Incolmabile debito pubblico USA, crisi dell’UE e dell’Occidente Collettivo: dalla krisis l’orizzonte rivoluzionario

Incolmabile debito pubblico USA, crisi dell’UE e dell’Occidente Collettivo: dalla krisis l’orizzonte rivoluzionario
Fosco Giannini

Autore: Fosco Giannini

Segretario generale PCUP e direttore di “Cavallo di Fuoco"

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Un fantasma s’aggira negli USA e in tanta parte del mondo capitalista: il fantasma dell’immenso debito pubblico, interno ed estero, statunitense. Di ciò dobbiamo parlare, delle sue attuali dinamiche, delle sue basi materiali, delle sue somiglianze con altri debiti pubblici apparsi nella storia più lontana e vicina, dei pericoli che può recare a ciò che resta della “democrazia” USA, alla possibilità che esso porti in sé- come le nubi la pioggia- un default generale dell’economia ed il crollo degli States. O la definitiva scelta dell’imperialismo Usa, per lo stessa pericolo del default, della Terza guerra mondiale.

Per affrontare questo tema vogliamo ricordare alcuni rudimenti di semplice cultura economica (che cos’è un debito pubblico, come uno Stato lo contrae, come tenta di venirne fuori); ricordare alcune esperienze storiche di Stati fortemente indebitati; mettere a fuoco le ultime (agosto 2026) manovre economiche USA per far fronte al debito; collocare il debito USA nel quadro internazionale attuale e, a partire da ciò, riflettere su come questa crisi da sovraindebitamento potrebbe accelerare -assommandosi ad altre crisi che vanno aprendosi all’interno dell’Occidente Collettivo – la krisis dell’intero quadro internazionale, assumendo, nella riflessione, esattamente la nozione di krisis in senso greco: cioè, la transizione verso orizzonti strategicamente rivoluzionari.

Innanzitutto: quando siamo di fronte ad un debito pubblico? Ciò avviene, naturalmente, quando in uno Stato le uscite superano le entrate. Vi sono differenze notevoli tra debito pubblico interno ed esterno: nel primo caso  il capitale e gli interessi sul debito sono circoscritti nel circuito economico nazionale e ciò  riduce il rischio di fuga di capitali verso l’estero; nel secondo caso, il debito contratto con governi, sistemi creditizi ed investitori internazionali espone il Paese attanagliato dal debito a rischi molto maggiori, legati alle fluttuazioni  dei mercati globali, alle crisi valutarie o ai nuovi “posizionamenti politici/geopolitici” del governo o del soggetto economico/bancario con i quali uno Stato ha contratto il debito. Con quali strumenti uno Stato in debito affronta questa sua propria crisi? Gli strumenti sono numerosi e i più praticati sono: coprire il disavanzo del bilancio attraverso le emissioni di titoli di Stato (Bot o Btp), vendendo tali titoli a sottoscrittori interni allo Stato (i risparmiatori), o vendendo i titoli a governi o soggetti economici internazionali. Qual è il vantaggio per gli acquirenti dei titoli, siano essi nazionali che interni? Il fatto che lo Stato che vende titoli dovrà poi risarcire il capitale raccolto dagli acquirenti con gli interessi pattuiti, utilizzando, per tali risarcimenti, entrate statuali future, tra le quali, principalmente, nuove tassazioni.

È del tutto evidente che solo uno Stato che crede di poter contare, senza correre grandi rischi, su di un’economia nazionale in ripresa potrà intraprendere questa difficile strada rappresenta dalla vendita di propri titoli -specie all’estero- col risarcimento di essi attraverso gli interessi. Se il quadro economico di un Paese indebitato potesse aspirare ad uno sviluppo economico in essere e, soprattutto, si accingesse a praticare una politica economica nazionale segnata da una fiscalità generale equa (non solo trarre ricchezza dai salari, ma anche e soprattutto, dai profitti), da politiche sociali volte alla difesa e al rilancio dei salari, dalla riaperture dei mercati interni  e da investimenti sociali positivi, solo in questo caso il rischio causato dalla vendita di titoli di Stato con interessi potrebbe essere arginato e controllato e lo stesso debito, se causato dalla spesa sociale, potrebbe essere strategicamente e positivamente reinvestito e arginato e politicamente e socialmente tenuto sotto controllo.

Rispetto a tutto ciò, di quale entità e natura è il debito, sia nazionale che internazionale, statunitense?

