“La felicità come questione sociale e politica. Neoavanguardia e transizione al socialismo”

Edito da Ventura Edizioni, un importante saggio di Alberto Sgalla (docente di Diritto e scrittore) in cui è affrontata, coraggiosamente e in controtendenza, la questione della felicità, non come idealismo e “fremito” romantico, ma come liberazione dallo sfruttamento e dall’alienazione capitalistica del lavoro e dalla mercificazione della vita. Pubblichiamo, di seguito, la prefazione al saggio e la nota introduttiva, ad opera dello steso Autore del saggio, sulla felicità.

“La felicità come questione sociale e politica. Neoavanguardia e transizione al socialismo”
Fosco Giannini

A cura di: Fosco Giannini

Segretario generale PCUP e direttore di “Cavallo di Fuoco"

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Gertrude Stein, Sacred Emily ,1913: “Una rosa è una rosa è una rosa”. Una tautologia il cui vigore mette in luce l’essenza ultima e l’origine stessa delle cose. A partire dalla sequenza irreversibile delle rose “steiniane”, siamo legittimati ad affermare, in relazione alla potente opera filosofica e sociologica di Alberto Sgalla, “La felicità come questione sociale e politica– Neoavanguardia e transizione al socialismo”, che “un testo è un testo è un testo” ed è esso – il testo stesso di Sgalla, le sue migliaia di righe scintillanti, dotate, ognuna, di una propria “autonomia” e sorprendente capacità evocativa – a farsi vettore del “messaggio”, in un tutt’uno semantico-filosofico, che annichilisce ed umilia quel pensiero sgraziato, tutt’ora dominante, tendente a dividere, idiotamente, la forma dal contenuto. D’altra parte, Sgalla è innanzitutto uno scrittore e i suoi romanzi, la loro eversiva energia lessicale, stanno a monte, sono consustanziali, a questa “Felicità come questione sociale e politica”.

Peraltro, fu Roman Jakobson (1896-1982), la figura più eminente del Circolo Linguistico di Praga, a lavorare su di un assunto chiave della neurologia dei suoi tempi (“i bambini hanno più idee che parole”), per poi svilupparne il senso giungendo a formulare la teoria della ricchezza semantica quale “macchina principale” per la produzione del pensiero sviluppato, della stessa “sinapsi” teorica, che in Sgalla è, eminentemente, la connessione tra filosofia, con la centralità del marxismo, della politica e della poesia, scientifica “inclinazione” d’animo che nell’Autore indossa totalmente le vesti della poiesis  (ποίησις), l’atto creativo che i greci definivano come il passaggio dal non essere all’essere.

Ma Socrate ci tirerebbe la giacchetta: di che cosa parla l’opera di Sgalla? Parla della felicità per gli esseri umani, per le donne e per gli uomini, tanto necessaria, tanto potenzialmente possibile, quanto castigata e resa irraggiungibile dai grandi sistemi di pensiero storicamente egemoni, dagli oscuri e pertinaci totalitarismi religiosi al potere più infido, il capitalismo, vestito di liberalismo e apparente, scintillante, “bellezza”, ma velenoso come il tasso, l’albero della morte, fornito di fiori rossi e carnosi ma così tanto tossici di rompere il cuore, portare concretamente all’arresto cardiaco. Una similitudine necessaria, non stravagante, questa tra capitalismo e albero della morte, poiché essa può riassumere la possente requisitoria che Sgalla sviluppa sul capitalismo stesso quale fonte incessante non solo delle diseguaglianze, dello sfruttamento, della violenza e, sul piano mondiale, del nefasto “scambio diseguale di merci”, tra gli elementi prodromici alle guerre, “a pezzi” e totali, ma anche quale fonte oscura dell’infelicità.

