Indomito Vietnam

La redattrice di “Cavallo di Fuoco” in Vietnam: i grandi, odierni, successi economici e le lotte eroiche e vincenti contro il colonialismo e l’imperialismo, con la direzione del Partito Comunista del Vietnam

Indomito Vietnam

Autrice: Laura Baldelli

Già docente di Storia e Letteratura; del Comitato Centrale del PCUP

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Hanoi, settembre 2026

La Repubblica Socialista del Vietnam è diventata meta turistica molto richiesta in Italia e in Europa, settore in cui il Paese ha investito molto specie dopo il covid, ma se ne parla soprattutto come uno dei motori economici più dinamici del sudest asiatico, che ha saputo saggiamente diversificare lo sviluppo economico, come dimostra la crescita nel secondo semestre nel 2026, che è all’8,39%, in cui l’industria e l’edilizia sono 10,51%, rispetto al 9,01% del primo semestre, contribuendo per 50,7% del valore aggiunto totale, mentre il settore dei servizi è cresciuto del 7,87% rispetto all’8,33% del primo semestre e rappresenta il 44,28%; l’agricoltura è cresciuta del 4,06% rispetto al 3,68 e contribuisce per 5,65%.

Infatti il pilastro manifatturiero guida la crescita industriale, attirando molti investimenti esteri, ma il governo punta già verso gli obiettivi da raggiungere nel 2045, abbandonando progressivamente il modello legato al basso costo della manodopera, per lanciarsi verso le tecnologie avanzate, aumentando i parchi industriali di nuova generazione, di cui già ne esistono 400 aree, pensate e realizzate come ecosistemi connessi tra logistica, tecnologie e risorse umane.

Le aree industriali più importanti sono classificabili nelle tre macro-regioni economiche nord, centro e sud: il sud rappresenta il motore e il fulcro industriale del Paese, specializzato in logistica ed esportazioni, gigante del manifatturiero tessile e metalmeccanico, industria pesante e soprattutto logistica portuale, progetti energetici e beni di consumo; il centro vanta grandi aree portuali e la cantieristica, l’industria elettronica e componentistica, mentre al nord ci sono i colossi globali come Samsung e Foxconn, Lg e l’industria automobilistica, che vanta anche un proprio marchio, VinFast, che produce auto, scooter, suv e bus elettrici che, oltre al mercato interno, punta anche all’esportazione.

Altro pilastro fondamentale dell’economia del Vietnam è l’industria tessile, con produzione di filati e tessuti, dell’abbigliamento, della tappezzeria e biancheria della casa, che incide fino al 40% del Pil nazionale, che ha chiuso nel 2025 con un attivo sulle esportazioni pari a 46,2 miliardi di$, puntando per 2026 a 48 miliardi di $.

Infatti si posiziona tra i primi 3 esportatori mondiali assieme a Cina e Bangladesh, dovuto anche al fatto che molte multinazionali, per evitare tariffe doganali, hanno preferito il Vietnam alla Cina. Il settore occupa moltissima popolazione femminile e ha favorito l’urbanizzazione ed oggi punta anche alla transizione ecologica nella produzione, affinché rispetti i criteri di sostenibilità, avanzando anche verso l’automazione e la digitalizzazione.

Sul fronte commerciale, le esportazioni di beni e servizi, l’aumento è del 20,18%, a fronte delle importazioni che hanno superato il 26,44%. Il paese si sta avvicinando alla realizzazione degli ambiziosi obiettivi del governo che puntano ad una crescita economica di oltre il 10% per quest’anno, nonostante la guerra in Iran; e nel frattempo l’inflazione annuale è scesa al 4,69% nel mese di giugno, avvicinandosi all’obiettivo del 4,5%.

Inoltre la Banca Mondiale, con effetto dal 1° luglio 2026, ha classificato il Vietnam come paese dall’economia a reddito medio-alto, infatti la povertà dal 58% è scesa al 4%.