Complessivamente, il debito USA è di circa 40mila miliardi di dollari (circa 40 trilioni di dollari), ed esso è finanziato, per circa 3/4 del totale, dall’interno del Paese, ed un quarto dall’estero. La parte interna di questo straordinario debito è detenuta da investitori privati americani, da fondi comuni, dalle banche, dalla Federal Reserve e dai fondi di pensione. Il debito estero è di circa 10mila miliardi di dollari ed è costituito da governi e banche centrali estere e investitori privati.

Quali sono i Paesi creditori principali?

Il Giappone è il primo creditore, con 1.300 miliardi di dollari; Cina e Hong Kong ne detengono circa 1.000 miliardi; la Gran Bretagna circa 900; l’Unione europea e i Paesi dell’area Euro circa 2mila miliardi.

Prima notazione rispetto al grande debito estero: per ora, gli Usa usufruiscono di una grande (e imperialista) salvaguardia, e cioè il fatto che il dollaro è ancora la moneta più usata al mondo, una valuta che essi stessi stampano e che permette a Washington di non rimanere senza valuta straniera per pagare i debiti. Tuttavia, mano a mano che cresce di potenza economica (e politica e militare) quel grande mondo BRICS che trova il proprio epicentro nella Repubblica Popolare Cinese, sempre più il dollaro perde fiducia, potenza e prestigio, sino al punto che il mondo BRICS sta già ponendo la questione del superamento del dollaro come  moneta internazionale e sta mettendo a fuoco diverse alternative al dollaro stesso: o una nuova moneta BRICS, o persino soluzioni d’avanguardia, mai ancora storicamente esperite, come la possibilità – ma in una pratica win-win dei rapporti economici attraverso la quale si superi quello “lo scambio diseguale” tra Nord e Sud del mondo così profondamente descritto da Samir Amin -di pagamento delle merci (tra Paesi BRICS) con altre merci.

Per ciò che riguarda il debito interno USA: esso ha superato drammaticamente la soglia simbolica del 100% in relazione al Prodotto Interno Lordo; il debito detenuto dal pubblico ha raggiunto $31.300 miliardi, contro un PIL nominale degli ultimi dodici mesi pari a $31.216 miliardi e, quindi, salito al 104% circa, rispetto al 99,5% registrato alla fine del 2025. Con questi picchi, gli USA si stanno avvicinando al record storico del secondo dopoguerra, quando il rapporto debito/PIL giunse al 106%.

La questione centrale è relativa al fatto che il deficit non mostra caratteristiche transitorie, ma strutturali: il governo spende circa $1,33 per ogni dollaro incassato e il deficit annuale è stimato intorno a $1.900 miliardi, pari a quasi il 6% del PIL, e a pesare sempre di più sono gli interessi. Secondo le stime del Congressional Budget Office statunitense, un dollaro su sette della spesa federale è ormi destinato agli interessi sul debito e in quadro così pesante anche piccoli aumenti dei tassi possono determinare effetti potenti: anche un piccolo rialzo di a 0,1 punti percentuali costerebbe circa $379 miliardi in dieci anni. Ancora il Congressional Budget Office prevede che, senza interventi, il rapporto debito/PIL possa arrivare al 120% nel 2036 e al 175% nel 2056. Se si fermasse al 100% avrebbe bisogno di una variegata natura di tagli alla spesa e aumenti fiscali per circa $10.000 miliardi nel prossimo decennio.

Altre note: il pagamento degli interessi sul debito (abbiamo già visto: esso ha superato i 1.000 miliardi di dollari l’anno) ha superato per molti aspetti la spesa per la Difesa, trasformandosi spesso nella voce più pesante del bilancio federale; il deficit strutturale continua a registrare un elevatissimo picco (oltre il 6% del PIL). In tutto ciò diviene grave anche la questione legata al Rendimento dei Treasury e all’inflazione: l’aumento offerto di titoli di Stato (i Treasury) spinge gli investitori a chiedere rendimenti più alti e ciò innesca una spirale volta ad aumentare ulteriormente il costo del rifinanziamento in un quadro di tassi ancora elevati.

Quali sono le basi materiali del debito Usa?

La totale inclinazione alla guerra è uno dei motivi più importanti, a cominciare dalla Guerra Fredda contro l’URSS, quando la Difesa assorbiva una percentuale molto più alta del PIL; la guerra di Corea costò circa 341 miliardi di dollari dell’epoca, mentre la guerra contro il Vietnam arrivò a 738 miliardi di dollari, sempre nel valore di allora. Le operazioni in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e le campagne militari globali hanno richiesto costi immensi: circa 15mila miliardi di dollari. Nel 2026, la spesa militare Usa ha toccato la cifra record di 1.100 miliardi di dollari, con 50 miliardi di dollari solo per l’attuale guerra (già perduta) contro l’Iran.

