: U.S. Partners Against the Islamic State, 2016. Da utilizzare anche per la composizione delle SDF, il ruolo dirigente delle YPG e la dipendenza dal sostegno americano.
La guerra contro l’ISIS e la caduta di Raqqa
- BBC, Raqqa’s Dirty Secret, 13 novembre 2017. Inchiesta essenziale sull’accordo che consentì a combattenti dell’ISIS, familiari e mezzi carichi di armi di lasciare Raqqa.
- CBS News, U.S.-backed Forces Allowed Hundreds of ISIS Fighters to Flee Raqqa, 14 novembre 2017. Riprende e conferma gli elementi principali dell’inchiesta della BBC.
- Al Jazeera, Evacuation Deal as ISIL Defeat in Syria’s Raqqa Nears, 15 ottobre 2017. Fonte contemporanea ai fatti sulla ritirata negoziata dei jihadisti.
- Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Press Briefing with Colonel Ryan Dillon, Spokesperson for Combined Joint Task Force–Operation Inherent Resolve, 2018. Fonte ufficiale sul ruolo della coalizione e sull’assistenza fornita alle SDF.
Queste fonti permettono di dimostrare che la vittoria delle SDF non fu esclusivamente curda, ma dipese in misura determinante dall’aviazione, dall’intelligence e dalle forze speciali statunitensi. Le evacuazioni negoziate da Raqqa sono documentate; non provano però, da sole, un’alleanza generale fra ISIS e SDF.
Afrin e i limiti della protezione americana
- Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Deputy Special Presidential Envoy Terry Wolff and Coalition Spokesperson Ryan Dillon, 8 marzo 2018. Conferenza ufficiale sulla guerra contro l’ISIS e sul trasferimento di combattenti curdi verso Afrin.
- Joint Chiefs of Staff, Turkey’s Assault on Kurdish Fighters Concerns United States Officials, 30 gennaio 2018. Illustra la posizione americana durante l’operazione turca contro Afrin e i limiti dell’impegno statunitense verso le YPG.
Accordo fra Damasco e SDF
- Reuters, Syria’s Interim President Signs Deal with Kurdish-led SDF to Merge Forces, 10 marzo 2025. Fonte fondamentale sull’integrazione delle strutture civili e militari delle SDF nello Stato siriano e sul trasferimento di valichi, aeroporto e giacimenti energetici.
- Reuters, US Top Diplomat Rubio Welcomes Syrian Deal with Kurdish Forces, 12 marzo 2025. Dimostra il sostegno americano all’accordo e quindi il mancato appoggio alla costituzione di uno Stato curdo indipendente.
- Reuters, Kurdish-led Syrian Group Rejects Islamist Authorities’ New Constitution Framework, 14 marzo 2025. Utile per presentare anche la posizione delle istituzioni politiche legate alle SDF.
- Reuters, Syrian Defence Minister and SDF Commander Approve Immediate Ceasefire, 7 ottobre 2025. Documenta le difficoltà incontrate nell’applicazione dell’accordo del marzo 2025.
Il mancato fronte curdo contro l’Iran nel 2026
- Reuters, U.S., Kurds Discuss Potential Iran Military Operation, Sources Say, 4 marzo 2026. Sui colloqui con Washington, le richieste di armi e il possibile impiego di organizzazioni curdo-iraniane.
- Reuters, Israel Backing Iranian Kurdish Plans to Seize Iran Border Areas, Sources Say, 6 marzo 2026. Fonte centrale sul sostegno israeliano ai progetti offensivi delle milizie curdo-iraniane.
- Al Jazeera, Iranian Kurdish Leader in Iraq Says Ground Operation into Iran “Highly Likely”, 7 marzo 2026. Riporta le dichiarazioni dei dirigenti curdi nei giorni in cui l’offensiva appariva imminente.
- Associated Press, Kurdish Iranian Dissidents in Iraq Deny Attack Plans but Say They Would Join a US Invasion of Iran, marzo 2026. Importante per distinguere la disponibilità politica a combattere dalla concreta apertura di un’offensiva.
- Reuters, Trump’s Mixed Messages and Iran’s Bombs Kept Kurds Out of War, 8 aprile 2026. L’inchiesta più importante sulle ragioni della rinuncia: ambiguità statunitensi, minaccia iraniana e timore curdo di trasformare la Regione autonoma in un campo di battaglia.
- Reuters, Iraq Resumes Kirkuk Crude Exports via Ceyhan after Baghdad-KRG Deal, 17 marzo 2026. Dimostra la persistente dipendenza economica del Kurdistan iracheno dagli accordi con Baghdad.
- Reuters, Drones Attack Kurdistan Regional Government Prime Minister’s Office in Iraq, 17 agosto 2026. Sulle conseguenze protratte della guerra e sulla vulnerabilità del territorio curdo.
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