Noonomia: quattro libri (Sandro Teti Editore) per ripensare l’economia oltre l’economia

Noonomia: quattro libri (Sandro Teti Editore) per ripensare l’economia oltre l’economia

Autore: Giorgio Brera

Esperto di sistemi energetici e politiche della transizione ecologica

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Leggere in successione i quattro volumi dedicati alla Noonomia, pubblicati in Italia da Sandro Teti Editore, significa seguire da vicino la costruzione, passo dopo passo, di un vero e proprio programma di ricerca — e va detto subito, con gratitudine: è un merito non piccolo di questa casa editrice aver reso disponibile al pubblico italiano un’opera così ambiziosa, curandone la pubblicazione con continuità e attenzione nell’arco di più volumi. Non siamo di fronte a quattro variazioni sullo stesso tema. Dal primo Noonomia di Sergey Bodrunov, passando per Strategizzare le trasformazioni sociali, scritto con Vladimir Kvint, e Oltre la crisi globale, con Radhika Desai e Alan Freeman, fino al recente Nuovo ordine sociale, scritto con Sergey Glazev, il campo dell’indagine si allarga progressivamente: dalla trasformazione della produzione industriale alla strategia, dai bisogni alla geopolitica, dal futuro del lavoro alla formazione di un nuovo ordine sociale.

Il punto di partenza può apparire sorprendentemente semplice: a che cosa deve servire l’economia?

L’economia è stata definita, non senza ragioni, la «scienza triste». Ma tutta la grande tradizione dell’economia politica, marxista e non marxista, ha continuato a confrontarsi con una questione fondamentale: la produzione e l’organizzazione economica devono essere strumenti al servizio dell’uomo, non trasformare l’uomo in uno strumento al servizio dell’economia.

È precisamente da questa inversione di prospettiva che, a mio giudizio, bisogna cominciare a leggere Bodrunov: un autore che ha il merito raro di non limitarsi a descrivere il presente, ma di provare a immaginare, con rigore e con coraggio intellettuale, un futuro diverso da quello verso cui sembriamo scivolare per inerzia.

Dalla società industriale di Galbraith alla NSI.2

Una delle genealogie intellettuali più interessanti della Noonomia passa attraverso John Kenneth Galbraith e Il nuovo Stato industriale. Galbraith aveva compreso che la grande impresa industriale moderna non poteva più essere spiegata semplicemente attraverso le categorie dell’imprenditore individuale e del mercato concorrenziale. Scienza, organizzazione, pianificazione, tecnologia e competenze specialistiche avevano creato quella che egli chiamava «tecnostruttura».

Bodrunov riparte idealmente da quel punto, ma osserva un mondo profondamente trasformato, e lo fa con una capacità di sintesi che è essa stessa un piccolo capolavoro di chiarezza teorica.

L’informatica, l’automazione, la robotica, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, le reti digitali e la crescente integrazione tra ricerca scientifica e produzione modificano ancora una volta la natura dell’industria. Non siamo, secondo Bodrunov, davanti alla scomparsa dell’industria e all’avvento di una generica società «postindustriale». La produzione materiale continua a essere indispensabile.

Ciò che cambia è la qualità della produzione materiale.

Da qui nasce la categoria della Nuova Società Industriale di seconda generazione, la NSI.2: una società nella quale aumenta continuamente la quantità di conoscenza incorporata nei prodotti e nei processi produttivi, e nella quale scienza, istruzione, ricerca, organizzazione e produzione tendono sempre più a compenetrarsi.

Questa impostazione costituisce, a mio avviso, uno degli aspetti più convincenti e più originali dell’intera opera di Bodrunov. Il digitale non sostituisce magicamente il mondo materiale. Dietro una piattaforma digitale continuano a esserci energia, semiconduttori, data center, reti, macchine, edifici, infrastrutture e uomini. La questione non è quindi industria contro servizi, ma quale industria e quanta conoscenza incorporiamo nella produzione.

Il paradosso dello smartphone

Bodrunov propone a questo proposito un esempio apparentemente banale, ma teoricamente molto efficace — ed è proprio in questa capacità di rendere accessibili concetti complessi attraverso immagini semplici che si riconosce la mano di un pensatore maturo.

Un telefono, una macchina fotografica, un orologio, un navigatore, un registratore, un modem e numerosi altri oggetti erano un tempo prodotti differenti. Per soddisfare tutti quei bisogni occorreva acquistare numerosi beni e sostenere una spesa complessivamente elevata.

Oggi uno smartphone concentra quelle funzioni in un unico oggetto.