Altra base materiale del debito Usa è sicuramente rintracciabile nell’ascesa titanica della Cina. Tale ascesa ha colpito l’economia statunitense, costringendo l’establishment generale USA a ripensare la stessa fase della cosiddetta “globalizzazione” (sostantivo totalmente incapace di descrivere la fase storica, che è invece molto più precisamente definibile come contraddizione globale interimperialistica matura o, come nel caso degli USA e della Cina, scontro alto tra poli contrapposti, capitalista e socialista).

Resta il fatto che gli USA, di fronte al successo economico straripante del “socialismo dai caratteri cinesi”, ha dovuto cambiare il terreno di gioco, uscendo dagli ambiti della globalizzazione e preparando una nuova partita: una guerra economica contro il resto del mondo, ma soprattutto contro la Cina, fatta di dazi, blocchi tecnologici e ritorno agli antichi, ma ora sempre incompiuti, nevrotici, contraddittori e caotici, protezionismi e isolazionismi.

Il caos “protezionista” “trumpiano”, imponendo tasse doganali molto alte sulle merci di tanta parte dei paesi capitalisti, dell’UE e della Cina, non ha in nessun modo raggiunto lo scopo dichiarato, che era quello di “chiudere col mondo” e rilanciare l’industria interna. Il grave processo di deindustrializzazione statunitense, già da tempo in atto,  al cospetto del neo protezionismo “trumpiano” ha subito altri colpi, dati,  innanzitutto,  dallo straordinario aumento di molte merci mancanti all’industria americana e provenienti dall’estero, tra le quali le merci “sofisticate” asiatiche e, prioritariamente, cinesi, (tra esse i semiconduttori, i chip elettronici, e le terre rare), ed un peggioramento della crisi dell’industria americana data anche dall’aumento, sempre in virtù dei dazi alti dell’importazione, di tanti prodotti di largo consumo e, dunque, della restrizione del mercato interno.

Come ha tentato, in quest’ultimissima fase, Washington per uscire dalla stretta mortale del proprio debito pubblico?

Nell’ultima parte dell’agosto 2026, il Segretario al Tesoro USA, Scott Besent, annuncia che, in tempi brevi, sarebbe raddoppiato, a circa 8 miliardi di dollari, il riacquisto dei titoli di Stato, un annuncio tendente a far scendere i rendimenti del debito USA sulle lunghe scadenze. Una settimana prima di questo annuncio un’asta di bond federali a dieci anni aveva fatto registrare per l’Amministrazione i costi, in interessi, più alti dal 2007 e una vendita di bond a trent’anni ai costi più alti da 25 anni a questa parte.

I rendimenti dei bond decennali erano al 4,7% nel momento in cui vi è l’annuncio di Scott Besent, ma pochi giorni dopo tornano ben sopra il 4,7%. In altri termini: la manovra di Besent fallisce poiché è l’intera struttura economica statunitense a non promettere nulla di buono e la fiducia degli stessi acquirenti americani verso il debito USA crolla. Tant’è che sarà lo stesso Trump a prendere, vigorosamente, a fine agosto, le distanze dal suo Segretario al Tesoro, Besent.

A quali debiti pubblici, interni ed esteri, somiglia l’odierno debito statunitense?

Innanzitutto esso rievoca il debito pubblico francese alla vigilia della Rivoluzione (1789) che ammontava a circa 4,5 – 5 miliardi di lire francesi (o lire tornesi), una cifra incolmabile, come quella dell’attuale debito statunitense, che portò lo Stato sul baratro della bancarotta. Un debito che, inutilmente, i famosi (resi tali dalla luce della Rivoluzione) ministri controrivoluzionari delle finanze Necker e Turgot tentarono di ripianare. Quali furono le cause principali del debito francese? Prioritariamente, le guerre e tra queste i conflitti con l’Inghilterra (la Guerra di Setti anni) e il massiccio aiuto alla Rivoluzione Americana, conflitti che svuotarono le casse dello Stato; le spese di Corte, e cioè il mantenimento di tutto, enorme, apparato regale e della nobiltà a Versailles; il sistema fiscale fortemente diseguale, in quanto sostenuto in grandissima parte dalla neoborghesia e dai contadini, e al quale erano quasi esentati la nobiltà e il clero; gli interessi sul debito: nel 1788, su 630 milioni di lire tornesi di uscite statali, ben 310 milioni servivano unicamente a pagare gli interessi sul debito (occhio agli USA attuali…). Senza operare forzature antistoriche, dobbiamo tuttavia constatare quanto la crisi prodotta dal debito francese, che per tanta parte favorì sia il collasso della Monarchia che la Rivoluzione, somigli all’attuale debito statunitense, nella sua incolmabilità, nelle sue basi materiali (guerre, ingiustizia fiscale, ingiustizia sociale, interessi sul debito come una dea divoratrice, come una letale Ammit.