Di quale felicità parla, Sgalla? Non certo la “felicità” del pensiero romantico, quella del sentimento contemplativo, del vivere le “intense emozioni”, della “gioia della semplicità quotidiana”, del “legame con la natura”, addirittura della consustanzialità a dio e a tutto il “divino naturale” (Coleridge, Foscolo, Lermontov, Byron, Brentano, Manzoni), inclinazioni che potevano deragliare verso l’accettazione passiva dello stato di cose presenti, verso la ratifica storica del potere della classe dominante. Una “felicità”, questa romantica, che avrebbe poi trovato lontane, nefaste degenerazioni (che nulla hanno a che vedere naturalmente, con la grandezza letteraria dei grandi romantici, nulla a che vedere con Goethe, con Nodier per cui, anzi, lo stesso accostamento può apparire indegno e fuori luogo) in romanzi d’appendice e popolarissimi come “Morir d’amore”, di Carolina Invernizio (1851-1916), quella Invernizio che Antonio Gramsci (nei Quaderni dal Carcere, in “Letteratura e vita nazionale”) definì “l’onesta gallina della letteratura italiana”, un’onesta gallina capace, tuttavia, di fornire un importante contributo alla costituzione di un senso comune di massa subordinato alla cultura della classe dominante. Oppure, ancor più degenerando, nei romanzi “rosa” di grande successo di Liala (1897-1955), nei quali la felicità poteva essere il canto di un cardellino sulla spalla di un operaio licenziato dal Cantiere navale.

Quella di Sgalla è la felicità che nasce dalla rivoluzione, dalla fine dell’esistenza alienata, dalla fine del meccanismo capitalistico oggettivo di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna, dalla fine dell’inconsapevolezza dell’essere, del vivere, del produrre, persino dell’inconsapevolezza dell’amare, se amare è legarsi mani e piedi all’oscura dottrina cattolico-capitalistica, per cui riprodurre (vita e merci, figli e automobili, quasi allo stesso modo) si fa ordine sociale inconfutabile.

Sgalla recupera e rilancia nella sua poesia (poiché di questo tessuto letterario è composto il testo complessivo dell’Autore) il Marx dei “Manoscritti economico-filosofici “del 1844 e dei “Grundrisse”. Opere nelle quali l’autore de “Il Capitale” definisce il lavoro alienato (estraniato) nelle quattro forme divenute patrimonio di ogni avanguardia, politica e persino poetica: alienazione rispetto al prodotto del lavoro; allo stesso processo produttivo; alla stessa essenza umana e rispetto “all’altro umano”, il prossimo.

Una concezione dell’alienazione (e dunque dell’infelicità) che avrebbe poi trovato la propria rappresentazione in linguaggio economico ne “Il Capitale”, ove sarebbero emerse le categorie di “sussunzione del lavoro” e “feticismo delle merci”, col quale “feticismo delle merci” giungiamo totalmente allo Sgalla che vede nella mercificazione totale della vita e dell’essere umano nel capitalismo le basi materiali dell’alienazione e del suo doppio speculare: l’infelicità.

E scrive Sgalla all’inizio della sua opera: La società è brutalizzata dall’ineguaglianza e dall’insicurezza, dal tempo di lavoro che coinvolge l’intera giornata, dall’indebitamento individuale. Il diritto alla vita dipende dal servizio che le vite rendono al mercato…L’essere umano opera in un sistema di percezione e comunicazione codificato dal capitale, che ha totalmente incorporato la tecnica e ha cambiato il punto di vista da cui le cose sono guardate, per cui, ad esempio, una foresta diviene una riserva di merce-legname”.

Ora, vorremmo far intanto notare come la potenza semantica e poetica di Sgalla (“una foresta diviene una riserva di merce-legname”), si faccia tramite del suo stesso pensiero filosofico, presentando così l’intera opera – stile e sostanza – come un tutt’uno organico e funzionale alla battaglia ideologica intrapresa dall’Autore al fine di rimettere in circolo un’idea- forza, come la felicità, divenuta negletta e persino impraticabile per colpa delle degenerazioni romantiche subite.

Oggi, difatti, non sono ancora molti coloro che hanno il coraggio ideologico, politico, civile di ricollocare al centro la questione della felicità umana quale proiezione della libertà, libertà di “classe”, della classe del lavoro, libertà collettiva e individuale. Un tema, questo della felicità, certo non peregrino nella storia del pensiero filosofico, a partire dal fatto che esso è centrale in Aristotele, che ne “specula” vastamente nell’Etica Nicomachea chiamando la felicità, con le stesse intenzioni filosofiche riprese da Sgalla, eudaimonia, totale realizzazione di sé.

