Polonia: riaprire la porta d’oriente

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Francesco Galofaro

Autore: Francesco Galofaro

Docente di Semiotica Università IULM di Milano

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Lo scoppio della guerra russo-ucraina ha causato gravi danni all’economia polacca 1.  Prima della guerra, il tasso di crescita del PIL polacco si attestava costantemente sopra il 5% (con l’eccezione del 2020, anno del COVID). Nel 2023, il tasso è crollato allo 0,8%, per poi salire fino al 3,8% attuale; nello stesso anno, il tasso di inflazione è triplicato, giungendo al 12%, prima di tornare ad assestarsi al 3% attuale; nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione è salito di quasi due punti percentuali. Infine, negli anni della guerra, la bilancia commerciale ha fatto registrare un passivo per circa due miliardi di euro. Per avere un parametro di riferimento, nonostante le oscillazioni, nel 2026 la bilancia commerciale italiana è in attivo per oltre quattro miliardi di euro.

Al di là delle posizioni ideologiche che distinguono la destra liberale di Donald Tusk, vicina al partito popolare europeo, e il partito conservatore PIS, i mutamenti di governo, in Polonia, corrispondono solitamente ai periodi di crisi economica. Nel ’23, i liberali sostituirono i conservatori al governo, senza che potessero realmente risolvere i problemi del Paese, dato che questi erano causati dalla guerra e dalla presenza di oltre due milioni di rifugiati. Per tale ragione, nel ’25 i polacchi hanno eletto presidente della Repubblica il conservatore Karol Nawrocki, aprendo a un periodo di veti e di instabilità politica.

Una delle conseguenze della guerra è la fine del ruolo di Porta d’Oriente dell’Europa, che la Polonia ha interpretato durante gli anni. 2 ’10 Nonostante fosse governata da forze politiche ideologicamente anticomuniste e russofobe, oltre che euroscettiche, in quegli anni la Polonia ha ristrutturato il proprio sistema ferroviario, avvalendosi di fondi europei, acquistando – tra l’altro – i treni Pendolino italiani. Dalla Bielorussia e dall’Ucraina passava infatti una delle infrastrutture ferroviarie della BRI (Belt and Road Initiative) grazie alla quale l’Europa scambiava merci direttamente con la Cina. Questo ruolo è oggi pregiudicato a causa della guerra e delle ostilità reciproche tra Polonia, Bielorussia e Ucraina.

Le potenzialità strategiche della cooperazione tra Polonia e Cina avviata anteriormente al conflitto erano molto interessanti. Nel 2019, la bilancia commerciale tra i due paesi era sbilanciata verso le importazioni in rapporto di 11 a 1; il 35% di queste non pervenivano in Polonia direttamente dalla Cina, ma attraverso la mediazione di altri Paesi. Un ulteriore sviluppo della rotta commerciale avrebbe permesso un riequilibrio della bilancia commerciale per diversi motivi: oltre a un risparmio sulle importazioni, la Polonia avrebbe avuto la possibilità di incrementare il proprio export, non solo verso la Cina, ma anche verso altri Paesi dell’Asia centrale. Per avere un’idea dell’importanza di questa via, dal 2004 al 2019 le esportazioni polacche lungo il percorso del Nuovo Corridoio Economico Terrestre Eurasiatico erano quintuplicate verso la Cina, quadruplicate verso il Kazakhstan, triplicate verso la Russia. La Polonia avrebbe potuto essere la via di transito verso l’Europa centrale e verso la Scandinavia.

Sfortunatamente per i polacchi, il ruolo di Porta d’oriente che la Polonia potrebbe ancora giocare è ostacolato, oltre che dalla guerra, da alcune sovrastrutture culturali. La cultura polacca si autorappresenta come bastione d’Europa 3contro il pericolo del risveglio dell’Asia. 4 Si tratta di un mito che, a partire dagli anni ‘20, ha permeato racconti e romanzi di grandi autori polacchi come Stanisław Ignacy Witkiewicz e Aleksander Wat: in essi, una Polonia affetta da decadenza politica e morale viene travolta da orde vittoriose e inarrestabili di comunisti cinesi. Il fatto che la Polonia oggi persegua una politica di conflitto con la Russia anche a danno della propria economia è tutto sommato coerente con questo mito ideologico.

