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Premessa: parliamo di calcio
Mi scuso in anticipo se, per introdurre il tema della Turchia, della sua evoluzione politica e della singolare concomitanza con l’involuzione del suo naturale alter ego nel Mediterraneo, l’Italia, prendo spunto dal gioco del calcio, potrei far storcere la bocca a qualche lettore. Tuttavia sono convinto che le classi popolari, compreso chi scrive, seguano il calcio ed anche attraverso questa passione percepiscano indirettamente certi mutamenti geopolitici, molto meglio e più diffusamente di quanti libri, articoli oppure convegni si possano scrivere ed organizzare sui medesimi argomenti. Di calcio si parla tutti i giorni sui cosiddetti social, sui canali televisivi, dove primeggia per ore di trasmissione e per ascolti, ed infine su quello che rimane della fruizione della carta stampata. Il calcio sarebbe anche un interessante campo di analisi politica, economica e sociale, essendo il luogo dove il liberismo più sfrenato e privo di regole ha potuto dispiegare le sue ali, mostrando plasticamente come sia in grado di distruggere tutto ciò che tocca, e l’esperienza italiana è esemplare sotto questo aspetto. Per quanto riguarda il tema di questo articolo, l’affermazione della Turchia come potenza regionale nell’Asia turcofona e nel Mediterraneo orientale e centrale, ed il parallelo tramonto dell’influenza italiana in quello che non troppi decenni fa veniva definito, con ottimismo littorio, il “Mare nostrum”, anche le classi popolari, nonostante la tambureggiante propaganda dei Mass Media di regime, iniziano ad averne una certa percezione. Questa consapevolezza è simile a quella che si sta avendo nei confronti della Cina, non più considerata come produttrice di beni a basso costo e scarsa qualità, spesso copiati male dai prodotti occidentali, bensì come produttrice di merci convenienti e di qualità superiore, grazie all’affermazione di prodotti popolari come i telefonini cellulari ed ora le automobili elettriche ed ibride all’avanguardia.
Facciamo un sintetico confronto degli ultimi venticinque anni tra Serie A e Süper Lig, nome del massimo campionato turco, dal punto di vista della loro attrattività nei confronti del moderno mercenario per antonomasia: il calciatore. Negli anni dieci di questo secolo, la Serie A viveva la coda della sua leadership continentale degli anni novanta dello scorso secolo, nella stagione 2009-2010, l’Inter di Milano vinceva la sua ultima Champions League. In quegli anni, pochissimi giocatori, anche a fine carriera, della Serie A avrebbero preso seriamente in considerazione l’opzione di finire in Turchia; analogamente, se un giocatore militante i maggiori campionati europei avesse dovuto scegliere tra Serie A e Süper Lig non avrebbe avuto nessun dubbio nello scegliere il Bel Paese. Nel successivo decennio 2010-2020 la progressiva crisi del calcio italiano, rappresentata da una Federazione gioco calcio non più in grado di formare una nazionale capace di partecipare alla fase finale del mondiale, ultima apparizione datata 2014, e la condizione di fallimento tecnico in cui versano i principali club calcistici italiani 1, progressivamente caduti nelle mani di fondi speculativi e proprietà americane altrettanto speculative, hanno reso la Serie A sempre meno attrattiva. Al contrario, nello stesso periodo, il movimento calcistico turco ha perseguito politiche di lancio del proprio prodotto, la Süper Lig appunto, anche attraverso la realizzazione di stadi moderni ed a convincere tecnici e giocatori europei, oltre al tradizionale bacino balcanico, a sposare il progetto calcistico turco.
Negli anni successivi al Covid, dal 2022 ad oggi, il campionato turco ha definitivamente superato la Serie A come attrattività per i calciatori europei. Le principali squadre turche come le tre di Istanbul, Galatasaray, Fenerbahçe e Beşiktaş, nonché la squadra di Trebisonda, il Trabzonspor, pagano di più i cartellini e gli ingaggi alle stelle europee a fine carriera, ed oggi nel pieno della carriera, che ormai ignorano le offerte risibili provenienti dall’Italia. Non solo, a differenza di quello italiano, il movimento calcistico turco è riuscito a mandare la propria nazionale ai mondiali del 2026, dopo decenni di assenza. Oggi, nell’immaginario popolare italiano, la Turchia ha un aspetto diverso rispetto al passato: non è più un paese “molto più povero dell’Italia” e basta, ma è vista come una nazione in crescita, sempre più considerata a livello internazionale, al contrario del Bel Paese percepito ormai come in balìa di qualunque potere straniero e di qualsiasi avversità. Questa percezione popolare ha delle basi geopolitiche concrete, queste basi hanno delle fondamenta politiche specifiche che si possono sintetizzare, per comodità di comprensione, in un nome: Recep Tayyip Erdoğan, una sintesi, che in Italia definiremmo democristiana, tra le due principali correnti politiche turche del XX secolo, l’eredità imperiale ottomana ed il Kemalismo “di facciata” del dopoguerra.
Turchia ed Italia: rivali storiche nel Mediterraneo
Lasciamo il calcio ed entriamo nel vivo dell’analisi, introducendo il concetto di “Nazioni che fanno la storia”, cioè di quei paesi che, all’interno di una comunità degli stati, ne sono il motore politico, economico e culturale. Facciamo un esempio per chiarire il concetto: nel XV secolo l’Italia era il centro finanziario europeo, diviso tra Venezia, terminale della via della Seta e signora del Mediterraneo centro orientale, e Firenze, esattrice delle decime e delle immense rendite papali. Dal punto di vista politico l’Italia ospitava una delle due capitali del mondo medievale, Roma, sede del capo della cristianità. Dal punto di vista dell’egemonia culturale, attraverso l’umanesimo, in Italia si supera lo stile gotico in architettura, nella pittura la visione bidimensionale ed iconica della tradizione bizantina è sorpassata dalla pittura prospettica “tridimensionale”, gli intellettuali italiani riscoprono la bellezza del latino classico rispetto a quello rozzo medievale eccetera. Tuttavia, gran parte del centro nord dell’Italia apparteneva istituzionalmente al Sacro Romano Impero, ed i reggitori delle sue città stato, sia sotto forma di repubbliche, di signorie oppure di principati dovevano ancora formale omaggio al “Cesare medievale”. Dall’altra parte del medesimo S.R.I., nel 1415 l’Imperatore Sigismondo creava Federico I Hohenzollern margravio del Brandeburgo, dandogli in vassallaggio un paese povero, marginale e sostanzialmente disabitato, la cui capitale, Berlino, era un piccolo borgo sorto in mezzo alla palude. Nel XV secolo il Brandeburgo era totalmente “fuori dalla storia”, l’Italia ne era il centro anche se formalmente appartenenti al medesimo impero; solo tre secoli dopo le posizioni si sarebbero letteralmente invertite. Nel XV secolo la Turchia entrava ufficialmente tra le nazioni che fanno la storia grazie alla conquista di Costantinopoli del 1453, ma è nel corso del secondo ‘400 ed inizi del ‘500 che la Turchia si afferma come attrice della storia: soprattutto dopo la conquista della Mecca e di Medina del 1517, grazie alla quale il Sultano Selim I poteva fregiarsi di un lungo elenco di titoli laici e religiosi: Kahn dei turchi ottomani, Sultano, cioè detentore del “potere assoluto”, Cesare, in quanto erede dei Basileus bizantini, ed infine Califfo in quanto custode dei luoghi sacri dell’Islam, e capo di tutti i musulmani. Il XVI secolo è, come noto, il secolo nel quale l’Italia esce dal novero delle Nazioni che fanno la storia.