Un vero miracolo economico raggiunto in 40 anni, da quando il Partito Comunista del Vietnam ha approvato nel 1986, durante il VI congresso, la riforma del Doi Moi, con cui inaugurò una serie di riforme di transizione da un’economia pianificata statale ad una di mercato controllata ed orientata al socialismo per promuovere la crescita economica, la modernizzazione del Paese, al fine d’inserirsi anche nel commercio internazionale.

La svolta decisiva è stata la revoca dell’embargo economico nel 1994, che perdurava da 19 anni, cioè dalla caduta di Saigon, da parte del presidente Usa Bill Clinton in seguito alla decisione del governo vietnamita d’identificare i caduti americani dispersi in guerra, che ha permesso la riapertura delle relazioni diplomatiche con tanto di sede dell’ambasciata americana ad Hanoi. Nel 2000 è stato firmato l’accordo BTA, ovvero US-Vietnam Bilateral Trade Agreement, con riduzione  delle tariffe doganali, durante la storica visita di Clinton, primo presidente a mettere piede nel Paese dalla fine della guerra; ma occorre precisare che il piccolo Vietnam, in seguito alla ripresa delle relazioni commerciali con gli Usa ha dovuto pagare nel 1997 ben 146 milioni di $ per saldare i debiti contratti dal governo fantoccio Vietnam del sud: ufficialmente per i rifornimenti di grano, la costruzione di strade e le forniture di energia, ma in realtà per finanziare la guerra contro il nord degli esportatori di democrazia.

Oggi la Repubblica Socialista del Vietnam segue gli Usa e la Cina come primi paesi per le esportazioni e si colloca tra i primi 15 paesi al mondo per esportazioni commerciali.

Ma i dati più importanti e prestigiosi vengono dagli organismi internazionali come l’Oms, l’Unicef e l’Unfpa (agenzia delle nazioni unite per la salute sessuale e riproduttiva) che classifica il Vietnam sopra la media globale, con un percorso sanitario verso la copertura sanitaria universale ed il potenziamento dei servizi di prevenzione, secondo gli indicatori definiti dall’Onu, quali: l’aspettativa di vita alla nascita, la mortalità infantile, la mortalità sotto i 5 anni, la mortalità materna, l’immunizzazione e la salute infantile, la capacità del sistema sanitario.

L’Italia in 40 anni ha distrutto la propria economia e le conquiste del welfarestate, dimostrando di non saper fare neanche il capitalismo, ma soprattutto sta distruggendo la democrazia e combatte guerre a sua insaputa.

Il miracolo del Vietnam va raccontato anche ripercorrendo la sua storia, e il paese la valorizza anche come offerta turistica: una storia che ha pesato nel XX secolo, che non dobbiamo dimenticare e che i giovani devono conoscere. Una storia millenaria, un lungo percorso verso l’indipendenza e l’autodeterminazione: il Paese vanta più di 4.000 anni di storia e la sua collocazione geografica è in quell’area geo-culturale chiamata “civiltà sinica”, con una fortissima influenza della cultura cinese, come testimoniano i monumenti con 9 siti patrimonio Unesco; inoltre, oltre la conformazione fisica, anche la cultura lo ha sempre diviso in due: al nord l’impronta è stata confuciana nella struttura governativa con le dinastie imperiali e buddista mahayana del grande veicolo dal punto di vista religioso, mentre al centro, dopo la zona della vecchia capitale Huè, cambia tutto per la forte influenza dell’induismo sincretico, unico al mondo: i templi di My Son ne sono la testimonianza e l’etnia Cham Balamon, una delle 54 etnie presenti in Vietnam ne è la discendenza; tutto il sud nel passato ha avuto l’influenza della Malesia e dell’Indonesia.

Gli europei, con i primi missionari cattolici gesuiti di nazionalità portoghese, spagnola, italiana e francese, approdarono in Vietnam nel XVII sec: uno di loro, il francese Alexandre de Rhodes (1591-1660), creò il primo sistema di romanizzazione della lingua vietnamita, il quốc ngữ; in seguito i colonizzatori francesi ne favorirono la diffusione del quốc ngữ, a scapito di altri sistemi di trascrizione della lingua vietnamita, come il chữ nho e chữ nôm, derivati dai caratteri cinesi degli han, con il preciso obiettivo di ridurre la potente influenza della cultura cinese confuciana.

