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Il rapporto tra uomo, tecnologia e rapporti di produzione costituisce uno dei nodi teorici più densi dell’opera di Karl Marx. Come in tutta l’opera del Nostro, questo pensiero, lungi dal rappresentare un elemento statico, subisce nella riflessione marxiana un’evoluzione concettuale profonda: da strumento inizialmente considerato neutrale nei testi giovanili, fino a configurarsi come la forma materiale stessa del capitale e del suo ruolo di disciplinamento ed assoggettamento del lavoro nelle opere della maturità. Analizzare l’evoluzione della visione del ruolo della macchina all’interno dei rapporti di produzione – e dei rapporti sociali che ne derivano – permette non solo di ripercorrere l’evoluzione del pensiero marxiano, ma di fornire le chiavi interpretative per comprendere il capitalismo digitale contemporaneo e le attuali prospettive riguardo ad un possibile superamento del lavoro salariato.
- Il Marx giovanile e la neutralità della tecnica
Nelle opere del periodo giovanile, tra cui i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e L’Ideologia tedesca, Marx analizza la tecnologia mantenendo un’impostazione che separa il mezzo tecnico dalla sua cornice sociale. La macchina viene vista essenzialmente come un’estensione delle facoltà umane, un potenziamento delle capacità naturali dell’individuo. In questa fase, la tecnica in sé conserva un carattere sostanzialmente neutrale: l’origine dell’oppressione non viene rintracciata nell’automa o nell’ingegno meccanico, bensì nella struttura dei rapporti di proprietà.
La divisione del lavoro fra le diverse città ebbe come prima conseguenza il sorgere delle manifatture, rami di produzione scaturiti dal sistema corporativo. Il primo fiorire delle manifatture — in Italia e più tardi nelle Fiandre — ebbe come presupposto storico il commercio con nazioni straniere. In altri paesi — Inghilterra e Francia, per esempio — le manifatture si limitarono inizialmente al mercato interno. Oltre quelli indicati, le manifatture avevano come presupposto una già progredita concentrazione della popolazione — soprattutto nelle campagne — e del capitale, che cominciava ad accumularsi nelle mani di pochi, parte nelle corporazioni, nonostante i regolamenti corporativi, parte presso i commercianti. Quel lavoro che presupponeva fin da principio una macchina, sia pure nella forma più rudimentale, si dimostrò ben presto come il più capace di sviluppo.1
Naturalmente non ci daremo la pena d’illuminare i nostri sapienti filosofi sul fatto che la « liberazione » dell’«uomo» non è ancora avanzata di un passo quando essi abbiano risolto la filosofia, la teologia, la sostanza e tutta l’immondizia nell’«autocoscienza», quando abbiano liberato l’« uomo » dal dominio di queste frasi, dalle quali non è mai stato asservito; che non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali , che la schiavitù non si può abolire senza la macchina a vapore e la Mule-Jenny, né la servitù della gleba senza un’agricoltura migliorata, che in generale non si possono liberare gli uomini finché essi non sono in grado di procurarsi cibo e bevanda, abitazione e vestiario in qualità e quantità completa.2
L’alienazione (Entfremdung) del lavoratore non deriva dalla natura fisica del dispositivo con cui opera, ma dal modo di produzione capitalistico. L’operaio è alienato perché non possiede né i mezzi di produzione né il prodotto del proprio lavoro. La macchina è vissuta come una potenza estranea e ostile unicamente perché la proprietà privata la pone di fronte al lavoratore come capitale accumulato nelle mani altrui. La critica giovanile si concentra dunque sul ribaltamento della proprietà, lasciando intendere che la medesima struttura tecnica potrebbe servire direttamente un’organizzazione sociale emancipata.