Nella fase che precedette la Rivoluzione giacobina si verificarono tre fenomeni tipici delle crisi da debito pubblico critico: l’avanzo primario negativo, che si ha quando lo Stato spende più di quando incassi con le tasse e il tasso di interesse sul debito è superiore al tasso di crescita economica del paese; una spesa per interessi elevata, fenomeno che si determina quando i tassi di interesse salgono ed una parte enorme del bilancio pubblico serve solo a pagare i debiti ancora irrisolti, impedendo nuovi investimenti; l’effetto valanga (snowball effect), che si avvera quando il tasso di interesse sul debito è superiore al tasso di crescita economica del Paese. In questo caso il debito cresce da solo, in autonomia, sfuggendo ad ogni controllo e portando lo Stato al collasso.

E’ del tutto evidente come i fenomeni economici che, tra gli altri, portarono alla Rivoluzione Francese, oggi si vadano ripetendo nell’economia USA, e ciò in un quadro generale statunitense segnato dalla perdita progressiva di egemonia mondiale, di fronte alla crescita mastodontica della Cina, dell’Oriente e dei BRICS nel loro complesso; un quadro segnato da una povertà interna americana in espansione (38 milioni di poveri assoluti e ufficiali e 60 milioni di cittadini in povertà relativa), da tensioni razziali in crescita in relazione al crescere della povertà, dalle diseguaglianze, dalle discriminazioni e dall’assenza ormai pressoché totale di uno stato sociale popolare; da tensioni sociali legate ad una sempre più dura e spesso disumana repressione sociale; da un regno politico (Partito Democratico e Partito Repubblicano) che si autoperpetua e si rinnova sulla base delle immense fortune economiche che le multinazionali (specie militari) USA investono, indifferentemente, per l’uno o per l’altro partito, cancellando a monte ogni altra alternativa e di fronte ad un “bad mood” (cattivo umore) di massa che non riesce ancora ad organizzarsi politicamene ma che potrebbe potenzialmente minare l’ordine imperialista interno degli USA.

Nella sua disperata e per molti versi inane lotta “intestinale” contro il proprio debito pubblico, gli USA già sviluppano sul campo una politica che, pur consapevole dei rischi (degenerazione del conflitto in guerra nucleare, perdita del senso di superiorità militare e tecnologica, nuove e pesanti incertezze relative alla possibilità che le attuali, più deboli di un tempo, forze produttive militari USA possano trasformare in grande e vantaggioso profitto una guerra di grandi proporzioni, un intero “sentiment” che sta alla base delle amletiche oscillazioni di Trump) non esclude la Terza guerra mondiale.

In quali Paesi, negli ultimi decenni, hanno preso corpo crisi potenti in relazione al debito pubblico?

In Argentina: negli anni ’90 questo Paese legò il peso al dollaro, con un rapporto di 1.1 al fine di fermare l’inflazione, ma per sostenere questo cambio rigido e coprire la spesa pubblica, lo Stato giunse ad altissimi livelli di debito pubblico misurato in valuta estera, cioè in dollari. Ma con l’arrivo della recessione e col rafforzamento ulteriore del dollaro, entrò in crisi profonda tutta l’esportazione argentina e senza più poter svalutare il peso ed esaurite le riserve valutarie, il Paese fu di fronte ad una massiccia fuga di capitali; il blocco forzato dei conti bancari al fine di evitare un gigantesco default sfociò in una inevitabile svalutazione della moneta nazionale e, conseguentemente, ad una perdita secca e drammatica, nella  popolazione, del valore d’acquisto, ad una disoccupazione del 25% e ad una, quasi improvvisa, povertà di massa. I default seriali si susseguirono dal 2001 al 2020, toccando l’apice della crisi proprio nel 2001, di 132 miliardi di dollari.