Oggi i visitatori con l’alfabeto latino non hanno difficoltà a girare in autonomia.

Nella seconda metà dell’800 la Francia di Napoleone III invase il Vietnam nel 1857 durante la seconda rivoluzione industriale e nel 1858 ebbe inizio la colonizzazione del Paese che entrò a far parte dell’Unione Indocinese Francese dopo una serie di guerre con i paesi di tutta l’area. Il Vietnam fu diviso dai francesi in tre regioni: Tonchino, Annam e Cocincina, ognuna sotto tre diversi regimi separati; la Cocincina al sud era una colonia francese, mentre Tonchino e Annam erano protettorati e la corte dell’imperatore Nguyễn fu posta sotto la supervisione francese. Ancora oggi nel Paese possiamo vedere l’architettura coloniale francese che cambiò i connotati di molte città, abbattendo anche i simboli della loro storia, una delle tante violenze oltre quella dell’imposizione della lingua francese; la città di Hoi An, simbolo dell’architettura francese lungo il fiume Thu Bon e risparmiata miracolosamente dai bombardamenti Usa, è patrimonio Unesco.

Fu un dominio coloniale durissimo che portò infrastrutture ed industrializzazione per sfruttare le risorse fisiche e umane con una feroce repressione politica, in cui le prigioni erano più numerose delle scuole. Infatti ad Hanoi sorge il museo della prigione di Hoa Lo, in cui i vietnamiti del movimento di opposizione anti-coloniale, ispirato alle idee marxiste, patirono le sofferenze della dominazione coloniale francese. Tra loro spiccò Ho Chi Minh, che aveva molto viaggiato nel mondo e in Francia aveva militato dapprima tra le file del Partito Socialista e dopo la Rivoluzione di Ottobre tra quelle del Partito Comunista Francese e successivamente fondò il Partito comunista Vietnamita, nel 1930.

La vita di Ho Chi Minh meriterebbe una memoria dedicata per le grandi esperienze di vita, per la formazione culturale e per la strategica capacità politica. Il nome Ho Chi Minh è uno pseudonimo, che tradotto in italiano è “Volontà che illumina”, ma anche “Colui che porta luce” e fu davvero un faro per tutto il Paese, fondando il movimento Viet Minh per l’indipendenza, in cui cercò di creare un fronte di opposizione tra le masse rurali e il nazionalismo della classe media urbana delle città contro il dominio coloniale. Fondamentali furono le esperienze in Urss ed in Cina.

Un leader indomito che non si arrese mai davanti a nulla, sopportando le persecuzioni e il carcere. Ancora oggi è vissuto non solo come un eroe, ma come Padre della Patria.

La seconda guerra mondiale sconvolse gli equilibri in Indocina, dopo che la Francia si arrese alla Germania ed il regime di Vichy dovette cedere al Giappone, che iniziò ad occupare il territorio con le proprie truppe e così si aggiunsero altri dominatori ed altri crimini, a cui le forze comuniste di Ho Chi Minh opposero una forte Resistenza. Tutta l’area indocinese fu attraversata da guerre, ma caduto il Giappone, il 16 agosto 1945, ad Hanoi il Congresso del Viet Minh diede il via alla rivoluzione di agosto, con Ho Chi Minh a capo del Comitato di Liberazione Nazionale e il giorno seguente fu lanciata la rivolta davanti ad una folla di 200.000 cittadini ad Hanoi, che nel giro di pochi giorni trionfò in tutte le principali città del Paese; il 28 agosto Ho Chi Minh annunciò la formazione del governo provvisorio nazionale e il 2 settembre proclamò ad Hanoi davanti a mezzo milione di vietnamiti l’indipendenza della Repubblica Democratica del Vietnam, chiudendo il discorso con un appello alle forze Alleate, vittoriose nel conflitto mondiale, di riconoscere l’indipendenza vietnamita. In Vietnam il 2 settembre è festa nazionale, una grande e sentita ricorrenza, di cui quest’anno ricorre l’81esimo, ma il 2 settembre è anche il giorno della morte di Ho Chi Minh, avvenuta nel 1969.

