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La base materiale del Porfiriato e la genesi del Villismo
Per cogliere la reale natura della figura di Francisco “Pancho” Villa occorre superare la doppia mistificazione storiografica che lo ha dipinto, da un lato, come un romantico e caotico “bandito sociale” e, dall’altro, come un mero eroe folklorico dell’agiografia istituzionale messicana. Una riflessione condotta secondo i criteri del materialismo storico deve invece necessariamente partire dall’analisi della base economica del regime di Porfirio Díaz (1876-1911) e dal modo in cui quest’ultimo ha inserito il Messico nelle dinamiche di accumulazione del capitale monopolistico internazionale.
Il Porfiriato – ovvero il sistema economico/politico/sociale vigente tra il 1876 e il 1911 sotto la dittatura del generale José de la Cruz Porfirio Díaz Mori – non fu un semplice sistema autoritario feudale, bensì la sovrastruttura politica attraverso cui il capitale finanziario- prevalentemente statunitense e britannico-penetrò nell’economia messicana, accelerandone la transizione verso un capitalismo periferico e dipendente. Se nel sud del Paese (lo Stato di Morelos, culla del movimento zapatista) tale penetrazione si tradusse nella distruzione dell’ejido-la proprietà comunitaria indigena della terra – a favore dell’espansione dei grandi zuccherifici, nel nord (negli Stati di Chihuahua, Durango, Coahuila e Sonora) il processo assunse contorni differenti ma ugualmente devastanti per le masse popolari.
Nel nord del Messico, la politica delle compañías deslindadoras (società private incaricate dal governo di rilevare i terreni demaniali in cambio di un terzo della terra misurata) portò a una concentrazione della proprietà fondiaria senza precedenti; interi territori passarono sotto il controllo di ristrette oligarchie locali strettamente legate al capitale estero. Nel solo Stato di Chihuahua, la famiglia Terrazas-Creel arrivò a possedere oltre 2,6 milioni di ettari di terreno, controllando al contempo il settore bancario, la filiera dell’allevamento e i nodi infrastrutturali locali.
Parallelamente, il capitale statunitense — guidato dai grandi gruppi finanziari come la ASARCO (American Smelting and Refining Company) dei Guggenheims, la Standard Oil e i colossi ferroviari — investì massicciamente nell’estrazione mineraria (rame, piombo, argento) e nella rete dei trasporti. Tra il 1880 e il 1910 la rete ferroviaria messicana passò da poche centinaia di chilometri a oltre ventimila, essendo disegnata non per unificare il mercato interno messicano, ma per connettere i centri d’estrazione delle materie prime del nord ai porti e alla frontiera degli Stati Uniti. Questo rapido sviluppo delle forze produttive, guidato dall’imperialismo estero, determinò la formazione di un proletariato rurale e industriale dai tratti marcatamente specifici:
- I braccianti salariati (peones del nord): A differenza dei contadini del sud, fortemente legati alla terra comunitaria e alle tradizioni villaggiane, i lavoratori rurali del nord erano soggetti a un processo di proletarizzazione più marcato. Molti erano braccianti itineranti, ex proprietari espropriati o lavoratori stagionali.
- I lavoratori dell’estrazione e dei trasporti: I minatori e i ferrovieri rappresentavano una frazione di classe con un grado di concentrazione e di coscienza di classe superiore. Esposti ai ritmi di lavoro della grande industria e al contatto diretto con la sovra-struttura tecnica nordamericana, questi settori furono tra i primi a organizzare scioperi storici (come quello di Cananea nel 1906).
- I vaqueros e i settori marginalizzati: I mandriani, le guide e i piccoli contrabbandieri di frontiera formavano un sottoproletariato rurale abituato all’uso delle armi, con una profonda conoscenza del territorio e un viscerale risentimento verso le guardie private dei latifondisti (guardias blancas) e le forze statali (Rurales).
In questa specifica configurazione sociale si colloca la traiettoria storica di José Doroteo Arango Arámbula, comunemente noto come Pancho Villa. Costretto alla macchia dopo essersi ribellato alle prepotenze del proprietario dell’hacienda in cui lavorava, Villa non incarna il bandito privo di direzione, ma la reazione elementare e violenta delle masse subalterne contro l’accumulazione originaria e la violenza di classe dell’oligarchia porfiriana. Quando nel 1910 il richiamo alla rivolta di Francisco Madero offre un canale politico allo scontento popolare, Villa comprende rapidamente che la lotta contro il regime non può scindersi dall’espropriazione della grande proprietà latifondista.
