La metamorfosi del Palais du Luxembourg : cosa ci insegnano i risultati delle elezioni senatoriali francesi

La metamorfosi del Palais du Luxembourg : cosa ci insegnano i risultati delle elezioni senatoriali francesi

Autore: Alessandro Testa

Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”.

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Nelle recenti elezioni per il rinnovo parziale del Senato francese tenutesi il 27 settembre, il voto dei circa 162.000 “grandi elettori” ha ridefinito gli equilibri della Camera alta del Parlamento, riflettendo le profonde trasformazioni in atto nel paese. Se da un lato il centrodestra dei Repubblicani (LR) e il Partito Socialista (PS) hanno confermato il proprio storico radicamento territoriale mantenendo le posizioni di forza, la tornata ha registrato l’ennesimo arretramento del blocco presidenziale macroniano. Il dato di maggior rilievo è però rappresentato dalla penetrazione delle forze di rottura: il Rassemblement National (RN) di estrema destra è riuscito per la prima volta a superare la soglia necessaria per formare un proprio gruppo parlamentare autonomo, mentre La France Insoumise (LFI) ha conquistato il suo primo storico seggio al Palais du Luxembourg. In questo quadro di forte polarizzazione, il Partito Comunista Francese (PCF) ha dimostrato una notevole resilienza, difendendo integralmente la propria rappresentanza e la forza del suo gruppo parlamentare. Per comprendere l’impatto reale delle ultime elezioni per il rinnovo parziale del Senato francese, il modo migliore è guardare alla variazione dei seggi nell’emiciclo del Palais du Luxembourg (composto in totale da 348 senatori).

Cos’è il senato francese e come viene eletto

Il Senato francese, con sede al Palais du Luxembourg a Parigi, rappresenta la Camera alta del Parlamento e il tradizionale contrappeso istituzionale della Quinta Repubblica. Composto da 348 senatori, esercita il potere legislativo in pari grado con l’Assemblea Nazionale e controlla l’operato del Governo. A differenza della Camera bassa, non può essere sciolto dal Presidente della Repubblica e quindi non può sfiduciare il governo, e il suo Presidente ricopre la seconda carica dello Stato, assumendo le funzioni ad interim del Capo dello Stato in caso di vacanza della presidenza. La camera alta viene eletta tramite suffragio universale indiretto ovvero da un collegio di circa 162.000 “grandi elettori” (grands électeurs), composto per il 95% da delegati dei consigli comunali (sindaci e consiglieri), oltre a consiglieri regionali, dipartimentali e deputati. Il mandato dura sei anni, con un rinnovamento parziale di metà dei seggi ogni tre anni (divisi nelle Serie 1 e Serie 2). Il sistema di voto è misto: maggioritario a due turni nei dipartimenti più piccoli e proporzionale di lista in quelli che eleggono tre o più senatori. Riflettendo le dinamiche dei consigli comunali, il Senato recepisce con ritardo i mutamenti politici nazionali, favorendo storicamente i partiti con una presenza capillare nei territori rurali e provinciali – spesso storicamente orientati a destra.

Mappa politica e risultati: la tenuta dei “notabili” e le nuove forze

Per comprendere l’impatto reale delle ultime elezioni per il rinnovo parziale del Senato francese, il modo migliore è guardare alla variazione dei seggi nell’emiciclo del Palais du Luxembourg (composto in totale da 348 senatori).

Blocco di Centrodestra e Destra

  • Les Républicains (LR) : Pur rimanendo di gran lunga il primo gruppo del Senato, scendono da 145 à 133 seggi (con una perdita di 12 senatori). Ciononostante, la loro leadership istituzionale resta salda.
  • Union Centriste (UC) : Il gruppo centrista alleato storico della destra gaullista passa da 57 à 56 seggi (sostanzialmente invariato, con un solo seggio in meno).

 

Maggioranza di Governo: Sommando LR (133) e UC (56), il blocco di centrodestra conserva 189 seggi, mantenendo comodamente la maggioranza assoluta fissata a 175.

  • Galassia di Centro e la maggioranza presidenziale (Macroniani)
  • Renaissance (RDPI) : Il partito di Emmanuel Macron subisce una battuta d’arresto, scendendo da 24 à 22 seggi (-2), confermando la difficoltà strutturale del movimento a radicarsi nei consigli comunali.
  • Horizons / Les Indépendants (LIRT) : L’ala di centrodestra alleata di Macron compensa la flessione, salendo da 14 à 18 seggi (+4).