Nella storica piazza della proclamazione d’indipendenza, Ba Đình di Hanoi, c’è sempre la fila per visitare il mausoleo del grande leader e poco lontano si può visitare la casa dove lavorava e viveva, una modesta e sobria abitazione, una tradizionale casa su palafitta in legno, ispirata a quelle delle minoranze etniche del nord del Vietnam, con solo due stanze principali: uno studio al piano terra e una camera da letto al piano superiore, conservate con gli oggetti originali, che affaccia su uno stagno di carpe; infatti Ho Chi Minh rifiutò di abitare nel lussuoso Palazzo Presidenziale in stile coloniale francese, perché simbolo del potere coloniale e solo recentemente ristrutturato. Nella casa-museo si respira ancora il fascino della storia e la vita di un uomo vissuto con coerenza, combattendo con tenacia per la giustizia e l’indipendenza del suo Paese, nonostante sia meta di tanti visitatori, specie vietnamiti.

Ma la guerra di liberazione del Vietnam dal dominio coloniale durò ancora molti anni perché la seconda guerra mondiale non aveva insegnato nulla all’occidente: la libertà era solo un diritto per gli occidentali e la Francia del generale De Gaulle non rinunciò all’Indocina, né al Vietnam, tanto che nel 1946 occupò il Vietnam del sud, addirittura con l’appoggio delle forze britanniche e l’assenso degli Usa, che ormai si sentivano i padroni del mondo e ritenevano l’area ad alto rischio per l’espansione comunista; infatti di lì a poco nel 1950 avrebbero iniziato la guerra di Corea, che segnò quella che fu chiamata la guerra fredda tra Urss e Usa, mai combattuta frontalmente.

Il piccolo Vietnam del nord vinse sulla Francia che nel 1954 si ritirò e i soldati vietminh innalzano la bandiera della vittoria prima a Dien Bien Phu poi ad Hanoi; la Francia aveva preferito impegnarsi sul fronte algerino, altra dura lotta di un popolo per liberarsi dal dominio coloniale.

Il ponte di Hiền Lương, situato sul fiume Bến Hải nella provincia di Quảng Trị, è il celebre ponte che sorgeva lungo il 17º parallelo, la linea di demarcazione stabilita dagli Accordi di Ginevra del 1954, che divideva il Vietnam in Nord e Sud: una linea di demarcazione non solo per due amministrazioni, bensì per due realtà antagoniste per ideologia politica che generavano due diversi modelli e programmi sociali.

Il ponte fu distrutto durante i tanti bombardamenti aerei americani nel 1967, ma è stato ricostruito, perché è anche un monumento storico all’interno della zona demilitarizzata, un simbolo nazionale non solo della divisione, ma anche del desiderio di riunificazione del popolo vietnamita.

È uno dei tanti luoghi della memoria che il Vietnam custodisce come quelli della sua storia millenaria: sono luoghi curati e rispettati.

Gli accordi di Ginevra del 1955 sancivano il dominio Usa sotto la presidenza Eisenhower, il cui obiettivo era il contenimento del comunismo appoggiando il regime conservatore corrotto ed impopolare dell’imperatore Bao Dai e del primo ministro Ngo Dinh Diem; gli accordi prevedevano anche l’impegno ad indire libere elezioni nazionali congiunte per l’unificazione nell’arco di due anni. Alcuni storici ritengono il 1955 l’anno d’inizio della guerra del Vietnam, perché gli Usa reputavano strategico il sud-est asiatico e con la scusa del succedersi di vari golpe militari, piazzarono ben “16000 consiglieri” e 500000 soldati: fu l’amministrazione Kennedy a deciderlo, ma l’opinione pubblica, con la narrazione che santifica il presidente ucciso, sembra dimenticarlo.

Il sud, corrotto ed antidemocratico, si rifiutò di tenere libere elezioni e il confine del fiume Ben Hai divenne definitivo, ma al nord già nel 1960 si era costituito il Fronte di Liberazione Nazionale con i Vietcong, una coalizione di forze di opposizione sotto l’egemonia comunista per riunificare il paese e nel 1963 dopo l’assassinio di Diem, le truppe di Hanoi iniziarono ad infiltrarsi nel sud, così nel 1965 gli Usa, già presenti in Corea del Sud e in Thailandia, decisero d’intervenire direttamente.