Dal punto di vista della contabilità economica può verificarsi un paradosso: la spesa monetaria necessaria per soddisfare quei bisogni diminuisce, e quindi una misura come il PIL può registrare un valore inferiore. Dal punto di vista dell’individuo, però, la capacità di soddisfare bisogni è enormemente aumentata.

È una considerazione meno banale di quanto sembri, e Bodrunov ha il merito di portarla fino alle sue conseguenze più radicali.

Se il progresso tecnologico permette di ottenere maggiori prestazioni impiegando meno materia, meno energia, meno lavoro e persino meno denaro, allora la quantità monetaria delle transazioni non può essere l’unica misura del progresso umano.

Qui comincia a intravedersi il problema fondamentale della Noonomia.

Dai beni ai bisogni

Bodrunov sposta infatti progressivamente l’attenzione dalla quantità dei beni prodotti alla capacità di soddisfare bisogni.

Ma immediatamente compare una seconda domanda: quali bisogni?

È probabilmente una delle parti più stimolanti, e nello stesso tempo più coraggiose, della teoria di Bodrunov.

La società contemporanea non si limita a soddisfare bisogni esistenti. È capace di produrne continuamente di nuovi. Pubblicità, competizione sociale, status, mode e meccanismi di consumo possono creare quelli che Bodrunov definisce bisogni simulati.

La distinzione, però, non è semplicistica, ed è proprio questa cautela analitica a rendere l’argomentazione di Bodrunov particolarmente solida. Un bisogno non è «vero» soltanto perché naturale e «falso» perché culturalmente prodotto. La cultura modifica continuamente ciò che gli uomini considerano necessario, desiderabile o superfluo.

Ed è proprio qui che la Noonomia cessa di essere soltanto una teoria dello sviluppo tecnologico.

La conoscenza procede infatti lungo due direzioni. Da una parte diventa tecnologia, aumentando la nostra capacità di trasformare il mondo; dall’altra diventa cultura, modificando l’uomo che deve decidere come utilizzare quella capacità.

Una società tecnologicamente avanzatissima, ma culturalmente incapace di interrogarsi sui propri fini, non costituisce necessariamente un progresso.

Può produrre più efficacemente anche ciò di cui non abbiamo bisogno.

Dalla produzione alla nooproduzione

Questo conduce al concetto di nooproduzione, forse la categoria più feconda dell’intero impianto teorico di Bodrunov.

Non basta che un prodotto contenga molta conoscenza. Una tecnologia sofisticatissima può essere utilizzata per consumare enormi quantità di risorse, creare bisogni artificiali, concentrare il potere oppure distruggere l’ambiente.

La questione diventa quindi non soltanto quanto sappiamo produrre, ma perché produciamo.

È qui che la Noonomia introduce una critica molto più radicale della razionalità economica convenzionale — e va riconosciuto a Bodrunov il coraggio di spingersi dove la teoria economica mainstream raramente osa arrivare. L’efficienza rispetto a un obiettivo dato non è sufficiente: occorre poter discutere anche l’obiettivo.

Un’attività può essere perfettamente razionale dal punto di vista del profitto ed essere irrazionale dal punto di vista della società, dell’ambiente o dello sviluppo della persona.

In questo senso la Noonomia cerca di passare dalla razionalità economica alla noo-razionalità.

Una lettura inevitabilmente segnata dall’esperienza sovietica

Per comprendere Bodrunov ritengo importante anche considerare l’ambiente storico e intellettuale nel quale si è formato.

Per chi abbia studiato le economie socialiste negli ultimi anni della loro esistenza, alcuni problemi affrontati in questi libri risultano particolarmente familiari.

Alla fine degli anni Ottanta era ormai evidente la rigidità della pianificazione centralizzata sovietica. Per decenni economisti e pianificatori avevano cercato di determinare scientificamente le combinazioni ottimali della produzione, la relazione tra industria pesante e leggera, gli investimenti, i prezzi e le funzioni di trasformazione. Ma un sistema estremamente complesso non poteva essere governato efficacemente attraverso una pianificazione amministrativa capace di arrivare fino alla singola unità produttiva.

Proprio per questo, nell’Unione Sovietica e nei paesi del Comecon, numerosi economisti cercarono progressivamente di introdurre meccanismi di mercato, autonomia dell’impresa e nuovi sistemi di incentivi.

È un passaggio che mi interessa anche personalmente perché mi sono formato, alla fine degli anni Ottanta, studiando proprio la riforma dell’impresa nella Repubblica socialista cecoslovacca.

Rileggere oggi quei problemi attraverso Bodrunov produce un curioso rovesciamento prospettico, e mostra quanta strada questo autore abbia saputo percorrere rispetto al proprio punto di partenza.