La División del Norte come strumento di lotta di classe
Quando la rivoluzione riprende nel 1913 a seguito del colpo di Stato controrivoluzionario di Victoriano Huerta — sostenuto dalle forze conservatrici e dall’ambasciatore statunitense Henry Lane Wilson — Pancho Villa organizza la División del Norte. Quest’armata rappresenta un fenomeno unico nella storia dei movimenti rivoluzionari dell’America Latina: non un’accozzaglia di bande contadine male armate, bensì un vero e proprio esercito popolare di massa dotato di un’organizzazione logistica, medica e tattica di primo ordine.
Sul piano tattico, la División del Norte convertì proprio gli strumenti creati dal capitale imperialista per lo sfruttamento economico negli strumenti della sua sconfitta militare. Le ferrovie costruite dal regime porfiriano per trasportare i minerali negli Stati Uniti divennero la dorsale logistica della “guerra di movimento” villista; Villa intuì che la rapidità di concentrazione e di spiazzamento delle truppe era la chiave per sconfiggere l’esercito federale. I treni venivano trasformati in caserme mobili, officine per la riparazione delle armi e vettovagliamenti, e persino in ospedali da campo coordinati dal dottor Felipe Ángeles — un ufficiale d’artiglieria di formazione classica convertito alla causa popolare, la cui perizia tecnica si combinò con la genialità tattica di Villa.
L’analisi delle decisioni economiche prese da Villa quando assume il controllo dello Stato di Chihuahua (1913-1914) rivela il carattere radicale e oggettivamente anticapitalista del suo governo:
- Confisca dei latifondi senza indennizzo: a differenza della borghesia moderata che chiedeva il rispetto della legalità formale e dei titoli di proprietà, Villa decretò il sequestro immediato dei beni delle grandi famiglie oligarchiche (in primis i Terrazas e i Creel).
- Gestione statale/militare provvisoria: le haciendas confiscate non vennero immediatamente smembrate in piccole parcelle individuali (cosa che avrebbe bloccato la produzione in una fase di guerra), ma furono messe sotto l’amministrazione diretta dell’esercito rivoluzionario. I proventi dell’allevamento e dell’agricoltura vennero utilizzati per tre scopi principali:
- Finanziare l’acquisto di armi e munizioni negli Stati Uniti.
- Mantenere bassi i prezzi del pane, del mais e della carne per le popolazioni urbane e rurali.
- Assicurare pensioni alle vedove e agli orfani dei soldati rivoluzionari.
- Controllo monetario ed emissione di biglietti di banca: Villa emise moneta propria (i cosiddetti dos caritas o sábanas), imponendone l’accettazione a parità di valore con la moneta ufficiale e punendo severamente i commercianti che tentavano di speculare sui beni di prima necessità.
- Creazione di scuole pubbliche: l’alfabetizzazione di base delle masse rurali e dei soldati ebbe come conseguenza la sottrazione del monopolio ideologico alla Chiesa e alle é
L’opera di governo di Villa a Chihuahua dimostra come, sotto la spinta delle necessità belliche e dell’odio di classe, il movimento villista si sia spinto ben oltre i limiti della democrazia borghese, configurandosi come un’esperienza embrionale di gestione popolare delle risorse economiche.
- Il Patto di Xochimilco e il limite strutturale del movimento contadino
Il punto culminante della spinta rivoluzionaria delle masse rurali messicane si consumò nel dicembre del 1914. Dopo aver distrutto l’esercito federale di Huerta, le due grandi forze popolari della rivoluzione — la División del Norte di Pancho Villa e l’Ejército Libertador del Sur di Emiliano Zapata — fecero il loro ingresso trionfale a Città del Messico.
Il 4 dicembre 1914, a Xochimilco, Villa e Zapata si incontrarono per la prima volta. Questo incontro rappresentò la saldatura informale tra il proletariato rurale/minerario del nord e il contadinismo indigeno e comunitario del sud. Il Patto di Xochimilco sanciva un’alleanza strategica basata su punti chiave:
- L’adozione del Piano di Ayala zapatista come base per la riforma agraria nazionale (distruzione del latifondo e restituzione delle terre).