Campo della Sinistra e dei Progressisti

  • Partito Socialista (SER): Difende esattamente le sue posizioni, rimanendo quota 64 seggi (nessuna variazione). Si riconferma così come la seconda forza assoluta del Senato e la principale opposizione alla maggioranza di destra. Inoltre, superando la soglia dei 60 membri eletti mantiene la facoltà di adire direttamente il Consiglio di Stato
  • Partito Comunista Francese (CRCE): Registra un risultato positivo, crescendo da 15 a 18 seggi (+3) grazie alla forza della sua rete storica di amministratori nei piccoli comuni e nelle periferie.
  • Ecologisti / Verdi (GEST): Avanzano significativamente passando da 12 a 17 seggi (+5), spinti dai successi ottenuti nelle grandi città alle precedenti elezioni municipali.
  • Radicali di Sinistra (RDSE): Il gruppo storico del centro-sinistra laico sale da 14 a 16 seggi (+2).
  • Forze d’opposizione e non iscritti
  • Misto / Non Iscritti (RASN): Il gruppo dei non iscritti sale da 3 a 4 seggi. In questa componente spiccano i dati politici più rilevanti della tornata: l’elezione di 3 senatori per il Rassemblement National di estrema destra e l’ingresso del primo senatore di La France Insoumise, Gabriel Amard.

Ricapitolando, le ultime elezioni parziali hanno quindi confermato da un lato la resilienza del sistema dei notabili, dall’altro la penetrazione delle forze di rottura. I Repubblicani (LR) e il Partito Socialista (PS) continuano a rappresentare l’ossatura della maggioranza di centro destra e dell’opposizione di centro-sinistra grazie alla fitta rete di amministratori locali che garantiscono la gestione dei bilanci e la prossimità nei territori. Il blocco presidenziale paga invece la scarsa penetrazione nelle amministrazioni locali periferiche, faticando a convertire il consenso delle politiche nazionali in una solida base di grandi elettori. Superando la soglia dei 10 eletti, RN è riuscito per la prima volta a formare un gruppo parlamentare autonomo al Senato. Questo risultato dimostra la penetrazione dell’estrema destra nei contesti comunali e nelle periferie. LFI ha eletto il suo primo senatore con Gabriel Amard nel dipartimento del Rodano, segnando una prima storica breccia in un’istituzione tradizionalmente impermeabile alla sinistra radicale movimentista. Difendendo i suoi 18 seggi (gruppo CRCE), il PCF ha dimostrato la forza del proprio radicamento municipale storico, ponendosi come forza di sinistra istituzionale e ancorata ai servizi pubblici locali.

Fratture sociali, immigrazione e dimensione europea

I risultati del Senato mappano la profonda ristrutturazione delle relazioni socio-economiche in Francia e la sua collocazione nel quadro continentale; l’affermazione di RN nei territori rionali e di provincia riflette l’evoluzione dei rapporti di produzione: la deindustrializzazione, la deregolamentazione e il ritiro dei servizi pubblici hanno spinto le classi lavoratrici impoverite verso il voto identitario, trasformando la percezione dell’immigrazione nel principale catalizzatore politico. La questione migratoria divide l’emiciclo tra un blocco conservatore-sovranista favorevole alla restrizione dei diritti d’asilo e della circolazione, e un fronte di sinistra opposto, costringendo il centro macroniano a rincorrere la destra sul terreno della sicurezza.

La penetrazione di RN nelle istituzioni di garanzia rispecchia dunque la tendenza europea di “normalizzazione” dei partiti sovranisti – rectius neofascisti – e della crisi dei blocchi liberal-centristi; la frammentazione del Parlamento francese limita la capacità di Parigi di proiettare stabilità a livello comunitario, allineando la politica transalpina alle polarizzazioni già presenti in altri Paesi membri dell’Unione.