Le litigiose città stato invitano il Re di Francia Carlo VIII a venire in Italia nel 1494 incuranti dei pericoli ai quali si stavano esponendo, secondo Francesco Guicciardini che scrive la sua maggiore opera proprio su quei decisivi anni. Carlo VIII si aspettava che un paese estremamente ricco come l’Italia, e che dava di sé l’immagine di una terra moderna e potente, avrebbe opposto una valida resistenza militare, anche maggiore rispetto a quella offerta dagli inglesi nella recente guerra dei cent’anni, e per questo il sovrano francese si era portato dietro 30.000 uomini, la crema della sua cavalleria pesante, e l’artiglieria più moderna. Quando si accorse che tutte queste famose città stato erano sostanzialmente imbelli, a cominciare dalla Firenze dei magnifici Medici, i nuovi attori della storia non si fecero pregare per prendere il loro posto a scapito dell’Italia. Al di là delle Alpi si capì subito che si poteva mettere “a sacco” quegli enormi e sconosciuti forzieri di ricchezze che erano gli stati italiani del XVI secolo, e si iniziò dal forziere più ricco di tutti: quello della Repubblica di Venezia. Di sovente non si presta sufficiente attenzione al fatto che la Lega di Cambrai del 1508 formata contro la Serenissima aveva unito tutta l’Europa che contava, tranne la sola Inghilterra: Impero, Francia, Aragona, Ungheria, Stato Pontificio, Ferrara, Mantova e stati sabaudi. Come noto, per sopravvivere all’assedio europeo, Venezia dovette pagare tanto ed a tutti, accettando di uscire a sua volta dai paesi che facevano la Storia. Anche il Sultano si accorse di quanto stava accadendo nella metropoli veneziana, i cui dominii mediterranei ormai confinavano con i suoi, e comprendeva che la conquista di Costantinopoli lo costringeva a diventare ammiraglio oltre che generale. I turchi ottomani erano una popolazione proveniente dal centro dell’Asia, con una scarsissima dimestichezza con l’acqua: adesso occorreva diventare anche una potenza marinara e lo sviluppo naturale dell’impero ottomano necessitava di liquidare la presenza veneziana nel mediterraneo orientale: nel 1522 i turchi presero Rodi, nel 1571 Cipro ed infine nel 1669 Candia, cioè Creta, mettendo sostanzialmente la parola fine agli “Stati da Mar” mediterranei. Ecco che la scomparsa dell’Italia dal controllo del Mediterraneo centro orientale, permise all’Impero ottomano di affermare il proprio in Anatolia, Medio Oriente e Nord Africa tramite il mare. L’Italia del XVIII secolo era definitivamente uscita dal novero delle nazioni che facevano la storia, ridotta a stati regionali controllati direttamente, attraverso basi militari ante litteram, come lo Stato dei Presidi in Toscana, oppure indirettamente, attraverso legami dinastici dei principi locali agli Asburgo ed ai Borboni, da tedeschi, francesi e spagnoli.
Al contrario, l’impero Ottomano era in grado di esercitare una forte pressione espansionistica lungo il suo confine europeo, culminato con il secondo assedio di Vienna del 1683. Il XVIII secolo segna l’inizio del lungo processo di uscita degli Ottomani dal club delle nazioni che fanno la storia, per due ragioni geopolitiche, tra le varie altre cause. Nel ‘700 si afferma un nuovo attore del calibro della Russia che si emancipa definitivamente dai suoi storici “signori stranieri”: ad inizio secolo Pietro il Grande chiude definitivamente i conti con la Svezia a Poltava nel 1709, concludendo il secolare rapporto di subalternità, che si era manifestato in varie forme, da parte della Russia nei confronti dei popoli scandinavi, fin dai tempi dei vichinghi (variaghi) del Rus’ di Kiev del VIII secolo. La fondazione della nuova capitale di San Pietroburgo posta di fronte alla Scandinavia simboleggiava anche la raggiunta emancipazione della Russia da quei popoli. A fine secolo, Caterina la Grande sancisce l’emancipazione russa dalle popolazioni delle steppe asiatiche attraverso l’annessione del Khanato tartaro di Crimea del 1787, precedentemente dipendente proprio dall’Impero ottomano. Questa annessione sanciva l’emancipazione russa dalla secolare sudditanza sia nei confronti delle varie Orde di origine mongola, sia dai Khanati tartari e turcofoni dell’asia centrale, verso i quali Mosca era spesso tributaria. L’ingresso della Russia sul palco delle nazioni che fanno la storia nel XVIII secolo fu la prima ragione “geopolitica” della decadenza dell’Impero ottomano. La seconda è legata alla mancata partecipazione alla rivoluzione industriale ed al progresso tecnologico del XIX secolo. Le grandi potenze coloniali di quel secolo, Gran Bretagna e Francia innanzitutto, grazie alle sconfitte turche nei confronti dei russi, avevano messo gli occhi sui vasti dominii del Sultano in Medio Oriente ed Africa del Nord. Nel XIX secolo politica e stampa europea avevano affibbiato all’Impero turco la definizione di “malato d’Europa”, senza però accelerare i processi di disgregazione dei dominii del Sultano, anzi, usando l’Impero ottomano in funzione anti russa come accaduto nella guerra di Crimea del 1853-1856. Le potenze europee si erano poste nell’ambiguo atteggiamento di essere “amiche dei turchi” ma contemporaneamente tutrici dei diritti delle numerose nazioni dell’Impero ottomano, delle religioni e dei diritti di popolazioni balcaniche e greche ortodosse, armene cristiano apostoliche, arabe musulmane, ebraiche. Agli inizi del novecento, però, la tecnologia militare, e non solo, compie un salto “quantico”, abbandonando l’uso dei motori a vapore, quindi a carbone, per passare gradualmente a quelli ad olio combustibile; questo salto fu sancito dall’entrata in servizio delle corazzate britanniche della classe Dreadnought a partire dal 1906. Quella data segna l’effettiva fine dell’Impero Ottomano, in quanto, se l’Europa era ricca di carbone, sostanzialmente era priva di petrolio, mentre in quasi tutte le provincie arabe e nord africane dell’Impero ottomano si sapeva che il petrolio abbondava, ed era semplice, quindi economico, da estrarre. Per le cancellerie europee, Londra e Parigi innanzitutto, si poneva il tema della disgregazione del vetusto impero ottomano. La pressione sui dominii del Sultano crebbe notevolmente, ed il nuovo clima anti turco permise al giovane Regno d’Italia, dotato di un certo grado d’indipendenza e sovranità in quanto privo di eserciti stranieri sul suo territorio, dopo la ritirata dei francesi da Roma del 1870, ed alla possibilità di battere una propria moneta nazionale, di aggredire le provincie turche della Cirenaica e della Tripolitania: la guerra italo-turca del 1911-1912. Fu un’occasione importante per inglesi e francesi di valutare la reale capacità militare turca nei confronti di un esercito di secondo livello, quello italiano, reduce dalla pessima figura patita contro l’Etiopia ad Adua nel 1896. Il Regio esercito, questa volta, si presentò dotato di armi moderne come dirigibili, aeroplani, automobili, motociclette ed un innovativo servizio di radiotelegrafia militare organizzato con la collaborazione di Guglielmo Marconi, mostrando un certo grado d’industrializzazione e progresso tecnologico dell’Italia. I turchi si dimostrarono invece inferiori nei confronti di un esercito di seconda categoria e persero la guerra, mentre inglesi e francesi si sfregavano le mani già pregustando il colpo grosso. Alla fine della Grande guerra l’Impero ottomano usciva definitivamente dal novero delle “nazioni che fanno la storia”, mentre grazie alle vittorie del 1911 e del 1918, l’Italia vi rientrava, sia pure con un ruolo minore, cercando di riacquisire lo status di potenza regionale nel Mediterraneo centrale ed orientale, tornando addirittura in possesso dell’isola di Rodi, antico dominio della Serenissima. L’Italia acquisiva quindi un ruolo politico, economico e culturale che avrebbe mantenuto anche successivamente alla sconfitta militare del 1945, esercitando ancora una forte influenza nel Mediterraneo grazie alle grandi aziende pubbliche e private che si erano affermate dopo il boom economico degli anni cinquanta. Il ruolo più importante sotto questo profilo lo esercitò l’ENI grazie alle sue collaborazioni sia per le esplorazioni che per i successivi sfruttamenti di giacimenti di gas e petrolio in Algeria, in Libia, ed in Medio Oriente.