La guerra in Vietnam è ancora una ferita aperta negli Usa, perché tra il 1964 e 1975, investirono risorse enormi: truppe e tecnologia d’avanguardia per piegare il movimento rivoluzionario di un piccolo paese rurale, ma nonostante i bombardamenti a tappeto, operazioni d’intelligence e mezzo milione di soldati, gli Usa fallirono.

Furono sganciate 15 milioni di tonnellate di bombe, più che in tutta la seconda guerra mondiale e in occidente la guerra ebbe una grande risonanza mediatica: studenti, operai e intellettuali negli anni ‘60 e ‘70 furono protagonisti di tante manifestazioni di piazza a sostegno del piccolo paese che conquistava la propria indipendenza. L’offensiva del Tet, l’attacco simultaneo in tutto il Vietnam nel 1968, fu un’impresa eroica e titanica, guidata dal leggendario generale Giap, già eroe nella battaglia di Dien Bien Phu: di fronte alla superpotenza americana, fu una vittoria politica e morale, con enormi ripercussioni nel mondo, che sfociarono in manifestazioni di piazza. Infatti nel ‘69 negli Usa oltre 2 milioni di cittadini e ben 232 università furono coinvolti anche in scioperi e renitenza alla leva; la repressione del governo dell’amministrazione del presidente L. B. Johnson fu durissima con migliaia di arresti. L’offensiva del Tet aveva causato ingenti perdite ai vietcong, circa 60mila soldati, ma aprì la strada ai negoziati di pace ed il mondo intero fu sorpreso dall’audacia del popolo vietnamita che combatteva per la patria. Il generale Giap diventò un simbolo della lotta di tutti i popoli nelle guerre di liberazione coloniale contro l’imperialismo occidentale.

La guerra finì con la presa di Saigon nel 1975, oggi Ho Chi Minh City, una metropoli moderna, ma che custodisce la memoria della sua storia di liberazione.

Ancora l’indomito Vietnam aveva vinto, grazie anche al sostegno dell’Urss, della Repubblica Popolare Cinese, della Corea del nord ed anche dei Paesi del Patto di Varsavia.

Oggi il mitico Sentiero di Ho Chi Minh, la complessa rete di strade e canali nella giungla, una delle più grandi opere d’ingegneria militare del XX sec, usata dal Vietnam del nord per trasportare armi, rifornimenti e soldati verso il Vietnam del sud, è percorribile anche tra Laos e Cambogia, perché è uno dei luoghi della memoria, determinante per la vittoria, ma anche luogo che ricorda i resistenti caduti per la libertà. L’esercito statunitense sganciò 80 milioni di litri di Agente Naranja un potente defoliante ed erbicida chimico che conteneva 366 kg di diossina, che contaminò direttamente 4,8 milioni di persone, di cui 1 milione con morte diretta, ed altri 3,2 milioni ne patirono le conseguenze in seguito con cancro, malattie neurologiche e malformazioni congenite nelle future generazioni.

Infatti il Vietnam per colpa della guerra chimica ha perso due generazioni e fino alla quarta ha subito conseguenze. Inoltre sul territorio si calcola ci siano ancora 800 mila tonnellate di ordigni inesplosi e si prevede che ci vorranno 300 anni per bonificare. A guerra finita gli ordigni seminati in tutto il paese provocarono altri 40mila morti e 60mila feriti. L’esercito Usa si è anche macchiato di massacri di civili, come quello di My Lai nel 1968, in cui trucidarono 182 donne, 173 bambini, 60 anziani, i cui documenti sono conservati presso il museo della guerra ad Ho Chi Minh City. In totale la guerra ha causato 3 milioni di vittime, tra cui 175mila soldati e 300mila tombe senza identificazione.

L’atmosfera in questi luoghi della memoria è decisamente diversa da quella costruita nell’immaginario collettivo dal filone dei film americani sulla guerra in Vietnam.