In Grecia, la crisi che va dal 2009 circa in avanti, (crisi che va studiata ai fini della lettura oggettiva delle contraddizioni capitalistiche e ai fini rivoluzionari) è stata drammatica e persino epocale. Atene aveva beneficiato, per il suo ingresso nell’Eurozona, di bassi tassi d’interesse; ma “i prestiti” europei furono anche propedeutici all’accumulazione di un gigantesco debito pubblico volto al finanziamento della spesa pubblica e del deficit commerciale. Segno inquietante della crisi fu il fatto che, per non spaventare l’opinione pubblica, nel 2009 i dati forniti dal governo sul bilancio statale erano stati falsificati. In seguito al debito pubblico straripante i mercati persero fiducia e i tassi sui titoli si innalzarono a punte proibitive. Non si poteva stampare moneta nazionale in virtù della sudditanza alla Banca Centrale Europea, né svalutare per rilanciare la competitività: in questo quadro la Grecia giunse sull’orlo del default, della crisi sistemica. Di fronte a ciò la Troika (UE, BCE, FMI) elargì grandi ed ulteriori “prestiti” alla Grecia, ma a condizione di una violenta austerità economica e fiscale, dalle conseguenti sociali tragiche. Il PIL greco crollò di circa il 25%, la disoccupazione giovanile superò quasi d’improvviso il 50% e fu la fase dei tanti suicidi tra i lavoratori e i piccoli imprenditori. Le Lezioni sono chiare: primo, l’UE “germanizzata” fu la causa primaria del crollo greco e può essere la causa di ogni altra simile crisi; secondo, le economie capitalistiche dell’Occidente Complessivo dominato dagli USA e dall’UE possono portare, già in questa fase e anche attraverso debiti pubblici insolvibili, a situazioni rivoluzionare, per le quali non dovrebbe essere assente il soggetto rivoluzionario.

In Islanda e in Irlanda: in questi due Paesi, nel primo decennio del 2000, avvennero due fatti analoghi: le banche commerciali avevano avuto uno sviluppo improvviso e “irrazionalmente” grande e ciò attraverso la spregiudicata rottura di ogni regolamentazione economico-finanziaria (una forma inscritta nella stessa trasformazione del capitale industriale nella sua forma suprema di finanziarizzazione imperialista) e attraverso speculazione immobiliari somiglianti alla bolla statunitense che scoppiò, tra il 2006 e il 2007, dando origine alla terribile crisi dei mutui subprime e alla conseguente Grande Recessione Globale. Sia in Islanda che in Irlanda la bolla scoppiò e i due sistemi bancari privati cedettero fragorosamente, trascinando nel loro crollo le interi economie dei due Paesi. I due governi, nel tentativo di mettere al riparo gli interessi dei depositanti nazionalizzando gli istituti bancari privati collassati (il sistema capitalista socializza solo i fallimenti e le perdite del capitale e non i suoi profitti) accumularono d’improvviso debiti pubblici ben superiori al PIL dell’Islanda e dell’Irlanda, e si aprirono crisi classiche di doom loop (spirali negative) vicinissime ai deafault, poi evitati attraverso misure fortemente antipopolari.

Per rimanere in quest’ultimissima fase, altri Stati (Zambia 2020, Sri Lanka e Ghana 2022) sono tracollati nel default per aver accumulato enormi debiti pubblici causati dall’aumento dei costi per le materie prime, dallo  scambio diseguale praticato su larga scala dall’imperialismo odierno (lo stesso rievocato dal colonnello Kurtz, di Conrad,  in “Cuore di Tenebra” e da Marlon Brando in “Apocalypse Now”) e dall’impossibilità oggettiva, per questi Paesi citati, di ripagare i creditori internazionali che hanno agito (come l’UE con la Grecia) nella forma spregevole di vero e proprio strozzinaggio internazionale.

In Italia, non sappiamo ancora quando e come l’enorme credito rilasciato al governo Meloni dall’UE per il PNRR potrà essere ripagato, attraverso quali politiche sociali di lacrime e sangue e attraverso quale indebitamento pubblico.

Alla questione del debito pubblico nei Paesi capitalisti (dagli USA ai Paesi dell’UE e dell’Africa) quale determinante contraddizione contemporanea (ma che trova radici antiche sino alla Rivoluzione Francese) e portatrice di “moti” potenzialmente rivoluzionari, a tale questione, per ciò che riguarda “lo stato delle cose” nell’Occidente Collettivo, si aggiunge la crisi profonda dell’UE.

