Houthi (Yemen): un movimento popolare ed antimperialista

Immagine per gli Houthi
TAIZ, YEMEN - SEPTEMBER 9:(EDITOR'S NOTE: This Handout photo was provided by a third-party organization and may not adhere to Getty Images' editorial policy.) In this handout photo provided by Houthi Media Center, fighters of Yemen's Houthi group shout slogans as they fight against the Saudi-backed forces on September 09, 2026 in Taiz, Yemen. The renewed fighting between Yemen's Houthis and Saudi Arabia came after a breakdown of the ceasefire when Saudi warplanes launched airstrikes on the Sana'a International Airport to prevent an Iranian plane from landing. The escalation between the two sides has led the group to capture much of Yemen’s Red Sea coast from Saudi-backed forces. (Photo handout by Houthi Media Center via Getty Images)
Stefano Zecchinelli

Autore: Stefano Zecchinelli

Giornalista; della redazione della testata on line “L’Interferenza

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“Negli anni 1960 e 1970, in Vietnam è successo qualcosa di simile a quanto accade oggi in Yemen. Ngo Dinh Diem era l’uomo di paglia degli USA, così come Abderrabo Mansour al Haidi lo è dell’Arabia Saudita. Il Vietcong (FNL) di allora è l’Ansarullah di oggi. Che il primo fosse comunista e il secondo di ispirazione sciita conta poco. I movimenti nazionalisti vietnamiti e yemeniti hanno entrambi come obiettivo l’unificazione del loro paese e l’emancipazione dal giogo straniero.” (Bahar Kimyongur, giornalista turco)

La vittoria della Repubblica Islamica dell’Iran, più nello specifico dei Guardiani della Rivoluzione i quali hanno decostruito le tecniche di “guerra irregolare” di Stati Uniti ed Israele, nella guerra di Hormuz ed il controllo degli Houthi dello stretto di Bab el-Mandeb sul Mar Rosso meridionale, hanno portato all’unificazione della Umma islamica nel processo di transizione al multipolarismo.

Gli Stati Uniti, potenza militare in declino, non sono più nelle condizioni di vincere un conflitto territoriale e, con l’ascesa della Cina come grande potenza tecnologia e socialista, hanno perso anche la capacità di penetrare l’Eurasia attraverso la “guerra ibrida”.  L’avanzata della Resistenza nazionale nello Yemen ridefinisce i rapporti intercorrenti fra l’Asse sciita della Resistenza ed il mondo multipolare, obbligando i Paesi Brics (i quali non configurano un blocco monolitico disallineato all’Occidente collettivo) a riconoscere lo sciismo rivoluzionario in quanto potenza economica regionale. Una vittoria per Russia, Cina oppure per il Sudafrica anti-sionista; una sconfitta per l’India di Modi subordinata al complesso militare-industriale israeliano.

La domanda centrale è questa: la Resistenza nazionale yemenita quale “nemico geopolitico” sta fronteggiando nell’attuale congiuntura storica? A questa domanda, avvalendoci delle traduzioni in italiano del sito Islamshia, risponde il miliziano Ali Abdul Salam Al-Ajri, uno dei principali combattenti del movimento di resistenza islamica Ansarullah dello Yemen:

“Gli alleati di al-Qaeda e dell’ISIS sono principalmente persone provenienti dal di fuori dello Yemen che entrano regolarmente nella nostra nazione, addestrati dai servizi segreti statunitensi e israeliani, e che purtroppo hanno sostenitori fra le tribù di diverse province. Zone che l’ondata del wahhabismo negli ultimi quattro decenni ha saputo influenzare e cambiare culturalmente. Queste tribù si trovano a Ma’rib, Al-Jawf, Al-Bayda, Al-Dhala e in un certo numero di altre province yemenite. Non è possibile fornire una cifra precisa, ma sono meno dell’uno per cento della popolazione di queste province.” 1

Quello che emerge dall’intervista è il supporto d’intelligence israeliano e statunitense ad Al Qaeda e l’ISIS; lo stesso copione che, l’8 dicembre 2024, ha portato il duplice stragismo della Fratellanza Musulmana e qaedista al potere in Siria, contro il governo baathista di Bashar al-Assad. Di fatto, l’ISIS ed Al Qaeda sono due eserciti segreti della CIA (cosa confermata da diversi storici, es. Daniel Ganser, di grandissimo spessore accademico) nel goffo tentativo di riproiettare l’unilateralismo nel ventunesimo secolo.

La Resistenza yemenita, fra sciismo rivoluzionario ed URSS

Arrivati a questo punto è necessario chiarire “chi sono gli Houthi” e la natura politica del loro movimento, un’organizzazione militare capace di primeggiare nelle tecniche di “guerra partigiana”.

Uno dei pilastri dello sciismo è la figura dell’imam, in quale nella disamina khomeinista andrebbe a configurare il “governo dei sapienti” sul modello della Repubblica di Platone. I rivoluzionari yemeniti appartengono allo zaidismo, una corrente interna all’Islam sciita, sorta nel 740 d.C. da Zayd bin Ali, figlio del quarto imam sciita e bisnipote di Ali bin Ali Talib, cugino e genero di Maometto. Zayd bin Ali, guida spirituale, ma anche leader politico e militare, organizzò una rivolta anti-omayyade a Kufa (Iraq) venendo trucidato da un sistema di potere, che nella rilettura sciita, già tradiva i precetti egalitari sistematizzati nel Corano: il Califfato, in quanto autocrazia profondamente gerarchica e basata sull’accumulo di ricchezza da parte d’una élite necrotizzata. Gli zaidisti, abbracciato il credo rivoluzionario, organizzarono diverse rivolte, tutte brutalmente represse dal Califfato degli Omayyadi.