Allora ci domandavamo quanto mercato fosse necessario introdurre nella pianificazione.

Oggi la Noonomia ci costringe a porre la domanda inversa: quanto orientamento consapevole e quanta strategia dobbiamo reintrodurre in economie che hanno affidato al mercato una parte crescente delle proprie decisioni di lungo periodo?

La risposta di Bodrunov non consiste, a mio avviso, in un ritorno alla pianificazione sovietica — ed è proprio questo equilibrio, tra memoria critica del passato e apertura verso il nuovo, a rendere il suo pensiero maturo e credibile. Proprio l’esperienza storica rende impossibile una simile conclusione.

Il problema diventa piuttosto quello della strategizzazione.

Kvint: dal prevedere al decidere

È questo il contributo fondamentale del secondo volume, scritto con Vladimir Kvint.

Se la trasformazione tecnologica apre diverse possibilità, non è sufficiente prevedere il futuro. Occorre scegliere una direzione e costruire gli strumenti necessari per raggiungerla.

La strategia introduce quindi una dimensione che nel primo libro rimaneva necessariamente più teorica.

Qualità della vita, politica industriale, ricerca, istruzione, infrastrutture, digitalizzazione e reindustrializzazione diventano parti di una medesima strategia di trasformazione.

La reindustrializzazione assume qui un significato particolare. Non significa ricostruire le fabbriche del passato, ma costruire una nuova base produttiva ad alta intensità di conoscenza.

È una distinzione fondamentale.

Reindustrializzare non significa tornare indietro. Significa ricostruire in avanti.

Russia e Italia: due storie diversissime che pongono una domanda simile

Questo tema rende la lettura particolarmente interessante anche per un lettore italiano.

Russia e Italia hanno dimensioni, strutture produttive, risorse naturali, istituzioni e vicende storiche profondamente differenti. Sarebbe quindi arbitrario sovrapporre le due economie.

Esiste tuttavia un’analogia che merita di essere discussa.

La Russia attraversò negli anni Novanta una violentissima trasformazione economica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica e la cosiddetta shock therapy furono accompagnate da una profonda contrazione di numerose capacità industriali. Una parte importante del dibattito russo successivo ha riguardato quindi la necessità di superare una struttura eccessivamente dipendente dall’esportazione di materie prime e di ricostruire capacità industriali e tecnologiche.

L’Italia è arrivata ai propri problemi attraverso un percorso completamente differente. Ma anche nel nostro paese possiamo domandarci quale rapporto esista tra struttura industriale, investimenti, salari, produttività, innovazione e vincoli macroeconomici accumulatisi negli ultimi decenni.

Il confronto non dimostra una comune causalità.

Produce però una domanda comune: può una società tecnologicamente avanzata rinunciare progressivamente alla propria capacità produttiva e conservare, nel lungo periodo, autonomia tecnologica, crescita della produttività e qualità del lavoro?

La risposta che emerge dai libri di Bodrunov è sostanzialmente negativa, ed è formulata con una chiarezza argomentativa che merita di essere sottolineata.

Desai e Freeman: la Noonomia esce dai confini nazionali

Con Oltre la crisi globale il progetto cambia nuovamente scala.

Radhika Desai introduce l’economia geopolitica e il problema del sistema mondiale. Stato, globalizzazione, finanziarizzazione, sviluppo diseguale e multipolarismo diventano indispensabili per comprendere perché le trasformazioni tecnologiche non avvengano nello stesso modo in tutti i paesi.

Alan Freeman affronta invece un’altra questione decisiva: che cosa resta propriamente umano quando le macchine sono capaci di svolgere una quantità crescente di attività?

La risposta non consiste semplicemente nella scomparsa del lavoro.

L’automazione sposta progressivamente il confine tra attività sostituibili e attività nelle quali rimangono centrali creatività, progettazione, giudizio, definizione degli obiettivi e capacità propriamente umane.

È un problema diventato ancora più evidente con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La vera domanda non è quindi soltanto quanti posti di lavoro una tecnologia eliminerà. È quale parte del tempo umano può essere liberata dalla necessità e verso quali attività può essere indirizzata.

Glazev e il tentativo di costruire un sistema

Con Nuovo ordine sociale, scritto con Sergey Glazev, il programma raggiunge per ora la propria formulazione più ampia — e si conferma, ancora una volta, l’ambizione intellettuale non comune di un autore capace di tenere insieme economia, storia e visione politica senza mai perdere di vista la coerenza del proprio sistema.