Mustafa Kemal: un mito pieno di “omissis”
Abbiamo cercato di dimostrare che è esistita una singolare alternanza storica tra Italia e Turchia nel ruolo di potenza regionale nel Mediterraneo centro orientale fin dal Medioevo, e che questa alternanza ha rappresentato forse il principale indicatore della capacità di esercitare una politica estera, che necessita a sua volta di un certo grado di reale indipendenza politica e di attrattività economica. L’Italia, tramite le sue città stato, in particolare quelle marinare, fino alla metà del XVI secolo controllò quel mare, la Turchia, tramite l’Impero ottomano, dalla seconda metà del XVI secolo fino alla fine della Grande Guerra ne prese il posto. Il XX secolo ha assistito al ritorno sulla scena dell’Italia nel teatro mediterraneo, sotto forma di Regno prima e Repubblica poi, e la contemporanea uscita di scena della Turchia. Il novecento è stato un secolo molto difficile per il paese anatolico, la cui percezione e conoscenza in Occidente è stata spesso distorta dai luoghi comuni figli della propaganda. La principale vittima di questa distorsione è stata indubbiamente la figura di Mustafa Kemal, l’Atatürk (Padre della patria) del quale si sono sovente evidenziate determinate caratteristiche, sostanzialmente utili al giustificare le scelte politiche atlantiste del secondo dopoguerra, a volte in contraddizione con la genesi della Repubblica kemalista. Facciamo un veloce riassunto. Nel 1914 l’Impero Ottomano, che si stava orientando verso la neutralità nonostante i legami economici con la Germania guglielmina, venne indotto dalla Gran Bretagna a schierarsi con Berlino a causa di una sfacciata provocazione: la confisca, disposta dall’allora Lord dell’ammiragliato Wiston Churchill, di due moderne corrazzate, Sultan Osman I e Resâşîye, ordinate da Istanbul ai cantieri inglesi. Il calcolo militare della “perfida Albione” si basò molto sulla pessima prova mostrata dall’esercito turco in occasione della guerra contro l’Italia, convincendo l’Ammiragliato britannico della vittoria anglofrancese in Anatolia e Medio Oriente. Conseguito, come previsto, il successo militare nel 1918, Gran Bretagna e Francia procedettero alla spartizione dell’ex impero ottomano creando sia propri protettorati sia stati artificiali, privi di una propria storia nazionale e realizzati attraverso accordi con eminenti famiglie tribali che avrebbero dovuto garantire il libero accesso alle nascenti società petrolifere inglesi e francesi per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio. L’accordo segreto Sykes-Picot del 1916 fu preparatorio all’effettiva spartizione e le intese, ad esempio con la famiglia Āl Suʿūd, avrebbe dato origine al regno dell’Arabia Saudita nel 1932, a seguito della riunione di vari potentati arabi nati dopo il 1918, oppure con Abd Allāh ibn al-Ḥusayn che avrebbe creato il Regno di Giordania nel 1921, entrambe dinastie tutt’ora regnanti, oppure ancora con Fayṣal ibn al-Ḥusayn ibn ʿAlī che lo avrebbe reso sovrano dell’Iraq a partire dal 1920, la cui dinastia venne detronizzata col sanguinoso colpo di stato del 1958. I restanti piccoli emirati del golfo persico, Kuwait, Oman, Qatar, Bahrein nacquero formalmente dalla dichiarazione d’indipendenza nei confronti del Regno Unito del 1971, sostanzialmente in funzione equilibratrice rispetto ai grandi paesi del Golfo Arabia Saudita, Iran e Iraq. La genesi della Repubblica turca, invece, ebbe una matrice del tutto contraria, dettaglio importante se si vuole capire l’evoluzione politica di Ankara in questo secolo.
È raccontato nei manuali di storia che la Turchia moderna è sorta grazie alla politica riformatrice di Mustafa Kemal, detto Atatürk, cioè padre dei turchi. Sempre i manuali ci spiegano che il grande merito di Kemal è stato quello di aver introdotto una serie importante di cambiamenti innanzitutto istituzionali: l’abolizione del sultanato, l’introduzione della forma repubblicana e del parlamento di stile occidentale, la laicizzazione dello stato abolendo il califfato, in quanto l’Impero ottomano era una specie di teocrazia essendo il Sultano anche Califfo. In questo racconto agiografico, però, vi sono degli “omissis” che invece spiegano realmente perché Kemal va considerato il padre della patria turca ed anche il perché delle sue scelte radicali. Gli omissis riguardano la Guerra d’indipendenza turca che Mustafa Kemal ha combattuto contro la Gran Bretagna ed il suo esercito proxy greco, e la Francia ed il suo esercito proxy armeno, tra il 1919 ed il 1923. L’Inghilterra aveva occupato Costantinopoli nel novembre 1918 e ridotto il Sultano ad un fantoccio nelle proprie mani. Il sovrano ed il suo governo furono i firmatari del Trattato di Sévres nel 1920, la Versailles degli ottomani, attraverso il quale le potenze vincitrici imposero durissime condizioni: perdita delle provincie arabe; cessioni alla Grecia di Tracia e della regione di Smirne; riconoscimento dell’indipendenza dell’Armenia; autonomia per il Kurdistan; creazioni di zone d’influenza italiane e francesi sul modello di quelle cinesi; cessione di fatto alla Gran Bretagna del controllo degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli.