- Il Marx maturo: la macchina come controllo, “normalizzazione” e capitale fisso
Nel Capitale (in particolare nel capitolo su Macchine e grande industria) e nei Grundrisse (nel celebre Frammento sulle macchine), la prospettiva marxiana subisce un salto qualitativo: la macchina smette di essere un semplice strumento neutrale e viene riconosciuta come l’incarnazione materiale dei rapporti di forza capitalistici:
I dati di fatto reali, che erano stati travestiti dall’ottimismo economico, sono questi: gli operai soppiantati dal macchinario vengono gettati fuori dell’officina, sul mercato del lavoro, e quivi accrescono il numero delle forze-lavoro già disponibili per lo sfruttamento capitalistico. Nella settima sezione si vedrà che quest’effetto delle macchine che ora qui ci viene presentato come una compensazione per la classe operaia, colpisce al contrario l’operaio come il più terribile dei flagelli. Qui diciamo solo questo: certamente, gli operai scacciati da una branca dell’industria possono cercare occupazione in un’altra qualsiasi. Se la trovano, e se si riannoda così il vincolo fra loro e i mezzi di sussistenza insieme ad essi messi in libertà, ciò avviene per mezzo di un capitale nuovo, addizionale, che preme per essere investito, ma mai per mezzo del capitale che funzionava già prima e che ora è trasformato in macchinario. E anche allora, che meschine prospettive sono le loro! Storpiati dalla divisione del lavoro, questi poveri diavoli valgono così poco fuori della loro vecchia sfera di lavoro che trovano accesso soltanto in alcune poche branche di lavoro, basse e quindi costantemente sovraccariche e sottopagate.
Inoltre, ogni branca dell’industria attrae ogni anno una nuova fiumana di uomini, che le forniscono il suo contingente per la reintegrazione e la crescita regolari. Appena le macchine mettono in libertà una parte degli operai fino a quel momento occupati in una data branca dell’industria, anche la truppa di riserva viene ridistribuita e assorbita in altre branche di lavoro, mentre le prime vittime deperiscono e intristiscono per la maggior parte durante il periodo del trapasso. È un dato di fatto indubbio che le macchine in sé non sono responsabili di questa «liberazione» degli operai dai mezzi di sussistenza. Le macchine riducono più a buon mercato e aumentano il prodotto nella branca che conquistano e in un primo momento lasciano inalterata la massa di mezzi di sussistenza prodotta in altre branche dell’industria. Dunque la società possiede, prima e dopo la loro introduzione, altrettanti mezzi di sussistenza, o anche di più, per gli operai soppiantati, fatta completamente astrazione dalla enorme parte del prodotto annuo che viene sperperata da non-operai. E qui sta il punto culminante dell’apologetica degli economisti! Le contraddizioni e gli antagonismi inseparabili dall’uso capitalistico delle macchine non esistono perché provengano dalle macchine stesse, ma dal loro uso capitalistico!
Poiché dunque le macchine, considerate in sé, abbreviano il tempo di lavoro mentre, adoprate capitalisticamente, prolungano la giornata lavorativa, poiché le macchine in sè alleviano il lavoro e adoprate capitalisticamente ne aumentano l’intensità, poiché in sè sono una vittoria dell’uomo sulla forza della natura e adoprate capitalisticamente soggiogano l’uomo mediante la forza della natura, poiché in sè aumentano la ricchezza del produttore e usate capitalisticamente lo pauperizzano, ecc., l’economista borghese dichiara semplicemente che la considerazione delle macchine in sé dimostra con la massima precisione che tutte quelle tangibili contraddizioni sono una pura e semplice parvenza della ordinaria realtà, ma che in sé, e quindi anche nella teoria, non ci sono affatto. Così risparmia di doversi ulteriormente stillare il cervello, e per giunta addossa al suo avversario la sciocchezza di combattere non l’uso capitalistico delle macchine, ma le macchine stesse.3
E ancora:
Finché lo strumento di lavoro rimane, nel senso proprio della parola, strumento di lavoro, così come, storicamente e immediatamente, è accolto e inserito dal capitale nel suo processo di valorizzazione, esso subisce solo una mutazione formale per il fatto che, ora, non appare più solo – dal suo lato materiale – come mezzo di lavoro, ma anche – e nello stesso tempo – come un modo particolare di esistenza del capitale determinato dal processo complessivo di quest’ultimo: come capitale fisso.
Ma, una volta accolto nel processo produttivo del capitale, il mezzo di lavoro percorre diverse metamorfosi, di cui l’ultima è la macchina o, piuttosto, un sistema automatico di macchine(sistema di macchine; quello automatico è solo la forma più perfetta e adeguata del macchinario, che sola lo trasforma in un sistema), messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa consistente di numerosi organi meccanici e intellettuali, in modo che gli operai stessi sono determinati solo come organi coscienti di esso. Nella macchina, e ancor più nel macchinario come sistema automatico, il mezzo di lavoro è trasformato – nel suo valore d’uso, e cioè nella sua esistenza materiale – in una realtà esterna adeguata al capitale fisso e al capitale in generale, e la forma in cui è stato accolto – come mezzo di lavoro immediato – nel processo produttivo del capitale, è tolta e trasformata in una forma posta dal capitale stesso e ad esso corrispondente.
