Dal mondo unipolare al mondo multipolare: la crisi dell’idea americana di primato

Settembre 2026: un bilancio della visita di Xi Jinping negli Usa

Immagine buona Trump Xi Jinping

Autore: Giambattista Cadoppi

Storico del socialismo; saggista; studioso di questioni geopolitiche e di questioni relative alla storia cinese e del socialismo dai caratteri cinesi.

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella dichiarazione sottoscritta il 22 settembre 2026 da Elizabeth Warren, considerata una “progressista”, insieme ad altri senatori democratici in occasione della visita di Xi Jinping negli Stati Uniti. La Repubblica Popolare Cinese viene descritta come una minaccia per la sicurezza e la prosperità americane più grave che mai; Pechino viene accusata di sostenere l’Iran, di esercitare pressioni su Taiwan, di alimentare indirettamente la macchina bellica russa in Ucraina e di sfruttare le debolezze dei controlli americani sulle tecnologie avanzate di intelligenza artificiale. La conclusione è altrettanto netta: Washington dovrebbe impedire alla Cina l’accesso ai chip avanzati, sostenere Taiwan, premere su Xi affinché interrompa il sostegno alla Russia e affrontarlo sulle risorse fornite all’Iran.

Al di là del giudizio che si può dare sulle singole affermazioni contenute nella dichiarazione, colpisce soprattutto la concezione del mondo che essa presuppone. La Cina non viene considerata semplicemente come una grande potenza con interessi divergenti da quelli americani, ma come un problema che gli Stati Uniti dovrebbero poter gestire attraverso la propria capacità di imporre limiti tecnologici, economici e strategici. È una concezione ancora profondamente legata alla stagione dell’unipolarismo americano, quando Washington disponeva di una superiorità economica, militare e tecnologica tale da poter pensare alla politica internazionale nei termini di un centro capace di fissare le regole e di stabilire quali comportamenti fossero accettabili per gli altri.

Il paradosso è che questa impostazione non appartiene soltanto alla destra nazionalista. Una parte consistente del liberalismo americano continua a ragionare secondo categorie analoghe. Cambiano il linguaggio e le finalità dichiarate, ma rimane l’idea di fondo secondo cui gli Stati Uniti debbano occupare una posizione centrale nell’organizzazione del sistema internazionale. La contrapposizione tra il “Make America Great Again” di Trump e l’“America is Back” della stagione Biden può dunque nascondere una continuità più profonda: entrambe le formule presuppongono, seppure in modi differenti, un’America capace di tornare al centro della scena mondiale.

È proprio questa impostazione che rende interessante il ripensamento attribuito a Ben Rhodes, già vice consigliere per la sicurezza nazionale di Barack Obama. Rhodes si è trasformato in un critico dell’idea di poter semplicemente restaurare un “ordine liberale basato sulle regole” con gli Stati Uniti al centro. La stessa formula “Make America Great Again” e quella “America is Back” vengono ricondotte a due differenti forme di nostalgia per un mondo che strutturalmente non esiste più. Questa interpretazione è stata effettivamente ripresa anche da Katrina vanden Heuvel, che ha attribuito a Rhodes la lettura secondo cui le due piattaforme rappresenterebbero “diverse sfumature di nostalgia per un mondo che strutturalmente non può più esistere”.

Il punto decisivo è quindi meno ideologico di quanto possa sembrare. Il problema non consiste semplicemente nel decidere se essere più duri o più concilianti con la Cina. La questione fondamentale è capire se sia ancora possibile organizzare il mondo secondo il modello di una potenza centrale che definisce le regole e di altre potenze chiamate, in misura maggiore o minore, ad adeguarsi. La crescita cinese, il ritorno della Russia come grande attore strategico e l’emergere di altri centri di potere hanno modificato strutturalmente l’equilibrio internazionale. Anche una parte della letteratura americana di relazioni internazionali ha descritto il passaggio dall’unipolarità alla multipolarità come una trasformazione destinata a mettere in discussione il precedente ordine internazionale.