- L’impegno a non accettare alla presidenza della Repubblica alcun rappresentante della borghesia o delle frazioni moderate (in particolare Venustiano Carranza).
- Il mutuo soccorso militare per completare la sconfitta delle forze costituzionaliste.
Tuttavia, proprio nel momento del trionfo militare emerse la profonda debolezza teorica e organizzativa dei due movimenti. La celebre fotografia che ritrae Pancho Villa seduto sulla poltrona presidenziale nel Palazzo Nazionale, con Zapata al suo fianco, è al tempo stesso il simbolo del potere popolare e l’icona del suo tragico limite.
Entrambi i leader guardarono a quel simbolo del potere statale borghese con diffidenza ed estraneità. Villa dichiarò con sarcasmo che la poltrona presidenziale avrebbe dovuto essere bruciata, perché “quando un uomo buono vi si siede, diventa cattivo”. Questa battuta rivela l’assenza di una concezione materialista dello Stato: lo Stato non venne inteso come un apparato di dominio di classe da conquistare, spezzare e riorganizzare su basi proletarie, ma come un luogo di corruzione da cui ritirarsi.
Senza un partito d’avanguardia capace di unificare il movimento contadino con il proletariato urbano industrializzato e senza un programma economico per la gestione complessiva dell’industria e del commercio estero, Villa e Zapata non poterono colmare il vuoto di potere. Pochi giorni dopo l’ingresso nella capitale, le truppe villiste e zapatiste abbandonarono Città del Messico per fare ritorno ai loro rispettivi territori d’origine (il nord per Villa, il Morelos per Zapata).
Questo vuoto politico consentì alla borghesia costituzionalista, guidata da Venustiano Carranza e dal brillante stratega militare Álvaro Obregón, di riorganizzarsi. Carranza e Obregón compresero la necessità di dividere la classe lavoratrice: attraverso la cooptazione del proletariato urbano, tramite accordi con la Casa del Obrero Mundial (l’organizzazione anarco-sindacalista dominante a Città del Messico), i costituzionalisti concessero riforme del lavoro e libertà sindacali in cambio dell’invio di operai al fronte. Strumentale alla strategia borghese fu anche la creazione dei Batallones Rojos: migliaia di operai urbani vennero arruolati in queste formazioni per combattere contro le truppe contadine di Villa e Zapata. Questa tragica frattura tra il proletariato delle fabbriche e le masse rurali servì alla borghesia per neutralizzare entrambe le componenti e consolidare il proprio dominio di classe.
L’inpatto dell’imperialismo statunitense: da partner tattico a nemico giurato
L’atteggiamento dell’imperialismo statunitense nei confronti di Pancho Villa attraversò diverse fasi, dettate dalle mutevoli esigenze di stabilizzazione capitalistico-finanziaria nell’area caraibica e centroamericana; nelle prime fasi della lotta contro Huerta (1913-1914), Washington e la stampa americana (rappresentata da figure come John Reed, che scrisse reportage entusiastici) guardarono a Villa con un misto di affascinato paternalismo e pragmatismo opportunistico. Per Villa, il rapporto con gli Stati Uniti rispondeva a una ferrea necessità materiale: il nord del Messico non possedeva fabbriche d’armi e munizioni, le quali dovevano essere necessariamente acquistate dai mercanti americani lungo il confine, pagandole con il bestiame e il rame espropriati all’oligarchia porfiriana.
Tuttavia, quando divenne chiaro che Villa non era disposta a fare concessioni economiche sui monopoli minerari ed estrattivi americani e che il suo programma sociale minacciava la stabilità dei capitali esteri, l’amministrazione guidata dal presidente Woodrow Wilson cambiò radicalmente strategia: dopo le decisive battaglie di Celaya e Trinidad (primavera 1915), in cui Álvaro Obregón inflisse gravi sconfitte alla cavalleria villista applicando le tattiche di guerra di posizione, reticolati e mitragliatrici apprese dal fronte europeo della Prima Guerra Mondiale, l’imperialismo nordamericano scelse definitivamente il suo interlocutore.
