Sergej Lavrov all’ONU: un atto di accusa dell’intero Sud Globale

UN – DIPLOMACY – UNGA
LKS 20250927 Russian Foreign Minister Sergei Lavrov addresses the United Nations General Assembly at UN headquarters in New York City on September 27, 2025. LEHTIKUVA / AFP, AFP / LEHTIKUVA / CHARLY TRIBALLEAU

Autore: Francesco Cappello

Educatore alla Maieutica Reciproca di Danilo Dolci. Studioso di modelli economici. Membro esecutivo del Comitato No Guerra No Nato

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Il duro intervento del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla tribuna delle Nazioni Unite (26 settembre u.s., n.d.r.)  non deve essere letto semplicemente come un atto d’accusa contingente legato agli equilibri dei recenti conflitti, bensì come il manifesto programmatico di una frattura sistemica ormai insanabile. La retorica diplomatica moscovita si è fatta portavoce di un sentimento di insofferenza profondo e capillare che attraversa l’intero Sud Globale e che trova la sua teorizzazione più lucida nei movimenti critici del diritto internazionale, in primis la corrente dei Third World Approaches to International Law (TWAIL).

Da questa prospettiva analitica, ciò che l’Occidente liquida come propaganda d’avversario rappresenta in realtà l’esplicitazione formale delle istanze di una maggioranza globale che non accetta più di vivere in un mondo disegnato a propria misura dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale. L’obiettivo centrale è la netta distinzione tra l’autentico diritto internazionale, fondato sulla Carta delle Nazioni Unite, e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole rivendicato dal blocco occidentale, percepito come un dispositivo ambiguo creato ad hoc per eludere la legalità internazionale quando risulta sgradita.

La denuncia di Lavrov si è abbattuta con precisione chirurgica sulle contraddizioni morali dell’Occidente, accusando esplicitamente la classe dirigente europea di alimentare le guerre ed essere affetta da un «virus della superiorità razziale». Questa espressione giustamente dura si inserisce perfettamente nello smascheramento di quella matrice eurocentrica che storicamente ha giustificato l’espansione coloniale attraverso il concetto di missione civilizzatrice e che oggi si ripropone sotto le spoglie dell’ingerenza umanitaria, chiudendo contemporaneamente un occhio di fronte a derive inaccettabili come la celebrazione del collaborazionismo nazista in Ucraina. La critica radicale dimostra come la narrativa occidentale continui a dividere il pianeta tra soggetti civilizzati da un lato e popoli da disciplinare dall’altro, applicando una perenne selettività morale pur di mantenere il proprio controllo geopolitico.

Sul piano propriamente istituzionale, le richieste del mondo multipolare puntano a una rifondazione democratica che impedisca all’Occidente di rimanere, per usare le parole emerse a margine del discorso, seduto permanentemente a capotavola pretendendo di dettare gli equilibri di un pianeta profondamente mutato. La paralisi dell’organizzazione non è un incidente di percorso, ma il risultato di una struttura obsoleta. L’opposizione strategica di Mosca all’ingresso di nuovi membri occidentali come Germania e Giappone nel Consiglio di Sicurezza, parallela al fermo sostegno per l’inclusione permanente di nazioni del Sud Globale come India e Brasile, risponde all’esigenza di spezzare il monopolio decisionale euro-atlantico.

La questione palestinese assurge a simbolo supremo del fallimento del vecchio ordine multilaterale e dell’ipocrisia del discorso occidentale. Per il mondo multipolare, la riaffermazione incontestabile dei diritti del popolo palestinese e la costruzione di un sistema di sicurezza condiviso nel Golfo Persico, inclusivo e non egemonico, rappresentano tappe obbligate per dimostrare che le norme globali valgano in modo universale e non per concessione imperiale.

In questo contesto di profonda crisi del multilateralismo, i tentativi di aggirare l’ONU sostituendola con consessi ristretti risultano categoricamente irricevibili. Un esempio emblematico e del tutto inaccettabile è il cosiddetto “Board of Peace”, la cui creazione è stata tentata da Donald Trump con l’obiettivo di sostituirsi alle Nazioni Unite. Per il fronte multipolare e per l’analisi decoloniale, questo progetto rappresenta l’antitesi del diritto internazionale: è il tentativo estremo di privatizzare la diplomazia globale annientando la logica stessa della cooperazione, per rimpiazzare l’architettura universale dell’ONU con un direttorio a trazione prettamente statunitense, fondato su dinamiche transazionali e di forza che annullerebbero di fatto l’uguaglianza sovrana degli Stati sancita dalla Carta del 1945.

L’attacco al modello occidentale si estende inevitabilmente alla sfera economica e alla gestione della sovranità statale, ambiti in cui Lavrov ha presentato un articolato catalogo delle crisi globali. Le puntuali denunce riguardanti la necessità di eliminare il blocco marittimo e le restrizioni commerciali contro Cuba, la richiesta di liberazione dei vertici del Venezuela per porre fine alle ingerenze esterne, le condanne per gli assassinii mirati in Iran unite alla proposta di un sistema di sicurezza condiviso nel Golfo, e le pressioni esercitate sulla Serbia in cambio di una prospettiva di integrazione europea definita esplicitamente «illusoria», evidenziano l’uso sistematico delle misure coercitive unilaterali come vere e proprie armi di guerra.

La prospettiva TWAIL rileva come il sistema finanziario globale sia stato strutturato per perpetuare una condizione di subordinazione del Sud del mondo, rendendo le sanzioni imposte al di fuori del mandato dell’ONU una palese e illegittima violazione del diritto all’autodeterminazione.

In questo vasto quadro di rivendicazioni, la questione palestinese assurge a simbolo supremo del fallimento del vecchio ordine multilaterale e della tragica ipocrisia del discorso occidentale. Come ha ribadito in modo inequivocabile il ministro russo, vi è la necessità assoluta di arrivare finalmente alla creazione di uno Stato palestinese che sia fondato sulla rigorosa implementazione delle risoluzioni dell’ONU, sistematicamente ignorate per decenni. La perdurante inattuazione di queste decisioni vincolanti dimostra in modo lampante come il diritto internazionale venga cinicamente sospeso, o del tutto svuotato di efficacia, ogniqualvolta si tratti di proteggere l’eccezionalismo politico e militare di precisi alleati geopolitici dell’Occidente.

Per la maggioranza globale, la fine dell’occupazione e la riaffermazione incontestabile dei diritti inalienabili del popolo palestinese non rappresentano soltanto una questione di urgenza umanitaria, ma il banco di prova definitivo per dimostrare che le norme del diritto internazionale valgono in modo orizzontale e universale, e non per benevola e arbitraria concessione imperiale.

L’intervento alla tribuna di New York segnala dunque la fine definitiva della stagione unicolore e l’avvio di uno scontro aperto per la riscrittura della grammatica globale. Il mondo che emerge dalle rivendicazioni del multipolarismo e dalle riflessioni del pensiero critico decoloniale non chiede l’anarchia, ma l’applicazione rigorosa e non discriminatoria della Carta delle Nazioni Unite originale. Comprendere questa fase storica significa prendere atto che i governi occidentali non possono più pretendere di scrivere in solitudine le regole del nuovo mondo emergente, e che la stabilità futura dipenderà dalla capacità di negoziare un multilateralismo autentico, fondato sul pluralismo, sulla sovranità effettiva e sulla parità di dignità tra tutti i popoli della Terra.

 

francescocappello.com

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