Il recente incontro tra Xi Jinping e Donald Trump offre, da questo punto di vista, un’immagine particolarmente significativa. Il vertice non ha prodotto una riconciliazione strategica né la fine della competizione. Al contrario, ha mostrato quanto sia difficile trasformare la rivalità in una vera intesa. Il risultato più concreto è stato il prolungamento della tregua commerciale, mentre una parte rilevante dell’incontro è stata occupata da simboli, gesti diplomatici e dalla ricerca di meccanismi destinati a evitare che la competizione degeneri in crisi incontrollabili. Questa dinamica può essere sintetizzata efficacemente come il tentativo di rendere stabile una rivalità che nessuna delle due potenze pensa realmente di poter eliminare.

Anche la tecnologia mostra la contraddizione. Washington cerca di limitare l’accesso cinese ai semiconduttori più avanzati perché considera l’intelligenza artificiale una componente della sicurezza nazionale. Ma contemporaneamente le grandi imprese americane hanno interessi economici profondamente intrecciati con il mercato cinese. Durante la cena alla Casa Bianca erano presenti i vertici di Nvidia, AMD, Apple e Tesla, mentre il mercato cinese rappresenta ancora una quota significativa dei ricavi di alcune di queste società. Il settore tecnologico diventa così il luogo nel quale la logica della competizione geopolitica entra direttamente in conflitto con quella dell’interdipendenza economica.

È una contraddizione difficile da risolvere attraverso la semplice escalation delle sanzioni e dei controlli. Gli Stati Uniti possono certamente decidere di limitare l’esportazione di determinate tecnologie e Pechino può cercare di accelerare l’autosufficienza tecnologica. Ma proprio questo processo dimostra che il vecchio rapporto centro-periferia non funziona più. La Cina non è più un paese al quale Washington possa semplicemente decidere se concedere o negare l’accesso alle tecnologie occidentali. È contemporaneamente un enorme mercato, un centro industriale, un attore tecnologico e un fornitore essenziale di materie prime strategiche.

La questione diventa ancora più evidente guardando al resto del mondo. La crescente presenza cinese in Africa, Asia, America Latina e Medio Oriente non può essere interpretata automaticamente come un semplice processo di “allineamento alla Cina contro l’Occidente”. Molti Stati cercano piuttosto di ampliare il proprio margine di autonomia, utilizzando le relazioni con Cina, Russia, India, Europa e Stati Uniti contemporaneamente. In questo quadro, la multipolarità non significa necessariamente la nascita di un blocco alternativo guidato da Pechino; significa anche la possibilità per un numero crescente di paesi di rifiutare l’idea di dover scegliere definitivamente tra due campi.

È qui che emerge la vera difficoltà per l’Occidente. Per secoli, e soprattutto nell’epoca della supremazia europea prima e americana poi, la modernizzazione è stata spesso concepita come un processo destinato a convergere verso modelli elaborati in Occidente. La crisi dell’unipolarismo pone invece una domanda molto più radicale: è possibile concepire l’Occidente come una civiltà tra altre civiltà, senza trasformare i propri valori, le proprie istituzioni e il proprio modello politico in criteri universali ai quali tutti gli altri devono conformarsi?

La domanda non implica affatto che gli Stati Uniti debbano rinunciare ai propri interessi o che tutte le potenze debbano essere considerate equivalenti sotto ogni profilo. Significa piuttosto distinguere tra la difesa degli interessi nazionali e la pretesa di organizzare l’intero sistema internazionale secondo un’unica concezione del mondo. La competizione tra Stati Uniti e Cina può essere reale e anche molto aspra senza trasformarsi necessariamente in una guerra per l’eliminazione dell’avversario.

È significativo, in questo senso, che nel recente vertice di Washington Xi abbia insistito sulla necessità di costruire una “stabilità strategica costruttiva” e di evitare che la rivalità tra le due potenze sfoci nel conflitto. La formula proposta non elimina la competizione: cerca piuttosto di renderla prevedibile, mantenendo aperti i canali militari e diplomatici e creando meccanismi per prevenire le crisi. Ciò è collegato esplicitamente alla cosiddetta “trappola di Tucidide”: l’ascesa di una nuova grande potenza non dovrebbe essere considerata come una condanna automatica allo scontro con quella dominante.