Vediamo quindi il primo “omissis” sulla figura di Mustafa Kemal: egli si ribella conto il governo ottomano, evidente burattino nelle mani di Londra, e si oppone all’intero impianto delle “condizioni di pace” dettate dalle democratiche potenze vincitrici inglesi e francesi e dei loro stati satelliti, ed in questo senso che Kemal diviene un leader nazionalista turco contrapposto all’idea multinazionale ottomana, e per questa ragione che il parlamento turco ed il governo di Kemal si stabiliscono in una città diversa da Istanbul e posta nel cuore dell’Anatolia: Ankara. Il secondo “omissis” riguarda il fondamentale aiuto ricevuto dal nascente esercito nazionalista turco da parte del governo sovietico guidato da Lenin. Il potere bolscevico non fece alcuna radiografia “politica” al movimento nazionalista di Kemal per misurare il suo grado di “comunismo”, anche perché ne avrebbe trovato assai poco, ma decise di aiutare con armi e denaro un partito affatto nazionalista che però stava lottando contro i medesmi nemici che i bolscevichi stavano finendo di sconfiggere in patria. Il terzo “omissis” riguarda la guerra tra nazionalisti turchi ed Armenia. La guerra d’indipendenza turca aveva aperto tre fronti: ad occidente (Costantinopoli, Tracia e Smirne) contro inglesi ed i loro vassalli greci, a sud contro i francesi (Cilicia) aiutate da truppe armene, ed a oriente contro la Repubblica di Armenia. Gli armeni, il cui stato era previsto occupasse un quarto dell’Anatolia, condussero la guerra contro le milizie nazionaliste turche durante la loro prima repubblica (1919-1920), contando sull’appoggio delle potenze vincitrici. Tuttavia, alla fine del 1920, la sollevazione dei comunisti armeni contro l’ennesimo conflitto combattuto per conto degli anglofrancesi (guerre georgiano armena ed armeno azera), l’ingresso delle truppe sovietiche e la proclamazione della Repubblica socialista sovietica armena portarono al trattato di Kars del 16 marzo 1921 tra il governo di Mustafà Kemal e Unione Sovietica, che prevedeva la definizione dei confini tra Turchia e repubbliche sovietiche azera, georgiana ed armena appunto. Grazie alla chiusura del fronte orientale, nel 1921 le forze nazionaliste turche poterono spostare truppe sui fronti occidentali e meridionali, contribuendo a raggiungere un’inaspettata vittoria nella guerra d’indipendenza.
Fissiamo quindi le caratteristiche fondamentali della creazione della Turchia di Mustafa Kemal Atatürk: nasce repubblica perché il Sultano era divenuto un burattino nelle mani degli inglesi e non perché avesse perso la guerra; nasce laica per togliere sempre al Sultano la sua qualifica religiosa di capo dei musulmani; nasce turca in quanto l’Impero ottomano non esisteva più per decisione delle potenze vincitrici; nasce neutrale grazie alla visione politica geniale di Lenin. Infine è corretto definire Mustafà Kemal “Atatürk”, cioè padre dei turchi, perché il trattato di Losanna del 1923, che sostituiva quello del 1920, definiva i confini della Repubblica riconquistando Istanbul e la Tracia orientale ed ottenendo lo sgombero di tutte le forze armate straniere dal territorio turco. La nuova nazione sorgeva quindi con un certo grado d’indipendenza, sconosciuto, per esempio, alle varie nazioni arabe immediatamente soggette al controllo inglese e francese.
L’eredità distorta del kemalismo: la Turchia del secondo dopoguerra
Abbiamo visto che il racconto agiografico e propagandistico della figura di Mustafà Kemal nasconde alcuni “omissis”: la sua genesi anti occidentale ed il doppio ruolo avuto dall’URSS nella vittoria della Guerra d’indipendenza sotto forma di aiuti finanziari e militari e della provvidenziale chiusura del fronte armeno. Dobbiamo ora comprendere come il kemalismo del secondo dopoguerra fosse, da un lato, innalzato a livello di una religione laica mentre, dall’altro, fosse tradito proprio dai suoi “sacerdoti”. La Turchia degli anni venti e trenta è governata dal Partito Repubblicano popolare di Kemal Atatürk ed İsmet İnönü dalla fondazione della repubblica fino al 1950. Fedeli alle caratteristiche che hanno generato la repubblica, İnönü mantenne la Turchia neutrale durante la seconda guerra mondiale. Nel 1945 veniva fondato il Partito democratico di Adnan Menderes e Celâl Bayar, partito di centro destra a discapito del nome, che nel 1952 compì la scelta fondamentale della storia turca del secondo dopoguerra: l’adesione alla NATO. La posizione geografica turca risultava decisiva nell’ambito della formazione delle cortine di ferro in Europa negli anni cinquanta. La Turchia rappresentava un formidabile vallo anti sovietico nel Mar Nero e nel Caucaso, e gli Stati Uniti, nuovi padroni dell’Europa occidentale, riuscirono a convincere la casta militare turca che il bene della loro nazione, e gli interessi personali delle loro tasche, sarebbero stati al sicuro all’interno dell’Alleanza atlantica, mentre l’importanza politica internazionale della Turchia, e la loro rilevanza all’interno delle gerarchie NATO, sarebbero state amplificate dalla funzione di principale fronte meridionale anti sovietico. Ecco la necessità di creare la religione laica del kemalismo unita al racconto propagandistico di una casta militare che fosse divenuta custode dei principi di laicità, democrazia e modernità dello stato turco. Questa casta aveva il compito di sorvegliare i vari presidenti e governi che si succedevano alla guida della Turchia e d’intervenire, tramite colpi di stato più o meno violenti, trattenendo il potere il tempo necessario per assicurarsi elezioni e governi fedeli all’ortodossia kemalista secondo l’interpretazione dei militari turchi, longa manus degli Stati Uniti tramite la struttura di comando della NATO.
Queste operazioni di ripristino furono sostanzialmente tre: il golpe del 27 maggio 1960 che vide la deposizione e la condanna a morte del premier Adnan Menderes e di alcuni ministri rei di aperture nei confronti del mondo musulmano, di una svolta liberista negativa per le condizioni di vita dei turchi, ma soprattutto di perseguire una politica accentratrice ed autoritaria che avrebbe messo in discussione il ruolo di “guardiani della rivoluzione” svolta dai militari, i quali, da allora si precauzionarono mettendo alla Presidenza della Repubblica propri uomini come i generali Cemal Gürsel, Cevdet Sunay e l’ammiraglio Fahri Korutürk. Il secondo golpe fu realizzato nel 12 marzo 1971, detto dei memorandum, nel quale lo stato maggiore “invitava” l’allora governo in carica a dimettersi, accusato di essere incapace di mantenere l’ordine pubblico e contrastare validamente il terrorismo, e di lasciare il posto ad una giunta militare. La degenerazione del kemalismo raggiunse il suo apice con il terzo colpo di stato del 12 settembre 1980, in perfetto stile sudamericano, nel quale l’ennesimo generale, Kenan Evren, Capo di Stato maggiore, pose in atto un golpe particolarmente diretto contro le forze comuniste turche (esecuzione di Erdal Eren), condito dal consueto scioglimento del Parlamento, nomina di sé stesso a Capo dello Stato, carica detenuta fino al 1989, e formazione della relativa giunta militare che portò alle elezioni del 1983 per ricominciare la solita giostra in attesa del prossimo golpe. Tuttavia i tempi stavano cambiando, l’usura del sistema democratico turco vigilato dai falsi custodi del kemalismo erano sempre più evidenti. Il rapporto tossico tra una casta militare espressione della NATO, e che interpretava il ruolo di custode dei principi kemalistici, e governi variamente corrotti ed incapaci di vere politiche di sviluppo e progresso del paese, iniziava a mostrare sempre di più ai turchi che alla loro guida vi fosse una lotta serrata di cattivi contro cattivissimi. Il mito della Turchia laica e democratica informata ai principi di Kemal Atatürk si scontrava quotidianamente con la realtà di un grande paese, dalla recente storia imperiale, divenuto marginale ed incapace di crescere economicamente e socialmente, prigioniero di un mito elevato a falsa religione laica. Nel 1980 il PIL della Turchia era di 96.629 miliardi di dollari, cresciuto a 147.777 miliardi nel 1989 2.