Una storia che va raccontata ai giovani, non solo con i film, ma anche con la verità dei documenti storici, al fine di spiegare anche il nostro presente, sempre condizionato dall’imperialismo, dal neocolonialismo, dal revisionismo storico, che porta subalternità e sfruttamento.

Il successo del Vietnam di oggi, quindi è molto più importante di qualsiasi altro paese, in quanto ha vissuto più di un secolo di guerre e dominazioni, pagando un tributo altissimo ed ha ricominciato da un’economia distrutta, con un territorio avvelenato, privo d’infrastrutture e con una popolazione che subiva e subisce ancora le conseguenze della guerra di contaminazione.

Dopo il Doi Moi, il rinnovamento, che prevedeva la pianificazione statale con l’apertura all’economia di mercato controllata, ha visto dal 1990 al 2004 triplicare il Pil con una crescita annuale del 7,5%; in vent’anni da paese prevalentemente agricolo ha potenziato l’industria e l’edilizia.

Se nel 1993 la popolazione povera era al 58,1%, nel 1998 era scesa al 37,4% e nel 2004 al 24,1% e l’ultimo dato del 2024 la pone al 4,06%, mentre la povertà estrema, registrata tra le minoranze etniche del nord, dall’84,6 del 1993 è oggi all’1,3%.

Attualmente il Vietnam è al 93esimo posto su 193 paesi per lo sviluppo umano; ma non basta: è stato approvato il Programma Nazionale nelle Aree Rurali per la riduzione della povertà nelle regioni a minoranza etnica 2026-2035.

Il programma di alfabetizzazione tra la popolazione dai 15 ai 60 anni è al 99,01% e la copertura sanitaria supera il 95% della popolazione e c’è la forte speranza che l’età media si alzi verso i 74,7 anni.

Oggi il Vietnam è il primo esportatore di riso in 80 paesi, ma è in espansione anche l’ottimo caffè miscela robusta, tra i più buoni nel mondo, dopo quello giamaicano delle montagne blu; forse unico merito dei francesi che lo piantarono per il proprio fabbisogno.

Il turismo incide per circa l’8% sul Pil nazionale, con i suoi 9 siti Unesco, ma l’obiettivo è raggiungere il 12% nel 2030, e si può scegliere di visitare il paese in tante modalità: tour di gruppo ma anche personalizzati, o organizzarsi da soli viaggiando per tutto il paese con il trasporto pubblico, o noleggiando un’auto e si può fare anche l’esperienza Home Stay, vivendo in casa con una famiglia vietnamita ed imparare la loro variegata e strepitosa cucina. Nulla è improvvisato e tutto funziona: è possibile fare trekking, navigare in canoa, fare una comoda crociera, dedicarsi alla storia degli imperatori, ma oltre ai monumenti tradizionali ci sono quelli della memoria recente come i musei, che sono una vera sorpresa: il museo di storia militare del Vietnam, il Museo delle Donne Vietnamite, davvero interessante e ricco di materiali; il Museo di Etnologia del Vietnam per scoprire la storia sconosciuta delle 54 etnie che comprende anche il teatro delle marionette sull’acqua; a Ho Chi Minh City è importante visitare il Museo dei residuati bellici, armamenti militari lasciati dagli Usa e la descrizione degli effetti dell’Agente Arancio; anche gli impressionanti Tunnel di Cu Chi sono da esplorare per avvicinarci a capire con quanto sacrificio i guerriglieri combatterono per la libertà del loro Paese.

Oggi il Vietnam è meta di molti giovani che viaggiano anche da soli, perché è un paese moderno, ma che conserva ancora tradizioni esotiche ed è assolutamente sicuro ed economico, offre anche tanta natura da vivere tra le risaie e le cascate di Sa Pa, navigando lungo i fiumi, pescare nelle lagune e nelle spiagge di An Bang, la città dei fantasmi.