D’altro canto, l’ingresso di LFI e la tenuta del PCF evidenziano due letture contrapposte della sovranità e della gestione del conflitto sociale. Il PCF di Fabien Roussel ha sostituito l’analisi marxista classica del conflitto di classe con una difesa socialdemocratica del lavoro, dei salari e della sovranità industriale; in ambito geopolitico, il partito rigetta l’atlantismo e la NATO, ma incardina la sua azione nella legalità del diritto internazionale e delle Nazioni Unite, condannando le supposte violazioni della sovranità territoriale (come nel caso ucraino). Verso la Cina, il PCF mantiene un atteggiamento ambiguo, oscillando tra una pragmatica vicinanza diplomatica al Partito Comunista Cinese e un prudente calcolo elettorale, che spinge la dirigenza di Fabien Roussel a riconoscerne il peso geopolitico e i successi economici evitando però di assumerne il modello politico generale o di farne un elemento di aperta rottura antimperialista sul piano interno.   Questa impostazione istituzionale gli garantisce il mantenimento del consenso tra i grandi elettori, ma ne limita la capacità di rottura antimperialista sul piano teorico.

LFI esprime invece una posizione geopolitica più antagonista rispetto al blocco occidentale, improntata a un “non-allineamento” aperto alle dinamiche del Global South. Tuttavia, anche LFI non si sottrate ad una condanna idealistica di Mosca definita come “aggressore”, mentre verso Pechino l’atteggiamento è decisamente più aperto e privo di ostilità strategica. Da un punto di vista sociopolitico la sua matrice teorica si fonda sul populismo di sinistra (Laclau/Mouffe) piuttosto che sul marxismo, sostituendo la categoria economico-strutturale della lotta di classe con l’opposizione morale tra “Popolo” e “Oligarchia”. Priva di un saldo radicamento nelle strutture produttive e nei sindacati, LFI punta sulla mobilitazione di piazza e sull’impatto mediatico, faticando a strutturare un’alternativa di classe organica.

Non resta ora che completare l’analisi osservando il peso e la strategia delle altre due componenti storiche del blocco progressista: i Socialisti e gli Ecologisti. Nonostante il ridimensionamento subito su scala presidenziale negli ultimi anni, il Partito Socialista (Groupe Socialiste, Écologiste et Républicain) continua a rappresentare il secondo gruppo politico del Senato per consistenza numerica e la principale forza di opposizione nell’emiciclo; esso beneficia della presenza storica nei consigli comunali, provinciali e regionali. La sua capacità di mantenere la leadership della sinistra al Senato si fonda sui sindaci e sugli amministratori locali che vedono nel partito un referente affidabile, moderato e capace di gestire l’istituzione senza strappi istituzionali. Guidati da Patrick Kanner, i socialisti senatoriali si posizionano come una “sinistra di governo e di responsabilità”. Sostengono una linea socio-economica redistributiva e di difesa dei servizi pubblici, ma si smarcano nettamente dalle posture di rottura di La France Insoumise. Sul piano geopolitico, il PS è saldamente atlantista ed europeista, sostenendo l’integrazione comunitaria e l’aiuto militare all’Ucraina, e difendendo una visione costituzionale classica che lo porta spesso a cooperare con i centristi per emendare i testi di legge.

Gli Ecologisti (Groupe Écologiste – Solidarité et Territoires) costituiscono un gruppo autonomo ricreato nel 2020, grazie all’affermazione ottenuta nelle elezioni municipali delle grandi città francesi (come Lione, Bordeaux e Strasburgo). L’ingresso degli ecologisti al Senato si basa sul successo nei grandi centri urbani. Tuttavia, la loro presenza nei territori rurali e provinciali resta limitata, rendendoli dipendenti da accordi e liste di coalizione con i Socialisti per riuscire a eleggere senatori nei dipartimenti a scrutinio proporzionale o maggioritario. Gli Ecologisti portano nell’emiciclo battaglie orientate alla transizione ecologica, alla giustizia climatica e alla regolamentazione ambientale di stampo, però, spesso marcatamente liberal-progressista. Sul piano geopolitico, adottano una linea marcatamente europeista e critica nei confronti dei regimi autoritari (compresa la Russia e la Cina), schierandosi a favore delle sanzioni internazionali e dei diritti umani. Pur avendo promosso patti d’azione con la sinistra radicale sul piano locale, la dirigenza ecologista al Senato (tra cui figure come Yannick Jadot) marca spesso le distanze da LFI, rifiutando retoriche populiste o strappi sul piano istituzionale e internazionale.