Allo stesso tempo, gli opposti nazionalismi che dividono i popoli slavi alimentano l’ostilità tra la Polonia e la stessa Ucraina, la quale, sulla carta, è un alleato. A fine maggio, il peggior incidente diplomatico degli ultimi anni ha diviso i due Paesi, quando Zelensky ha improvvidamente assegnato il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’armata di forze speciali ucraine. L’UPA (armata di liberazione ucraina) era una formazione militare collaborazionista che, durante l’occupazione nazista, si è resa responsabile – tra l’altro – del massacro di decine di migliaia di polacchi, cattolici ed ebrei, perpetrati nella regione della Volinia tra il 1943 e il ‘44. Quanto basta perché tanto i conservatori del PIS quanto l’estrema destra del partito Konfederacjia, euroscettico ed ostile al conflitto, chiamassero i propri militanti alle armi. Al rifiuto di Zelensky di desistere dal proprio proposito, il presidente Nawrocki gli ha revocato l’importante onorificenza dell’aquila bianca, della quale era stato insignito.

Certamente è comprensibile l’indignazione dei polacchi: lo Stato ucraino attuale fonda la propria identità nazionale su criminali di guerra filonazisti, in quanto, sulla carta, essi combattevano il comunismo; è come se in Italia qualcuno considerasse i fascisti delle brigate nere come eroi della Patria. Tuttavia, l’ostilità dei polacchi nei confronti dell’Ucraina si spiega in realtà con le precarie condizioni dell’economia del Paese. Dato il tasso di disoccupazione elevato, è inevitabile che i Polacchi impoveriti addossino ai rifugiati ucraini la responsabilità delle loro miserabili condizioni: quasi tutte le cameriere e quasi tutti i tassisti in Polonia sono ucraini; le condizioni di favore che l’UE ha adottato nei confronti dell’Ucraina hanno rovinato gli agricoltori e gli autotrasportatori polacchi; quasi ogni giorno in Polonia singoli individui o gruppi organizzati di estrema destra si rendono protagonisti di violenze nei confronti dei rifugiati; d’accordo con Zelensky, la polizia polacca rastrella i giovani ucraini maschi renitenti alla leva e li rispedisce in patria.

Quali possono essere, in questa situazione, le prospettive della Polonia? In primo luogo, l’instabilità politica perdurerà: finché la guerra proseguirà, tanto i dati economici quanto il rapporto tra il sistema politico e l’opinione pubblica non potranno che peggiorare. La difficile coabitazione tra i liberali di Tusk e i conservatori di Nawrocki sarà resa anche più problematica dalla crescita dell’estrema destra del partito Confederacjia. La classe politica continua ad appoggiare una guerra antipopolare per motivazioni economiche: attualmente produce droni per l’Ucraina e ha accarezzato il sogno di produrre anche i missili Patriot, dopo che Trump aveva promesso a Zelensky di concedergli la licenza e la tecnologia per costruirli in autonomia. Al principio di agosto Tusk aveva incontrato Zelensky a Lublino, per discutere questa possibilità.

La modesta opinione di chi scrive è che la prospettiva economico-politica della Polonia, come nel caso di altri Stati europei, sarebbe migliore se perseguisse una politica estera diversa, più autonoma rispetto all’Unione europea e maggiormente incline a favorire la pace tra Russia e Ucraina. Ciò consentirebbe di rilanciare relazioni economiche con la Cina, riportando in vita il Nuovo Corridoio Economico Terrestre Eurasiatico. Questo indirizzo non potrebbe che giovare alla ripresa dell’economia polacca, oltre a favorire la distensione con Ucraina e Bielorussia, nell’interesse della sicurezza reciproca.

Il problema della Polonia, come peraltro di altri Stati europei, è l’incapacità della classe dirigente attuale di ragionare in una prospettiva di tipo win-win, intrattenendo relazioni di cooperazione internazionale meno ideologiche e più pragmatiche, volte alla costruzione di un futuro condiviso.

 

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