C’è anche un turismo interno e dell’area geografica limitrofa come cinesi e coreani del sud. Il turismo interno è affascinato dai palazzi imperiali, dalle tombe, dai santuari dedicati ai grandi maestri come presso il Museo della Letteratura e tutti amano affittare i costumi tradizionali per posare in servizi fotografici tra le antiche mura, creando una colorata suggestione per noi visitatori occidentali. I tanti musei denotano i grandi investimenti del governo, non solo per la memoria, ma anche per la valorizzazione della cultura.

Ma il piccolo-grande Vietnam ha anche fraterni legami internazionali con Cuba, che fu la prima nazione a riconoscere la Repubblica Socialista del Vietnam, ma non solo formalmente, perché con la solidarietà che deve contraddistinguere i paesi socialisti, ha sostenuto con 80 milioni di dollari progetti per la costruzione di ospedali, fattorie per allevare mucche da latte e pollame, come per costruire strade ed anche per recuperare lo straordinario sentiero di Ho Chi Minh. Medici ed ingegneri vietnamiti si sono specializzati a Cuba e fu Fidel che già nel 1973 nella sua prima visita iniziò i concreti rapporti di amicizia tra i due paesi.

Non si può trattenere la commozione di fronte a questa eroica solidarietà tra paesi impoveriti dagli embarghi Usa, sempre minacciati dall’imperialismo predatorio e sanguinario.

Nel 2025 nel celebrare i 65 anni di relazioni diplomatiche tra i due paesi, la Croce rossa del Vietnam ha lanciato la raccolta di 65mila milioni di Don, circa 12,8 milioni di dollari da destinare a Cuba, drammaticamente assediata dall’ingiusto ed illegale blocco commerciale inferto dagli Usa. La raccolta ha superato i 130 milioni di dollari. Ma la gratitudine del popolo vietnamita, anche nel 2026 con l’anniversario della nascita di Fidel, ha raccolto altri 106 milioni di $ ed ha donato 250 tonnellate di riso.

Il Vietnam ad un osservatore superficiale come un turista qualsiasi appare come un Paese pieno di contraddizioni, dove al governo c’è il partito-stato, il partito comunista vietnamita, ma c’è anche una fiorente economia di mercato con miliardari che fanno affari, dove nelle città fiumi ininterrotti di scooter suonanti circolano inarrestabili notte e giorno, e nelle periferie si costruiscono brutti palazzoni-alveari, inoltre esiste un sistema scolastico pubblico e privato, come pure per il sistema sanitario e soprattutto dal 1989 dopo l’introduzione del Doi Moi sia la scuola, che la sanità cessarono di essere gratuite, furono infatti introdotti tasse e ticket sanitari, però dall’anno scolastico 2025-26 la scuola pubblica è tornata gratuita per tutti gli ordini e gradi, mentre per il sistema sanitario universale c’è un’assicurazione sanitaria universale, che è gratuita per i bambini fino a sei anni, per gli anziani, i veterani ed i più poveri.

Posso anche rispondere ricordando addirittura la frase di un socialdemocratico svedese Olof Joachim Palme: “il capitalismo non è un lupo di cui avere paura, ma una pecora da lana che non va uccisa per la carne, ma va ben curata e ogni tanto tosata.”. Sembra una massima confuciana e prima di giudicare con i nostri parametri occidentali occorre studiare tutto il sistema del Paese Vietnam, che comunque è cresciuto ed ha compiuto un miracolo economico, seguendo un programma di sviluppo che ha coinvolto anche i capitali privati, migliorando le condizioni di vita, favorendo una crescita sociale, assicurando un futuro, mentre l’Italia ha distrutto il suo patrimonio economico e sociale, disperde le proprie conoscenze e lascia che i suoi giovani abbandonino il nostro Paese.

Ma le contraddizioni in Vietnam sono ossimori, le esperienze sono sinestesie perché il paese non ha perso la sua poesia ed accanto alla fiumana di scooter, ai grattacieli, rimangono negli occhi i colori delle stoffe tessute a mano, del vestito tradizionale Ao dai che fascia le bellissime e fiere donne vietnamite, il verde intenso della natura sotto la pioggia, i colori e i sapori della cucina, accompagnati dal profumo del caffè e del thè al gelsomino ed il rimpianto di non aver osato comprare le perle.

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