E Sgalla, nella sua battaglia volta a riassumere il senso profondo della categoria di felicità (a partire dal valore etimologico e tutto materiale, anti idealista, del termine che, dall’indoeuropeo, rimanda alle pratiche, vitali, del generare, dell’allattare, del nutrire) si muove sì, coraggiosamente, in una landa spopolata, ma con a fianco “nuovi militanti rivoluzionari”. È Diego Fusaro, ad esempio, con accenti simili a quelli di Sgalla, a riproporre la felicità come stato irripetibile di pienezza ostacolato dalla frenesia consumistica, riproponendo la virtù come critica all’equazione capitalistica che lega ricchezza e felicità, definendo la ricerca incessante del di più come una giara bucata e proponendo una visione filosofica basata anche sulla capacità di limitare i desideri.

O come il giovane filosofo marxista genovese Nanni Marcenaro che, nel suo quarto volume su Aristotele, offre una lettura alternativa, basata sulla viva lettera del testo greco, della concezione esposta dallo Stagirita riguardo alla felicità, considerata come “il vivere compiuto”.

Le stesse questioni rilanciate peraltro, in un recentissimo saggio (“Sette brevi lezioni su Socrate”, Einaudi) da Angelica Taglia: Sgalla è in controtendenza ma non è solo.

Dell’essenza delle cose, facciamo parlare Sgalla: La tesi che qui è sostenuta è di una nuova centralità dell’idea forte di felicità (auto- valorizzazione, piaceri delle intelligenze e dei corpi immersi nella vita, nutriti dal suo flusso, esplorazione per una comprensione esistenziale del reale e del possibile) presente nelle lotte, nelle conquiste e nei ricchi materiali teorici prodotti con l’ondata rivoluzionaria e creativa, esistenziale e politica che ha attraversato l’Italia, l’Europa e gran parte del mondo nel ciclo dagli anni ’60 alla fine degli anni ’70 del ’900, con il suo straordinario carico culturale e fattivo di rilancio dell’incompiuta “modernità”; della necessità di tornare a praticare la razionalità appassionata, una politica che abbia a che vedere con i fini, con la produzione e l’allocazione di beni, materiali e simbolici, che rafforzano le risorse dell’Io e del Noi, competenza dialogica, significati condivisi, fiducia e lealtà civile.

Come arrivarci alla conquista della felicità, intesa come rottura della gabbia generale alienante capitalistica? La lezione di Sgalla è vasta, profonda, di respiro, non comprimibile in questo breve scritto. Tuttavia, cerchiamo di mettere a fuoco due questioni “sgalliane” che emergono dalla sua opera e che riteniamo centrali:

-primo, la questione del soggetto rivoluzionario, capace di mettersi sulle spalle la trasformazione sociale ed intellettuale;

-secondo, la questione della “transizione” alla felicità, marxiana e aristotelica.

Per ciò che riguarda il soggetto rivoluzionario afferma Sgalla: il soggetto costituisce uno dei due aspetti essenziali della realtà, è l’io, sintesi unitaria di corpo, mente e volontà, che si contrappone all’oggetto, alle cose, l’essere umano costituito di profondità (un dentro) ed estensione (un fuori). Subjectum è ciò che è posto sotto, alla base, ciò che fonda, regge ciò che non sta di per sé. Qui il soggetto è inteso come fondamento, all’interno del quale diviene dominante la soggettività come coscienza, alla base della modernità.

Con quest’asserzione dell’Autore siamo nel pensiero pieno di Lenin e Gramsci, nella loro lotta radicale contro il positivismo che segnò di sé, sciaguratamente, la Seconda Internazionale e la rinuncia alla Rivoluzione e nel pensiero pieno leninista e gramsciano volti all’affermazione del ruolo soggettivo e anti deterministico dell’uomo, della donna, della “classe”, nel divenire storico.