Nel settembre 1915, gli Stati Uniti concessero il riconoscimento de facto al governo costituzionalista di Venustiano Carranza. Ma l’intervento statunitense non si limitò alla diplomazia: Washington impose un rigido embargo sull’invio di armi e munizioni a Villa e, sopratutto, il governo americano consentì alle truppe di Carranza di utilizzare le ferrovie del territorio statunitense (in Nuovo Messico ed Arizona) per spostare rapidamente contingenti militari e attaccare la División del Norteda posizioni di vantaggio tattico nella battaglia di Agua Prieta.
Messo alle strette dall’assedio economico e militare e tradito da quello che considerava un ingerenza intollerabile della potenza straniera negli affari interni messicani, Villa tornò alla tattica della guerriglia e sferrò un’azione diretta sul suolo nemico. : il 9 marzo 1916, un distaccamento di guerriglieri villisti attaccò la cittadina e la guarnigione militare di Columbus, nel Nuovo Messico, al grido di “¡Viva México!” e “¡Viva Villa!”. L’azione provocò parecchie vittime tra i soldati americani, la distruzione di infrastrutture e la cattura di un ingente bottino di armi e cavalli. Questo evento rappresenta l’unico attacco militare terrestre subito dagli Stati Uniti nel proprio territorio continentale da parte di un’armata latinoamericana nel corso del XX secolo.
La risposta dell’imperialismo fu immediata. Il presidente Wilson ordinò l’invio della cosiddetta Spedizione Punitiva: oltre 10.000 soldati statunitensi guidati dal generale John J. Pershing (lo stesso che avrebbe poi comandato le forze americane in Europa) penetrarono per centinaia di chilometri all’interno dello Stato di Chihuahua con l’obiettivo di catturare o uccidere Villa. La spedizione impiegò le tecnologie militari più avanzate dell’epoca: aviazione da ricognizione, autoblindo, camion a motore e sistemi di radiocomunicazione.
Ciononostante, la Spedizione Punitiva fu un clamoroso fallimento politico e militare: la popolazione rurale del nord offrì una rete di copertura e protezione incrollabile a Villa, fornendogli informazioni fuorvianti sugli spostamenti delle truppe americane. Le forze villiste evitarono lo scontro campale, logorando i contingenti di Pershing attraverso imboscate e azioni di disturbo ed in buona sostanza la situazione provocò un’ondata di risentimento anti-imperialista in tutto il Messico, costringendo lo stesso governo borghese di Carranza a esigere il ritiro delle truppe statunitensi per evitare un’insurrezione generale. Nel febbraio del 1917, le truppe di Pershing furono costrette a ritirarsi a mani vuote dal suolo messicano. La figura di Villa uscì da questa prova trasformata nel simbolo incrollabile della resistenza popolare dell’America Latina contro l’arroganza dell’imperialismo nordamericano.
L’istituzionalizzazione del processo rivoluzionario e l’assassinio di Villa
Purtroppo la sconfitta militare subita della División del Norte nell’aprile del 1915 nella battaglia di Celaya contro le forze costituzionaliste del generale Álvaro Obregón e la successiva frammentazione delle forze villiste permisero alla borghesia costituzionalista di avviare il processo di ricostruzione dello Stato capitalistico messicano su nuove basi: nel febbraio del 1917 venne promulgata la nuova Costituzione a Querétaro. Questo testo rappresentò un tipico compromesso bonapartista: per stabilizzare il proprio potere e impedire nuove esplosioni insurrezionali, la borghesia dovette incorporare nella carta costituzionale le alcune delle richieste per cui le masse contadine e operaie avevano versato il proprio sangue, chiaramente privilegiando l’aspetto formale delle concessioni ma sostanzialmente sterilizzando gli aspetti più radicali delle rivendicazioni del proletariato. Se da un lato l’Articolo 27 poneva i presupposti per la riappropriazione statale delle risorse e la Riforma Agraria e l’Articolo 123 stabiliva tutele lavorative all’avanguardia per l’epoca, dall’altro l’apparato statale manteneva il suo carattere di classe borghese, preposto a dirigere lo sviluppo capitalistico del Paese.
