Scontro fra colossi bancari: il risiko italiano

L'ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Mon-te dei Paschi di Siena rappresenta una delle operazioni più rile-vanti nel panorama finanziario italiano. Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l'usci-ta dello Stato dal capitale della banca senese

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Alessandro Volpi

Autore: Alessandro Volpi

Docente di Storia Contemporanea, di Storia del movimento ope-raio e sindacale e di Storia sociale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa. Economista, saggista.

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Intesa San Paolo ha realizzato utili nel 2023 per 7,7 miliardi, nel 2024 per 8,5, nel 2025 per 8,6 e nei primi sei mesi del 2026 per 5,6, record assoluto nella sua storia. In pratica più di 30 miliardi di euro in tre anni e mezzo. Simil risultati sono stati realizzati principalmente in 2 modi: con le commissioni fatte pagare ai clienti, con la vendita di prodotti finanziari-assicurativi e con la differenza tra interessi pagati ai clienti e interessi riscossi sui prestiti. Per il 70% tali utili si sono trasformati in dividendi, in remunerazione degli azionisti. Più nello specifico per il 20% alle fondazioni bancarie, per un altro 20% agli investitori italiani, per il 60% agli investitori esteri, con una larghissima prevalenza dei grandi fondi a cominciare da BlackRock. Di fronte a un siffatto risultato, il Tax rate, l’aliquota effettiva, ha oscillato fra il 27 e il 29%. L’ipotesi di una scalata di Intesa Sanpaolo nei confronti di Monte dei Paschi di Siena discende in larga misura da questi numeri e rappresenta una delle operazioni più rilevanti nel panorama finanziario italiano che ha provocato la rapida reazione dell’amministratore delegato dell’Istituto senese, Luigi Lovaglio, solerte nel proporre un doppio colpo ad effetto. Ma andiamo con ordine.

Al centro della partita si colloca la necessità, imposta dall’Europa, di completare l’uscita dello Stato dal capitale della banca senese, ormai iniziata da tempo con varie dismissioni. In un simile, tormentato, percorso è emersa la proposta di acquisizione da parte del colosso guidato da Carlo Messina, soprattutto dopo la “conquista” da parte di Mps di un boccone appetitoso come Mediobanca con la conseguente presenza in Generali. Una simile operazione, condotta da Intesa, avrebbe conseguenze sistemiche di vasta portata, a partire dalla creazione di un polo bancario capace di dominare il mercato domestico ma destinato a sollevare seri interrogativi in termini di tutela del pluralismo bancario. In tale ottica l’Antitrust si troverebbe a dover gestire una concentrazione troppo estesa di sportelli e di masse di risparmio. Proprio per superare gli inevitabili ostacoli legati all’eccessiva quota di mercato, il progetto di acquisizione dovrebbe passare attraverso una complessa manovra di smembramento, portando in primo piano il ruolo strategico di Unipol e della sua controllata Bper.

In questo scenario, la sistemazione dell’eccedenza di sportelli e dei rami d’azienda finirebbe nelle mani del gruppo guidato da Carlo Cimbri, che agirebbe come il naturale acquirente degli asset ceduti da Intesa per evitare sanzioni sulla concentrazione. Si materializzerebbe tuttavia il temuto rischio dello “spezzatino” di Mps, ovvero una frammentazione che vedrebbe i suoi pezzi pregiati spartiti tra i giganti del settore. In questo mosaico di interessi, il ruolo dei grandi fondi d’investimento internazionali emerge come il vero motore invisibile delle manovre, con BlackRock nelle vesti di protagonista assoluto in virtù della sua qualità di azionista rilevante sia in Intesa Sanpaolo sia in Unipol e Bper.

 