Cosicché, attraverso la piena riassunzione dell’azione storica soggettiva e rivoluzionaria, Sgalla arriva, nell’ultimo capitolo della propria opera (“La transizione, la vitalità civile”) a definire lo stesso percorso di trasformazione sociale e culturale verso la felicità come “vivere compiuto”: Transizione vuol dire superare il dogma liberale per cui niente dev’essere fuori del mercato o contro il mercato e tutto dev’essere nel mercato, il luogo, caratterizzato da instabilità e da un’inquieta e imprevedibile mobilità, in cui tutto finisce con l’avere un prezzo.

Transizione è data quando la classe politecnica del lavoro, la “contraddizione vivente” nel suo cammino, raccolti i frutti di quasi due secoli di lotta di classe proletaria con cui sì è nutrita la critica antagonista, diviene autonoma, classe universale capace di darsi valore e d’invertire lo sviluppo capitalistico; quando organizza una potenza materiale di rovesciamento reale.

Molte sono le questioni che compongono il “discorso” generale nell’opera di Sgalla: una, di grande importanza per la trasformazione del senso comune in coscienza di classe, è quella relativa al ruolo delle avanguardie, politiche, artistiche e letterarie, possibili ed auspicabili protagoniste nel cambiamento della cultura dominante.

Ma se c’è qualcosa che va ancor più rimarcato nel lavoro “sgalliano” è l’ammirevole e totale “tenuta” tra le parti del pensiero stesso: dalla descrizione del passaggio storico “Dalla civiltà umanistica all’Homo Oeconomicus alla “Ricerca della felicità come bene costituzionale”, passando per “Il soggetto desiderante e l’etica della gioia” (titoli di capitoli dell’opera) ogni passaggio si concatena all’altro in un lineare fluire dialettico. Cosicché l’opera di Sgalla non può non far pensare ad un’altra opera in questi giorni uscita nelle librerie, contrassegnata (come se Giordano Bruno vi avesse messo le mani) dalla teoria della totalità dialettica dell’universo tutto: “La lunghezza d’onda della felicità. Una storia di fisica quantistica. Cambi di frequenze e rinascite personali”. Un saggio della divulgatrice scientifica Gabriella Greison in cui si pone il problema della fisica quantistica come motore rivoluzionario del mondo e, per la sua stessa potenza trasformatrice universale, come possibile macchina mondiale di costruzione di una nuova libertà umana liberata dai bisogni per divenire, dunque, una macchina di felicità.

Per dire l’assoluta contemporaneità del pensiero di Alberto Sgalla.

 

Nota introduttiva (di Alberto Sgalla)

 

Una promessa di felicità svolazza nell’ideologia neoliberale, diffusa dall’onnipresente discorso pubblicitario, reso “senso comune”, sistematica produzione d’illusione, che ha totalmente rimosso il male (alienazione, ingiustizia, umiliazione, esposizione all’arbitrio altrui…). Il valore essenziale della merce è la felicità, l’autorealizzazione umana sta nell’essere imprenditori di sé e nel programmare la propria vita come un’impresa.

Il capitale si presenta come il vero soggetto, impegnato nell’auto-accrescimento illimitato, potenza in grado di esercitare potere in quanto controlla il lavoro morto (macchine, denaro) sul lavoro vivo, il fondamento dinamico dello sviluppo capitalistico; è la forma di valorizzazione economica delle energie sociali e ha pervaso l’intero sistema cognitivo della società plasmandone percezione e condotte.

Il capitalismo postmoderno porta il segno della sconfitta operaia, di un’umanità frammentata, dispersa, affannata, sono privatizzati i beni comuni e i prodotti del sapere collettivo, la società è brutalizzata dall’ineguaglianza e dall’insicurezza, dal tempo di lavoro che coinvolge l’intera giornata, dall’indebitamento individuale. Il diritto alla vita dipende dal servizio che le vite rendono al mercato. Il rapporto di classe fagocita tutto, sulla superficie sociale dove tutti sono in pista, senza stabilità e orientamento e tutto circola nell’incertezza, dove non si sa a che punto si è e anche l’identità sessuale è fluida, adattabile, essendo la morale sessuale divenuta del tutto irrilevante per il funzionamento del sistema del capitale. Il codice della merce è entrato in profondità nella personalità merce forza-lavoro, riducendo ogni senso al senso dell’avere. Tutto ciò che appare funzionale al sistema autoreferenziale del capitale viene metabolizzato”.

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