Negli stessi anni il naturale avversario geopolitico nel Mediterraneo, l’Italia dell’economia mista a guida democristiana, registrava un PIL di 479.967 miliardi di dollari fino a raggiungere i 932.931 miliardi 3. L’ideologia kemalista che aveva reso la Turchia una sorta di regime golpista “sudamericano” in Europa non funzionava più, e cominciava ad essere sgradita anche agli occhi di parte della classe dirigente turca, la quale era figlia di quella che aveva diretto un vasto impero qualche decennio prima. Se il kemalismo significava aver trasformato la Turchia in un proxy della NATO di bassa manovalanza, meramente in funzione anti sovietica, la sua santificazione strumentale del secondo dopoguerra iniziava ad essere criticata, anche perché in ex provincie dell’Impero ottomano si stavano conducendo esperimenti politici innovativi, nel tentativo, non ovunque riuscito, di scrollarsi di dosso il ferreo controllo innanzitutto americano, ma anche quello residuale anglofrancese, da parte del Partito Ba’th (Partito del Risorgimento Arabo Socialista) che aveva preso il potere sia in Siria che in Iraq nel 1963 ed in Libia, sia pure nella versione personale di Gheddafi, nel 1969.
Un paradosso: il crollo del Muro di Berlino libera la Turchia dal Kemalismo dei militari
Abbiamo visto che il kemalismo del secondo dopoguerra è stato un’operazione politica e culturale volta ad elevare a religione laica un mito, opportunamente ripulito da alcuni aspetti poco coerenti con l’antisovietismo turco del secondo dopoguerra, e che giustificasse una passiva politica atlantista, contraria agli interessi nazionali turchi, perseguita dalla casta militare. Abbiamo altresì visto che, se il dibattito politico nella Turchia della guerra fredda fosse sostanzialmente bloccato dal pericolo dei golpe militari, in ex provincie dell’Impero ottomano, quindi guardate di sottecchi dall’autentica élite nazionalista turca, come Siria, Iraq e Libia, si stavano svolgendo esperienze politiche di riappropriazione almeno di parte della propria sovranità. Per queste élite turche critiche, però, mancava il contesto internazionale che allentasse il ferreo giogo che la NATO. Agli inizi degli anni novanta, però, l’autoliquidazione dell’URSS da parte della Russia, col consenso delle altre repubbliche ex sovietiche, mutò radicalmente il quadro internazionale, tra l’altro riavviando quel complesso meccanismo “a pendolo” che avrebbe riportato la Turchia a contare nel Mediterraneo centrale ed occidentale a scapito dell’Italia della cosiddetta seconda repubblica, ricacciata fuori dal novero delle nazioni che fanno la storia, sia pure nella forma minima svolta dal Bel Paese nel secondo dopoguerra. La fine della guerra fredda tolse gran parte delle ragioni per le quali la casta militare turca poteva spacciare il controllo del paese per conto della NATO come difesa dei principi del kemalismo originario. Questi principi erano effettivamente parte costitutive della Repubblica turca, sintetizzati nello spirito autenticamente nazionalistico, che ponesse il bene della Turchia innanzi a tutto. In altre parole, come Mustafà Kemal Atatürk aveva avuto il coraggio di rinnegare le proprie origini di alto ufficiale dell’esercito ottomano e di essere un fedele musulmano cacciando il suo Sultano ed il suo Califfo da Istambul in quanto divenuti strumenti di controllo da parte della potenza egemone dell’epoca, la Gran Bretagna, certa parte della élite turca iniziava a porsi la domanda se non fosse nel superiore interesse della Turchia che la casta militare, con tutte le differenze storiche e politiche del caso, iniziasse un analogo processo di emancipazione nei confronti dei loro padroni attuali, gli americani, in considerazione del fatto che il pericolo sovietico era cessato. Tuttavia, negli anni novanta i militari turchi fecero finta che nulla fosse accaduto al di là del Mar Nero, ponendosi politicamente in una posizione analoga a quella del Sultano tra il 1918 ed il 1923. Alla fine del secolo, le élite nazionaliste turche si erano definitivamente rese conto che la casta militare avrebbe continuato il suo ruolo di strumento del potere americano a prescindere da un paventato pericolo comunista che era definitivamente scomparso da un decennio. Occorreva allora che sorgesse un nuovo movimento politico che lottasse per riacquisire parte della sovranità popolare e per logica politica, se i militari collaborazionisti millantavano un presunto kemalismo di facciata, quindi repubblicano, laico e nazionale, una nuova opposizione non poteva che recuperare l’altra anima della Turchia: quella tradizionalista, religiosa e panturca, cioè ottomana.
Recep Tayyip Erdoğan: sintesi tra le anime kemalista ed ottomana
Abbiamo definito Erdoğan un degno cavallo di razza democristiano, probabilmente il Presidente turco ha una conoscenza molto parziale della storia della DC e dei suoi leader e forse non capirebbe e non condividerebbe questa definizione. Comprenderebbe maggiormente se definissimo la sua linea politica come figlia naturale di una sintesi di fattori geografici e storici. Gli Stati Uniti hanno imposto un rigido controllo sulla Turchia nel dopoguerra soprattutto per la sua posizione strategica, rendendola un vallo meridionali anti sovietico. Ma se si considera la stessa posizione dal punto di vista degli interessi nazionali turchi, il paese anatolico è al centro di formidabili vie di comunicazione, quindi commerciali tra Europa ad occidente, Russia a settentrione, Asia ad oriente, Medio Oriente e Mediterraneo a meridione. Da questa constatazione il leader turco, nei suoi venti tre anni di potere, ha preso spunto per delineare strategia ed azioni. Anche noi seguiremo questa chiave di lettura per dare ordine alla sua azione. Innanzitutto vediamo lo scopo della politica di Erdogan: emancipare progressivamente la Turchia dal controllo degli Stati Uniti tramite la NATO. Si tratta quindi di riprendere un elemento fondamentale del kemalismo originario, cioè un autentico nazionalismo turco. Nazionalismo che viene sviluppato in senso diametralmente opposto a quello circoscritto della casta militare, bensì come apertura di Ankara ai paesi che lo circondano, reinterpretando la complessa, ma recente, storia imperiale ottomana. Vediamo i principali vettori dell’iniziativa politica di Erdogan.
Europa: il rapporto con il Vecchio continente, cioè con l’Unione Europea, si è deteriorato col passare degli anni. Nel 2005 Ankara decide di aprire il procedimento di adesione alla UE, che tuttavia parte senza reciproco entusiasmo e si spegne man mano che passano gli anni. Erdogan impara a conoscere i lati oscuri dell’Unione che, nella sua più intima ideologia, è una micidiale e “demoniaca” combinazione di ipocrisia DEM americana, incluso il wokismo che oggi non va più di moda, ma in quegli anni eccome, linea Neocon in politica estera, dispotismo tecnocratico, postdemocrazia. Erdogan vede in anticipo quello che oggi è palese per tutti noi, e comprende che abbracciare la UE significherebbe aggiungere uno strumento di controllo da parte degli americani: la UE alla NATO.