I popoli dell’Ue non sentono minimamente propria l’Ue e l’astensionismo di massa, nelle elezioni europee e nei referendum sull’UE, è sempre stato il segno tangibile di tanto disinteresse; ciò perché l’UE non è affatto il prodotto di un lungo e storicamente necessitato processo unitario tra Stati e popoli, ma la costruzione artificiale di un potere sovranazionale (la Commissione europea, innanzitutto) avente il compito di cancellare, sul piano continentale, gli ultimi residui delle conquiste socialiste e operaie continentali, aprendo la fase, storica, dell’abbattimento iperliberista dei salari, dei diritti e dello stato sociale, condizione primaria per una nuova accumulazione del grande capitale transnazionale europeo, per l’abbattimento del costo delle merci europee e per il conseguente pieno ritorno al ruolo di primario “agonista”, nella lotta interimperialista per la conquista dei mercati mondiali, del capitale transnazionale dell’UE. Il potere dittatoriale della Commissione europea – espressione diretta del potere capitalista dell’UE – assieme alla totale mancanza di ruolo e di senso del parlamento europeo, dicono in modo chiaro più come i popoli europei siano totalmente estromessi dai poteri dell’UE e come essa sia un’assoluta proiezione degli interessi del grande capitale transnazionale.

La struttura “elicoidale” dell’UE, dove i singoli monomeri del potere, la Commissione, il Consiglio, il falso Parlamento, i Trattati, l’esercito europeo, presentato ai popoli dell’UE così come Edmondo De Amicis presentava al popolo italiano l’esercito nel libro “Cuore”: uno strumento di guerra imperialista- sia per l’Italia di De Amicis che per l’UE) e di costruzione ideologica e sentimentale della nuova patria; l’ideologia liberista stessa dell’UE, totalmente dispiegata, come nelle 11 manipolazioni tattiche di Goebbels, attraverso l’utilizzo bieco di un’infinita, plurima, campagna mediatica, istituzionale, ideologica, che arriva alla totale trasfigurazione del mondo e dei suoi conflitti, alla strumentalizzazione dei libri di scuola e diretta a costruire, attraverso il rilancio dell’eterno positivismo italiano, l’enfasi sull’UE, sulla sua “necessità” e “inevitabilità” storica: tutto ciò ci dice dell’impossibilità oggettiva di un cambiamento dall’interno dell’UE, ma solo della necessità di una sua totale rottura e superamento.

Occorre, peraltro, chiarire la natura totalmente fraudolenta e artificiosa dell’UE, completamente “innaturale” anche rispetto agli Stati Uniti d’America, che invece trovarono le basi oggettive per il processo di unificazione dei loro primi 13 stati attraverso la lotta antimperialista contro il dominio britannico e, in relazione a ciò, dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 1776, si dotarono immediatamente, come supremo segno unitario, di un sistema fiscale unico, atto che mai ha sfiorato l’UE “germanizzata”, poiché mai Berlino vorrebbe redistribuire la propria ricchezza alla Grecia o al Meridione d’Italia.

Abbiamo visto sopra, come l’UE (Grecia innanzitutto, ed ora aspettiamo gli esiti dell’enorme credito che Bruxelles ha rilasciato al governo Meloni) utilizzi anche il credito “mafioso” (da strozzini oggettivi), e il possibile debito pubblico che ne consegue, per strozzare i Paesi UE e poi, in quelle condizioni, schiavizzarli.

E dalla crisi debitoria statunitense (incolmabile e foriera di orizzonti, anche a medio termine, potenzialmente straordinari rispetto alla tenuta storica dell’ imperialismo USA); dall’espansione del contagioso “morbo” del debito pubblico quale forma stessa della krisis capitalistica attuale; dalla profonda crisi di identità dell’UE (crisi che si tende a risolvere attraverso la guerra strategica contro la Russia, attraverso un riarmo di immense proporzioni -i mille miliardi di euro richiesti dalla von der Leyen- e attraverso una costruzione in vitro di un certificato di nascita guerriero dell’UE che, inventato e sorretto dalle forze liberali dell’UE, non può che favorire, col beneplacito del grande capitale, la crescita delle forze di destra e di estrema destre dell’Ue), da tutto ciò le forze comuniste, antimperialiste e rivoluzionarie dell’Occidente Collettivo non possono che trarre, al di là di ogni apparenza e mettendo a fuoco sia la realtà che già appare che i suoi movimenti carsici, che il tempo della Rivoluzione, nell’Occidente Collettivo, non è per nulla tramontato, ma è più vivo, presente e necessitato che mai.

 

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