Ciò detto, risulta evidente come il Senato francese non rappresenti meramente un organo di conservazione istituzionale ma divenga invece l’immagine plastica di una società segnata dalla crisi del modello liberale, da profonde spaccature territoriali e dalla ricerca di nuove rappresentanze politiche.

Le implicazioni per le future elezioni presidenziali francesi

I mutamenti emersi al Senato — pur filtrati dal meccanismo indiretto dei “grandi elettori” — costituiscono un indicatore avanzato dei trend che plasmeranno la corsa all’Eliseo. La capacità di RN di strutturare un gruppo senatoriale autonomo rompe l’ultimo cordone sanitario istituzionale: il partito dimostra di non essere più soltanto un fenomeno di protesta mediatica o di piazza, ma un soggetto capace di radicarsi tra gli amministratori locali. Questo processo di istituzionalizzazione rende la candidatura della destra radicale (che sia Marine Le Pen o Jordan Bardella) estremamente competitiva anche nei meccanismi di coalizione e di gestione dello Stato, riducendo l’efficacia del tradizionale “fronte repubblicano” al secondo turno. Per contro, la debolezza cronica del blocco presidenziale sul territorio presagisce un vuoto di potere al centro dopo la fine del secondo mandato di Emmanuel Macron; senza un partito radicato negli enti locali, la galassia centrista rischia di sfaldarsi, spingendo parte dell’elettorato moderato a ripiegare sui Repubblicani (LR) o a cercare convergenze con la destra pur di evitare un governo di sinistra.

Per concludere, la coesistenza al Senato di forze diverse sinistra con matrici teoriche, strategie e visioni geopolitiche radicalmente diverse evidenzia l’impossibilità di costruire un’alternativa unitaria e stabile per le presidenziali: LFI cercherà di imporre la candidatura della rottura populista e del non-allineamento, forte del consenso nelle periferie metropolitane e tra i giovani, mentre PS, Ecologisti e PCF rifiuteranno l’egemonia di Mélenchon per motivi opposti: i primi per tutelare la linea europeista, riformista e atlantista; il PCF di Roussel per rivendicare una “sinistra del lavoro”, laica e nazional-repubblicana, critica verso le posture di scontro frontale.

Indicazioni per le forze comuniste e della sinistra di classe in Italia

Il quadro francese offre spunti di riflessione e lezioni strategiche precise per la ricomposizione delle forze comuniste e della sinistra d’alternativa in Italia. La tenuta del PCF francese (18 senatori) risiede interamente nella conservazione di una rete capillare di amministratori, sindaci e radicamento nei luoghi di lavoro, nei corpi intermedi e nei piccoli Comuni. Per i comunisti italiani, l’assenza da decenni dalle istituzioni rappresentative dimostra che non è possibile ricostruire un soggetto di classe basandosi unicamente sulla presenza mediatica o sulle scadenze elettorali nazionali: senza una presenza nei territori, nei sindacati di base e nelle amministrazioni locali, ogni progetto resta privo di massa critica.

D’altro canto, l’esperienza di LFI mostra che la categoria del “Popolo” in contrapposizione all’Oligarchia può produrre fiammate elettorali e mobilitazioni di piazza, ma lascia scoperti i nodi strutturali del rapporto capitale/lavoro. Per le forze d’alternativa italiane, inseguire formule populiste o di pura agitazione senza un’analisi materialista dei rapporti di produzione rischia di frammentare il blocco sociale e di non intercettare la classe lavoratrice tradizionale, che in assenza di un referente di classe solido finisce per rifugiarsi nell’astensionismo o nel voto identitario di destra.

Ancora, le divisioni francesi sulla NATO, sull’Unione Europea e sui conflitti internazionali mostrano che la geopolitica non è una variabile secondaria; la tendenza di una parte della sinistra a rifugiarsi nel legalismo astratto delle organizzazioni internazionali borghesi o, al contrario, ad allinearsi acriticamente ai blocchi contrapposti tende a creare cortocircuiti ideologici. L’indicazione per le forze comuniste italiane è la necessità di sviluppare un’analisi autonoma dell’imperialismo e delle sue trasformazioni, capace di combinare la spinta per la pace, il disarmo ed il multilateralismo con la critica radicale alle strutture dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica, senza cedere a derive riformiste o idealiste.

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