Russia: molto più complesso è il rapporto con il vicino del nord, il cui confine è rappresentato dal Mar Nero. Abbiamo visto che l’affermazione della Russia nel XVIII secolo è stata uno dei motivi principali del declino dell’Impero ottomano, ma che l’aiuto del governo bolscevico a Kemal Ataturk è stato determinante per la vittoria nella guerra d’Indipendenza turca del 1921-1923. Erdogan sceglie la Russia come partner tecnologico per lo sviluppo energetico della Turchia. Nell’aprile del 2023 entra in funzione la centrale nucleare di Akkuyu nel sud della penisola anatolica, la Turchia entra nel club dei paesi dotati di centrali atomiche ad uso civile. “L’impianto è costruito grazie a un finanziamento interamente russo è costituito da quattro reattori che, una volta a pieno regime, saranno in grado di soddisfare il 10% del fabbisogno di elettricità della Turchia. Secondo il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) Rafael Grossi, la centrale di Akkuyu ha tutte le caratteristiche per essere considerata l’«impianto nucleare più sicuro al mondo»” 4. Oltre alla centrale di Akkuyu, l’altro colosso pubblico russo energetico, Gazprom, ha realizzato due gasdotti per la fornitura di gas alla Turchia: il Blue stream inaugurato nel 2005 ed il TurkStream entrato in funzione nel 2020. Nel dicembre del 2025 il prezzo del gas in Turchia era pari a 0,019 dollari a chilowattora, in Italia 0,145 dollari a chilowattora 5. Assai scabrosa è stata la questione dell’acquisto della Turchia del sistema missilistico russo S-400 che ha mandato in bestia Washington e NATO. Come noto, la crisi siriana del 2013 indusse l’Alleanza atlantica a dispiegare, spostare e rimuovere i sistemi Patriot e Samp/T sul territorio turco sostanzialmente senza coinvolgere governo e forze armate locali. Nel 2017 Ankara firmò un accordo da 2,5 miliardi di dollari per l’acquisto di due batterie S-400, il primo Paese Nato a dotarsi del sistema russo, la cui fornitura iniziò nel 2019. La reazione americana non si fece attendere: Ankara fu esclusa dal progetto del caccia di quinta generazione, non ricevette i sei velivoli già destinati all’aeronautica turca e venne progressivamente estromessa dalla catena produttiva della difesa USA. Inoltre la Turchia fu sanzionata ai sensi del Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (Caatsa), approvate dal Congresso nel 2020 ed entrate in vigore nel 2021. Nell’ultimo vertice NATO ad Ankara, però, Erdogan ed il Presidente Trump hanno discusso di come ricomporre questo dissidio, e voci parlano della vendita del sistema missilistico russo per togliere Turchia e Stati Uniti dall’imbarazzo diplomatico 6.
Asia: dossier che si divide in due categorie, quella turcofona e la Cina. Cosa accomuna la Turchia ad Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan? La comune lingua e cultura turcofona e la religione islamica: hai detto poco. Inevitabile che il più grande di questi paesi turcofoni, la Turchia appunto, eserciti una naturale influenza politica su questi paesi, influenza che condivide con la Russia, a causa della sua recente comune appartenenza con i paesi sopra menzionati all’Unione sovietica. In questo scenario l’atteggiamento ambiguo di Ankara nei confronti di Mosca, ad esempio a proposito del condizionamento congiunto di Turchia ed Azerbaigian sull’Armenia perché diventi maggiormente ostile nei confronti della Russia, crea tensioni con Mosca. A riprova di questo condizionamento, il presidente armeno Nikol Pashinyan ha recentemente annunciato di voler lasciare la CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva guidata dalla Russia) ed avviare la procedura d’ingresso nella UE 7. Vi sono poi i fondamentali rapporti con la Cina in quanto la Turchia fa parte della Belt and Road Initiative dal 2015, e rappresenta indubbiamente uno degli snodi principali, per la sua posizione geografica di cui abbiamo accennato. Per questa ragione la Cina sta investendo in infrastrutture soprattutto portuali, con grande risalto al porto di Istambul dove un consorzio cinese controlla il grande terminal per container. Nel 2020 un secondo consorzio cinese ha comprato il 51% del Ponte Sultan Selim pensato per connettere l’Asia all’Europa attraverso il Bosforo. Agli investimenti infrastrutturali la Cina ha aggiunto ingenti prestiti al governo turco: “tra il 2016 e il 2019 Pechino ha investito 3 miliardi nel Paese anatolico e conta di raddoppiare le cifre entro la fine del 2020. A ciò si aggiunge anche la firma di dieci accordi commerciali bilaterali in settori che spaziano dalla sanità fino all’energia nucleare siglati dal 2016 che hanno aiutato l’economia turca a restare a galla” 8.
Medio Oriente: nei pensieri più reconditi di Erdogan si sta parlando del “giardino di casa”. Si è scritto molto sul ruolo di Erdogan nelle complesse vicende di quella tormentata regione, e non è facile sintetizzare i nodi strategici di questa politica. A mio avviso, il punto fondamentale di tutta la strategia turca in Medio Oriente è la consapevolezza della letale ostilità d’Israele, tema condiviso con lo scenario mediterraneo. Erdogan ha sempre risposto alla minaccia israeliana nella regione con fermezza, essendo il leader mussulmano che, dopo gli iraniani, ha maggiormente condannato lo stato criminale e genocida d’Israele. Al World Economic Forum del 2009 Erdogan abbandona il dibattito con Shimon Peres, in quanto veniva continuamente zittito dal moderatore accusato di non essere sufficientemente rispettoso verso il leader israeliano. Il motivo del risentimento di Erdogan derivava dal fatto che mentre Peres discettava di economia e di politica e stringeva mani, vi era appena stata l’operazione israeliana Piombo Fuso tra il dicembre del 2008 ed il gennaio del 2009 che in quell’occasione aveva causato 2.480 morti. Per inciso, per i poveri illusi che credono alla favola raccontata dai Mieli e dalle Schlein che il criminale Netanyahu sia tale perché leader di un partito di destra, il Likud, si fa notare che il criminale Peres apparteneva al partito Laburista israeliano: se vi è qualcosa di estremamente popolare in Israele e nelle comunità ebraiche nel mondo, non importa se di destra oppure di sinistra, è proprio il sionismo. Nel 2010 Erdogan definisce “terrorismo di Stato” l’assalto della guardia costiera di Tel Aviv nei confronti di una nave umanitaria che aveva tentato di forzare il blocco di Gaza. Nel 2013, Erdogan definiva il sionismo “un crimine contro l’umanità” attirandosi ovviamente il biasimo di tutto l’Occidente a reti unificate. La condanna del Presidente turco nei confronti del genocidio israeliano a Gaza dell’ottobre 2023 e tutt’ora in corso è sempre stata dura ed inequivocabile, a differenza di tutti i suoi alleati NATO, fino a giungere alla recente emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu per il caso della Global Sumud Flotilla per Gaza. La replica del premier israeliano è importante perché detta l’immagine che deve avere il Presidente turco nelle classi politiche, giornalistiche e culturali dell’Occidente collettivo: “Erdogan è un dittatore antisemita che ha massacrato i curdi, dà rifugio ai terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona un numero record di giornalisti e oppositori politici. Ora sta cercando di estendere in Siria la sua aggressione contro Israele. Israele non lo tollererà. Il patetico tentativo di Erdogan di intimidire i leader e i soldati di Israele, l’unica vera democrazia in Medio Oriente, non avrà successo” 9. La recente politica della Turchia in Medio Oriente, quindi, ha dovuto tenere conto del sempre più aspro confronto con Israele. Ecco la ragione delle politiche binarie nei confronti dei curdi, di apertura e conciliazione tanto da ottenere la dichiarazione di scioglimento del PKK e la fine della lotta armata nel 2025, alla guerra contro i curdi siriani alleati degli americani in quel teatro. Medesimo atteggiamento nei confronti della Siria di Bashar al-Assad: sostegno fino a quando il regime di Damasco dimostrava di controllare il paese, e successiva corsa per il controllo del nord del paese non appena Erdogan comprese che Assad stava perdendo contro i proxy di Stati Uniti ed Israele, i terroristi dell’Isis guidati da Abū Muḥammad al-Jawlānī. Il culmine dello status di potenza regionale di Ankara lo si è recentemente raggiunto con la firma della Convenzione della Mecca per la Difesa Comune il 7 agosto 2026 tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, che occorre ricordare è una potenza nucleare. Il principio centrale dell’accordo è semplice e, proprio per questo, rilevante: un attacco armato contro uno dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti. La propaganda occidentale ha immediatamente interpretato questo accordo in chiave anti iraniana, ed è la solita fake news di una fabbrica di menzogne di bassa levatura. Si tratta invece di una palese alleanza difensiva contro Israele e Stati Uniti che, con l’aggressione illegale ai danni dell’Iran, hanno dimostrato di non porsi eccessivi scrupoli dettati dal diritto internazionale, da presunte alleanze ovvero amicizie e che soprattutto, in questo momento storico, è Tel Aviv a guidare la politica estera di Washington e non il contrario; infatti, dei tre firmatari l’accordo, è proprio la Turchia a rischiare di più, entrata nel mirino d’Israele.