In questa prospettiva, il fatto che Xi e Trump continuino a incontrarsi senza raggiungere accordi capaci di risolvere le divergenze non è necessariamente un segno di inutilità della diplomazia. Può essere letto anche come il riconoscimento implicito di una realtà: nessuno dei due paesi dispone degli strumenti necessari per imporre unilateralmente una soluzione definitiva all’altro. La diplomazia serve allora non tanto a eliminare la rivalità quanto a impedire che la rivalità diventi guerra.

È una trasformazione concettuale importante. Nel vecchio paradigma, la diplomazia poteva essere utilizzata per ricondurre gli altri attori all’interno di un ordine definito dalla potenza dominante. Nel mondo multipolare, deve invece servire a convivere con la presenza di potenze che non intendono essere subordinate. La differenza è sostanziale.

Da questo punto di vista, la dichiarazione della Warren appare come il sintomo di una contraddizione più ampia della politica americana contemporanea. Non è necessario stabilire se le sue preoccupazioni sulla Cina siano fondate o meno in ogni singolo caso. È sufficiente osservare che il linguaggio utilizzato continua a presupporre una capacità americana di stabilire i limiti entro i quali Pechino dovrebbe muoversi. E proprio questa pretesa rischia di scontrarsi con la realtà materiale di un sistema nel quale gli Stati Uniti non sono più l’unico centro di potere.

La vera sfida, quindi, non consiste semplicemente nell’elaborare una nuova strategia per “competere con la Cina”. Consiste nel ridefinire il ruolo americano in un mondo nel quale la Cina esiste come grande potenza autonoma, la Russia conserva capacità strategiche globali e numerosi paesi del cosiddetto Sud globale rivendicano una maggiore libertà di scelta.

Questo richiederebbe un cambiamento di mentalità più profondo di qualsiasi nuova dottrina strategica. Significherebbe accettare che l’Occidente possa continuare a difendere le proprie tradizioni senza considerarle necessariamente l’unico modello legittimo per il resto del mondo; che gli Stati Uniti possano perseguire i propri interessi senza dover necessariamente esercitare una funzione di direzione globale; e che la coesistenza tra civiltà differenti non debba essere interpretata come una concessione fatta alle potenze rivali.

Il passaggio dal mondo unipolare a quello multipolare non significa dunque necessariamente il declino dell’Occidente, così come non implica automaticamente il trionfo della Cina. Significa soprattutto la fine di una condizione storica nella quale una sola potenza poteva pensare di possedere strumenti sufficienti per determinare in larga misura l’ordine mondiale. La questione decisiva per gli Stati Uniti non è se riusciranno a restaurare quella condizione: è come riusciranno a definire il proprio ruolo dopo che essa è venuta meno.

La posta in gioco è quindi più ampia della cosiddetta “minaccia cinese”. Riguarda la capacità di una civiltà abituata per decenni a occupare una posizione centrale di accettare una condizione nuova: essere una grande potenza tra altre grandi potenze. Se questo passaggio verrà affrontato attraverso la ricerca di nuovi equilibri, la competizione potrà rimanere compatibile con la cooperazione. Se invece ogni crescita altrui continuerà a essere interpretata come una minaccia da contenere e ogni autonomia esterna come una sfida all’ordine americano, la rivalità rischierà di diventare una profezia che si autoalimenta.

In questo senso, la vera alternativa alla vecchia politica del primato non inizierà con l’improbabile rinuncia dell’America alla politica di potenza. Ma dovrà dirigersi, forzatamente, verso una concezione diversa della potenza: non più la capacità di stabilire unilateralmente l’ordine, ma la capacità di operare dentro un ordine nel quale nessuno possiede più il monopolio delle decisioni.

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