Rispetto allo sciismo duodecimano al governo in Iran, gli zaidisti presentano tre importanti differenze:

  • Non prevedono la celebrazione dell’Ashura, ovvero la commemorazione del martirio dell’imam Hussein a Karbala (680 d.C.).
  • La loro cosmologia, figlia d’una ricchissima produzione teologica, non contempla la figura del Mahdi, l’ultimo imam duodecimano destinato a comparire alla fine dei tempi per ripristinare la Giustizia sulla Terra.
  • Non praticano l’occultamento della propria fede (“taqlid”), per sfuggire alle persecuzioni religiose di natura wahabita, sionista o cristiana.

Ciò nonostante, la questione teologica non è l’unico elemento caratterizzante gli Houthi; dobbiamo chiarire la loro natura politica che – cosa occultata anche dagli Alt Media – fonda le proprie radici nella storia del socialismo reale. I guerriglieri yemeniti rivendicano la tradizione antimperialista della Repubblica Democratica dello Yemen (Yemen del Sud) e la preparazione militare offerta in quegli anni ai combattenti anti-colonialisti dall’Unione Sovietica e dai governi baathisti dell’area, compreso il Partito Baath iracheno. Nel 1981, Khomeini ruppe l’alleanza tattica fra lo sciismo rivoluzionario ed il Tudeh (“Partito Comunista Iraniano”), ma in diverse aree geografiche la collaborazione militare fra le comunità islamiche e l’Urss andò intensificandosi per arginare gli imperialismi israeliano e statunitense; un’alleanza, quella fra Islam sciita e campo socialista, che da tattica diventò progressivamente strategica.

Oggigiorno lo Yemen, soprattutto a seguito della vittoria iraniana contro la “coalizione di Epstein” (così è stata denominata dagli analisti arabi e iraniani), è diventato la porta d’ingresso per l’Eurasia.

I progetti segreti dell’imperialismo per lo Yemen

L’imperialismo statunitense, Israele e l’Arabia Saudita, dopo il 1991, hanno pianificato la creazione nello Yemen d’uno “stato artificiale” asservito a diverse potenze neocoloniali. L’analista strategico F. William Engdahl, su la Rete Voltaire nel 2011, pubblicò un’analisi lungimirante dei piani statunitensi, uno studio documentato antecedente l’insurrezione. Leggiamo:

“Un pretesto degli Stati Uniti e della NATO per la militarizzazione delle acque intorno a Bab el-Mandab, potrebbe essere una possibilità per Washington di prendere un altro nuovo vantaggio nella sua ricerca nel prendere il controllo dei sette stretti più importanti del petrolio al mondo, parte importante di una qualsiasi futura strategia degli Stati Uniti, volta a privare del loro approvvigionamento di petrolio la Cina, l’Unione europea o qualsiasi altra regione o nazione, avversaria politica degli Stati Uniti. Sapendo che ingenti quantitativi di petrolio saudita transitano attraverso Bab el-Mandab, il controllo militare di questo punto da parte degli Stati Uniti, dovrebbe servire a dissuadere l’Arabia Saudita dal contrattare la vendita futura di petrolio con la Cina, o altri, in valute diverse dal dollaro, come ha recentemente spiegato Robert Fisk, giornalista del quotidiano britannico The Independent.” 2

Ne deduciamo che:

  • L’Unione Europea, soprattutto nella rilettura “eurofobica” di Trump, non è un alleato dei nord-americani quanto, piuttosto, un ostaggio.
  • Washington vorrebbe un’Arabia Saudita slegata militarmente dagli altri Paesi musulmani (es. Turchia e Pakistan) ed economicamente esterna all’influenza positiva cinese. Riyad è, nella visione dei neoconservatori, un Cavallo di Troia della “Grande Israele”, pena la disintegrazione attraverso l’estensione della dottrina Rumsfeld/Cebrowski.

La posto in gioco è sempre l’Eurasia e la preparazione dell’aggressione alla Cina, partendo dalla “guerra economica” definita nel linguaggio trumpiano “principio della privazione”. L’articolo poc’anzi menzionato è datato 30 marzo 2011, ciò nonostante la sua attualità traccia un filo nero fra gli obiettivi strategici dell’amministrazione Obama e la prospettiva, secondo diversi storici “neofascista”, di Donald Trump. Gli Stati Uniti d’America sopravvivono attraverso la guerra, lo sfruttamento ed il caos; una realtà perpetua nel sistema di potere puritano.

Nel frattempo il popolo yemenita è vittima d’una guerra scatenata da USA ed Israele, mentre la “sinistra bianca” europea, anche quando finge di solidarizzare per la causa palestinese, prende ipocritamente le distanze dall’unica potenza militare in grado di respingere l’imperialismo: l’Asse sciita della Resistenza, una coalizione di guerriglieri eroici.

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