Mediterraneo: due sono le caratteristiche di questo scenario, aver definitivamente espulso l’Italia da quel teatro e dalla Libia, e dover fronteggiare una temibile coalizione formata da Israele, Cipro e Grecia nel Mediterraneo orientale. Abbiamo visto che il crollo del muro di Berlino ha innescato lo storico meccanismo a “pendolo” tra Italia e Turchia, che ha riportato quest’ultima al suo ruolo di potenza regionale a discapito del Bel Paese in perenne caduta libera. Era di tale rilevanza il patrimonio di relazioni diplomatiche e commerciali italiane nel Mediterraneo e in Nord Africa che, nonostante l’incredibile basso livello della classe politica della Seconda repubblica, ci vollero circa vent’anni per distruggere l’opera della Prima. Se consideriamo il 1991, nascita della cosiddetta Seconda repubblica tra bombe mafiose ed i successivi accordi tra stato e mandanti, l’inizio della fine della presenza italiana nel Mediterraneo, la conclusione propriamente detta si può collocare nel 2011 quando l’Italia ha attivamente partecipato al proprio suicidio politico facendo parte della coalizione formata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia nell’illegale e proditorio attacco alla Libia, procurato golpe ai danni di Muʿammar Gheddafi, e suo successivo assassinio. In quel caso lo sponsor italiano dell’attacco alla Libia non fu tanto l’allora Presidente del consiglio Silvio Berlusconi, amico personale di Gheddafi e che non ebbe il coraggio di opporsi, bensì l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, noto fervente estimatore della Gran Bretagna e della sua regina Elisabetta II. Come noto, in Libia scoppiò la guerra civile e la formazione di due entità statuali: la prima costituita da un governo illegittimo e criminale, perciò tutt’ora sostenuto dall’Italia e da tutto l’Occidente, con sede a Tripoli; la seconda con sede a Bengasi, dove si riunisce il Parlamento legittimo, eletto nel giugno del 2014, e protetto dall’uomo forte locale, il generale Khalifa Haftar. La Turchia, dopo l’errore politico compiuto nel 2019, quando corse in aiuto del governo di Tripoli assediato dall’esercito di Bengasi, ora appoggia il Parlamento di Bengasi, tornata ad essere presente nella sua antica provincia della Cirenaica. Il secondo capitolo riguarda la sempre crescente aggressività di Israele nel Mediterraneo orientale. Nel 2013 Cipro, Grecia e Israele hanno firmato a Nicosia un protocollo di accordo sull’energia che garantisce gli approvvigionamenti nell’est del Mediterraneo tramite la connessione entro tre anni delle reti elettriche dei tre paesi per permettere di esportare in Europa l’energia prodotta in Medio Oriente, e soprattutto l’accordo prevede che i paesi collaborino nella protezione delle più importanti infrastrutture regionali in prossimità dei giacimenti di gas scoperti a sudest di Cipro 10. Alla fine del 2025, i medesimi paesi hanno firmato un’intesa per una stretta collaborazione militare 11, il cui obiettivo è palesemente contrastare la Turchia sull’isola di Cipro e nella regione.
Turchia e Stati Uniti
Abbiamo fatto una sintetica panoramica di tutti gli scenari dove Ankara ha assunto lo status di potenza regionale, ed abbiamo anche messo in un mesto sfondo il definitivo tramonto dell’Italia che dal 2011 ha perso qualsiasi ruolo internazionale. Si tratta di risultati che si sono concretizzati soprattutto dopo il 2016, anno spartiacque della storia politica di Erdogan, perché, nella nostra disamina delle strategie del Presidente turco, è arrivato il momento di vedere i “conti dell’oste”, che sono stati presentati ad Erdogan eccome. Abbiamo visto che il leader turco si prestava sul proscenio della politica in una veste del tutto difforme a quella alla quale i padroni americani erano abituati nel secondo dopoguerra. Il crollo del muro di Berlino aveva innescato la crisi finale del modello kemalista di facciata che copriva l’effettivo ruolo di guardiano della NATO esercitato dalla casta militare turca. Erdogan ha sempre saputo da dove poteva venire il colpo nei suoi confronti, e per questo nei primi anni del suo potere ha sempre cercato di non irritare gli Stati Uniti, assumendo il ruolo di “islamista moderato”, negli anni del furore americano contro il mondo islamico, e recitando la parte di colui che voleva entrare nell’Unione Europea. Nel frattempo iniziava una paziente opera di “infiltrazione” dei vertici militari turchi per cercare di balenare ai loro occhi che vi era un’alternativa politica alla passiva appartenenza all’Alleanza atlantica, e che la Turchia stava cercando di riacquistare una propria sovranità ed un ruolo nella regione, motivi che non potevano lasciare indifferenti parte dell’establishment militare. Nel 2012 viene compiuto un singolare “test” per verificare la tenuta del rapporto tra potere politico e quello militare: il processo e la condanna all’ergastolo dell’ex generale golpista e poi presidente per 9 anni Kenan Evren, condanna difficilmente spiegabile se si considerava il fatto che in quell’anno il generale aveva 97 anni, ma sufficiente per farlo morire in carcere l’anno successivo. Nello scorso secolo un simile affronto avrebbe indotto l’esercito al consueto colpo di stato allo scopo di ripristinare le virtù politiche kemaliste, a maggior ragione perché aveva di fronte un governo “confessionale” islamico: nulla invece accadde. A Washington quanto stava succedendo ad Ankara venne notato con un certo allarme. In quegli anni l’inquilino della Casa Bianca era l’idolo dei radical chic nostrani, Nobel per la pace del 2009, Barak Obama, che negli anni di Presidenza si stava rivelando come un autentico specialista nell’ideazione di colpi di stato e fomentatore di guerre civili nel mondo: Honduras nel 2009, Libia nel 2011, Egitto nel 2013 e Siria nel 2014; la Turchia era entrata nel mirino di Obama proprio a partire dal 2012. Come da manuale, i mass media di regime iniziarono a cambiare la narrazione sul Presidente turco che stava diventando un “nuovo sultano”, persecutore delle minoranze curde, non così islamico moderato come si voleva far credere. Nel novembre 2015 gli americani misero a loro volta alla prova la fedeltà dei militari turchi inducendo l’abbattimento di un caccia russo da parte dell’aviazione di Ankara che provocò una gravissima crisi con Mosca. Questa crisi fu risolta da Erdogan in persona, che quindi non poteva essere il mandante dell’abbattimento, nel 2016 grazie