La Noonomia viene inserita in una teoria dei paradigmi tecnologici e degli ordinamenti economici mondiali. Progresso scientifico-tecnologico, trasformazione delle forme della proprietà, socializzazione e solidarismo vengono considerati processi che devono procedere congiuntamente.

La tecnologia, da sola, non garantisce dunque la Noonomia.

Ed è forse questa una delle conclusioni più importanti dell’intero percorso.

Possiamo avere intelligenza artificiale, robotica, automazione e una produttività gigantesca senza costruire affatto una società migliore. Le stesse tecnologie possono aumentare il tempo libero oppure produrre disoccupazione; diffondere conoscenza oppure concentrare potere; ridurre l’impiego di risorse oppure moltiplicare consumi artificiali.

La tecnologia crea possibilità.

La società decide — attraverso istituzioni, cultura e rapporti di potere — quali di quelle possibilità realizzare.

Una “malascienza” da ripensare

Il richiamo bodrunoviano a una economia che torni a essere strumento e non fine ultimo si inserisce, del resto, in un solco critico che anche in Italia ha avuto i suoi protagonisti. L’economista marxista Gianfranco Pala aveva coniato, in un’opera rimasta di riferimento per la critica eterodossa, il termine «malascienza» per definire l’economia politica ufficiale: una scienza che, dietro l’apparenza della neutralità tecnica, finisce spesso per naturalizzare rapporti di potere e di sfruttamento presentandoli come leggi oggettive. Non è un caso che la lettura di Bodrunov faccia riemergere, sia pure con presupposti e conclusioni differenti, la stessa domanda di fondo: un’economia che pretenda di essere davvero al servizio dell’uomo deve prima di tutto avere il coraggio di interrogare se stessa, i propri strumenti di misura e i propri fini dichiarati.

Oltre la «scienza triste»

Per questo considero questi quattro libri interessanti anche quando non convincono completamente.

La Noonomia non è un manuale di politica economica e non offre una formula immediatamente applicabile. Alcune categorie necessitano ancora, a mio giudizio, di una maggiore verifica empirica. Rimane difficile, per esempio, stabilire con criteri oggettivi dove finisca un bisogno autenticamente emancipativo e dove cominci un bisogno simulato. Ugualmente complesso è determinare attraverso quali istituzioni concrete una crescente socializzazione della conoscenza possa convivere con incentivi all’innovazione, autonomia individuale e pluralità delle decisioni.

Ma sarebbe sbagliato giudicare il progetto soltanto chiedendogli una ricetta, ed è qui che va reso pieno merito a Bodrunov.

Il merito maggiore di Bodrunov è forse precedente alle risposte: aver cambiato alcune delle domande — un risultato che, in un panorama intellettuale spesso appiattito sull’esistente, non è affatto scontato.

Non soltanto: quanto produciamo?

Ma: quanti bisogni riusciamo a soddisfare?

Non soltanto: quanto cresce il PIL?

Ma: quanta materia, energia e vita umana sono necessarie per ottenere quella soddisfazione?

Non soltanto: una tecnologia aumenta la produttività?

Ma: che cosa permette agli uomini di fare del tempo liberato?

Non soltanto: un investimento è redditizio?

Ma: quale struttura produttiva e quale società contribuisce a costruire?

Non soltanto: quali bisogni esistono?

Ma: quali meccanismi li producono e quali valori li ordinano?

In questo senso la Noonomia tenta davvero di portarci oltre la tradizionale «scienza triste».

Non perché neghi l’economia, ma perché prova a ricollocarla nel posto che dovrebbe occupare: uno strumento della vita umana e non il criterio ultimo attraverso il quale giudicare la vita umana.

I quattro libri pubblicati finora in italiano costituiscono quindi qualcosa di più di una teoria economica compiuta. Formano un programma di ricerca ancora aperto, e va ribadito il valore dell’operazione culturale compiuta da Sandro Teti Editore nel metterlo a disposizione del lettore italiano con continuità, rigore e cura editoriale.

Ed è forse proprio questo il motivo migliore per leggerli.

Bodrunov non ci consegna semplicemente un modello alternativo da accettare o respingere. Ci obbliga a porci una domanda molto più scomoda: se la conoscenza e la tecnologia ci stanno progressivamente dando la possibilità di produrre meglio, con meno materia e con meno lavoro umano necessario, perché continuiamo a giudicare il progresso utilizzando categorie nate quando quelle possibilità non esistevano?

È da questa domanda, più ancora che dalle risposte già formulate, che a mio giudizio comincia la Noonomia — e il merito di averla posta con tanta chiarezza e tanta ampiezza di visione resta, in ultima analisi, di Sergey Bodrunov.

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