La macchina non appare in alcun modo come mezzo di lavoro dell’operaio singolo. La sua differentia specifica non è affatto, come nel mezzo di lavoro, quella di mediare l’attività dell’operaio nei confronti dell’oggetto; ma l’attività stessa dell’operaio è posta ora in modo che si limita essa a mediare il lavoro della macchina, l’azione della macchina sulla materia prima; a sorvegliare questa azione e a proteggerla dalle perturbazioni. A differenza dello strumento, che l’operaio anima – come un organo – della sua propria abilità e perizia, e il cui maneggio dipende quindi dalla sua virtuosità. Mentre la macchina, che possiede abilità e forza al posto dell’operaio, è essa stessa il virtuoso, che possiede una propria anima nelle leggi meccaniche in essa operanti e consuma (come l’operaio mezzi alimentari) carbone, olio ecc. (matières instrumentales) per mantenersi continuamente in movimento. L’attività dell’operaio, ridotta a una semplice astrazione di attività, è determinata e regolata da tutte le parti dal moto del macchinario, e non viceversa. La scienza, che costringe le membra inanimate del macchinario – grazie alla costruzione in cui sono inserite – ad agire funzionalmente come un automa, non esiste nella coscienza dell’operaio, ma agisce – attraverso la macchina – come un potere estraneo su di lui, come il potere della macchina stessa. L’appropriazione del lavoro vivo ad opera del lavoro oggettivato – della forza o attività valorizzante ad opera del valore dotato di esistenza propria –, che è nel concetto stesso del capitale, è posta – nella produzione basata sulle macchine – come carattere del processo produttivo stesso, anche nei suoi elementi materiali e nel suo movimento materiale.
Il processo produttivo ha cessato di essere processo di lavoro nel senso che il lavoro lo trascenda e lo comprenda come l’unità che lo domina. Esso, il lavoro, appare invece solo come organo cosciente in vari punti del sistema meccanico nella forma di singoli operai vivi; disperso, sussunto sotto il processo complessivo del macchinario, esso stesso solo un membro, un anello del sistema, la cui unità non esiste negli operai vivi, ma nel macchinario vivente (attivo), che appare di fronte all’operaio come un possente organismo rispetto alla sua attività singola e insignificante.
L’accrescimento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario è – come abbiamo visto – la tendenza necessaria del capitale. La realizzazione di questa tendenza è la trasformazione del mezzo di lavoro in macchinario. L’evoluzione del mezzo di lavoro a macchinario non è accidentale per il capitale, ma è la trasformazione e il riadattamento storico del mezzo di lavoro ereditato dalla tradizione in forma adeguata al capitale. L’accumulazione della scienza e dell’abilità, delle forze produttive generali del cervello sociale, rimane così – rispetto al lavoro – assorbita nel capitale, e appare quindi come proprietà del capitale, e più precisamente del capitale fisso, nella misura in cui esso entra nel processo produttivo come mezzo di produzione vero e proprio. Il macchinario appare così come la forma più adeguata del capitale fisso, e il capitale fisso, se si considera il capitale nel suo rapporto a se stesso, come la forma più adeguata del capitale in generale. D’altra parte, in quanto il capitale fisso è inchiodato alla sua realtà di valore d’uso determinato, esso non corrisponde (non è adeguato) al concetto del capitale, che – come valore – è indifferente ad ogni forma determinata di valore d’uso e può assumere o deporre ciascuna di esse come un’incarnazione indifferente. Per questo aspetto, e cioè se si considera il capitale nel suo rapporto verso l’esterno, il capitale circolante appare come la forma adeguata del capitale rispetto al capitale fisso.4
Marx traccia dunque una distinzione netta tra lo strumento artigianale e la macchina: se con lo strumento tradizionale è l’artigiano a guidare il mezzo e la destrezza, il ritmo e la conoscenza risiedono nel corpo e nella mente del lavoratore, con la meccanizzazione industriale, la dinamica si rovescia: l’abilità e il sapere vengono oggettivati nell’apparato meccanico. L’operaio cessa di manovrare lo strumento e diventa un mero “accessorio consapevole” dell’automa, un guardiano addetto a servire il ritmo impresso dalla macchina.