Negli anni successivi, con l’ascesa della cosiddetta “frazione Sonora” (Álvaro Obregón e Plutarco Elías Calles), il nuovo Stato borghese si dedicò all’opera di pacificazione e cooptazione. Nel 1920, a seguito della morte di Carranza, Villa accettò di firmare i patti di Sabinas, deponendo le armi in cambio della resa della carica militare e della concessione della proprietà dell’hacienda di Canutillo; qui Villa tentò di mettere in pratica un’ultima utopia sociale: trasformò l’hacienda in una colonia agricola e industriale autogestita per i suoi vecchi veterani, fondando scuole, officine e cooperative di lavoro. Tuttavia, la semplice esistenza in vita di Pancho Villa — pur disarmato — costituiva un pericolo costante per la stabilità del regime obregōnista. In vista delle elezioni presidenziali del 1924, la sola possibilità che Villa potesse rompere il suo ritiro e rimettersi alla testa di una sollevazione popolare terrorizzava le élite politiche nazionali e i circoli finanziari statunitensi. Infine il 20 luglio 1923, a Hidalgo del Parral, Pancho Villa fu vittima di un’imboscata e quindi assassinato all’interno della sua automobile in un’operazione minuziosamente pianificata dai vertici dello Stato, con la complicità diretta di Álvaro Obregón e Plutarco Elías Calles.
Dopo l’eliminazione fisica, lo Stato messicano — consolidatosi decenni dopo nella struttura corporativa del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) — avviò un’altrettanto spietata opera di neutralizzazione ideologica: la figura di Villa, a lungo demonizzata come quella di un sanguinario bandito, venne progressivamente riabilitata e “assorbita” nel pantheon borghese della storia patria ufficiale. Il suo nome fu iscritto a lettere d’oro nel Parlamento messicano e le sue spoglie vennero infine traslate nel Monumento alla Rivoluzione. Questo processo di canonizzazione di Stato ha risposto a una precisa funzione di classe: ricomporre la figura del Centauro del Nord in un monumento innocuo, depurato dal suo potenziale eversivo, per presentare il partito-stato come il naturale e legittimo erede di tutte le anime della Rivoluzione.
L’eredità del Villismo nell’analisi marxista e anticapitalista
L’analisi materialista della Rivoluzione Messicana e della figura di Pancho Villa lascia precise lezioni teoriche e politiche che mantengono inalterata la loro validità per la comprensione delle lotte di emancipazione nell’America Latina e nella periferia del capitale. Innanzitutto, l’esperienza della División del Norte conferma che nei Paesi dominati dall’imperialismo le diverse forme di oppressione che il capitale può mettere in atto non sono ontologicamente separabili: la lotta per la terra condotta dai braccianti del nord si è scontrata immediatamente con la proprietà dei monopoli Stranieri tanto quanto con il latifondismo locale e con l’apparato militare dello Stato borghese. L’anti-imperialismo di Villa non è nato da un’elaborazione teorica astratta, ma dalla constatazione pratica che l’oppressione locale rispondeva direttamente agli ordini dei centri finanziari di Wall Street e Washington.
Il villismo ha dimostrato la straordinaria forza distruttiva e la creatività organizzativa che il proletariato rurale e le masse contadine possono sviluppare quando si armano e si organizzano autonomamente. Tuttavia, ha confermato anche la validità della tesi marxista classica: a causa della sua collocazione nel processo produttivo e della sua frammentazione geografica, la classe contadina non può consolidare un proprio potere statale duraturo se non si allea in modo organico e sotto la direzione politica del proletariato urbano organizzato. La tragica frattura tra la División del Norte e gli operai delle città ha rappresentato la breccia attraverso cui la borghesia ha ripreso il controllo del processo storico.
Oggi che il Messico e l’America Latina continuano a subire le conseguenze della penetrazione del capitale transnazionale, dello smantellamento delle conquiste agrarie storiche e del dominio dell’estrattivismo, la memoria storica del villismo non appartiene alle celebrazioni museali dello Stato. Essa risiede nella continuità della resistenza popolare: dalla difesa dei territori indigeni e contadini contro le mega-opere del capitale, alle lotte del nuovo proletariato industriale delle maquiladoras di frontiera. Pancho Villa rimane dunque, nell’ottica dell’emancipazione delle classi subalterne, un simbolo dell’intransigenza di classe e della capacità delle masse diseredate di spezzare la catena dello sfruttamento e sfidare l’impero alla radice.
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