all’incontro con Putin a San Pietroburgo, aprendo una fase di intensa cooperazione: nel settembre 2017 Ankara firmò un accordo da 2,5 miliardi di dollari per l’acquisto di due batterie S-400, il primo Paese Nato a dotarsi del sistema russo 12. A questo punto era evidente che le forze armate turche erano divise in due partiti: uno legato alla “lealtà” agli Stati Uniti ed alla NATO, ed uno sedotto dalla nuova dottrina “ottomana” di Erdogan. Questi due partiti, con modalità e sfumature diverse, uno occidentalista ed uno “ottomano” spaccarono tutta la classe dirigente turca: nella politica, nell’informazione, nella cultura, nell’economia. E come accaduto nella guerra d’indipendenza turca, i filo occidentali erano forti ad Istambul ed i nuovi “nazionalisti ottomani” prevalevano ad Ankara. Gli americani valutavano non sufficiente l’appoggio di parte dell’esercito e misero al soldo l’ex sodale di Erdogan, Fethullah Gülen e la sua vasta rete d’influenza in Turchia, con il compito di organizzare il quarto colpo di Stato nella storia turca del secondo dopoguerra. Il golpe fallì perché l’esercito scelse di rimanere fedele al governo: il kemalismo in salsa militare era definitivamente tramontato. La repressione di Erdogan fu durissima, estesa e duratura e colpì tutti i gangli del potere pubblico turco, perché l’occasione, dal suo punto di vista, di debellare tutti i numerosi collaborazionisti occidentali non si sarebbe più presentata.
Conclusioni
L’8 aprile del 2021, uno dei massimi plenipotenziari americani in Europa, allora governatore della provincia italiana Mario Draghi (non si tratta di una definizione polemica, negli anni della sua permanenza a Palazzo Chigi come Presidente del Consiglio, gli Stati Uniti non avevano neppure ritenuto necessario nominare un proprio ambasciatore a Roma) aveva ratificato il raggiunto grado d’indipendenza e di sovranità del governo turco con la seguente dichiarazione: “Non condivido assolutamente Erdogan, credo che non sia stato un comportamento appropriato. Mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire…. Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono… di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio” 13. La Turchia di Erdogan pone molteplici questioni di filosofia della politica da analizzare, tutte attuali ed interessantissime: una certa sovranità nazionale si può riacquistare anche all’interno dell’Alleanza atlantica, avendo basi straniere sul proprio territorio; la politica estera è preponderante rispetto a quella domestica e ne determina i risultati economici e di finanza pubblica; la Turchia è lo “specchio storico” dell’ascesa e della decadenza italiana; esistono miti che vengono distorti fino a diventare il loro contrario ma che servono da guardiani di altrui interessi, la Turchia ha avuto il kemalismo, l’Italia l’europeismo; Erdogan è al potere dal 2003, Putin dal 1999, Xi Jinping dal 2012, guide politiche decennali accusate dall’Occidente liberale di essere delle “democrature” (fusione di democrazia e dittatura), e questo il modello alternativo al sistema liberale postdemocratico dove viviamo? La Turchia non è ovviamente un paese perfetto, ma ha dimostrato di avere una prospettiva, di costruire un suo futuro, condivisibile oppure meno dipende ovviamente dal punto di vista di chi giudica. Anche l’Italia non è un paese perfetto ma ha ampiamente dimostrato di non avere nessuna prospettiva e di distruggere il suo futuro. Perché la Turchia è riuscita a creare un percorso virtuoso mentre l’Italia è caduta nel circolo vizioso della decadenza perpetua? In questo lungo articolo ho cercato di dimostrare che la Turchia di Erdogan si è emancipata recuperando la propria storia, quella ottomana e della guerra d’indipendenza, criticando il mito di Kemal Atatürk, stravolto e tradito dalla casta militare. Nel 2012 la giustizia turca ha condannato uno dei più efferati di loro, il generale Kenan Evren, e con lui tutta la storia dei golpe militari tanto graditi alla NATO, rischiando la tremenda reazione dell’esercito. L’Italia è ormai definita a ragione solo con aggettivi denigranti quando si parla del suo rapporto con gli Stati Uniti: colonia, provincia, vassalla, repubblica delle banane eccetera. Col prossimo, possibile governo del PD di Elly Schlein, gli stessi aggettivi potranno essere usati nel rapporto con Israele. A differenza della Turchia, l’Italia non ha fatto i conti col suo recente passato e merita per questo il suo destino. Ad esempio, Mani pulite cosa ha realmente rappresentato per questo paese. Perché il mondo intellettuale che si definisce marxiano e gramsciano si rifiuta di portare sul banco degli imputati della Storia patria i traditori ed i nemici di questo paese: Mario Draghi, Romano Prodi, Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella per citare i principali “gerarchi democratici”, attorniati dai loro cortigiani: Massimo D’Alema, Walter Veltroni, Pier Luigi Bersani eccetera. Troppo facile, troppo comodo fare la morale sul fascismo storico, su Mussolini ed i suoi gerarchi morti, sepolti e già condannati dalla storia. Troppo facile additare un Silvio Berlusconi per quello che lui stesso ha sempre ammesso che fosse, oppure additare Meloni e La Russa come eredi del fascismo, non essendolo affatto. Essi semmai sono eredi dei missini che, al pari dei comunisti italiani, hanno liquidato i loro partiti di provenienza per andare al potere unicamente per fini personali e di tribù politica, e per questa ragione accettando consapevolmente gli ordini dei padroni di turno di Washington, di Bruxelles ed ora di Tel Aviv. Si può rivolgere molte accuse a Recep Tayyip Erdoğan ma lui è un autentico cavallo di razza democristiano, con una sua precisa visione del bene della Turchia e che per raggiungerlo non guarda in faccia a nulla e nessuno. Sa dove sono i nemici della Turchia (nella NATO ed in Israele) e sa dove trovare il futuro del suo paese (ad Oriente). La storia turca lo giudicherà certamente, un giudizio però che non avrà nulla a che vedere con quello indicibile dei “gerarchi democratici” di casa nostra, la cui distruzione di questo paese è per certi versi paragonabile a quella compiuta nella seconda guerra mondiale: quella fascista violenta e concentrata negli anni della guerra; quella patrocinata dai “gerarchi democratici” diluita negli ormai 35 anni di storia della Seconda repubblica.
30 agosto 2026.
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