Attraverso la macchina si compie la transizione dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro sotto il capitale. Il capitale non si limita più a espropriare il plusvalore da un processo lavorativo preesistente, ma ristruttura fisicamente e organizzativamente il lavoro. La macchina diviene uno strumento di “normalizzazione”: disciplina i corpi, omogeneizza i tempi, impone ritmi uniformi e spezza la resistenza della forza-lavoro. Il sapere tecnico e scientifico viene estratto dai lavoratori e cristallizzato nel capitale fisso, lasciando la forza-lavoro espropriata non solo della proprietà, ma dell’autonomia cognitiva del processo produttivo.
E a livello di rapporti sociali? Qui entrano in gioco i significati profondi di alienazione e feticismo delle merci. Come in ogni processo dialettico, l’astratto positivo, scontrandosi con il negativo razionale, da origine al momento positivo razionale ovvero, detto altrimenti, il modo di produzione capitalistico ed i rapporti sociali da esso derivati non costituiscono più parti separate ma si influenzano a vicenda in un nodo inestricabile che attinge profondamente la vita stessa dell’essere umano. Il Gesamtarbeiter (operaio collettivo), alienato da un modo di produzione che lo riduce ad ingranaggio e contemporaneamente obbligato a percepire sé, il suo lavoro e gli altri come mere merci in vendita, perde quasi completamente il senso non solo del suo lavoro ma bensì quello della sua stessa esistenza:
Ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.5
- Le tendenze odierne: dall’algoritmo al capitalismo cognitivo
Nel capitalismo digitale contemporaneo, la penetrante diagnosi del Marx maturo trova una prosecuzione e un’estensione diretta: la funzione della fabbrica e della catena di montaggio si è smaterializzata nell’architettura degli algoritmi e delle piattaforme digitali. Nelle piattaforme della gig economy e nei sistemi aziendali di gestione del lavoro, l’algoritmo eredita la funzione della macchina industriale. Monitora le metriche, stabilisce i ritmi, assegna i compiti e applica sanzioni (come la disconnessione), esercitando un controllo pervasivo e in tempo reale. Inoltre, ove l’automazione industriale ha disciplinato e normalizzato il lavoro manuale, l’intelligenza artificiale e i modelli generativi attuali operano una sussunzione delle facoltà cognitive, linguistiche e creative. I dati generati dal lavoro intellettuale umano vengono estratti per addestrare sistemi capaci di replicare ed eterodirigere il lavoro mentale.
Nei Grundrisse, Marx intuiva che lo sviluppo della grande industria avrebbe trasformato il sapere sociale generale (General Intellect) nella principale forza produttiva. Oggi la conoscenza accumulata è il motore dell’economia; tuttavia, entro l’attuale paradigma, questa risorsa collettiva viene recintata da proprietà private e utilizzata per intensificare la sorveglianza e la precarizzazione dell’esistenza. Il punto chiave resta il medesimo: tecnologia applicata non a servizio dell’uomo ma a esclusivo vantaggio del profitto.
Come già detto sopra parlando di automazione meccanica, l’impatto di questo modello algoritmico sui rapporti sociali e, quindi, sull’esistenza stessa dell’essere umano è enorme: alienazione, disumanizzazione, distruzione della capacità stessa di percepirsi come parte di una classe, isolamento e nevrosi.
Dulcis in fundo, se è vero – come è vero – che solo dal lavoro vivo il capitale può estrarre plusvalore, e quindi profitto, la corsa folle all’automazione ed all’algoritmo – inizialmente foriera di riduzione dei costi ed aumento della competitività – produce inevitabilmente la caduta tendenziale del saggio di profitto, contribuendo alle ricorrenti e sempre più profonde crisi strutturali di sovrapproduzione e sovraccumulazione, cui il capitale risponde coi suoi classici strumenti tattici: delocalizzazione, finanziarizzazione e soprattutto ricorso all’imperialismo più feroce e disumano.