L’influenza di Larry Fink non si limita alla semplice gestione passiva dei capitali, ma si traduce in una spinta costante verso il consolidamento del settore bancario europeo; un’esigenza tanto più stringente quanto maggiore è il pericolo di una crisi finanziaria d’Oltreoceano. Tuttavia, le ricadute per l’economia reale restano un’incognita pesante perché il rischio di una contrazione del credito verso le piccole e medie imprese, storicamente legate alla capillarità territoriale di Mps, potrebbe frenare lo sviluppo di interi distretti industriali. La vicenda si configura dunque come un test cruciale per la governance economica nazionale, da cui la politica sembra voler rimanere estranea in nome di una fin troppo generica idea di mercato, ormai aggredito dai monopoli. Una considerazione specifica merita la futura composizione dell’azionariato della banca che uscirebbe dall’acquisizione di Mps da parte di Intesa, dove convivrebbero il nucleo storico rappresentato dalle grandi Fondazioni bancarie, in particolare Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo, che insieme detengono oltre l’11% del capitale di Intesa, e le famiglie del “salottino buono” che sono recentemente entrate nel capitale di Mps durante la fase di privatizzazione del Tesoro, tra cui la Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Il peso decisivo, però, lo avrebbero i fondi internazionali, con BlackRock e Vanguard stabilmente sopra soglie rilevanti, che insieme agli altri investitori in lingua inglese deterrebbero oltre la metà del capitale sociale.  Quando il quadro sembrava definirsi il Cda di Mps ha approvato una strategia difensiva di portata storica per contrastare l’offerta da Intesa Sanpaolo, puntando a una clamorosa integrazione con Banco BPM e Banca Generali. Si tratta davvero di una operazione che gioca il tutto per tutto: da un lato, un’offerta pubblica di scambio sulla totalità di Banco BPM, valutata circa 21 miliardi di euro, per raggiungere una massa critica tale da rendere MPS non più contendibile; dall’altro, un complesso scambio di partecipazioni con il Gruppo Generali. MPS intenderebbe infatti utilizzare la propria quota del 13,2% in Assicurazioni Generali, che vale circa 8,5 miliardi di euro, come moneta di scambio per acquisire il controllo di Banca Generali e procedere successivamente al suo delisting. Sebbene la proposta si basi prevalentemente su uno scambio di azioni (“carta contro carta”) per limitare l’esborso monetario, il valore complessivo dell’entità nascente supererebbe i 50-60 miliardi di euro di capitalizzazione, trasformando radicalmente gli equilibri del settore creditizio e del risparmio gestito in Europa. Dunque sono in corso due partite, entrambe pericolosissime per Mps che deve stare molto attento a non ripercorrere una storia già vista. In questo clima di altissima tensione finanziaria, infatti, il Consiglio di Amministrazione di Banco BPM ha ufficialmente sbarrato la strada alle ambizioni di crescita del Monte dei Paschi di Siena respingendo senza appello l’offerta pubblica di scambio lanciata appena cinque giorni fa dalla banca senese. La riunione d’urgenza del board di Piazza Meda, conclusasi con un voto unanime, ha sancito una rottura che appare ormai definitiva rispetto al progetto di integrazione delineato dall’amministratore delegato di MPS, Luigi Lovaglio. I vertici di Banco BPM hanno motivato il rigetto definendo l’operazione come una iniziativa del tutto autonoma e non sollecitata che stravolge profondamente la natura delle interlocuzioni avviate amichevolmente all’inizio dell’estate, quando si ipotizzava una fusione tra pari che avrebbe dovuto garantire stabilità e crescita condivisa. La dura nota diffusa al termine del consiglio sottolinea come la proposta di Siena sia strutturalmente carente poiché basata esclusivamente sulla consegna di nuove azioni MPS senza la previsione di alcun premio monetario per i soci di Banco BPM, un dettaglio tecnico che ha spinto il management a considerare l’offerta come non rispondente agli interessi degli azionisti e priva di valore industriale convincente. Il netto rifiuto di Banco BPM, sostenuto con vigore dai grandi soci tra cui Crédit Agricole, gela di fatto le speranze di Lovaglio di blindare il futuro di MPS attraverso un’espansione aggressiva, lasciando la banca più antica del mondo nuovamente esposta alle manovre di Ca’ de Sass.

 

In particolare con quest’ultimo passaggio entra in gioco in maniera decisiva Crèdit Agricole. In prospettiva, l’influenza della “Banque Verte” è destinata a trasformarsi da quella di un socio industriale di lungo termine a quella di un vero e proprio architetto della governance, consolidando una posizione che vede i francesi non più come semplici investitori ma come garanti della stabilità operativa di fronte alle turbolenze del mercato italiano e, soprattutto, alle mire monopolistiche dei grandi fondi USA Il rafforzamento della presenza francese in Banco BPM rappresenta il culmine di una penetrazione finanziaria transalpina che ha già radici profonde nel sistema economico nazionale, delineando uno scenario in cui la finanza francese agisce come un polo d’attrazione gravitazionale capace di condizionare le scelte del cosiddetto terzo polo bancario. La centralità di Parigi nelle dinamiche di Piazza Meda solleva questioni cruciali sulla sovranità del credito in Italia, poiché l’allineamento strategico tra Milano e la casa madre francese potrebbe condizionare l’autonomia di manovra di Banco BPM nelle partite domestiche, spingendo la banca verso una dimensione sempre più europea ma con un baricentro decisionale inevitabilmente spostato oltre le Alpi. In questo contesto, il peso della finanza francese non si misura solo in termini di quote azionarie, ma nella capacità di imporre standard gestionali e visioni industriali che potrebbero preludere a un’integrazione definitiva nel medio periodo, rendendo Banco BPM il pilastro italiano di un colosso bancario cross-border, dove si consumerebbe lo scontro tra un pezzo rilevante della finanza francese e i colossi del risparmio gestito rappresentati dalle Big Three; una partita decisiva di cui il risiko italiano è uno dei luoghi centrali anche per la consistenza del risparmio nazionale.

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