4. L’approccio cinese: le Nuove Forze Produttive Qualitative e la risposta accelerazionista
Nel dibattito contemporaneo sul ruolo della macchina, il progetto strategico a lungo termine – statale e industriale – della Repubblica Popolare Cinese rappresenta una delle traduzioni pratiche più complesse della teoria marxista delle forze produttive. Attraverso la formalizzazione strategica delle Nuove Forze Produttive Qualitative, il modello cinese adotta una lettura ortodossa e “accelerazionista” del materialismo storico: il piano di automazione integrale (fabbriche automatizzate ad alta densità robotica, reti 5G/6G, intelligenza artificiale integrata nella produzione) poggia sull’idea che il superamento delle dinamiche di mercato e del lavoro di necessità non sia un atto puramente politico, ma richieda il pieno sviluppo materiale e tecnologico della società. Questo orientamento manifesta le tensioni tipiche della permanenza delle forme di valorizzazione. Finché la spinta all’automazione opera all’interno di logiche di competizione globale, di mercato e di pianificazione statale gerarchica, la tecnologia continua a funzionare anche come meccanismo di disciplinamento sociale e di sorveglianza, mantenendo la forza-lavoro imbrigliata nella forma-salario e colpita da incertezze occupazionali.
Ciò che distingue l’approccio cinese al pieno sviluppo delle forze produttive – e quindi il massiccio impiego della macchina intesa nel suo senso più ampio – è, come già abbiamo analizzato in un altro articolo apparso sulla rivista Cavallo di Fuoco 6 la prospettiva teleologica sottostante, ovvero la costruzione di un nuovo modello (definito D-M-D’-M’) teso non all’accumulazione di capitale da reinvestire incessantemente per ottenere ulteriori profitti, bensì al raggiungimento di una sovrabbondanza di valore d’uso tale da rendere virtualmente nulla la funzione di valore di scambio delle merci. Questa possibile traiettoria dell’automazione mostra dunque come la macchina non possa farsi strumento di emancipazione per via del semplice progresso tecnico: affinché si attui una vera liberazione dal lavoro coatto, occorre come detto un radicale cambio di paradigma: la transizione dalla produzione di valore di scambio (profitto e accumulazione) alla produzione di valore d’uso (soddisfacimento dei bisogni umani ed ecologici). Altro aspetto fondamentale della questione è quello del potere politico: l’approccio teso a trasformare la funzione della macchina resta possibile solo se la borghesia viene privata della capacità di governare il modo di produzione, mantenendo invece ben saldo il controllo strategico nelle mani dello Stato, del partito ed in n ultima istanza della classe lavoratrice.
Entro la logica del capitale, invece, l’incremento di produttività generato dalla tecnologia si traduce in disoccupazione per alcuni e in intensificazione dei ritmi per altri. Al contrario, un’infrastruttura tecnologica svincolata dal valore di scambio convertirebbe la produttività automatizzata in un flusso di merci e servizi essenziali a costo marginale tendente a zero, orientati unicamente alla loro utilità concreta. Questo ribaltamento costituisce la condizione materiale per l’accesso a quello che Marx, nel terzo volume del Capitale, definisce il Regno della Libertà: laddove il Regno della Necessità comprende l’insieme dei lavori indispensabili alla riproduzione fisica della società (energia, cibo, manutenzione). l’automazione integrale dovrebbe invece tendere a contravvenire alla penosità di queste mansioni, riducendo al minimo il tempo di lavoro necessario. Il Regno della Libertà inizierebbe dunque laddove il lavoro determinato dalla necessità cessa. La ricchezza sociale smette di essere misurata dal tempo di lavoro estratto e inizia a essere calcolata sul tempo libero (disposable time) restituito alla collettività.
Conclusione
Il percorso teorico della macchina giunge così alla sua ricomposizione. Se la macchina nel capitalismo maturo è il dispositivo per eccellenza di normalizzazione e sussunzione del lavoro, il suo potenziale convertito ne fa l’infrastruttura materiale per il superamento del lavoro salariato. Questo quadro rende praticabile la celebre massima della Critica al Programma di Gotha: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». In una società in cui l’automazione coprisse il lavoro di necessità, l’erogazione delle “capacità” cesserebbe di essere una prestazione misurata dal cronometro per garantire la sussistenza e diverrebbe l’espressione libera delle inclinazioni individuali; al contempo, l’accesso alle risorse “secondo i bisogni” verrebbe garantito dalla sovrabbondanza di valore d’uso generata dal lavoro oggettivato delle macchine. La tecnologia smetterebbe così di essere il padrone meccanico dell’operaio per diventare la condizione della sua emancipazione.
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